(Unep – Rapporto anno 2014)

Anno: 2015 | Autore: M. GABRIELLA IMBESI

 

 

 

Analisi dei rischi ambientali a livello internazionale

(Unep – Rapporto anno 2014)
 
di M. Gabriella Imbesi
 
La valutazione dei rischi ambientali (risk assesment) è ormai lo strumento più efficace per verificare i danni ambientali e per porvi rimedio, intraprendendo opportune azioni per evitare o minimizzare il rischio (risk management).
Molto interessante, sotto il profilo dell’identificazione dei danni ambientali già presenti e di quelli ancora potenziali, è lo studio approntato dalle Nazioni Unite – Programma Ambiente – che ha predisposto una sorta di mappatura, a livello internazionale, dei diversi rischi ambientali.
L’analisi, che utilizza competenze multidisciplinari, si rivela particolarmente utile in vista soprattutto delle possibili azioni di contrasto che restano affidate al sistema di cooperazione internazionale. Il rapporto sullo “stato di salute del pianeta” evidenzia alcune criticità ambientali che dovrebbero essere attentamente monitorate anche per evitare devastanti effetti sul cambiamento climatico.
 
Eccesso di azoto
La presenza ormai invasiva dell’azoto è legata soprattutto al suo utilizzo in agricoltura. La scoperta del secolo scorso, che ha consentito di trasformare l’azoto presente in atmosfera in ammoniaca (attraverso un processo di sintesi, detto di Haber – Bosch), ha reso, infatti, possibile l’impiego dell’azoto come fertilizzante su larga scala favorendo lo sviluppo della produzione agricola.
Tuttavia l’abuso che attualmente viene fatto dell’azoto e di altri nutrienti produce un impatto inquinante sia sull’aria che sull’acqua; impatto che, come è facile intuire, è più visibile nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo.
Il ciclo dell’azoto risulta infatti profondamente alterato dalle attività dell’uomo che immettono nell’ambiente circa 160 milioni di tonnellate annue, alle quali si aggiunge un’inefficiente applicazione dei fertilizzanti azotati. L’azoto è prodotto anche dall’incenerimento dei rifiuti e dai processi di combustione di combustibili fossili e liquidi (carbone, petrolio e gasolio), dall’emissione dei mezzi di trasporto e dalla combustione effettuata nelle centrali termoelettriche e del carbone. L’azoto ha, dunque, un forte impatto sull’ambiente, che si dispiega in misura diversa, in quanto si può fissare al suolo (in particolare nelle foreste e nelle praterie) e si può disperdere più facilmente nell’aria. Purtroppo l’eccesso di azoto aggrava una serie di problemi ambientali:
  • eutrofia o ipossia da azoto sull’habitat costiero (flora e fauna);
  • perdita di biodiversità nel sistema idrico marino, terrestre e lacuale;
  • inquinamento delle falde;
  • inquinamento di fiumi e laghi da eutrofia e acidificazione;
  • danni alla salute dell’uomo da aerosol e ozono nella troposfera;
  • deforestazione, diminuzione dei raccolti e della produttività del suolo dovuti a deposito di azoto o ad abuso di fertilizzanti;
  • cambiamento climatico globale e assottigliamento della stratosfera, ovvero della parte di ozono che protegge dai raggi ultravioletti.
Le aree costiere ritenute ormai prive di vita o che stanno sperimentando gli effetti dell’eutrofizzazione (con elevate quantità di nitrati e fosfati) purtroppo crescono rapidamente, come dimostra la comparsa di alghe tossiche, stimolate dalla presenza di azoto, che comunque danneggiano le barriere coralline.
Inoltre continua ad aumentare la formazione di ossido di azoto (N2O) che in natura è presente in piccole dosi, ma che si trasforma in uno dei più pericolosi “gas a effetto serra” nelle mani dell’uomo. E’ infatti confermato da studi scientifici che l’azoto gioca un ruolo critico nel cambiamento climatico e nell’adattamento ambientale.
Basterebbe, quindi, un uso più efficiente dell’azoto come fertilizzante a livello mondiale per risparmiare addirittura un bilione di dollari annui in termini di salute umana, clima e biodiversità, intervenendo in modo proattivo nel circolo dell’azoto.
 
