CODICE CIVILE 2017. Con le Disposizioni per l'attuazione del Codice civile e disposizioni.

argomento: 

Provvedimento: 
REGIO DECRETO
Numero: 
262

Tipo: 

Data: 
16/03/1942
Pubblicato su: 
G.U.
Numero pubblicazione: 
79
Data pubblicazione: 
04/04/1942

 

CODICE CIVILE

 

2017


REGIO DECRETO 16 marzo 1942, n. 262

Approvazione del testo del Codice civile.

 

Agg. e coord. alla Sentenza della Corte costituzionale, dell'8 novembre 2016, n. 286 (in G.U. 28/12/2016 n. 52), e al DECRETO LEGISLATIVO 15 marzo 2017, n. 38 (in G.U. 30/03/2017, n.75) 

 

REGIO DECRETO 16 marzo 1942-XX, n. 262.

Approvazione del testo del Codice civile

VITTORIO EMANUELE III

PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA' DELLA NAZIONE

RE D'ITALIA E DI ALBANIA

IMPERATORE D'ETIOPIA



Visti i Regi decreti 12 dicembre 1938-XVII, n. 1852, 26 ottobre 1939-XVII, n. 1586, 30 gennaio 1941-XIX, n. 15, 30 gennaio 1941-XIX, n. 16, 30 gennaio 1941-XIX, n. 17 e 30 gennaio 1941-XIX, n. 18, che danno facolta' al Governo di provvedere alla riunione ed al coordinamento dei libri del Codice civile delle persone, delle successioni per causa di morte e delle donazioni, della proprieta', delle obbligazioni, del lavoro e della tutela dei diritti, approvati con gli stessi Regi decreti;
Vista la legge 30 gennaio 1941-XIX, n. 14, sul valore giuridico della Carta del Lavoro;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Guardasigilli, Ministro Segretario di Stato per la grazia e giustizia;
Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1.

E' approvato il testo del Codice civile, il quale, preceduto dalle
disposizioni sul valore giuridico della Carta del Lavoro, dal testo
della Carta del Lavoro, approvato dal Gran Consiglio del Fascismo il
21 aprile 1927-V, e dalle Disposizioni sulla legge in generale, avra'
esecuzione a cominciare dal 21 aprile 1942-XX, sostituendo da questa
data i libri del Codice stesso, approvati con i Regi decreti 12
dicembre 1938-XVII, n. 1852, 26 ottobre 1939-XVII, n. 1586, 30
gennaio 1941-XIX, n. 15, 30 gennaio 1941-XIX, n. 16, 30 gennaio
1941-XIX, n. 17, e 30 gennaio 1941-XIX, n. 18. ((3))
-------------
AGGIORNAMENTO (3)
Il D.Lgs. Luogotenenziale 14 settembre 1944, n. 287 ha disposto
(con l'art. 2, comma 1) che "La legge 30 gennaio 1941, n. 14, sul
valore giuridico della Carta del Lavoro e' abrogata, rimanendo
soppressa, nell'art. 1 del R. decreto 16 marzo 1942, n. 262, che
approva il testo del Codice civile, la menzione delle disposizioni
sul valore giuridico della Carta del lavoro e del testo della Carta
del lavoro medesima".
Art. 2.

Un esemplare del testo del Codice civile, firmato da Noi e
contrassegnato dal Nostro Ministro Segretario di Stato per la grazia
e giustizia, servira' di originale e sara' depositato e custodito
nell'Archivio del Regno.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato,
sia inserto nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del
Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare.

Dato a Roma, addi' 16 marzo 1942-XX

VITTORIO EMANUELE

MUSSOLINI - GRANDI

Visto, il Guardasigilli: GRANDI.
Registrato alla Corte dei conti, addi' 16 marzo 1942-XX
Atti del Governo, registro n. 443, foglio n. 53 - MANCINI
Disposizioni sulla legge in generale
CAPO I
Delle fonti del diritto

DISPOSIZIONI SULLA LEGGE IN GENERALE


Art. 1.

(Indicazione delle fonti).

Sono fonti del diritto:
1) le leggi;
2) i regolamenti;
3) le norme corporative
4) gli usi.
Art. 2.

(Leggi).

La formazione delle leggi e l'emanazione degli atti del Governo
aventi forza di legge sono disciplinate da leggi di carattere
costituzionale.
Art. 3.

(Regolamenti).

Il potere regolamentare del Governo e' disciplinato da leggi di
carattere costituzionale.

Il potere regolamentare di altre autorita' e' esercitato nei limiti
delle rispettive competenze, in conformita' delle leggi particolari.
Art. 4.

(Limiti della disciplina regolamentare).

I regolamenti non possono contenere norme contrarie alle
disposizioni delle leggi.

I regolamenti emanati a norma del secondo comma dell'art. 3 non
possono nemmeno dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti
emanati dal Governo.
Art. 5.

(Norme corporative).

Sono norme corporative le ordinanze corporative, gli accordi
economici collettivi, i contratti collettivi di lavoro e le sentenze
della magistratura del lavoro nelle controversie collettive.
Art. 6.

(Formazione ed efficacia delle norme corporative).

La formazione e l'efficacia delle norme corporative sono
disciplinate nel codice civile e in leggi particolari.
Art. 7.

(Limiti della disciplina corporativa).

Le norme corporative non possono derogare alle disposizioni
imperative delle leggi e dei regolamenti.
Art. 8.

(Usi).

Nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti gli usi hanno
efficacia solo in quanto sono da essi richiamati.

Le norme corporative prevalgono sugli usi, anche se richiamati
dalle leggi e dai regolamenti, salvo che in esse sia diversamente
disposto.
Art. 9.

(Raccolte di usi).

Gli usi pubblicati nelle raccolte ufficiali degli enti e degli
organi a cio' autorizzati si presumono esistenti fino a prova
contraria.
CAPO II
Dell'applicazione della legge in generale

Art. 10.

(Inizio dell'obbligatorieta' delle leggi e dei regolamenti).

Le leggi e i regolamenti divengono obbligatori nel decimoquinto
giorno successivo a quello della loro pubblicazione, salvo che sia
altrimenti disposto.

Le norme corporative divengono obbligatorie nel giorno successivo a
quello della pubblicazione, salvo che in esse sia altrimenti
disposto.
Art. 11.

(Efficacia della legge nel tempo).

Le legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto
retroattivo.

I contratti collettivi di lavoro possono stabilire per la loro
efficacia una data anteriore alla pubblicazione, purche' non preceda
quella della stipulazione.
Art. 12.

(Interpretazione della legge).

Nell'applicare la legge non si puo' ad essa attribuire altro senso
che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo
la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.

Se una controversia non puo' essere decisa con una precisa
disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi
simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide
secondo i principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato.
Art. 13.

(Esclusione dell'applicazione analogica delle norme corporative).

Le norme corporative non possono essere applicate a casi simili o a
materie analoghe a quelli da esse contemplati.
Art. 14.

(Applicazione delle leggi penali ed eccezionali).

Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad
altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse
considerati.
Art. 15.

(Abrogazione delle leggi).

Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per
dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilita' tra le
nuove disposizioni e le precedenti o perche' la nuova legge regola
l'intera materia gia' regolata dalla legge anteriore.
Art. 16.

(Trattamento dello straniero).

Lo straniero e' ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al
cittadino a condizione di reciprocita' e salve le disposizioni
contenute in leggi speciali.

Questa disposizione vale anche per le persone giuridiche straniere.
Art. 17.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 18.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 19.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218 ((167))

-------------
AGGIORNAMENTO (167)
La Corte Costituzionale, con sentenza 21 giugno-4 luglio 2006, n.
254 (in G.U. 1a s.s. 12/7/2006, n. 28) ha dichiarato
"l'illegittimita' costituzionale dell'art. 19, comma primo, delle
disposizioni preliminari al codice civile".
Art. 20.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 21.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 22.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 23.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 24.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 25.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 26.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 27.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 28.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 29.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 30.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
Art. 31.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 31 MAGGIO 1995, N. 218))
LIBRO PRIMO
DELLE PERSONE E DELLA FAMIGLIA
TITOLO I
DELLE PERSONE FISICHE

CODICE CIVILE


Art. 1.

