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 INTERNET E LA POLITICA: ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI

di Valentina Cavanna
 
1. Introduzione. 2. Internet e spazio politico. 3. Internet, comunicazione e informazione politica. 4.Internet, proteste e solidarietà. 5. “E-democracy”, elezioni e partecipazione. 6. Conclusioni.
 
 
 
1.                  Introduzione.
 
Da più parti ci si chiede se l’utilizzo di Internet possa apportare vantaggi alla politica, oppure la ponga in pericolo: questo spinoso tema costituisce l’oggetto del presente contributo[1].
Verrà qui analizzata la politica intesa in senso ampio, nel suo rapporto con la società civile ed in relazione alla sfera del potere, ossia alle dinamiche all’interno del regime politico (garanzie di libertà, elezioni, responsabilità dei politici nei confronti del popolo) ed agli attori che in esso operano (partiti, gruppi di pressioni, movimenti, elettori). Inoltre, sarà qui preso in considerazione anche l’impatto che Internet ha su quel particolare regime politico chiamato “democrazia”, intesa come un regime contraddistinto dalla garanzia di partecipazione politica della popolazione (anche attraverso forme d’azione non convenzionali)[2] e dalla possibilità di dissenso e opposizione. A questo proposito, poiché anche diverse e alternative fonti di informazione contribuiscono a connotare un regime come democratico, risulta altresì necessario analizzare l’impatto che Internet ha su dette fonti di informazione e, dunque, verificare se la qualità della democrazia migliori o peggiori. A riprova dell’importanza di tale aspetto, si può richiamare uno dei più famosi sistemi di analisi della qualità dei regimi politici, quello elaborato dalla Freedom House di New York: essa, dal 1972, presenta un indice annuale del grado di libertà civili e politiche relativamente a diversi paesi, attraverso la definizione di differenti scale di valori; uno degli aspetti considerati è proprio la “Internet Freedom”[3].
 
 
2.                 Internet e spazio politico.
 
Secondo Giddens, l’allungamento dello spazio e dunque la globalizzazione[4] sono fenomeni connessi all’utilizzo delle tecnologie, che consentono di far coincidere il proprio “spazio sociale” con la totalità dello “spazio fisico” disponibile[5].
Secondo Revelli, si è andati al di là, per certi aspetti, della spazialità nazionale. Si tratta di un nuovo disordine, una «“crisi strutturale” del criterio assiale “Destra/Sinistra” come principio d’ordine e di orientamento dello spazio politico»[6]. «Da “solido che era lo “spazio sociale” diventa “liquido” (per usare il lessico di Bauman), da univoco, plurale (Beck), da “spazio di luoghi”, “spazio di flussi” (Castells)»[7] . Vi è, dunque, l’eclissi della sfera pubblica nel modo in cui l’abbiamo intesa finora: «In questo mondo unificato al di fuori di ogni volontà, senza l’intenzione, il voto e l’approvazione di nessuno – semplicemente per l’inerzia delle tecnologie di comunicazione -, potremmo dire in questo “spazio comune” costruito per via im-politica (per via prevalentemente e incondizionatamente tecnica) in cui la prossimità dei distanti è una condizione subita passivamente…, la dimensione “pubblica” è più la registrazione delle infinite differenze “private” … che non la costruzione di una nuova universalità condivisa. In essa – in questa sfera pubblica non “cancellata” ma sempre più profondamente “danneggiata”-, deformata dal carattere polimorfi e plurimo del nuovo “spazio sociale”, resa discontinua e intermittente, i tradizionali criteri di orientamento spaziale … perdono il loro carattere “ordinatore”.  Più che ordine nel discorso politico riproducono sempre più spesso deformazioni o illusioni ottiche, depistaggi e disorientamenti. Continuano a fornire nomi e qualificazioni alle forme di un politico sempre più “informe”, ma ad essi sempre meno corrisponde un oggetto identificabile o, meglio, un’ “identità”»[8].
Si è elaborato altresì il concetto di un “nuovo medioevo istituzionale” per sottolineare lo “spezzettamento” che caratterizza il mondo contemporaneo, con il superamento dell’assetto vestfaliano e dell’unicità dello Stato-nazione, nonché con l’emergere di nuovi soggetti collettivi e nuove figure intermedie tra individuo e Stato. Si parla anche, a tal proposito, di “sovranità a geometria variabile”[9].
La politica è dunque entrata in crisi, poiché ha smarrito il proprio supporto materiale, ossia lo spazio politico ordinario. La sfera pubblica, ossia il luogo dove avvengono le mediazioni tra società e stato nelle società moderne, risulta trasformata in profondità.
Da un differente punto di vista, si sono ampliate le distanze tra chi può sfruttare le tecnologie e chi invece è inchiodato al proprio luogo[10]: la moltitudine degli immobili, che sta al grado zero dei diritti[11]. Da più parti, dunque, si afferma la necessità di un “diritto flessibile e leggero” che sia in grado di dare voce ai soggetti più deboli e che funga da “membrana adatta a sostenere l’ingresso di nuove istanze nella discussione pubblica”[12].
Sempre secondo Revelli[13], la democrazia contemporanea ha una “deriva oligarchica”: si creano vincoli  orizzontali, con i propri “pari grado”.
«L’ambiente di rete non garantisce di per sé la nascita di una sfera pubblica più ricca e diversificata, obiettiva, orizzontale e slegata dalle dinamiche di potere già esistenti. La blogosfera, ad esempio, è caratterizzata da fenomeni che vanno in direzione contraria...»; si rischia di «favorire la polarizzazione del dibattito, dando vita a rischi di cyberbalcanizzazione, cioè di piccole enclave fortemente omogenee al loro interno», fino a che viene a mancare il confronto e il dibattito tra orientamenti e prospettive diversi[14].
Con riferimento ad un ambito strettamente politico, da tutto ciò consegue una sorta di entropia rappresentativa, ossia il “deterioramento del rapporto tra elettori ed eletti”, la “disorganizzazione del rapporto di congruenza tra processo decisionale, istituzioni politiche e forme di espressione del consenso popolare”.
Vi è, infatti, la «trasformazione dello spazio politico in spazio mediatico, l’assorbimento quasi senza residui dello spazio tradizionale della politica dentro lo spazio elettronico dei media…  E’ inevitabile che lo “spazio mediatico” sia oggi, in quanto tale, il principale (e forse esclusivo) “spazio politico”; che il discorso (e il linguaggio) mediatico diventi la forma prevalente»[15].
Lo spazio politico, privato dei propri punti di riferimento spaziali e ordinatori, viene omologato nella logica del mercato che tutto inghiotte[16]. Il cittadino partecipante è trasformato nell’individuo spettatore-consumatore; la logica commerciale del sistema mediatico occupa e assorbe la dimensione pubblica che fino a ieri era del politico[17]: lo scandalo viene utilizzato a fini politici e la vita privata viene messa in pubblico, spesso oltre i limiti del ridicolo.
 