Sviluppo di malattie infettive
 Un altro effetto poco indagato della globalizzazione e dell’inquinamento ambientale riguarda la diffusione di epidemie in conseguenza del deterioramento e della distruzione di habitat naturali che riducono il numero dei predatori naturali, cambiano il predominio di alcune specie o creano condizioni favorevoli alla trasmissione di malattie infettive.
Per esempio, la costruzione di alcune infrastrutture (dighe e canali d’irrigazione) favorisce la diffusione di zanzare, che sono le principali portatrici di malaria e febbre dengue (una particolare malattia tropicale).
Il rapporto indica che 15 milioni di persone muoiono annualmente di malattie infettive e che questa è diventata la maggiore causa di mortalità mondiale (25% del totale). Le vittime più numerose si contano proprio tra bambini e adolescenti (le infezioni sono la seconda causa di mortalità dopo le malattie cardiache).
Si tratta di un argomento di grande attualità, perché la deforestazione avvicina sempre più l’uomo a specie animali selvatiche che possono essere veicolo di contagio. Come dimostra la diffusione di Ebola e la malattia di Lyme, provocata dalla puntura di una zecca.
Anche la sovrappopolazione dovuta alla povertà, ai disastri naturali o ai conflitti può diventare causa di contagio di influenza, malaria e del virus del Nilo occidentale (West Nile Virus) che si trasmettono dall’acqua, dal cibo, dalle zanzare o dai roditori.
Un rischio ulteriore è rappresentato da nuove infezioni che ripropongono malattie una volta sotto controllo e che trovano rinnovato vigore nello sviluppo della resistenza agli antibiotici. Tutto ciò contribuisce a creare quella che da molti studiosi è definita una tempesta perfetta della vulnerabilità.
Alla base del fenomeno sono purtroppo i cambiamenti ambientali provocati dall’uomo,  il consumo della terra e la globalizzazione. Lo studio dimostra che laddove si perde la biodiversità prevalgono le infezioni. Incluse la leishmaniosi, la schistosomiasi e la malattia di Chagas (tutte gravi forme di parassitosi). Quest’ultima, ad esempio, presenta un carattere endemico in America latina e nei Caraibi dove sono ammalati ormai circa 10 milioni di persone e si contano almeno 10.000 decessi l’anno. La malattia si trasmette con il contagio da animali domestici e selvatici all’uomo tramite cimici ed è diffuso, in particolare, nelle aree rurali più povere e che versano in condizioni igieniche precarie.
Il cambiamento climatico, accompagnato da temperature più calde ed umide, diffonde alcune patologie anche in territori che prima ne erano esclusi.  Questa consapevolezza ha indotto i governi e le autorità locali ad avviare progetti sanitari con un approccio “ecologico” che, oltre a favorire l’accesso all’acqua ed ai servizi igienici, suggerisce una maggiore protezione dell’ambiente. Infatti i disastri ambientali e l’inquinamento dell’acqua e dell’aria contribuiscono considerevolmente ad aumentare le infezioni.
 
 
Itticoltura e Molluschicoltura
Il settore è in crescita esponenziale, tenuto conto che fornisce la metà del pescato destinato al consumo umano con un forte impatto ambientale. Lo sviluppo maggiore si è registrato in Asia (dove la produzione di pesce ha superato quella della carne) e in Oceania, mentre ha fortemente deluso l’Africa con il declino della produzione del gambero tigre che ci si aspettava decollasse definitivamente. Questi continenti hanno stabilizzato però la produzione mentre in Europa continua a crescere grazie soprattutto al salmone atlantico, che da solo ha raggiunto i due milioni di tonnellate nel 2012, e ai molluschi, la cui produzione è aumentata del 20%.
 Nonostante si stia cercando di adottare tecniche sostenibili, il settore rilascia sostanze che possono rivelarsi pericolose per l’ambiente, come mangimi, medicinali e biocidi (che si trovano, per esempio, in disinfettanti, insetticidi e antiacari). Aumentano inoltre il rischio dell’aumento di parassiti e lo sviluppo di alghe dannose che favoriscono lo sviluppo di specie invasive. La criticità è rappresentata da contaminanti tossici nei pesci che dipendono dai differenti livelli trofici.
L’impatto sull’ambiente è legato anche alle tecniche di allevamento utilizzate, a seconda che si tratti di mollusco-coltura, allevamento di gamberi o allevamento di pesci in gabbie “a mare”.
La prima formula ha un impatto ambientale minore, in quanto le larve o avannotti sono deposti sul fondo del mare o inserite in strutture artificiali al di sotto del livello trofico. L’unico rischio è legato all’introduzione di specie non autoctone.
Quanto alla seconda tecnica, si è osservato che il mangime di alcune specie di gamberetti ha distrutto alcuni habitat costieri, come le foreste di mangrovie, mentre i farmaci utilizzati in acquacoltura possono avere indotto alterazioni genetiche.
L’ultima opzione, quella dell’allevamento in acque marine, riguarda l’intero ciclo di produzione del pesce, come accade per i salmoni atlantici. In questo caso i salmoni, che tendono a nutrirsi naturalmente di pesce, richiedono un’alimentazione particolarmente ricca di proteine a base di farina e olio di pesce. Le specie così allevate possono soffrire di problemi ambientali legati allo scarico di rifiuti, che si accumulano per sedimentazione; stesso rischio anche per le comunità bentoniche che vivono in aree profonde a contatto con il fondo marino, come i coralli di acqua fredda.  
Il ricorso nell’acquacoltura al mangime a base di pesce per i predatori carnivori di grandi dimensioni e a specie ad elevato livello trofico, che sono più ricche di lipidi e proteine, tende ad impoverire lo stock di pescato; così il settore è costretto a cercare soluzioni alternative. Ad esempio si ricorre alle specie a basso trofismo (aringhe, acciughe e krill) che vivono nell’oceano e costituiscono la fonte principale di foraggio per i pesci.
Lo sforzo del settore è rivolto ad affermare un’itticoltura sostenibile, sia con l’adozione di tecniche meno invasive per l’ambiente, sia spostando l’allevamento dalle specie ad alto livello a quelle a più basso livello di trofismo.
 