(Capacita' giuridica).

La capacita' giuridica si acquista dal momento della nascita.

I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono
subordinati all'evento della nascita.

((IL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N. 287 HA CONFERMATO
L'ABROGAZIONE DEL PRESENTE COMMA)).
Art. 2.

(( (Maggiore eta'. Capacita' di agire).))

((La maggiore eta' e' fissata al compimento del diciottesimo anno.
Con la maggiore eta' si acquista la capacita' di compiere tutti gli
atti per i quali non sia stabilita una eta' diversa.

Sono salve le leggi speciali che stabiliscono un'eta' inferiore in
materia di capacita' a prestare il proprio lavoro. In tal caso il
minore e' abilitato all'esercizio dei diritti e delle azioni che
dipendono dal contratto di lavoro)).
Art. 3.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 8 MARZO 1975, N. 39))

Art. 4.

(Commorienza).

Quando un effetto giuridico dipende dalla sopravvivenza di una
persona a un'altra e non consta quale di esse sia morta prima, tutte
si considerano morte nello stesso momento.

Art. 5.

(Atti di disposizione del proprio corpo).

Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando
cagionino una diminuzione permanente della integrita' fisica, o
quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al
buon costume. ((210))
---------------
AGGIORNAMENTO (210)
La L. 19 settembre 2012, n. 167 ha disposto (con l'art. 1, comma 1)
che "In deroga al divieto di cui all'articolo 5 del codice civile, e'
ammesso disporre a titolo gratuito di parti di polmone, pancreas e
intestino al fine esclusivo del trapianto tra persone viventi".
Art. 6.

(Diritto al nome).

Ogni persona ha diritto al nome che le e' per legge attribuito.

Nel nome si comprendono il prenome e il cognome.

Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non
nei casi e con le formalita' dalla legge indicati.

Art. 7.

(Tutela del diritto al nome).

La persona, alla quale si contesti il diritto all'uso del proprio
nome o che possa risentire pregiudizio dall'uso che altri
indebitamente ne faccia, puo' chiedere giudizialmente la cessazione
del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni.

L'autorita' giudiziaria puo' ordinare che la sentenza sia
pubblicata in uno o piu' giornali.

Art. 8.

(Tutela del nome per ragioni familiari).

Nel caso previsto dall'articolo precedente, l'azione puo' essere
promossa anche da chi, pur non portando il nome contestato o
indebitamente usato, abbia alla tutela del nome un interesse fondato
su ragioni familiari degne d'essere protette.

Art. 9.

(Tutela dello pseudonimo).

Lo pseudonimo, usato da una persona in modo che abbia acquistato
l'importanza del nome, puo' essere tutelato ai sensi dell'art. 7.

Art. 10.

(Abuso dell'immagine altrui).

Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei
figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui
l'esposizione o la pubblicazione e' dalla legge consentita, ovvero
con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o
dei detti congiunti, l'autorita' giudiziaria, su richiesta
dell'interessato, puo' disporre che cessi l'abuso, salvo il
risarcimento dei danni.

TITOLO II
DELLE PERSONE GIURIDICHE
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 11.

(Persone giuridiche pubbliche).

Le provincie e i comuni, nonche' gli enti pubblici riconosciuti
come persone giuridiche godono dei diritti secondo le leggi e gli usi
osservati come diritto pubblico.

Art. 12.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 10 FEBBRAIO 2000, N. 361))
Art. 13

(Societa').

Le societa' sono regolate dalle disposizioni contenute nel libro V.

CAPO II
Delle associazioni e delle fondazioni

Art. 14.

(Atto costitutivo).

Le associazioni e le fondazioni devono essere costituite con atto
pubblico.

La fondazione puo' essere disposta anche con testamento.

Art. 15.

(Revoca dell'atto costitutivo della fondazione).

L'atto di fondazione puo' essere revocato dal fondatore fino a
quando non sia intervenuto il riconoscimento ovvero il fondatore non
abbia fatto iniziare l'attivita' dell'opera da lui disposta.

La facolta' di revoca non si trasmette agli eredi.

Art. 16.

(Atto costitutivo e statuto. Modificazioni).

L'atto costitutivo e lo statuto devono contenere la denominazione
dell'ente, l'indicazione dello scopo, del patrimonio e della sede,
nonche' le norme sull'ordinamento e sull'amministrazione. Devono
anche determinare, quando trattasi di associazioni, i diritti e gli
obblighi degli associati e le condizioni della loro ammissione; e,
quando trattasi di fondazioni, i criteri e le modalita' di erogazione
delle rendite.

L'atto costitutivo e lo statuto possono inoltre contenere le norme
relative alla estinzione dell'ente e alla devoluzione del patrimonio,
e, per le fondazioni, anche quelle relative alla loro trasformazione.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 10 FEBBRAIO 2000, N. 361)).
Art. 17.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 15 MAGGIO 1997, N. 127)) ((108))
--------------
AGGIORNAMENTO (108)
La L. 15 maggio 1997, n. 127 ha disposto (con l'art. 13, comma 2)
che "Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle
acquisizioni deliberate o verificatesi in data anteriore a quella di
entrata in vigore della presente legge".
Art. 18.

(Responsabilita' degli amministratori).

Gli amministratori sono responsabili verso l'ente secondo le norme
del mandato. E' pero' esente da responsabilita' quello degli
amministratori il quale non abbia partecipato all'atto che ha causato
il danno, salvo il caso in cui, essendo a cognizione che l'atto si
stava per compiere, egli non abbia fatto constare del proprio
dissenso.

Art. 19.

(Limitazioni del potere di rappresentanza).

Le limitazioni del potere di rappresentanza, che non risultano dal
registro indicato nell'art. 33, non possono essere opposte ai terzi,
salvo che si provi che essi ne erano a conoscenza.

Art. 20.

(Convocazione dell'assemblea delle associazioni).

L'assemblea delle associazioni deve essere convocata dagli
amministratori una volta l'anno per l'approvazione del bilancio.

L'assemblea deve essere inoltre convocata quando se ne ravvisa la
necessita' o quando ne e' fatta richiesta motivata da almeno un
decimo degli associati. In quest'ultimo caso, se gli amministratori
non vi provvedono, la convocazione puo' essere ordinata dal
presidente del tribunale.

Art. 21.

(Deliberazioni dell'assemblea).

Le deliberazioni dell'assemblea sono prese a maggioranza di voti e
con la presenza di almeno la meta' degli associati. In seconda
convocazione la deliberazione e' valida qualunque sia il numero degli
intervenuti. Nelle deliberazioni di approvazione del bilancio e in
quelle che riguardano la loro responsabilita' gli amministratori non
hanno voto.

Per modificare l'atto costitutivo e lo statuto, se in essi non e'
altrimenti disposto, occorrono la presenza di almeno tre quarti degli
associati e il voto favorevole della maggioranza dei presenti.

Per deliberare lo scioglimento dell'associazione e la devoluzione
del patrimonio occorre il voto favorevole di almeno tre quarti degli
associati.

Art. 22.

(Azioni di responsabilita' contro gli amministratori).

Le azioni di responsabilita' contro gli amministratori delle
associazioni per fatti da loro compiuti sono deliberate
dall'assemblea e sono esercitate dai nuovi amministratori o dai
liquidatori.

Art. 23.

(Annullamento e sospensione delle deliberazioni).

Le deliberazioni dell'assemblea contrarie alla legge, all'atto
costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli
organi dell'ente, di qualunque associato o del pubblico ministero.

L'annullamento della deliberazione non pregiudica i diritti
acquistati dai terzi di buona fede in base ad atti compiuti in
esecuzione della deliberazione medesima.