 
3.                  Internet, comunicazione e informazione politica.
 
Internet ha portato dunque un cambiamento anche per quanto concerne la comunicazione e l’informazione politica[18]. Esso, innanzitutto, ha consentito il sorgere di una molteplicità di voci nuove provenienti “dal basso”: blog, siti di controinformazione, emittenti radiofoniche e televisive online, giornali on line etc. Ciò ha consentito una nuova forma di espressione di identità e di istanze rispetto al passato: si pensi alle istanze di superamento di stereotipi e discriminazioni legati al genere e/o alle differenze culturali in senso ampio.
Emergono dunque via via nuove fonti ed i messaggi diventano frammentati; la Rete stimola la condivisione e, quindi, la circolazione delle informazioni, mettendo in crisi i metodi consolidati per la creazione e la gestione del consenso. Attraverso Internet, vi è la possibilità di diffondere informazioni in tutto il mondo, in maniera immediata, durante o dopo il verificarsi di un certo accadimento. E’ indubbio che non può ripresentarsi, nel caso di Internet, uno dei pericoli che ha riguardato la televisione: quello del difetto di pluralismo informativo[19]
Il cambiamento sociale è evidente. Sorge tuttavia una domanda: chi assicura la veridicità delle notizie che circolano su Internet?
La tematica può essere poi analizzata sotto il diverso aspetto dell’aumento delle opportunità per il singolo di informarsi, nonchè dell’implementazione dell’accesso all’informazione.
Ma v’è da chiedersi se siamo davvero certi che l’informazione sia più libera con l’avvento di Internet, nonché se sia davvero più facile farsi un’idea di ciò che accade e formarsi un ideale informato e ragionato.
Non necessariamente, infatti, Internet allarga i nostri orizzonti: non è difficile escludere ciò che non rafforza il nostro punto di vista, il quale invece viene amplificato.
Inoltre, i siti Internet tracciano il nostro profilo e ci raggruppano di conseguenza[20]; ci inviano informazioni mirate, proprio come fanno con i prodotti pubblicitari[21]. Vi è la «capacità di analizzare l’elettorato con tecniche derivate dalle scienze sociali al fine di produrre strategie di marketing politico mirate sui diversi media utilizzati. Negli Stati Uniti, Partito democratico e Partito repubblicano gestiscono imponenti database contenenti informazioni si decine di milioni di potenziali elettori» per «costruire un profilo del singolo cittadino» ed «organizzare i flussi di informazione tramite tecniche mutuate dal marketing commerciale»[22].
Questo perchè, oggi, è monetizzata l’autosorveglianza. Le informazioni sono mercificate[23]. Non sono sufficienti le leggi per metterci al riparo dal “Grande Fratello”, in quanto siamo noi che scegliamo, volontariamente, di essere controllati, al fine di ottenere servizi e oggetti ad un costo inferiore (o a costo zero).
Andando oltre l’immagine del Panopticon di Bentham, vi è dunque il rischio che la nostra vita diventi oggetto del potere, un potere difficile da controllare, poiché siamo continuamente immersi in flussi informativi, siamo destinatari e produttori di comunicazioni; le informazioni da noi prodotte, tuttavia, ci rendono controllabili e vulnerabili.
Altri dubbi sorgono dall’analisi della situazione attuale. Nella valanga delle informazioni da cui siamo sommersi[24], rischiamo di “illuderci” di essere informati, ad esempio quando i politici mandano un tweet…; invece, così illusi, esentiamo proprio chi deve informarci e diventiamo preda di messaggi più o meno “subliminali”.
«La quantità di informazione disponibile non è mai stata grande e diversificata come oggi. Il problema, nell’oceano di notizie, immagini, commenti e messaggi in cui viviamo immersi, è trovare il filo di Arianna che ci consenta di orientarci nel nostro ruolo di cittadini e di fare dell’informazione uno strumento di conoscenza e libertà, non di confusione, offuscamento, passività»[25]. Si sta profilando una divaricazione crescente tra un ristretto settore di informazione di qualità, che comprende giornalisti che arrivano a rischiare la propria incolumità per raccontare la “verità”, e un’informazione commercializzata e spettacolarizzata, vicina alla propaganda, che minaccia il “diritto del cittadino a ricevere notizie corrette e imparziali …per poter assumere decisioni consapevoli”.
Rischiamo di non chiederci  più “è vero?” come sottolinea A. Baricco nel suo “Next”[26]: «digeriamo di tutto, in un’orgia di pressapochismo che non sconcerta più nessuno»[27].
 