 
Commercio illegale di fauna selvatica
Si tratta di una pratica condotta spesso da organizzazioni criminali attratte dagli alti profitti e dai bassi rischi dovuti ai controlli scarsi, alla corruzione e alle miti sanzioni previste. La globalizzazione, che amplia la platea dei potenziali consumatori, e l’uso delle tecniche informatiche hanno favorito la crescita del commercio illegale a livello internazionale. Soltanto la cooperazione internazionale e la mutua assistenza legale possono prevenire e contrastare il fenomeno.
In particolare l’interesse di tale commercio si focalizza sulle zanne di elefante e sui corni di rinoceronte, soprattutto per l’avorio (un kg di avorio è valutato sul mercato cinese circa 2.200 dollari USA). Nel 2013 sono stati uccisi almeno 25.000 elefanti e la situazione è addirittura peggiore per i rinoceronti considerato che, anche in virtù dei “poteri” medicinali che gli sono attribuiti, un kg di corno è valutato circa 6.600 dollari USA sul mercato nero. Nel febbraio del 2013 restavano in Africa 20.000 esemplari di rinoceronte bianco a fronte di 4.880 di rinoceronte nero, ormai dichiarato in estinzione. Ma è rilevante anche l’uso di alcuni prodotti di origine animale che è strumentale alla tradizionale medicina dell’Asia orientale. Contribuiscono all’illegalità anche il commercio internazionale di alcune merci, come il legname, e di alcune specie esotiche che spesso rappresentano uno status symbol. Infatti il commercio illegale di animali, piante e pesci (soprattutto tra le specie in estinzione) è una delle maggiori fonti di reddito delle organizzazioni criminali, insieme al traffico di droga, armi e persone. Si stima che intorno a questo genere di commercio gravitino circa 50-150 bilioni di dollari annui. Questa cifra non comprende però i costi ambientali, sociali ed economici del commercio illegale di animali allo stato libero che ostacola gli investimenti nel settore turistico e in altri settori utili allo sviluppo dei paesi interessati, per non parlare della minaccia all’ecosistema e alla biodiversità che rischiano di compromettere la crescita economica.
Tra l’altro si sospetta che i profitti derivanti dal commercio illegale siano reinvestiti nel traffico di armi e munizioni e concorrano a destabilizzare la sicurezza internazionale. La soluzione proposta consiste, pertanto, nel riconoscere la gravità del reato da contrastare con il ricorso alla cooperazione internazionale.
 