Il presidente del tribunale o il giudice istruttore, sentiti gli
amministratori dell'associazione, puo' sospendere, su istanza di
colui che ha proposto l'impugnazione, l'esecuzione della
deliberazione impugnata, quando sussistono gravi motivi. Il decreto
di sospensione deve essere motivato ed e' notificato agli
amministratori.

L'esecuzione delle deliberazioni contrarie all'ordine pubblico o al
buon costume puo' essere sospesa anche dall'autorita' governativa.

Art. 24.

(Recesso ed esclusione degli associati).

La qualita' di associato non e' trasmissibile, salvo che la
trasmissione sia consentita dall'atto costitutivo o dallo statuto.

L'associato puo' sempre recedere dall'associazione se non ha
assunto l'obbligo di farne parte per un tempo determinato. La
dichiarazione di recesso deve essere comunicata per iscritto agli
amministratori e ha effetto con lo scadere dell'anno in corso,
purche' sia fatta almeno tre mesi prima.

L'esclusione d'un associato non puo' essere deliberata
dall'assemblea che per gravi motivi: l'associato puo' ricorrere
all'autorita' giudiziaria entro sei mesi dal giorno in cui gli e'
stata notificata la deliberazione.

Gli associati, che abbiano receduto o siano stati esclusi o che
comunque abbiano cessato di appartenere all'associazione, non possono
ripetere i contributi versati, ne' hanno alcun diritto sul patrimonio
dell'associazione.

Art. 25.

(Controllo sull'amministrazione delle fondazioni).

L'autorita' governativa esercita il controllo e la vigilanza
sull'amministrazione delle fondazioni; provvede alla nomina e alla
sostituzione degli amministratori o dei rappresentanti, quando le
disposizioni contenute nell'atto di fondazione non possono attuarsi;
annulla, sentiti gli amministratori, con provvedimento definitivo, le
deliberazioni contrarie a norme imperative, all'atto di fondazione,
all'ordine pubblico o al buon costume; puo' sciogliere
l'amministrazione e nominare un commissario straordinario, qualora
gli amministratori non agiscano in conformita' dello statuto o dello
scopo della fondazione o della legge.

L'annullamento della deliberazione non pregiudica i diritti
acquistati dai terzi di buona fede in base ad atti compiuti in
esecuzione della deliberazione medesima.

Le azioni contro gli amministratori per fatti riguardanti la loro
responsabilita' devono essere autorizzate dall'autorita' governativa
e sono esercitate dal commissario straordinario, dai liquidatori o
dai nuovi amministratori.

Art. 26.

(Coordinamento di attivita' e unificazione di amministrazione).

L'autorita' governativa puo' disporre il coordinamento
dell'attivita' di piu' fondazioni ovvero l'unificazione della loro
amministrazione, rispettando, per quanto e' possibile, la volonta'
del fondatore.

Art. 27.

(Estinzione della persona giuridica).

Oltre che per le cause previste nell'atto costitutivo e nello
statuto, la persona giuridica si estingue quando lo scopo e' stato
raggiunto o e' divenuto impossibile.

Le associazioni si estinguono inoltre quando tutti gli associati
sono venuti a mancare.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 10 FEBBRAIO 2000, N. 361)).
Art. 28.

(Trasformazione delle fondazioni)

Quando lo scopo e' esaurito o divenuto impossibile o di scarsa
utilita', o il patrimonio e' divenuto insufficiente, l'autorita'
governativa, anziche' dichiarare estinta la fondazione, puo'
provvedere alla sua trasformazione, allontanandosi il meno possibile
dalla volonta' del fondatore.

La trasformazione non e' ammessa quando i fatti che vi darebbero
luogo sono considerati nell'atto di fondazione come causa di
estinzione della persona giuridica e di devoluzione dei beni a terze
persone.

Le disposizioni del primo comma di questo articolo e dell'art. 26
non si applicano alle fondazioni destinate a vantaggio soltanto di
una o piu' famiglie determinate.

Art. 29.

(Divieto di nuove operazioni).

Gli amministratori non possono compiere nuove operazioni, appena e'
stato loro comunicato il provvedimento che dichiara l'estinzione
della persona giuridica o il provvedimento con cui l'autorita', a
norma di legge, ha ordinato lo scioglimento dell'associazione, o
appena e' stata adottata dall'assemblea la deliberazione di
scioglimento dell'associazione medesima. Qualora trasgrediscano a
questo divieto, assumono responsabilita' personale e solidale.

Art. 30.

(Liquidazione).

Dichiarata l'estinzione della persona giuridica o disposto lo
scioglimento dell'associazione, si procede alla liquidazione del
patrimonio secondo le norme di attuazione del codice.

Art. 31.

(Devoluzione dei beni).

I beni della persona giuridica, che restano dopo esaurita la
liquidazione, sono devoluti in conformita' dell'atto costitutivo o
dello statuto.

Qualora questi non dispongano, se trattasi di fondazione, provvede
l'autorita' governativa, attribuendo i beni ad altri enti che hanno
fini analoghi; se trattasi di associazione, si osservano le
deliberazioni dell'assemblea che ha stabilito lo scioglimento e,
quando anche queste mancano, provvede nello stesso modo l'autorita'
governativa.

I creditori che durante la liquidazione non hanno fatto valere il
loro credito possono chiedere il pagamento a coloro ai quali i beni
sono stati devoluti, entro l'anno dalla chiusura della liquidazione,
in proporzione e nei limiti di cio' che hanno ricevuto.

Art. 32.

(Devoluzione dei beni con destinazione particolare).

Nel caso di trasformazione o di scioglimento di un ente, al quale
sono stati donati o lasciati beni con destinazione a scopo diverso da
quello proprio dell'ente, l'autorita' governativa devolve tali beni,
con lo stesso onere, ad altre persone giuridiche che hanno fini
analoghi.

Art. 33.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 10 FEBBRAIO 2000, N. 361))
Art. 34.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 10 FEBBRAIO 2000, N. 361))
Art. 35.

(Disposizione penale).

Gli amministratori e i liquidatori che non richiedono le iscrizioni
prescritte dagli articoli 33 e 34, nel termine e secondo le modalita'
stabiliti dalle norme di attuazione del codice, sono puniti con
l'ammenda da lire cento a lire cinquemila. ((126))
--------------
AGGIORNAMENTO (126)
Il D.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361 ha disposto (con l'art. 11,
comma 1, lettera e)) che "Al sensi dell'articolo 20, comma 4, della
legge 15 marzo 1997, n. 59, dalla data di entrata in vigore del
presente regolamento, sono abrogate le seguenti disposizioni:
[...]
e) articolo 35, limitatamente alle parole: "dagli articoli 33 e 34,
nel termine e secondo le modalita' stabilite dalle norme di
attuazione del codice"."
CAPO III
Delle associazioni non riconosciute e dei comitati

Art. 36.

(Ordinamento e amministrazione delle associazioni non riconosciute)

L'ordinamento interno e l'amministrazione delle associazioni non
riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi
degli associati.

Le dette associazioni possono stare in giudizio nella persona di
coloro ai quali, secondo questi accordi, e' conferita la presidenza o
la direzione.

Art. 37.

(Fondo comune).

I contributi degli associati e i beni acquistati con questi
contributi costituiscono il fondo comune dell'associazione. Finche'
questa dura, i singoli associati non possono chiedere la divisione
del fondo comune, ne' pretenderne la quota in caso di recesso.

Art. 38.

(Obbligazioni).

Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano
l'associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo
comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e
solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto
dell'associazione.

Art. 39.

(Comitati).

I comitati di soccorso o di beneficenza e i comitati promotori di
opere pubbliche, monumenti, esposizioni, mostre, festeggiamenti e
simili sono regolati dalle disposizioni seguenti, salvo quanto e'
stabilito nelle leggi speciali.

Art. 40.

(Responsabilita' degli organizzatori).

Gli organizzatori e coloro che assumono la gestione dei fondi
raccolti sono responsabili personalmente e solidalmente della
conservazione dei fondi e della loro destinazione allo scopo
annunziato.

Art. 41.

(Responsabilita' dei componenti. Rappresentanza in giudizio).