 
4.                  Internet, proteste e solidarietà.
 
Come detto, Internet è uno strumento assai utile per la comunicazione e per la diffusione di idee.
Internet accelera quella “spinta cosmopolitica”, la “cosmopolitizzazione coatta”[28]della società mondiale, dove non si può escludere l’ “altro” culturale. Ciò, tuttavia, non implica riconoscimento, né solidarietà nei confronti dell’altro.
Da un lato, infatti, Internet consente di essere informati (con le precisazioni effettuate in precedenza) su quanto accade nel resto del mondo. Questo significa che l’agire dei governi nazionali è sottoposto alla pressione di un’opinione pubblica mondiale.
Internet consente altresì “pratiche comuni dei diritti”[29]. Inoltre, chiunque può essere edotto di una protesta, a prescindere da dove essa si stia verificando. Internet si è dunque rivelato uno strumento utilissimo nell’organizzazione stessa delle proteste, come ad esempio quelle in Egitto, ma anche la “Twitter Revolution” dell’Iran nel 2010, nonché il Movimento “15M” in Spagna e “Occupy Wall Street”.
A tal proposito, Castells[30] afferma che «i cittadini possono sfidare i governanti soltanto collegandosi tra loro, condividendo l’indignazione, sentendosi uniti, e costruendo progetti alternativi per se stessi e per la società nel suo insieme. La loro capacità di tenersi in collegamento dipende dalle reti di comunicazione interattiva… e’ inoltre tramite queste reti di comunicazione digitale che i movimenti prosperano e agiscono...»; e ancora: «Le reti di comunicazione digitale restano… una componente indispensabile nella pratica e nell’organizzazione di questi movimenti… Le reti sociali digitali basate su Internet e sulla piattaforma wireless sono strumenti decisivi per la mobilitazione, l’organizzazione, il coordinamento, il processo deliberativo e decisionale. Eppure il ruolo di Internet va oltre quello puramente strumentale… nella lunga marcia del cambiamento sociale necessario per superare la dominazione istituzionale”. Internet, dunque, serve per sensibilizzare l’opinione pubblica in generale.
Tuttavia, come è stato sottolineato da S. Zizek[31], occorre la capacità di organizzare una solidarietà globale tra le lotte che avvengono nei diversi paesi.
Inoltre, come dice F. Fukuyama[32], le proteste in Turchia, Brasile, Egitto e Tunisia sono state guidate dai giovani con un livello di istruzione e di reddito superiore alla media: questo è un limite all’efficacia del mezzo stesso.
Ancora, E. Morozov avverte che i social network possono aiutare a spodestare un dittatore, non a costruire una rivoluzione: per garantire forme efficaci di cambiamento sociale è necessario rimanere calati nella realtà. L’Autore[33] mette in guardia dal “cyberutopismo”, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione online, e contro l’”Internet-centrismo”[34]. Nello stesso senso va anche M. Gladwell[35].
Secondo Silverstone[36], «Internet è un mezzo privato, esclusivo e frammentato: centrifugo piuttosto che centripeto. E ne consegue che contare sul fatto che esso sia un presagio di un nuovo tipo di cultura politica globale, di per sé, è un errore. Internet non è ancora, e potrebbe non essere mai, strettamente un mezzo plurale… La cultura dei media può essere definita come “lo spazio di apparenza della tarda modernità, sia nel senso di dove il mondo appare, sia nel senso che l’apparenza in quanto tale costituisce quel mondo… Viviamo in un mondo con altri che non sono come noi, ma anche in un mondo in cui, precisamente, è la comunanza della differenza che è condivisa. Questo è ciò che costituisce il mondo come plurale… Il globo mediato implica la caduta del velo sulla differenza. Ciò non può essere evitato… Il problema è che mentre i media globalizzati hanno calato il velo, essi hanno fornito poche risorse, o nessuna, per comprendere e per rispondere a quella differenza, e neppure essi la rappresentano adeguatamente…»: questo ha portato a indifferenza o ostilità; quindi, alla negazione dell’altro[37].
Pare dunque che Internet non possa supplire alle divisioni interne alla società e non riesca ad unire effettivamente chi rivendica diritti e libertà, o chi si ritiene violato da una certa politica.
 