 
Gli idrati di metano
 Studi recenti stimano che tale risorsa potrebbe fornire energia in quantità superiore a quella ricavabile dalle attuali riserve di combustibile fossile (petrolio e gas), ma si tratta di ipotesi non verificate. I gas idrati naturali assumono la forma di ghiaccio quando il metano e altri gas si combinano con l’acqua a determinate condizioni di alta pressione e bassa temperatura. Il 99% degli idrati sono depositati nei margini continentali dei sedimenti marini, mentre a parte restante è collocata sotto il permafrost artico. Per esempio si rintracciano gas idrati in oceano aperto dove la media della temperatura dell’acqua alla profondità di 500 metri è di circa 2°/4°.
Il metano (CH4) è uno dei componenti del gas naturale ed è considerato, insieme al biossido di carbonio (CO2) e al protossido di azoto (N2O), un gas a “effetto serra,” ma ha un potenziale di riscaldamento globale superiore di circa 20 volte a quello della CO2.
Le sue emissioni derivano da fonti naturali (come le zone umide e le risaie) e antropogeniche (effetto della deforestazione, della decomposizione di rifiuti solidi urbani, dell’attività di allevamento o della produzione di carbone e  di petrolio).
Alcuni studiosi sostengono che il riscaldamento del pianeta provoca la destabilizzazione degli idrati di metano (e quindi il rilascio di metano) che potrebbe aumentare l’inquinamento e, a sua volta, provocare l’aumento globale della temperatura.  Intanto gli scienziati tengono il fenomeno sotto controllo per i rischi connessi all’eventuale sfruttamento di tale risorsa.
Secondo il rapporto, il riscaldamento provocherà anche l’emissione di gas metano a “effetto serra” dal permafrost artico (e non da sotto il permafrost dove si trovano gli idrati di metano), così come già accade nella tundra artica. A proposito dello strato di ghiaccio artico, alcuni scienziati ritengono che condizioni favorevoli alla presenza di idrati di metano si rinvengano anche nei sedimenti posti a 300 metri di profondità nell’antartico occidentale e a 700 metri di profondità nell’antartico orientale.
Tali considerazioni hanno portato a ritenere gli idrati di metano alla stregua di una risorsa naturale disponibile e alcuni stati, oltre ad organismi internazionali, hanno adottato iniziative per mappare gli attuali depositi naturali e verificarne l’eventuale possibilità di sfruttamento. Il primo esperimento in questo senso è stato compiuto nel marzo 2013 nell’isola giapponese di Honshu, un’area ricca di sedimenti di idrati, concluso con la produzione di 120.000 mc di metano.
La fruibilità del metano implica tuttavia sofisticate tecniche di decompressione con rischi ambientali. Gli studiosi stanno valutando, quindi, la percorribilità dello sfruttamento economico di questa risorsa anche alla luce dell’impatto ambientale (emissione di gas a effetto serra e instabilità dei versanti marini interessati all’estrazione).
 
 
Partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica
Il rapporto prende atto di un fenomeno in espansione, quello dei cittadini, c.d. Citizen science, che come volontari, pur non rivestendo incarichi scientifici e professionali, partecipano alla raccolta e all’analisi di dati, collaborano allo sviluppo della tecnologia, testano i fenomeni naturali e diffondono i risultati di questa attività. Il loro apporto agli studi ambientali, oltre ad essere a bassissimo costo, è qualificato e il risultato è veloce perché i volontari hanno un approccio più pragmatico e dimostrano il crescente interesse della cittadinanza per le problematiche del territorio.
Un esempio particolarmente interessante in tal senso è rappresentato dall’esperienza del Big Garden Bird Watch (il parco dove è possibile osservare e studiare le diverse specie di uccelli) a Londra dove i volontari sono largamente impiegati (oltre 400.000) distribuiti in 228 postazioni di osservazione. Il progetto che li coinvolge è partito nel 1998 ed ha incontrato un grande successo.
L’attività del “Citizen science” va bel oltre la raccolta dei dati e testimonia la partecipazione dei cittadini alle problematiche ambientali, la loro motivazione e un migliore accesso del pubblico alle informazioni grazie alle nuove tecnologie (satelliti, GPS, e app di smartphone) che consentono la partecipazione anche di volontari che risiedono in località sperdute.
La diffusione dei progetti che coinvolgono il pubblico non è importante solo per l’ambiente, ma ha profonde implicazioni sociali e culturali. Il primo esperimento è partito in Finlandia nel 2000 ed ha consentito il ripristino ambientale di un’area fortemente degradata intorno al fiume Jukajoki nella Carelia settentrionale. Il successo dell’iniziativa dimostra come sia importate coniugare l’indagine scientifica con la conoscenza e la tradizione delle popolazioni autoctone, comprese quelle indigene. Come è stato fatto in Congo, sfruttando le conoscenze locali dei pigmei Bayaka; nel deserto del Kalahari, dove le popolazioni tribali “San people,” (avvalendosi di un innovativo programma informatico, Cybertracker, che può essere usato anche da chi non sa né leggere né scrivere), tramite pittogrammi, hanno fornito preziose informazioni sul comportamento degli animali e monitorato progetti di salvaguardia ambientale; nell’Australia settentrionale con il contributo delle donne indigene.
Al momento sono oltre 700 i progetti indipendenti avviati in ben 75 stati che utilizzano queste modalità di ricerca. Gli esiti positivi delle ricerche finora condotte hanno indotto la stessa Commissione europea, in un apposito Libro verde, a riconoscere il valore scientifico e strategico di questo tipo di approccio.
 
