Anno: 2012 | Autore: M. GABRIELLA IMBESI

 

La Conferenza di “Rio +20” decreta l’ennesimo rinvio in materia ambientale

M. GABRIELLA IMBESI

La recente Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, denominata “Rio + 20” in riferimento al primo vertice sulla Terra che ha avuto luogo a Rio ben venti anni fa (nel mese di giugno del 1992), si è tenuta sempre a Rio de Janero, in Brasile, dal 20 al 22 giugno c.a.

La Conferenza, alla quale hanno partecipato 193 delegazioni, si è chiusa senza clamore e la conclusione non ha fatto notizia neppure nella stampa di settore.

Il motivo è presto detto: pur suscitando interesse e grande adesione formale, la Conferenza non è riuscita, ancora una volta, a produrre un impegno concreto e vincolante tra gli Stati aderenti. Al contrario si è limitata a riaffermare gli obiettivi di politica economica e ambientale già indicati nella dichiarazione di Rio, confermati con le dichiarazioni di Agenda 21(1992) e di Johannesburg (2002) e con gli accordi internazionali del programma d’azione di Barbados (1994) e delle strategie d‘implementazione di Mauritius (2004).

La prova del disincanto (e non certo del disinteresse generale) è rappresentata dal documento finale. Un atto programmatico, stilato a conclusione dei lavori, che è il frutto di un grande sforzo di mediazione, ma al tempo stesso l’ennesima dimostrazione di un contrasto ormai quasi ideologico tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Questi ultimi, anche a ragione, non vogliono perdere la loro occasione di crescita, né accollarsi i costi di un recupero di danni ambientali prodotti in gran parte da altri. Naturalmente questa scelta, seppure comprensibile, mortifica le politiche di sviluppo sostenibile e rischia di vanificare la possibile composizione di interessi diversi in nome di quello che dovrebbe essere universalmente percepito come l’interesse dominante e cioè la salute del pianeta Terra.

La Conferenza è stata comunque l’occasione di un confronto sulle delicate problematiche dello sviluppo sostenibile, i cui lavori si sono sviluppati lungo due direttrici di riferimento, il tema dell’economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà e quello dell’analisi del quadro istituzionale necessario per lo sviluppo sostenibile.

1.    Il primo tema comporta la valutazione delle sfide e delle opportunità connesse alle scelte in funzione della green economy, che è ritenuta lo strumento necessario per lo sviluppo sostenibile e per le azioni di contrasto alla povertà, che dovrebbe condurre alla protezione delle risorse naturali, al miglioramento dell’efficienza, alla promozione del consumo e della produzione sostenibili e allo sviluppo di tecnologie a basso consumo di carbone. Ne è scaturito il riconoscimento di un principio generale di responsabilità, inclusivo e centrato sulla persona, con prese di posizione comuni ma differenziate che prevedono occasioni e benefici per tutti i cittadini e per tutti i Paesi.
La consapevolezza del cambiamento porta all’individuazione di un processo di implementazione che tocca settori diversi e trasversali.

2.    Quanto al quadro istituzionale, la Conferenza attribuisce grande rilievo all’azione dei diversi livelli di governo che rafforzano i progetti di sviluppo sostenibile e consolidano il rapporto coerente tra le agenzie, i fondi e i programmi delle N.U.

Il contesto istituzionale, e non avrebbe potuto essere diversamente, sembra uscire rinsaldato dall’evento, in quanto è riaffermato il ruolo centrale dell’assemblea generale, della commissione e del consiglio per lo sviluppo sostenibile. Lo stesso discorso vale per le agenzie delle Nazioni Unite e in particolare l’UNDP. Ma ne esce esaltato anche il ruolo svolto dagli Stati e dalle realtà regionali e locali nel delineare le strategie di sviluppo che si propongono: di assicurare a tutti gli Stati cibo, acqua ed un livello minimo di produzione energetica, aumentando entro il 2030 le energie rinnovabili; lavori “verdi” per l’inclusione sociale; maggiore attenzione per l’ambiente marino ed in particolare per lo sviluppo dei piccoli Stati insulari (SIDS Small Island Developing States); valutazione rischi per evitare disastri ambientali; controllo del cambiamento climatico; tutela della biodiversità dell’habitat forestale e dell’ambiente montano; contrasto al degrado del territorio e alla desertificazione; smaltimento dei prodotti chimici e dei rifiuti; consumi e produzione sostenibili; educazione ambientale e parità di genere.

Il rapporto prevede dunque l’adozione di un piano d’azione e di conseguente monitoraggio delle attività che saranno intraprese. Ma il disegno è permeato dalla consapevolezza che lo sviluppo sostenibile può essere tale solo se si tratta di un progetto condiviso che promuove la crescita economica sostenibile, inclusiva e soprattutto equa; cioè in grado di dare opportunità a tutti, di ridurre le disuguaglianze, di garantire un livello minimo di vita e di promuovere una gestione sostenibile delle risorse naturali e dell’ecosistema.
In conclusione l’agenda di “Rio 20” ha riproposto un ricco carnet di buoni propositi (le c.d. linee guida) sorretti da un timing:

•    dal 2012 al 2015: definizione degli indicatori e delle misure necessari per valutare l’implementazione e scegliere il know-how, le competenze e la tecnologia;
•    dal 2015 al 2030: implementazione e monitoraggio periodico;
•    dal 2030: rendicontazione degli obiettivi realizzati.

Dunque un programma ambizioso, almeno sulla carta, ma timido nell’approccio, sia perché diluito nel tempo sia perché non ha potere vincolante nei confronti di nessuno degli Stati presenti a Rio. Forse un po’ poco per chi si aspettava un’azione complessiva e autorevole a difesa dell’ambiente.

Pubblicato au AmbienteDiritto.it il 17 luglio 2012


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