 
5.                  “E-democracy”, elezioni e partecipazione.
 
Internet influisce altresì sul modo di organizzazione delle elezioni e sulla propaganda. Leader politici e capi di stato utilizzano i “social network” per esprimere idee e formulare promesse[38]. Questo per il grande seguito che i “social network” hanno sulle popolazioni.
Ci si chiede comunque se Internet possa modificare la struttura dei partiti politici, nonché se esso renda possibile l’esistenza di partiti differenti rispetto a quelli attuali e consenta nuove forme di dialogo più efficaci tra eletti ed elettori[39].
Innanzitutto, occorre ricordare che negli ultimi anni in politica ha avuto largo uso il portale “Meetup”[40], che facilita la formazione e la ricerca di gruppi di persone con un interesse comune (come la politica appunto). Alle elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti del 2004, Howard Dean (poi sconfitto da John Kerry come candidato per il Partito Democratico) ha organizzato e finanziato la propria campagna elettorale proprio anche servendosi di Meetup. “Democracy for America”, fondata da Dean, prosegue oggi l’attività “dal basso”, anche attraverso il proprio sito Internet[41] e Facebook[42].
Barack Obama, durante la campagna elettorale del 2008, ha fatto largo uso Internet: il suo sito ha avuto un ruolo importantissimo anche per il finanziamento della campagna stessa; inoltre, egli è stato addirittura definito “master of the new Facebook politics”[43].
Per quanto concerne l’Italia, non può non citarsi (senza ovviamente esprimere alcun giudizio politico) l’esperienza portata avanti da Beppe Grillo che, insieme a Gianroberto Casaleggio[44], a partire dal 2005 ha lanciato il suo blog ed ha utilizzato “MeetUp” per formare gruppi di persone interessate a discutere le tematiche sollevate. Ha poi fondato il “MoVimento 5 Stelle”[45], un partito politico formato da persone che si sono candidate e che sono state votate attraverso la rete. Per gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, Internet è complementare rispetto agli incontri di persona e spesso, anzi, li sostituisce: viene dunque utilizzato a scopo organizzativo[46].
In proposito si parla anche della c. d. “e-democracy” (contrazione inglese di Electronic Democracy), ad indicare la forma di democrazia diretta (anzi, la democrazia “continua”) in cui vengono utilizzate le moderne tecnologie nelle consultazioni popolari. Si parla dunque di “e-democracy” relativamente a qualsiasi tipo di utilizzo delle tecnologie telematiche (Internet in particolare) offerto dalle istituzioni ai cittadini per la partecipazione politica a qualsiasi livello (locale, nazionale, sovranazionale).
Esempi possono essere quello del Partito Pirata Tedesco[47], che ha sviluppato e adottato il software LiquidFeedback[48], che di fatto costituisce un’assemblea permanente e virtuale, dove tutte le iniziative vengono sviluppate e messe ai voti tra tutti gli iscritti al partito. Le iniziative che passano il vaglio dell’assemblea, sono portate avanti dai loro rappresentanti, eletti secondo le modalità classiche del sistema istituzionale tedesco. Un’esperienza analoga è quella del Partito Pirata Italiano[49], che usa anch’esso LiquidFeedback come strumento deliberativo della comunità.
In Italia, si segnala poi l’iniziativa “Tu Parlamento”[50], una piattaforma promossa nel 2013[51] da un gruppo di parlamentari la quale utilizza LiquidFeedback per la formulazione di proposte e la partecipazione a discussioni. 
Infine, è da menzionare il progetto sempre del MoVimento 5 Stelle di creare un “Parlamento elettronico online”[52].
In particolare, per quanto riguarda l’aspetto della partecipazione, si afferma da più parti che l’utilizzo di Internet possa contribuire ad un rafforzamento della democrazia[53].
E’ vero che vi sono diversi esempi di implementazione della partecipazione, come il coinvolgimento della popolazione in campo ambientale: a livello internazionale con la “Convenzione di Arhus”[54]; in Italia, a titolo esemplificativo, la partecipazione dei cittadini è prevista per le Valutazioni di Impatto Ambientale e Ambientale Strategica[55]. Negli Stati Uniti si sono sviluppati innumerevoli progetti, tra i quali “Open Government”[56], lanciato nel 2009 dal Presidente Barack Obama per avvicinare i cittadini alle azioni di governo e per implementare la trasparenza e la partecipazione[57].
Tuttavia, dubbi sull’acclamato ruolo di Internet nell’accrescere la partecipazione vengono espressi da E. Morozov, il quale sottolinea come, ad esempio in Russia e in Cina, gli spazi di intrattenimento online siano studiati apposta per spostare l’attenzione dei giovani dall’impegno e dalla partecipazione civile.
Per non parlare della censura interna. Infatti, esistono nuove forme di controllo da parte degli stati, visto che le attività in rete sono più facilmente tracciabili. Innanzitutto si può fare l’esempio della Cina dove, ad esempio, si verificano problemi per i microblogger[58].
Un altro aspetto critico è costituito dall’abbassamento dei livelli di privacy e di sicurezza delle comunicazioni: ciò può essere utilizzato per lo spionaggio e per catturare in anticipo i futuri dissidenti[59]; cosa che, senza dubbio, non giova alla democrazia. Pare, piuttosto, che la democrazia sia diventata più difficile, che sia cresciuta l’instabilità sociale.
 
