Anno: 2013 | Autore: ENRICO MURTULA

 

 

PESCA ILLEGALE, NON DICHIARATA E NON REGOLAMENTATA IN ITALIA.

 

All’alba della nuova politica comune della pesca le "ferrettare" sono state finalmente regolarizzate?


 

ENRICO MURTULA*

 

La politica italiana in materia di pesca marina è generalmente censurata per la sua illegalità diffusa e i suoi impatti sugli ecosistemi. Si citano al riguardo la condanna ricevuta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nell’ottobre 2009 (causa C-294/08), l’inserimento nella lista nera che gli Stati Uniti redigono sulla base del Magnuson-Stevens Fishery Conservation and Management Act (confermato nel gennaio 2011), nonché i numerosi dossier di denuncia delle associazioni ambientaliste (LAV, Legambiente, Marevivo; WWF; Oceana). 

Uno dei pomi della discordia è rappresentato dall’utilizzo delle reti derivanti. Tali reti sono composte da una linea superficiale sorretta da galleggianti e da una linea inferiore zavorrata; non sono ancorate, ma vengono affidate alle correnti marine. Tali strumenti, poco selettivi, comportano un grandissimo numero di morti "accidentali" tra specie ittiche non commerciabili, cetacei, tartarughe e squali (sul tema si cita S. Nespor, Patrimonio ittico naturale, sulla decisione della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, Sez. III, 5 marzo 2009, causa C-556/07, relativa al caso delle "thonaille" francesi, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 5/2009, pag. 686). 

Le disposizioni comunitarie in materia ne hanno fortemente limitato l’utilizzo sin dal 1992, imponendo una lunghezza massima di 2,5 chilometri e il loro divieto nella pesca di alcune specie, quali il tonno rosso e il pesce spada (Regolamenti CEE 345/1992 e CE 1239/98).  

In Italia sono tutt’oggi utilizzate le reti derivanti denominate "ferrettare", che, a seguito dell’entrata in vigore della regolamentazione comunitaria (per la situazione antecedente si veda T. Scovazzi, La pesca con reti derivanti nel Mediterraneo, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 1992, pag. 523), hanno formato dei decreti ministeriali del 14 ottobre 1998 (che ne ha limitato l’uso a 3 miglia dalla costa), del 24 maggio 2006 (che ne aveva ripristinato l’uso fino a 10 miglia) e 8 maggio 2008 (che aveva ampliato l’uso a 18 miglia limitatamente all’Isola di Ponza, ma che è stato revocato sin dal 2009 oltre ad essere stato censurato dal T.A.R. Lazio con la sentenza n. 12549/2009). Il tema della distanza ha una rilevanza diretta ai fini del controllo sulle specie che sono effettivamente pescate: maggiore è la distanza dalla costa e più complicati sono i controlli.

Molte le voci (già citate all’inizio di questa nota) che hanno criticato il mancato rispetto della normativa comunitaria nella gestione delle ferrettare, a causa di norme inadeguate in materia di controlli (solo con il decreto legge n. 59 dell’8 aprile 2008 sono state introdotte sanzioni per la  detenzione degli strumenti di pesca illegali), sanzioni economiche irrisorie rispetto al valore del pescato e la mancanza di verifiche sull’utilizzo dei contributi comunitari elargiti per riconversioni spesso non avvenute (E. Murtula, Contributi per la riconversione, detenzione di reti derivanti (ir)responsabilità erariale e perdurante illegalità della pesca italiana, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 2/2011, pag. 309). 

Taluni, peraltro, hanno segnalato che tra le perduranti carenze regolamentari nazionali vi è quella che consente di attribuire ai pescherecci – anche nel caso di previe violazioni delle norme – contestuali licenze per l’uso di più strumenti di pesca, rendendo di fatto impossibile la verifica su quale degli strumenti sia stato effettivamente utilizzato. 

All’inizio di quest’anno la Commissione Europea ha dichiarato di voler agire contro l’Italia per l’adempimento della sentenza della Corte di Giustizia del 2009, in forza dell’articolo 260 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. A tale annuncio ha fatto seguito il decreto del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf) in data 1° luglio 2011, con il quale "i titolari delle unità di pesca abilitate in licenza all’utilizzo dei sistemi "ferrettara" e "palangari" sono obbligati, nello svolgimento dell’attività di pesca, ad utilizzare uno solo dei suddetti attrezzi". 

Nei confronti di tale decreto hanno proposto ricorso al T.A.R. Lazio il Comune di Ponza e numerose associazioni di pescatori, che hanno dapprima ottenuto un decreto cautelare e quindi un’ordinanza di sospensione (r.g. n. 6843/2011; decreto n. 2957 in data 3 agosto; ordinanza n. 3247 in data 7 settembre 2011).

Il Ministero, tuttavia, ha deciso di operare in modo anche più radicale, abrogando il precedente decreto in data 24 maggio 2006. Con il decreto ministeriale in data 21 settembre 2011 è stato posto a 3 miglia dalla costa il limite per l’uso delle ferrettare e le maglie delle reti sono state ridotte da 18 a 10 centimetri.
Tale intervento in extremis non ha fermato la Commissione Europea, che il 29 settembre 2011 ha dato all’Italia un termine di 60 giorni per dimostrare il proprio adempimento, sotto pena di un nuovo giudizio per stabilire una penalità economica nei confronti del nostro Paese.

Nel frattempo è lo stesso quadro di riferimento comunitario che sta mutando. 

Da un lato, ci si appresta alla piena entrata in vigore della nuova normativa comunitaria di controllo (Regolamento CE n. 1224/2009; Regolamento di Esecuzione UE n. 404/2011), a regime dal 1° gennaio 2012. Tali norme, tra l’altro, prevedono un sistema "a punti" per sanzionare le irregolarità degli operatori della pesca e un sistema più chiaro di tracciabilità dei prodotti ittici.

D’altro lato, il 13 luglio 2011 la Commissione Europea ha presentato la propria proposta di Direttiva sulla nuova Politica Comune della Pesca (COM 2011 425 def.), il cui articolo 2 (Obiettivi generali) afferma che tale politica applica applica alla gestione della pesca "l’approccio precauzionale ed è volta a garantire, entro il 2015, che lo sfruttamento delle risorse biologiche marine vive ricostituisca e mantenga le popolazioni delle specie pescate al di sopra dei livelli in grado di produrre il rendimento massimo sostenibile", nonché "l’approccio basato sugli ecosistemi al fine di garantire che le attività di pesca abbiano un impatto limitato sugli ecosistemi marini". E’ previsto che la Direttiva sia adottata entro la fine del 2011.

Per un’analisi delle prospettive nazionali di questo settore, si segnala la dettagliata analisi di impatto che accompagna la proposta di Direttiva (rinvenibile sul sito http://ec.europa.eu/fisheries/reform/index_en.htm), in quanto una delle quattro zone geografiche considerate è la Sicilia. Rispetto ad essa, l’analisi stima gli impatti ambientali, economici ed occupazionali dello status quo e delle ipotesi politiche in considerazione, rilevando in tutti gli scenari un calo dell’occupazione, pur accompagnato da un incremento nel valore economico del lavoro residuo.

* Avvocato in Milano


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