Qualora il comitato non abbia ottenuto la personalita' giuridica, i
suoi componenti rispondono personalmente e solidalmente delle
obbligazioni assunte. I sottoscrittori sono tenuti soltanto a
effettuare le oblazioni promesse.

Il comitato puo' stare in giudizio nella persona del presidente.
Art. 42.

(Diversa destinazione dei fondi).

Qualora i fondi raccolti siano insufficienti allo scopo, o questo
non sia piu' attuabile, o, raggiunto lo scopo, si abbia un residuo di
fondi, l'autorita' governativa stabilisce la devoluzione dei beni, se
questa non e' stata disciplinata al momento della costituzione.

TITOLO III
DEL DOMICILIO E DELLA RESIDENZA

Art. 43.

(Domicilio e residenza).

Il domicilio di una persona e' nel luogo in cui essa ha stabilito
la sede principale dei suoi affari e interessi.

La residenza e' nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale.

Art. 44.

(Trasferimento della residenza e del domicilio).

Il trasferimento della residenza non puo' essere opposto ai terzi
di buona fede, se non e' stato denunciato nei modi prescritti dalla
legge.

Quando una persona ha nel medesimo luogo il domicilio e la
residenza e trasferisce questa altrove, di fronte ai terzi di buona
fede si considera trasferito pure il domicilio, se non si e' fatta
una diversa dichiarazione nell'atto in cui e' stato denunciato il
trasferimento della residenza.

Art. 45.

Domicilio dei coniugi, del minore e dell'interdetto.

Ciascuno dei coniugi ha il proprio domicilio nel luogo in cui ha
stabilito la sede principale dei propri affari o interessi. ((45))

Il minore ha il domicilio nel luogo di residenza della famiglia o
quello del tutore. Se i genitori sono separati o il loro matrimonio
e' stato annullato o sciolto o ne sono cessati gli effetti civili o
comunque non hanno la stessa residenza, il minore ha il domicilio del
genitore con il quale convive.

L'interdetto ha il domicilio del tutore.
--------------
AGGIORNAMENTO (45)
La Corte Costituzionale, con sentenza 12-14 luglio 1976, n. 171 (in
G.U. 1a s.s. 21/7/1976, n. 191) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 45 del codice civile, primo comma (nel testo
anteriore alla sostituzione operata dall'art. 1 della legge 19 maggio
1975, n. 151), nella parte in cui, in caso di separazione di fatto
dei coniugi ed ai fini della competenza per territorio nel giudizio
di separazione, prevede che la moglie, la quale abbia fissato altrove
la propria residenza, conservi legalmente il domicilio del marito".
Art. 46.

(Sede delle persone giuridiche).

Quando la legge fa dipendere determinati effetti dalla residenza o
dal domicilio, per le persone giuridiche si ha riguardo al luogo in
cui e' stabilita la loro sede.

Nei casi in cui la sede stabilita ai sensi dell'art. 16 o la sede
risultante dal registro e' diversa da quella effettiva, i terzi
possono considerare come sede della persona giuridica anche
quest'ultima.

Art. 47.

(Elezione di domicilio).

Si puo' eleggere domicilio speciale per determinati atti o affari.

Questa elezione deve farsi espressamente per iscritto.

TITOLO IV
DELL'ASSENZA E DELLA DICHIARAZIONE DI MORTE PRESUNTA
CAPO I
Dell'assenza

Art. 48.

(Curatore dello scomparso).

Quando una persona non e' piu' comparsa nel luogo del suo ultimo
domicilio o dell'ultima sua residenza e non se ne hanno piu' notizie,
il tribunale dell'ultimo domicilio o dell'ultima residenza, su
istanza, degli interessati o dei presunti successori legittimi o del
pubblico ministero, puo' nominare un curatore che rappresenti la
persona in giudizio o nella formazione degli inventari e dei conti e
nelle liquidazioni o divisioni in cui sia interessata, e puo' dare
gli altri provvedimenti necessari alla conservazione del patrimonio
dello scomparso.

Se vi e' un legale rappresentante, non si fa luogo alla nomina del
curatore. Se vi e' un procuratore, il tribunale provvede soltanto per
gli atti che il medesimo non puo' fare.

Art. 49.

(Dichiarazione di assenza).

Trascorsi due anni dal giorno a cui risale l'ultima notizia, i
presunti successori legittimi e chiunque ragionevolmente creda di
avere sui beni dello scomparso diritti dipendenti dalla morte di lui
possono domandare al tribunale competente, secondo l'articolo
precedente, che ne sia dichiarata l'assenza.

Art. 50.

(Immissione nel possesso temporaneo dei beni).

Divenuta eseguibile la sentenza che dichiara l'assenza, il
tribunale, su istanza di chiunque vi abbia interesse o del pubblico
ministero, ordina l'apertura degli atti di ultima volonta'
dell'assente, se vi sono.

Coloro che sarebbero eredi testamentari o legittimi, se l'assente
fosse morto nel giorno a cui risale l'ultima notizia di lui, o i loro
rispettivi eredi possono domandare l'immissione nel possesso
temporaneo dei beni.

I legatari, i donatari e tutti quelli ai quali spetterebbero
diritti dipendenti dalla morte dell'assente possono domandare di
essere ammessi all'esercizio temporaneo di questi diritti.

Coloro che per effetto della morte dell'assente sarebbero liberati
da obbligazioni possono essere temporaneamente esonerati
dall'adempimento di esse, salvo che si tratti delle obbligazioni
alimentari previste dall'art. 434.

Per ottenere l'immissione nel possesso, l'esercizio temporaneo dei
diritti o la liberazione temporanea dalle obbligazioni si deve dare
cauzione nella somma determinata dal tribunale; se taluno non sia in
grado di darla, il tribunale puo' stabilire altre cautele, avuto
riguardo alla qualita' delle persone e alla loro parentela con
l'assente.

Art. 51.

((Assegno alimentare a favore del coniuge dell'assente.))

((Il coniuge dell'assente, oltre cio' che gli spetta per effetto
del regime patrimoniale dei coniugi e per titolo di successione, puo'
ottenere dal tribunale, in caso di bisogno, un assegno alimentare da
determinarsi secondo le condizioni della famiglia e l'entita' del
patrimonio dell'assente)).
Art. 52.

(Effetti della immissione nel possesso temporaneo).

L'immissione nel possesso temporaneo dei beni deve essere preceduta
dalla formazione dell'inventario dei beni.

Essa attribuisce a coloro che l'ottengono e ai loro successori
l'amministrazione dei beni dell'assente, la rappresentanza di lui in
giudizio e il godimento delle rendite dei beni nei limiti stabiliti
nell'articolo seguente.

Art. 53.

(Godimento dei beni).

Gli ascendenti, i discendenti e il coniuge immessi nel possesso
temporaneo dei beni ritengono a loro profitto la totalita' delle
rendite. Gli altri devono riservare all'assente il terzo delle
rendite.

Art. 54.

(Limiti alla disponibilita' dei beni).

Coloro che hanno ottenuto l'immissione nel possesso temporaneo dei
beni non possono alienarli, ipotecarli o sottoporli a pegno, se non
per necessita' o utilita' evidente riconosciuta dal tribunale.

Il tribunale nell'autorizzare questi atti dispone circa l'uso e
l'impiego delle somme ricavate.

Art. 55.

(Immissione di altri nel possesso temporaneo).

Se durante il possesso temporaneo taluno prova di avere avuto, al
giorno a cui risale l'ultima notizia dell'assente, un diritto
prevalente o uguale a quello del possessore, puo' escludere questo
dal possesso o farvisi associare; ma non ha diritto ai frutti se non
dal giorno della domanda giudiziale.

Art. 56.

(Ritorno dell'assente o prova della sua esistenza).

Se durante il possesso temporaneo l'assente ritorna o e' provata
l'esistenza di lui, cessano gli effetti della dichiarazione di
assenza, salva, se occorre, l'adozione di provvedimenti per la
conservazione del patrimonio a norma dell'art. 48.