 
6.                  Conclusioni.
 
Si può dunque affermare che i cambiamenti che avvengono nella società siano amplificati. I rischi globali impongono un agire politico che parte “dal basso” e che travalica i confini; e Internet consente l’unione, lo scambio dialettico, la conoscenza. Ma anche l’imitazione senza la comprensione.
Quindi, Internet può senz’altro apportare numerosi vantaggi. Tuttavia, non bisogna dimenticare che esso, appunto, è uno strumento, che può costituire una risposta soltanto qualora ci si ponga le domande giuste. Può essere dunque il mezzo per l’affermazione di una «politica interna mondiale di tipo cosmopolitico»[60], con lo scopo della difesa dell’ambiente e dei diritti umani, per esempio, che sono le sfide che ci attendono. Occorre imparare a sfruttarne le potenzialità[61]
Dall’altro lato, occorre altresì una ricostruzione stessa del “politico”, fondata su un repertorio di valori (“meta-valori”) che devono essere scelti tra alternative di fondo: l’alternativa tra violenza e nonviolenza, tra decisione e responsabilità, tra logica dello sviluppo e cultura del limite[62].
In sostanza, Internet può essere utile al fine di realizzare (o rafforzare) una “nuova politica”, una politica che nasce anche “dal basso”. Poiché i rischi sono globali, poiché le sfide sono globali (combattere la disuguaglianza globale, difendere l’ambiente, tutelare i diritti umani etc.), è necessaria una comprensione dell’altro, della sua esistenza e dei rischi che esso corre[63], nonché un “riconoscimento” dell’altro. La conoscenza e la consapevolezza possono essere favorite da uno strumento come Internet che, per questo motivo, può avere un ruolo chiave per un nuovo attivismo, una nuova cittadinanza attiva[64]. Secondo Pierre Lèvy, «è necessaria.., attraverso la politica, un’intransigente e totale presa in carico del futuro da parte della società civile...»; il nesso tra Internet e la democrazia deve essere interpretato in termini di creazione di “intelligenza collettiva”, che consente di sfidare il divenire attraverso la libertà e la responsabilità degli uomini[65].
Forse, proprio la “visibilità pubblica dei pericoli” può fare riacquistare al “cittadino cieco” la “sovranità del proprio giudizio”[66].
Occorre dunque, più in generale, una assunzione di responsabilità che parta da ciascuno di noi, una scelta etica, un ascolto attivo ed una critica ragionata. Tutto questo passa anche, non dimentichiamolo, attraverso un nuovo agire da parte dei “vecchi attori politici”: ossia l’investimento sull’istruzione e sull’implementazione dell’eguaglianza sostanziale, in modo che ciascuno possa avere la propria voce e possa poi passare dalla voice all’azione.
Non possiamo lasciare che la logica del mercato sostituisca la moralità (come invece è accaduto per i consumi energetici, ad esempio). Non bisogna mai dimenticare le implicazioni etiche di ciò che si fa. Tutto ciò che sta accadendo, ivi compreso il trattamento dei dati digitali, ha riflessi importanti sul futuro dell’autonomia, della libertà e della stessa democrazia. Non è tanto importante la “libertà di Internet” per la democrazia, quanto il mantenimento o la creazione di “ambienti dove la vera libertà può ancora essere coltivata e preservata[67]. Occorre sostenere il pensiero critico e l’impegno civico. Il “consumismo informativo” è una minaccia per la democrazia. In altre parole: non sarà Internet, di per sé, a migliorare la politica e la democrazia; esso è solo uno strumento. Ed è uno strumento dalle enormi potenzialità, il cui uso può portare con sé nuove opportunità per ogni individuo (singolo o in gruppo) e dunque anche per la politica. A patto che ciascuno compia scelte responsabili e non smetta di chiedersi: “Come voglio vivere?”
 