 
Inquinamento dell’aria e innalzamento dei rischi per la salute
Sebbene siano numerosi gli interventi per risanare la qualità dell’aria, ogni anno muoiono milioni di persone sia nel paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo a causa dell’inquinamento atmosferico. Le fonti di inquinamento includono il traffico automobilistico, alcuni settori industriali, le centrali elettriche, il riscaldamento domestico e quello derivante da fossili solidi (carbone, legno, rifiuti), la combustione da incendi forestali e da rifiuti e residui agricoli. Risulta particolarmente inquinante il particolato (polvere sottile) che penetra nel corpo umano fino ai polmoni e al sangue. Per questo motivo muoiono ogni anno 3,5 milioni di persone, in particolare nei paesi più inquinati. Per esempio, in Cina questa percentuale tra il 2000 e il 2005 è aumentata del 5% e in India del 12%. Parallelamente è aumentato il costo dell’inquinamento in termini di salute pubblica.  Per questo motivo tendono ad aumentare, a livello internazionale, le azioni sinergiche per ridurre tale forma di inquinamento con il ricorso all’efficientamento energetico e ad energie alternative. L’innovazione tecnologica ha contribuito a ridurre le emissioni in molti settori, che vanno dalla produzione automobilistica all’agricoltura, dagli impianti industriali al trattamento dei rifiuti. Anche se è sempre presente il rischio che l’innovazione si accompagni ad un aumento del numero delle unità-merce  prodotte (come spesso avviene per le automobili).
Le autorità internazionali (come quella mondiale della sanità) hanno stilato, dunque, delle linee guida che definiscono la qualità dell’aria con la valutazione degli effetti dell’inquinamento sulla salute attraverso l’individuazione di apposite soglie.
 
 
Detriti di plastica nell’oceano
Un’altra problematica ambientale è rappresentata dai detriti di plastica trasportati che, oltre a costituire un veicolo di contaminazione chimica della rete alimentare, sono un pericolo se ingeriti dai numerosi organismi marini (uccelli marini, pesci, mitili, tartarughe, anellidi e insieme di organismi animali che costituiscono il plancton). Particolarmente pericolosi sono i piccoli detriti in plastica la cui frammentazione dipende anche da una serie di fattori, compresi la temperatura e la quantità di raggi UV disponibili.
Si tratta di oggetti di piccole dimensioni che non superano i 5 mm e che possono essere facilmente ingeriti. Lo studio riferisce che recentemente se ne è trovata traccia nel ghiaccio del Mare Artico – oltre che in laghi e fiumi – con il rischio che, al momento del disgelo, possa  essere ingerito da molti organismi e, comunque, faciliti la diffusione di infezioni attraverso microbi dannosi.
La presenza di plastica rappresenta, dunque, un danno significativo per ecosistemi delicati come le barriere coralline.
 
 
Il rapido cambiamento dell’Artico
Altra criticità ambientale è rappresentata dal veloce cambiamento dell’area artica che impone, secondo il rapporto UNEP, l’adozione di urgenti azioni di contrasto a partire dalla riduzione dei gas a “effetto serra.”
Il dato più rilevante del riscaldamento del pianeta è una perdita di acqua di mare senza precedenti (c.d. desalinizzazione) cui si accompagna la minaccia alla biodiversità.
Il rapido cambiamento dell’artico produce effetti sia sulla terra (sono a rischio di estinzioni specie artiche come l’orso polare e il tricheco) che sul mare (con riferimento al rischio di acidificazione degli oceani). Questi fenomeni sono un rischio ambientale, ma al tempo stesso una sfida perché comportano possibilità di sfruttamento di territori prima completamente isolati o in condizioni ambientali insopportabili. Ora aumentano, invece, le esplorazioni per giacimenti di petrolio e gas, favorite dalla percorribilità di nuove rotte commerciali. Si aprono, quindi, nuove possibilità per l’attività di pesca e per lo sfruttamento delle risorse energetiche locali.
L’Organizzazione marittima internazionale sta predisponendo un codice di sicurezza internazionale  (the Polar Code) che assicuri protezione dal rischio ambientale alle navi che operano nelle acque inospitali intorni ai due poli.
Tema ricorrente, anche in questo caso, è quello che individua la soluzione più corretta nella cooperazione internazionale, la sola in grado di sviluppare un sistema di monitoraggio del rischio ambientale e di costruire una rete di protezione.

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