I possessori temporanei dei beni devono restituirli; ma fino al
giorno della loro costituzione in mora continuano a godere i vantaggi
attribuiti dagli articoli 52 e 53, e gli atti compiuti ai sensi
dell'art. 54 restano irrevocabili.

Se l'assenza e' stata volontaria e non e' giustificata, l'assente
perde il diritto di farsi restituire le rendite riservategli dalla
norma dell'art. 53.

Art. 57.

(Prova della morte dell'assente).

Se durante il possesso temporaneo e' provata la morte dell'assente,
la successione si apre a vantaggio di coloro che al momento della
morte erano suoi eredi o legatari.

Si applica anche in questo caso la disposizione del secondo comma
dell'articolo precedente.

CAPO II
Della dichiarazione di morte presunta

Art. 58.

(Dichiarazione di morte presunta dell'assente).

Quando sono trascorsi dieci anni dal giorno a cui risale l'ultima
notizia dell'assente, il tribunale competente secondo l'art. 48, su
istanza del pubblico ministero o di taluna delle persone indicate nei
capoversi dell'art. 50, puo' con sentenza dichiarare presunta la
morte dell'assente nel giorno a cui risale l'ultima notizia.

In nessun caso la sentenza puo' essere pronunziata se non sono
trascorsi nove anni dal raggiungimento della maggiore eta'
dell'assente.

Puo' essere dichiarata la morte presunta anche se sia mancata la
dichiarazione di assenza.

Art. 59.

(Termine per la rinnovazione dell'istanza).

L'istanza, quando e' stata rigettata, non puo' essere riproposta
prima che siano decorsi almeno due anni.

Art. 60.

(Altri casi di dichiarazione di morte presunta).

Oltre che nel caso indicato nell'art. 58, puo' essere dichiarata la
morte presunta nei casi seguenti:
1) quando alcuno e' scomparso in operazioni belliche alle quali
ha preso parte, sia nei corpi armati, sia al seguito di essi, o alle
quali si e' comunque trovato presente, senza che si abbiano piu'
notizie di lui, e sono trascorsi due anni dall'entrata in vigore del
trattato di pace o, in mancanza di questo, tre anni dalla fine
dell'anno in cui sono cessate le ostilita';
2) quando alcuno e' stato fatto prigioniero dal nemico, o da
questo internato o comunque trasportato in paese straniero, e sono
trascorsi due anni dall'entrata in vigore del trattato di pace, o, in
mancanza di questo, tre anni dalla fine dell'anno in cui sono cessate
le ostilita', senza che si siano avute notizie di lui dopo l'entrata
in vigore del trattato di pace ovvero dopo la cessazione delle
ostilita';
3) quando alcuno e' scomparso per un infortunio e non si hanno
piu' notizie di lui, dopo due anni dal giorno dell'infortunio o, se
il giorno non e' conosciuto, dopo due anni dalla fine del mese o, se
neppure il mese e' conosciuto, dalla fine dell'anno in cui
l'infortunio e' avvenuto.
Art. 61.

(Data della morte presunta).

Nei casi previsti dai numeri 1 e 3 dell'articolo precedente, la
sentenza determina il giorno e possibilmente l'ora a cui risale la
scomparsa nell'operazione bellica o nell'infortunio, e nel caso
indicato dal n. 2 il giorno a cui risale l'ultima notizia.

Qualora non possa determinarsi l'ora, la morte presunta si ha per
avvenuta alla fine del giorno indicato.

Art. 62.

(Condizioni e forme della dichiarazione di morte presunta).

La dichiarazione di morte presunta nei casi indicati dall'art. 60
puo' essere domandata quando non si e' potuto procedere agli
accertamenti richiesti dalla legge per la compilazione dell'atto di
morte.

Questa dichiarazione e' pronunziata con sentenza del tribunale su
istanza del pubblico ministero o di alcuna delle persone indicate nei
capoversi dell'art. 50.

Il tribunale, qualora non ritenga di accogliere l'istanza di
dichiarazione di morte presunta, puo' dichiarare l'assenza dello
scomparso.

Art. 63.

(Effetti della dichiarazione di morte presunta dell'assente).

Divenuta eseguibile la sentenza indicata nell'art. 58, coloro che
ottennero l'immissione nel possesso temporaneo dei beni dell'assente
o i loro successori possono disporre liberamente dei beni.

Coloro ai quali fu concesso l'esercizio temporaneo dei diritti o la
liberazione temporanea dalle obbligazioni di cui all'art. 50
conseguono l'esercizio definitivo dei diritti o la liberazione
definitiva dalle obbligazioni.

Si estinguono inoltre le obbligazioni alimentari indicate nel
quarto comma dell'art. 50.

In ogni caso cessano le cauzioni e le altre cautele che sono state
imposte.

Art. 64.

(Immissione nel possesso e inventario).

Se non v'e' stata immissione nel possesso temporaneo dei beni, gli
aventi diritto indicati nei capoversi dell'art. 50 o i loro
successori conseguono il pieno esercizio dei diritti loro spettanti,
quando e' diventata eseguibile la sentenza menzionata nell'art. 58.

Coloro che prendono possesso dei beni devono fare precedere
l'inventario dei beni.

Parimenti devono far precedere l'inventario dei beni coloro che
succedono per effetto della dichiarazione di morte presunta nei casi
indicati dall'art. 60.

Art. 65.

(Nuovo matrimonio del coniuge).

Divenuta eseguibile la sentenza che dichiara la morte presunta, il
coniuge puo' contrarre nuovo matrimonio.

Art. 66.

(Prova dell'esistenza della persona di cui e' stata dichiarata la
morte presunta).

La persona di cui e' stata dichiarata la morte presunta, se ritorna
o ne e' provata l'esistenza, ricupera i beni nello stato in cui si
trovano e ha diritto di conseguire il prezzo di quelli alienati,
quando esso sia tuttora dovuto, o i beni nei quali sia stato
investito.

Essa ha altresi' diritto di pretendere l'adempimento delle
obbligazioni considerate estinte ai sensi del secondo comma dell'art.
63.

Se e' provata la data della sua morte, il diritto previsto nel
primo comma di questo articolo compete a coloro che a quella data
sarebbero stati suoi eredi o legatari. Questi possono inoltre
pretendere l'adempimento delle obbligazioni considerate estinte ai
sensi del secondo comma dell'art. 63 per il tempo anteriore alla data
della morte.

Sono salvi in ogni caso gli effetti delle prescrizioni e delle
usucapioni.

Art. 67.

(Dichiarazione di esistenza o accertamento della morte).

La dichiarazione di esistenza della persona di cui e' stata
dichiarata la morte presunta e l'accertamento della morte possono
essere sempre fatti, su richiesta del pubblico ministero o di
qualunque interessato, in contraddittorio di tutti coloro che furono
parti nel giudizio in cui fu dichiarata la morte presunta.

Art. 68.

(Nullita' del nuovo matrimonio).

Il matrimonio contratto a norma dell'art. 65 e' nullo, qualora la
persona della quale fu dichiarata la morte presunta ritorni o ne sia
accertata l'esistenza.

Sono salvi gli effetti civili del matrimonio dichiarato nullo.

La nullita' non puo' essere pronunziata nel caso in cui e'
accertata la morte, anche se avvenuta in una data posteriore a quella
del matrimonio.

CAPO III
Delle ragioni eventuali che competono alla persona di cui si ignora l'esistenza o di cui e' stata dichiarata la morte presunta

Art. 69.

(Diritti spettanti alla persona di cui si ignora l'esistenza).

Nessuno e' ammesso a reclamare un diritto in nome della persona di
cui si ignora l'esistenza, se non prova che la persona esisteva
quando il diritto e' nato.

Art. 70.

(Successione alla quale sarebbe chiamata la persona di cui si ignora
l'esistenza).

Quando s'apre una successione alla quale sarebbe chiamata in tutto
o in parte una persona di cui s'ignora l'esistenza, la successione e'
devoluta a coloro ai quali sarebbe spettata in mancanza della detta
persona, salvo il diritto di rappresentazione.