 


[1]              Il presente contributo è stato elaborato in occasione della Settima Edizione del Premio Prof. Paolo Michele Erede (2013) e successivamente modificato. In argomento, tra la copiosa letteratura, si segnala il volume A. Tursi, Politica 2.0. Blog, Facebook, Wikileaks: ripensare la sfera pubblicaMilano-Udine, 2011.
[2]              Forme convenzionali di partecipazione politica sono, ad esempio, avviare una discussione politica, assistere ad un comizio, contribuire ad una campagna politica, partecipare a riunioni in cui si prendono decisioni politiche; forme nuove di partecipazione sono firmare una petizione ed aderire ad un boicottaggio. Ciascuno di questi aspetti risulta influenzato dall’utilizzo di Internet che, inevitabilmente, consente una maggiore partecipazione politica.
[3]              Sul sito Internet dell’Associazione si legge infatti: «The internet is a crucial medium through which people can express themselves and share ideas and has become an increasingly important tool through which democracy and human rights activists mobilize and advocate for political, social, and economic reform. Fearing the power of the new technologies, authoritarian states have devised subtle and not-so-subtle ways to filter, monitor, and otherwise obstruct or manipulate the openness of the internet. Even a number of democratic states have considered or implemented various restrictions in response to the potential legal, economic, and security challenges raised by new media.  Responding to these challenges, Freedom House conducts research and produces analysis on levels of internet freedom, conducts advocacy domestically and internationally to protect internet freedom, and conducts an array of programs designed to assist human rights and democracy activists safely use the internet for mobilizing their constituents and communicating their ideas»: http://www.freedomhouse.org/issues/internet-freedom.
[4]              Non è questa, evidentemente, la sede per affrontare la difficile tematica della globalizzazione, che viene qui considerata nella accezione più generale di processo sociale che ha dato vita ad una rete mondiale di connessioni spaziali e interdipendenze funzionali. Si veda, a tal proposito, D. Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, 2006.
[5]              A. Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna, 1994, richiamato da M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, Roma-Bari, 2009, pag. 180.
[6]              M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pag. 186.
[7]              M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pag. 191.
[8]              M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pagg. 202-203.
[9]                Si veda A. Tursi, Politica 2.0, cit., pagine 157 e seguenti.
[10]             Vi è ancora un divario tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche tra diverse classi sociali o generazioni all’interno dello stesso paese. Si parla, a tal proposito, di “digital divide”.
[11]             Si veda Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999, richiamato da M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pagg. 207 e seguenti.
[12]               Così A. Tursi, Politica 2.0, cit., pagina 64, che richiama la proposta di S. Rodotà.
[13]               M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pagine 210 e seguenti.
[14]             A. Arvidsson – A. Delfanti, Introduzione ai media digitali, Bologna, 2013. Secondo gli Autori, Internet «… tende a favorire una nuova modalità relazionale, che è stata definita individualismo in rete...»; essa «facilita anche l’affermarsi di movimenti marcati da un senso identitario fortemente esclusivo». Gli autori pongono poi l’esempio di Twitter: «La peculiarità di twitter è quella di favorire la nascita di pubblici temporanei intorno a una notizia o un tema grazie al sistema degli hashtags, cioè parole chiave che gli utenti inseriscono nei post».
[15]               M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pag. 223.
[16]             «…Il nostro politico, purtroppo, appare rispondere unicamente alla logica della “società dello spettacolo”. Sradicata dall’organizzazione territoriale, la politica marca la propria trascendenza nello spazio pubblicitario delle merci. Il “grande magazzino dei mass media diventa una sorta di “surrealtà” attraverso cui ogni parola e ogni immagine devono passare se vogliono avere una qualche efficacia… In tale rappresentazione simulata di potere effettivo solo perchè creduto tale, il pubblico passivo dei cittadini-spettatori è ridotto a fissare lo sguardo su un ceto politico che diviene personaggio di rotocalchi, trasmissioni radiofoniche o televisive...»: L. Corchia, La democrazia nell’era di Internet. Per una politica dell’intelligenza collettiva, Firenze, 2011. Secondo C. Crouch, si può parlare di “postdemocrazia”: C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, 2012.
[17]             L’adattamento della politica alla logica dei media è detto “mediatizzazione”. Sugli effetti dei media si veda D. McQuail, Sociologia dei media, Bologna, 2007.
