Rivoluzione industriale

STEFANO NESPOR (*)

 

Fra il 1760 e il 1830 la Gran Bretagna fu teatro di cambiamenti che modificarono in profondità la sua economia e la struttura sociale: la rivoluzione industriale cambiò le famiglie, cambiò il modo di lavorare, cambiò la cultura e il pensiero. La società si trasformò, aumentò il divario sociale, molti si impoverirono e furono costretti a lavorare in condizioni spaventose. Tutti ricordano le descrizioni di Friedrich Engels  delle condizioni di lavoro nelle fabbriche di Manchester. Ma vi fu anche una diffusione del benessere di enormi proporzioni la Gran Bretagna divenne un paese ricco e prospero.

 
Uno dei grandi e non ancora risolti interrogativi della storia economica e sociale è: perché tutto cominciò in Inghilterra e non altrove, in Francia o Germania? 
 
Molte spiegazioni, è noto, sono state offerte. Per alcuni, in Gran Bretagna c’era molto carbone disponibile; per altri, c’era un sistema che proteggeva la proprietà intellettuale; per altri ancora, c’era la libertà di commercio e di impresa; per altri, infine,  il costo del lavoro era elevato e questo incoraggiava la ricerca di innovazioni che ne riducessero i costi.
 
Secondo un recente saggio di un economista delle Federal Reserve, Ralf Meisenzahl e di uno storico dell’economia, Joel Mokyr, ciò che ha avuto un ruolo determinante è stato il capitale umano: l’Inghilterra si è trovata ad avere un gruppo di ingegneri,  artigiani e imprenditori più preparati, più creativi, più intraprendenti che altri paesi. Ed è contato soprattutto quel gruppo di uomini che i due autori definiscono Tweakers: uomini che non inventano macchine e strumenti, ma li sanno mettere a punto, li perfezionano, li rendono produttivi ai massimi livelli possibili. 
 
Così, nel 1779, Samuel Crompton fu l’inventore della spinning mule, la macchina per filare che rese possibile la meccanizzazione della manifattura del cotone. Ma non fu questa invenzione a favorire l’enorme sviluppo di questo settore produttivo nei decenni seguenti, ma una serie di artigiani creativi, per lo più ignoti, che seguirono: tra questi Henry Stones, che ebbe l’idea di aggiungere alla spinning mule delle rotelle di metallo; poi James Hargreaves, che inserì un meccanismo per evitare sbalzi nell’accelerazione e decelerazione della macchina; e poi William Kelly, John Kennedy e poi, soprattutto, Richard Roberts autore di due prototipi che poi sarebbero stati riprodotti su vasta scala: tutti aggiunsero piccoli ma decisivi perfezionamenti che aumentarono la velocità, l’efficienza e la precisione della filatrice. Furono queste microinvenzioni, introdotte dai tweakers, che resero produttive e remunerative la grande invenzione di Crompton.
 
È questo continuo perfezionamento che, secondo Meisenzahl e Mokyr, è fondamentale per il progresso tecnologico, ed è cio che ha permesso, in Gran Bretagna, la rivoluzione industriale. James Watt ha inventato, è vero, la macchina a vapore, raddoppiando l’efficienza delle macchine disponibile in precedenza. Ma quando sono sopraggiunti i perfezionatori, l’efficienza delle macchine a vapore è quadruplicata. 
 
Insomma, ci sono i visionari creativi che partono da una pagina tutta bianca e ricreano un mondo. Poi, ci sono i tweakers che prendono ciò che è stato fatto, ne aumentano l’efficienza, la gradevolezza, la funzionalità  e lo portano a perfezione. 
In un recente articolo sul New Yorker, Malcolm Gladswell ha indicato il più grande tweaker del nostro tempo: Steve Jobs.  Molti  ne hanno lodato la creatività. Ma Jobs non ha creato nulla. La sua grande dote era di prendere idee di altri e di realizzarle o di prendere strumenti già esistenti e  portarli a perfezione.
 
Le considerazioni di Meisenzahl e Mokyr offrono spunti di riflessione anche per le attuali condizioni del nostro Paese. Non c’è crescita, certo, e manca una politica che la promuova, non c’è dubbio. Ma la crescita non si crea da un momento all’altro né è un effetto automatico di riduzioni di spesa, come molti pensano.
 
Anche gli incentivi allo sviluppo, di cui molti parlano, servono a poco, se non c’è una comune fiducia sulla capacità del paese di rimettersi in moto e una classe politica che si impegna per raggiungere degli obiettivi. 
 
Non bisogna dimenticare che l’Italia ha perso molti treni negli ultimi anni: mentre in altri paesi vi era crescita economica (magari modesta, come in molti paesi dell’UE), in Italia tra il 2001 e il 2010 l’economia è cresciuta meno che in ogni altro paese del mondo, salvo Haiti e Zimbabwe (il dato è riportato da The Economist 12\11\2011). 
 
D’altro canto, la scelta costante dei nostri governi (portata alle sue massime vette dai Governi Berlusconi, ma non certo una sua invenzione) di vivere, o meglio di vivacchiare, con piccoli stratagemmi, furbizie e sotterfugi per far quadrare i conti e per simulare approssimativi adeguamenti alle regole comunitarie (sempre finalizzati a creare situazioni di vantaggio competitivo per imprenditori o investitori italiani, in attesa dell’immancabile intervento della Commissione o della Corte di Giustizia) è giunta al punto d’arrivo: ciò che poteva essere sopportabile in una economia florida diffusa non lo è allorché anche gli altri paesi debbono tirare la cinghia. 
 
Tuttavia, alcuni strumenti immediati per creare la fiducia necessaria per favorire lo sviluppo ci sono.
 
Due esempi, entrambi tratti ancora da dati di The Economist del 12 novembre.
 
Il primo. Oggi l’Italia è all’87 posto nella graduatoria dei paesi dove è facile intraprendere o svolgere attività commerciali: tanto per intenderci, è dietro l’Albania. Secondo la Banca Mondiale, è più difficile ottenere una fornitura elettrica in tempi ragionevoli in Italia che in Sudan.
 
Il secondo. Nell’indice di corruzione elaborato periodicamente da Transparency International, l’Italia è al 67° posto, dietro molti paesi africani.
 
Eliminare le migliaia di barriere all’attività d’impresa e dare precisi segnali che ogni tentativo di corruzione sarà rigorosamente ostacolato e duramente punito non costa nulla e può rendere assai per favorire lo sviluppo. Come abbiamo imparato nelle scorse settimane, anche i segnali contano nell’economia globale.
 
Ma, soprattutto, la crescita, come insegna l’esempio della Rivoluzione industriale e il saggio di Meisenzahl e Mokyr, è il frutto di una politica fatta di piccoli passi. Parte dalla formazione di insegnanti delle scuole primarie e poi via via delle scuole tecniche e professionali e delle università; parte dalla formazione di atteggiamenti culturali favorevoli al cambiamento e all’innovazione tecnologica; parte da finanziamenti accuratamente mirati, amministrati da funzionari preparati, alle piccole e medie imprese che investono in settori che in tutta Europa sono indicati come quelli che saranno trainanti nel futuro, tecnologie mediche e biotecnologiche  e informatica in primo luogo.
 
(*) Avvocato in Milano
 
Pubblicato su Osservatorio AD il 16/11/2011