Coloro ai quali e' devoluta la successione devono innanzi tutto
procedere all'inventario dei beni, e devono dare cauzione.

Art. 71.

(Estinzione dei diritti spettanti alla persona di cui si ignora
l'esistenza).

Le disposizioni degli articoli precedenti non pregiudicano la
petizione di eredita' ne' gli altri diritti spettanti alla persona di
cui s'ignora l'esistenza o ai suoi eredi o aventi causa, salvi gli
effetti della prescrizione o dell'usucapione.

La restituzione dei frutti non e' dovuta se non dal giorno della
costituzione in mora.

Art. 72.

(Successione a cui sarebbe chiamata la persona della quale e' stata
dichiarata la morte presunta).

Quando s'apre una successione alla quale sarebbe chiamata in tutto
o in parte una persona di cui e' stata dichiarata la morte presunta,
coloro ai quali, in sua mancanza, e' devoluta la successione devono
innanzi tutto procedere all'inventario dei beni.

Art. 73.

(Estinzione dei diritti spettanti alla persona di cui e' stata
dichiarata la morte presunta).

Se la persona di cui e stata dichiarata la morte presunta ritorna o
ne e' provata l'esistenza al momento dell'apertura della successione,
essa o i suoi eredi o aventi causa possono esercitare la petizione di
eredita' e far valere ogni altro diritto, ma non possono recuperare i
beni se non nello stato in cui si trovano, e non possono ripetere che
il prezzo di quelli alienati, quando e' ancora dovuto, o i beni nei
quali esso e' stato investito, salvi gli effetti della prescrizione o
dell'usucapione.

Si applica la disposizione del secondo comma dell'art. 71.

TITOLO V
DELLA PARENTELA E DELL'AFFINITA'

Art. 74

(Parentela).

La parentela e' il vincolo tra le persone che discendono da uno
stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione e' avvenuta
all'interno del matrimonio, sia nel caso in cui e' avvenuta al di
fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio e' adottivo. Il vincolo
di parentela non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di
eta', di cui agli articoli 291 e seguenti.((223))
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 104,
comma 4) che "I diritti successori che discendono dall'articolo 74
del codice civile, come modificato dalla legge 10 dicembre 2012, n.
219, sulle eredita' aperte anteriormente al termine della sua entrata
in vigore si prescrivono a far data da suddetto termine".
Art. 75.

(Linee della parentela).

Sono parenti in linea retta le persone di cui l'una discende
dall'altra; in linea collaterale quelle che, pur avendo uno stipite
comune, non discendono l'una dall'altra.

Art. 76.

(Computo dei gradi).

Nella linea retta si computano altrettanti gradi quante sono le
generazioni, escluso lo stipite.

Nella linea collaterale i gradi si computano dalle generazioni,
salendo da uno dei parenti fino allo stipite comune e da questo
discendendo all'altro parente, sempre restando escluso lo stipite.

Art. 77.

(Limite della parentela).

La legge non riconosce il vincolo di parentela oltre il sesto
grado, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati.

Art. 78.

(Affinita').

L'affinita' e' il vincolo tra un coniuge e i parenti dell'altro
coniuge.

Nella linea e nel grado in cui taluno e' parente d'uno dei coniugi,
egli e' affine dell'altro coniuge.

L'affinita' non cessa per la morte, anche senza prole, del coniuge
da cui deriva, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati.
Cessa se il matrimonio e' dichiarato nullo, salvi gli effetti di cui
all'art. 87, n. 4.

TITOLO VI
DEL MATRIMONIO
CAPO I
Della promessa di matrimonio

Art. 79.

(Effetti).

La promessa di matrimonio non obbliga a contrarlo ne' ad eseguire
cio' che si fosse convenuto per il caso di non adempimento.

Art. 80.

(Restituzione dei doni).

Il promittente puo' domandare la restituzione dei doni fatti a
causa della promessa di matrimonio, se questo non e' stato contratto.

La domanda non e' proponibile dopo un anno dal giorno in cui s'e'
avuto il rifiuto di celebrare il matrimonio o dal giorno della morte
di uno dei promittenti.

Art. 81.

((Risarcimento dei danni.))

((La promessa di matrimonio fatta vicendevolmente per atto pubblico
o per scrittura privata da una persona maggiore di eta' o dal minore
ammesso a contrarre matrimonio a norma dell'articolo 84, oppure
risultante dalla richiesta della pubblicazione, obbliga il
promittente che senza giusto motivo ricusi di eseguirla a risarcire
il danno cagionato all'altra parte per le spese fatte e per le
obbligazioni contratte a causa di quella promessa. Il danno e'
risarcito entro il limite in cui le spese e le obbligazioni
corrispondono alla condizione delle parti.))

Lo stesso risarcimento e' dovuto dal promittente che con la propria
colpa ha dato giusto motivo al rifiuto dell'altro.

La domanda non e' proponibile dopo un anno dal giorno del rifiuto
di celebrare il matrimonio.
CAPO II
Del matrimonio celebrato davanti a ministri del culto cattolico e del matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello Stato

Art. 82.

(Matrimonio celebrato davanti a ministri del culto cattolico)

Il matrimonio celebrato davanti a un ministro del culto cattolico
e' regolato in conformita' del Concordato con la Santa Sede e delle
leggi speciali sulla materia.

Art. 83.

(Matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello
Stato).

Il matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello
Stato e' regolato dalle disposizioni del capo seguente, salvo quanto
e' stabilito nella legge speciale concernente tale matrimonio.

CAPO III
Del matrimonio celebrato davanti all'ufficiale dello stato civile
Sezione I
Delle condizioni necessarie per contrarre matrimonio

Art. 84.

((Eta')).

((I minori di eta' non possono contrarre matrimonio.

Il tribunale, su istanza dell'interessato, accertata la sua
maturita' psico-fisica e la fondatezza delle ragioni addotte, sentito
il pubblico ministero, i genitori o il tutore, puo' con decreto
emesso in camera di consiglio ammettere per gravi motivi al
matrimonio chi abbia compiuto i sedici anni.

Il decreto e' comunicato al pubblico ministero, agli sposi, ai
genitori e al tutore.

Contro il decreto puo' essere proposto reclamo, con ricorso alla
corte d'appello, nel termine perentorio di dieci giorni dalla
comunicazione.

La corte d'appello decide con ordinanza non impugnabile, emessa in
camera di consiglio.

Il decreto acquista efficacia quando e' decorso il termine previsto
nel quarto comma, senza che sia stato proposto reclamo)).
Art. 85.

(Interdizione per infermita' di mente).

Non puo' contrarre matrimonio l'interdetto per infermita' di mente.

Se l'istanza di interdizione e' soltanto promossa, il pubblico
ministero puo' chiedere che si sospenda la celebrazione del
matrimonio; in tal caso la celebrazione non puo' aver luogo finche'
la sentenza che ha pronunziato sull'istanza non sia passata in
giudicato.

Art. 86.

(Liberta' di stato).

Non puo' contrarre matrimonio chi e' vincolato da un matrimonio ((o
da un'unione civile tra persone dello stesso sesso)) precedente.
((258))
-------------
AGGIORNAMENTO (258)
La L. 20 maggio 2016, n. 76 ha disposto (con l'art. 1, comma 35)
che la presente modifica acquista efficacia dal 5 giugno 2016.
Art. 87.

Parentela, affinita', adozione ((...)).

Non possono contrarre matrimonio fra loro:
1) gli ascendenti e i discendenti in linea retta ((...));
2) i fratelli e le sorelle germani, consanguinei o uterini;
3) lo zio e la nipote, la zia e il nipote;
4) gli affini in linea retta; il divieto sussiste anche nel caso
in cui l'affinita' deriva da matrimonio dichiarato nullo o sciolto o
per il quale e' stata pronunziata la cessazione degli effetti civili;
5) gli affini in linea collaterale in secondo grado;
6) l'adottante, l'adottato e i suoi discendenti;
7) i figli adottivi della stessa persona;
8) l'adottato e i figli dell'adottante;
9) l'adottato e il coniuge dell'adottante, l'adottante e il
coniuge dell'adottato.