[18]             S. Niger, Internet, democrazia e valori costituzionali, cit. L’importanza dell’informazione quando si ha a che fare con Internet è confermata dal fatto che si sente ormai parlare di “sovranità dell’informazione” in capo ai singoli stati: E. Morozov, Il mercato della privacy, Internazionale n. 1016, 6-12/9/2013, pag. 34.
[19]               «Posizioni di rendita e di privilegio vengono scalfite a favore di un allargamento della platea di chi può accedere alla produzione di informazione»: A. Arvidsson – A. Delfanti, Introduzione ai media digitali, Bologna, 2013.
[20]               F. Bruni, Viaggiare senza vedere, Internazionale n. 1017, 13-19/9/2013, pag. 85.
[21]               E. Morozov, Il mercato della privacy, cit.; No hiding place, Economist, 25/5/2013, pag. 78.
[22]             A. Arvidsson – A. Delfanti, Introduzione ai media digitali, Bologna, 2013.
[23]             Si veda S. Niger, Internet, democrazia e valori costituzionalihttp://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1773/S%20Niger%20Internet%20e%20valori%20cost..pdf
[24]             Si parla anche, a proposito, di “Big Data”: si veda V. Mayer-Schonberger – K. Cukier, Big Data, Milano, 2013.
[25]             O. Bergamini, La democrazia della stampa, Roma-Bari, 2006
[26]             A. Baricco, Next, Milano, 2002.
[27]             A. Baricco, Next, cit., pag. 69. L’Autore ci ricorda anche di stare attenti a non confondere quello che è “globalizzazione” da quello che invece è “colonizzazione culturale” (pag 21).
[28]             Il riferimento è a U. Beck, Conditio humana, Roma-Bari, 2011, pag. 93.
[29]               Così S. Rodotà in A. Tursi, Politica 2.0, cit., pagina 13.
[30]             Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet, Milano, 2012.
[31]             Si veda S. Zizek, Trouble in Paradise, London Review of Books, vol. 35, n. 14, 18/7/2013, all’indirizzo http://www.lrb.co.uk/v35/n14/slavoj-zizek/trouble-in-paradise
[32]             Si veda F. Fukuyama, The Middle-Class Revolution, The Wall Street Journal, 28/6/2013, all’indirizzo http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323873904578571472700348086.html
[33]             L’ingenuità della rete, Torino, 2011; nonché To save everything, click here. The Folly of Technological Solutionism, New York, 2013, recensito da S. Poole per The Guardian il 20/3/2013, all’indirizzo http://www.theguardian.com/global/2013/mar/20/save-everything-evgeny-morozov-review e pubblicato in Italia nel 2014 con il titolo Internet non salverà il mondo. Perchè non dobbiamo credere a chi pensa che la Rete possa risolvere ogni problema.In argomento, si veda anche Feel the force, Economist, 4/5/2013, pag. 72
[34]             Egli afferma che: «In sé e per sé Internet non fornisce niente di sicuro: troppe situazioni hanno dimostrato come rafforzi i forti e indebolisca i deboli”.  Si veda anche E. Morozov, Why Social Movements Should Ignore Social Media, New Republic, 5/2/2013, all’indirizzo http://www.newrepublic.com/article/112189/social-media-doesnt-always-help-social-movements
[35]             Si veda M. Gladwell, Small change. Why the revolution will not be tweeted, The New Yorker, 4/10/2010, all’indirizzo http://www.newyorker.com/reporting/2010/10/04/101004fa_fact_gladwell. Secondo l’autore, «l’attivismo di Facebook ha successo non motivando le persone a compiere un vero sacrificio, bensì motivandole a fare le cose che la gente fa quando non è motivata abbastanza per compiere un vero sacrificio…». L’Autore prosegue affermando che i boicottaggi, i sit-in e i confronti nonviolenti, che erano le armi  a disposizione dei movimenti per i diritti civili, sono strategie ad alto rischio, per le quali i social network non sono adatti. Essi, infatti, non sono un nemico naturale dello status quo.
[36]             R. Silverstone, Media and Morality: On the Rise of the Mediapolis, Cambridge, 2006, trad. mia.
[37]             Internet, come i media tutti, ha un ruolo “morale”, nel fornire uno “shareable support for difference”. Questo ruolo è stato sottolineato da Silverstone col dal termine “mediapolis”.
[38]             Follow the leader, Economist, 10/8/2013, pag. 37: Cristina Fernández è tra i politici che utilizzano i social network in America Latina.
[39]             La letteratura sull’argomento è ampia. Si veda, ex multis, F. Pizzetti, Partiti politici e nuove tecnologie, Federalismi.it, 2008, all’indirizzo http://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=11216&dpath=document&dfile=03112008200547.pdf&content=Partiti+politici+e+nuove+tecnologie+-+stato+-+dottrina+-+ ; nonché R. K. Gibson, New Media and the Revitalisation of Politics, all’indirizzo http://www.astrid-online.it/Forme-e-st/Studi—ric/gibson_academic-paper_Hansard-conference_05_11_08.pdf; A. Williamson – L. Miller – F. Fallon, Behind the digital campaign, all’indirizzo http://www.hansardsociety.org.uk/wp-content/uploads/2012/10/Behind-The-Digital-Campaign-2010.pdf; G. Provasi, Informazione, http://www.treccani.it/enciclopedia/informazione_(Enciclopedia_delle_scienze_sociali)/; Processing power, Economist, 30/3/2013, pag. 55. 
[40]             http://www.meetup.com
[41]             http://www.democracyforamerica.com/
[42]             https://www.facebook.com/DFAaction
[43]             Si veda A. Sullivan, Barack Obama is master of the new Facebook politics, The Sunday Times, 25/5/2008.
[44]             Nel loro volume Siamo in guerra, Milano, 2011, affermano tra l’altro che: «siamo in guerra e la vinceremo. La Rete è dalla nostra parte», nonché: «Internet cambia in modo radicale ogni processo: politico, sociale, informativo, economico, organizzativo… I partiti saranno sostituiti dai movimenti». Secondo Grillo e Casaleggio, dunque, la Rete dà informazione, non vuole intermediari, è partecipazione ed è il futuro della politica; «il nuovo mondo sarà postideologico».
[45]             Sul Movimento 5 Stelle la letteratura è copiosa; si possono comunque indicare i seguenti volumi: R. Biorcio – P. Natale, Politica a 5 Stelle, Milano, 2013; E. Greblo, Filosofia di Beppe Grillo, Milano-Udine, 2011.
[46]             E. Morozov analizza la situazione italiana, anche con riferimento al Movimento 5 Stelle, ed afferma: «Molte delle piattaforme online usate per l’impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l’illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica»: R. Menichini, Morozov e la “retorica web” del M5S “Sono scatole oscure, non democrazia”, Repubblica, 5/3/2013, all’indirizzo http://www.repubblica.it/politica/2013/03/05/news/intervista_morozov-53835572/ . Egli è critico anche in relazione all’utilizzo di LiquidFeedback. L’Autore aggiunge: «Non sono sicuro che valga la pena costruire una società in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate – che nessuno potrà mai soddisfare. Eppure questa è la direzione».
[47]            https://www.piratenpartei.de/
[49]             http://www.partito-pirata.it/
[50]             http://www.tuparlamento.it/
[51] Si veda l’articolo di A. Di Corinto, “Tu Parlamento” per tornare alla politica: prove di democrazia liquida a sinistra, La Repubblica, 25/6/2013, rinvenibile all’indirizzo http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/06/25/news/tuparlamento_per_tornare_alla_politica_prove_di_democrazia_liquida_a_sinistra-61825816/
[52]             http://www.parlamento5stelle.com/
[53]             Per l’aspetto della partecipazione in Internet, si veda R. Bartoletti – F. Faccioli (a cura di), Comunicazione e civic engagement, Milano, 2013.
[54]             Si tratta della Convenzione dell’UNECE adottata il 25/6/1998. Si vedano gli indirizzi http://www.unece.org/fileadmin/DAM/env/pp/documents/cep43ital.pdf e http://europa.eu/legislation_summaries/environment/general_provisions/l28056_it.htm
[55]             Il Ministero dell’Ambiente, sul sito Internet dedicato, precisa che: «La legge prevede che tutti i soggetti interessati (individuati con il termine chiunque) possono partecipare alle procedure di valutazione ambientale  esprimendo le loro osservazioni ed istanze, con le modalità stabilite dalla legge. L’informazione e la partecipazione sono garantite tramite: … 2) la pubblicazione sul sito web del Ministero dell’Ambiente dedicato alle Valutazioni Ambientali dell’avvio della procedura (in sede statale), della documentazione amministrativa e tecnica (progettuale e ambientale, anche in linguaggio idoneo ad un pubblico anche non necessariamente esperto), dei termini temporali e delle modalità con cui inviare le proprie osservazioni, contributi e pareri; attraverso il sito web il cittadino potrà poi continuare a seguire l’iter della procedura in corso sino all’esito finale; 3) la presentazione di osservazioni all’autorità competente...», all’indirizzo http://www.va.minambiente.it/comunic-azione/spazioperilcittadino/comeessereinformatiepartecipare.aspx
[56]             http://www.whitehouse.gov/open
[57]             https://petitions.whitehouse.gov/
[58]             Big Vs and Bottom Lines, Economist, 31/8/2013, pag. 44. Si veda anche Special Report on China and the Internet, Economist, 6/4/2013
[59]             E. Morozov, Il mercato della privacy, cit.
[60]             U. Beck, Conditio humana, cit., pag. 107.
[61]             Secondo E. Cheli, «per gestire e vivere correttamente i vantaggi potenziali di questa nuova e ampia libertà sono indispensabili appropriati “strumenti” conoscitivi e operativi che mettano in grado le persone di orientarsi in questi nuovi territori sociali privi di strade certe, di mappe, di fari di orientamento»: E. Cheli, Come difendersi dai media, Roma, 2011.
[62]             M. Revelli, Sinistra destra. L’identità smarrita, cit., pagg. XXI e seguenti.
[63]             Evitando, però di “abusare”del cosmopolitismo, sfruttandolo per “scopi nazional-imperiali”: Si veda U. Beck, Conditio humana, cit., pag. 110.
[64]             Secondo F. Colombo, «I social media possono essere eccellenti strumenti di democrazia dove vi siano le condizioni per una buona politica»: occorrono «senso delle istituzioni, coscienza civile e disponibilità partecipativa» per aversi democrazia: F. Colombo, Il potere socievole, Milano-Torino. 2013.
[65]             Il riferimento è all’opera di Pierre Lèvy, riportato in L. Corchia, La democrazia nell’era di Internet. Per una politica dell’intelligenza collettiva, cit.
[66]             Si veda U. Beck, Conditio humana, cit., pag. 76.
[67]             E. Morozov, Il mercato della privacy, cit.
 
 
Pubblicato su AmbienteDiritto.it l’1 Luglio 2014
 
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