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).

Il tribunale, su ricorso degli interessati, con decreto emesso in
camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, puo' autorizzare
il matrimonio nei casi indicati dai numeri 3 e 5, anche se si tratti
di affiliazione ((...)). L'autorizzazione puo' essere accordata anche
nel caso indicato dal numero 4, quando l'affinita' deriva da
matrimonio dichiarato nullo.

Il decreto e' notificato agli interessati e al pubblico ministero.

Si applicano le disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto
dell'articolo 84.
Art. 88.

(Delitto).

Non possono contrarre matrimonio tra loro le persone delle quali
l'una e' stata condannata per omicidio consumato o tentato sul
coniuge dell'altra.

Se ebbe luogo soltanto rinvio a giudizio ovvero fu ordinata la
cattura, si sospende la celebrazione del matrimonio fino a quando non
e' pronunziata sentenza di proscioglimento.

Art. 89.

Divieto temporaneo di nuove nozze.

((Non puo' contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento
giorni dallo scioglimento, dall'annullamento o dalla cessazione degli
effetti civili del precedente matrimonio. Sono esclusi dal divieto i
casi in cui lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del
precedente matrimonio siano stati pronunciati in base all'articolo 3,
numero 2, lettere b) ed f), della legge 1 dicembre 1970, n. 898, e
nei casi in cui il matrimonio sia stato dichiarato nullo per
impotenza, anche soltanto a generare, di uno dei coniugi)).

Il tribunale con decreto emesso in camera di consiglio, sentito il
pubblico ministero, puo' autorizzare il matrimonio quando e'
inequivocabilmente escluso lo stato di gravidanza o se risulta da
sentenza passata in giudicato che il marito non ha convissuto con la
moglie nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l'annullamento
o la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Si applicano le
disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto dell'articolo 84 e del
comma quinto dell'articolo 87.

Il divieto cessa dal giorno in cui la gravidanza e' terminata.
Art. 90.

((Assistenza del minore.))

((Con il decreto di cui all'articolo 84 il tribunale o la corte
d'appello nominano, se le circostanze lo esigono, un curatore
speciale che assista il minore nella stipulazione delle convenzioni
matrimoniali)).
Art. 91.

((IL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N. 287 HA CONFERMATO
L'ABROGAZIONE DEL PRESENTE ARTICOLO))
Art. 92.

(Matrimonio del Re Imperatore e dei Principi Reali).

Le disposizioni degli articoli 84, 87, numeri 3, 5, 6, 7, 8, 9 e
dell'art. 90, quarto comma, non sono applicabili al Re Imperatore e
alla Famiglia Reale.

Per la validita' dei matrimoni dei Principi e delle Principesse
Reali e' richiesto l'assenso del Re Imperatore.

Sezione II
Delle formalita' preliminari del matrimonio

Art. 93.

(Pubblicazione).

La celebrazione del matrimonio dev'essere preceduta dalla
pubblicazione fatta a cura dell'ufficiale dello stato civile.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
Art. 94.

(Luogo della pubblicazione).

La pubblicazione deve essere richiesta all'ufficiale dello stato
civile del comune dove uno degli sposi ha la residenza ed e' fatta
nei comuni di residenza degli sposi.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
Art. 95.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396))

Art. 96.

(Richiesta della pubblicazione).

La richiesta della pubblicazione deve farsi da ambedue gli sposi o
da persona che ne ha da essi ricevuto speciale incarico.

Art. 97.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396))
Art. 98.

(Rifiuto della pubblicazione).

L'ufficiale dello stato civile che non crede di poter procedere
alla pubblicazione rilascia un certificato coi motivi del rifiuto.

Contro il rifiuto e' dato ricorso al tribunale, che provvede in
camera di consiglio, sentito il pubblico ministero.

Art. 99.

(Termine per la celebrazione del matrimonio).

Il matrimonio non puo' essere celebrato prima del quarto giorno
dopo compiuta la pubblicazione.

Se il matrimonio non e' celebrato nei centottanta giorni
successivi, la pubblicazione si considera come non avvenuta.

Art. 100.

Riduzione del termine e omissione della pubblicazione.

Il tribunale, su istanza degli interessati, con decreto non
impugnabile emesso in camera di consiglio, sentito il pubblico
ministero, puo' ridurre, per gravi motivi, il termine della
pubblicazione. In questo caso la riduzione del termine e' dichiarata
nella pubblicazione.

Puo' anche autorizzare, con le stesse modalita', per cause
gravissime, l'omissione della pubblicazione, quando gli sposi davanti
al cancelliere dichiarano sotto la propria responsabilita' che
nessuno degli impedimenti stabiliti dagli articoli 85, 86, 87, 88 e
89 si oppone al matrimonio. (111) (112a)

Il cancelliere deve far precedere alla dichiarazione la lettura di
detti articoli e ammonire i dichiaranti sull'importanza della loro
attestazione e sulla gravita' delle possibili conseguenze. (111)
(112a)

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3".
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AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 101.

(Matrimonio in imminente pericolo di vita).

Nel caso di imminente pericolo di vita di uno degli sposi,
l'ufficiale dello stato civile del luogo puo' procedere alla
celebrazione del matrimonio senza pubblicazione e senza l'assenso al
matrimonio, se questo e' richiesto, purche' gli sposi prima giurino
che non esistono tra loro impedimenti non suscettibili di dispensa.

L'ufficiale dello stato civile dichiara nell'atto di matrimonio il
modo con cui ha accertato l'imminente pericolo di vita.

Sezione III
Delle opposizioni al matrimonio

Art. 102.

(Persone che possono fare opposizione).

I genitori e, in mancanza loro, gli altri ascendenti e i
collaterali entro il terzo grado possono fare opposizione al
matrimonio dei loro parenti per qualunque causa che osti alla sua
celebrazione.

Se uno degli sposi e' soggetto a tutela o a cura, il diritto di
fare opposizione compete anche al tutore o al curatore.

Il diritto di opposizione compete anche al coniuge della persona
che vuole contrarre un altro matrimonio.

Quando si tratta di matrimonio in contravvenzione all'art. 89, il
diritto di opposizione spetta anche, se il precedente matrimonio fu
sciolto, ai parenti del precedente marito e, se il matrimonio fu
dichiarato nullo, a colui col quale il matrimonio era stato contratto
e ai parenti di lui.

Il pubblico ministero deve sempre fare opposizione al matrimonio,
se sa che vi osta un impedimento o se gli consta l'infermita' di
mente di uno degli sposi, nei confronti del quale, a causa dell'eta',
non possa essere promossa l'interdizione.

Art. 103.

(Atto di opposizione).

L'atto di opposizione deve dichiarare la qualita' che attribuisce
all'opponente il diritto di farla, le cause dell'opposizione, e
contenere l'elezione di domicilio nel comune dove siede il tribunale
nel cui territorio si deve celebrare il matrimonio.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
Art. 104.

(Effetti dell'opposizione).

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).

Se l'opposizione e' respinta, l'opponente, che non sia un
ascendente o il pubblico ministero, puo' essere condannato al
risarcimento dei danni.
Art. 105.

(Matrimonio del Re Imperatore e dei Principi Reali).

Le disposizioni di questa sezione e della precedente non si
applicano al Re Imperatore e alla Famiglia Reale.

Sezione IV
Della celebrazione del matrimonio

Art. 106.

(Luogo della celebrazione).

Il matrimonio deve essere celebrato pubblicamente nella casa
comunale davanti all'ufficiale dello stato civile al quale fu fatta
la richiesta di pubblicazione.

Art. 107.

((Forma della celebrazione.))

(( Nel giorno indicato dalle parti l'ufficiale dello stato civile,
alla presenza di due testimoni, anche se parenti, da' lettura agli
sposi degli articoli 143, 144 e 147; riceve da ciascuna delle parti
personalmente, l'una dopo l'altra, la dichiarazione che esse si
vogliono prendere rispettivamente in marito e in moglie, e di seguito
dichiara che esse sono unite in matrimonio.

L'atto di matrimonio deve essere compilato immediatamente dopo la
celebrazione)).
Art. 108.

(Inapponibilita' di termini e condizioni).

La dichiarazione degli sposi di prendersi rispettivamente in marito
e in moglie non puo' essere sottoposta ne' a termine ne' a
condizione.

Se le parti aggiungono un termine o una condizione, l'ufficiale
dello stato civile non puo' procedere alla celebrazione del
matrimonio. Se cio' nonostante il matrimonio e' celebrato, il termine
e la condizione si hanno per non apposti.

Art. 109.

(Celebrazione in un comune diverso).

Quando vi e' necessita' o convenienza di celebrare il matrimonio in
un comune diverso da quello indicato nell'art. 106, l'ufficiale dello
stato civile, trascorso il termine stabilito nel primo comma
dell'art. 99, richiede per iscritto l'ufficiale del luogo dove il
matrimonio si deve celebrare.

La richiesta e' menzionata nell'atto di celebrazione e in esso
inserita. Nel giorno successivo alla celebrazione del matrimonio,
l'ufficiale davanti al quale esso fu celebrato invia, per la
trascrizione, copia autentica dell'atto all'ufficiale da cui fu fatta
la richiesta.

Art. 110.

(Celebrazione fuori della casa comunale).

Se uno degli sposi, per infermita' o per altro impedimento
giustificato all'ufficio dello stato civile, e' nell'impossibilita'
di recarsi alla casa comunale, l'ufficiale si trasferisce col
segretario nel luogo in cui si trova lo sposo impedito, e ivi, alla
presenza di quattro testimoni, procede alla celebrazione del
matrimonio secondo l'art. 107.

Art. 111.

((Celebrazione per procura.))

((I militari e le persone che per ragioni di servizio si trovano al
seguito delle forze armate possono, in tempo di guerra, celebrare il
matrimonio per procura.

La celebrazione del matrimonio per procura puo' anche farsi se uno
degli sposi risiede all'estero e concorrono gravi motivi da valutarsi
dal tribunale nella cui circoscrizione risiede l'altro sposo.
L'autorizzazione e' concessa con decreto non impugnabile emesso in
camera di consiglio, sentito il pubblico ministero.

La procura deve contenere l'indicazione della persona con la quale
il matrimonio si deve contrarre.

La procura deve essere fatta per atto pubblico; i militari e le
persone al seguito delle forze armate, in tempo di guerra, possono
farla nelle forme speciali ad essi consentite.

Il matrimonio non puo' essere celebrato quando sono trascorsi
centottanta giorni da quello in cui la procura e' stata rilasciata.

La coabitazione, anche temporanea, dopo la celebrazione del
matrimonio, elimina gli effetti della revoca della procura, ignorata
dall'altro coniuge al momento della celebrazione)).
Art. 112.

(Rifiuto della celebrazione).

L'ufficiale dello stato civile non puo' rifiutare la celebrazione
del matrimonio se non per una causa ammessa dalla legge.

Se la rifiuta, deve rilasciare un certificato con l'indicazione dei
motivi.

Contro il rifiuto e' dato ricorso al tribunale, che provvede in
camera di consiglio, sentito il pubblico ministero.

Art. 113.

(Matrimonio celebrato davanti a un apparente ufficiale dello stato
civile).

Si considera celebrato davanti all'ufficiale dello stato civile il
matrimonio che sia stato celebrato dinanzi a persona la quale, senza
avere la qualita' di ufficiale dello stato civile, ne esercitava
pubblicamente le funzioni, a meno che entrambi gli sposi, al momento
della celebrazione, abbiano saputo che la detta persona non aveva
tale qualita'.

Art. 114.

(Matrimonio del Re Imperatore e dei Principi Reali).

Nei matrimoni del Re Imperatore e della Famiglia Reale l'ufficiale
dello stato civile e' il presidente del Senato.

Il Re Imperatore determina il luogo della celebrazione, la quale
puo' anche farsi per procura. In questo caso non si applicano le
norme dell'art. 111.

Sezione V
Del matrimonio dei cittadini in paese straniero e degli stranieri nel Regno

Art. 115.

(Matrimonio del cittadino all'estero).

Il cittadino e' soggetto alle disposizioni contenute nella sezione
prima di questo capo, anche quando contrae matrimonio in paese
straniero secondo le forme ivi stabilite.

((COMMA ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
Art. 116.

(Matrimonio dello straniero nel Regno).

Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nel Regno deve
presentare all'ufficiale dello stato civile una dichiarazione
dell'autorita' competente del proprio paese, dalla quale risulti che
giusta le leggi a cui e' sottoposto nulla osta al matrimonio nonche'
un documento attestante la regolarita' del soggiorno nel territorio
italiano. ((198))

Anche lo straniero e' tuttavia soggetto alle disposizioni contenute
negli articoli 85, 86, 87, numeri, 1, 2 e 4, 88 e 89.

Lo straniero che ha domicilio o residenza nel Regno deve inoltre
far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice.
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AGGIORNAMENTO (198)
La Corte Costituzionale, con sentenza 20-25 giugno 2011, n. 245 (in
G.U. 1a s.s. 27/7/2011, n. 32), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'articolo 116, primo comma, del codice civile,
come modificato dall'art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n.
94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente
alle parole «nonche' un documento attestante la regolarita' del
soggiorno nel territorio italiano»".
Sezione VI
Della nullita' del matrimonio

Art. 117.

((Matrimonio contratto con violazione degli articoli 84, 86, 87 e
88.))

((Il matrimonio contratto con violazione degli articoli 86, 87 e 88
puo' essere impugnato dai coniugi, dagli ascendenti prossimi, dal
pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano per impugnarlo un
interesse legittimo e attuale.

Il matrimonio contratto con violazione dell'articolo 84 puo' essere
impugnato dai coniugi, da ciascuno dei genitori e dal pubblico
ministero. La relativa azione di annullamento puo' essere proposta
personalmente dal minore non oltre un anno dal raggiungimento della
maggiore eta'. La domanda, proposta dal genitore o dal pubblico
ministero, deve essere respinta ove, anche in pendenza del giudizio,
il minore abbia raggiunto la maggiore eta' ovvero vi sia stato
concepimento o procreazione e in ogni caso sia accertata la volonta'
del minore di mantenere in vita il vincolo matrimoniale.

Il matrimonio contratto dal coniuge dell'assente non puo' essere
impugnato finche' dura l'assenza.

Nei casi in cui si sarebbe potuta accordare l'autorizzazione ai
sensi del quarto comma dell'articolo 87, il matrimonio non puo'
essere impugnato dopo un anno dalla celebrazione.

La disposizione del primo comma del presente articolo si applica
anche nel caso di nullita' del matrimonio previsto dall'articolo
68)).
Art. 118.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 119.

((Interdizione.))

((Il matrimonio di chi e' stato interdetto per infermita' di mente
puo' essere impugnato dal tutore, dal pubblico ministero e da tutti
coloro che abbiano un interesse legittimo se, al tempo del
matrimonio, vi era gia' sentenza di interdizione passata in
giudicato, ovvero se la interdizione e' stata pronunziata
posteriormente ma l'infermita' esisteva al tempo del matrimonio. Puo'
essere impugnato, dopo revocata l'interdizione, anche dalla persona
che era interdetta.

L'azione non puo' essere proposta se, dopo revocata l'interdizione,
vi e' stata coabitazione per un anno)).
Art. 120.

((Incapacita' di intendere o di volere.))

((Il matrimonio puo' essere impugnato da quello dei coniugi che,
quantunque non interdetto, provi di essere stato incapace di
intendere o di volere, per qualunque causa, anche transitoria, al
momento della celebrazione del matrimonio.

L'azione non puo' essere proposta se vi e' stata coabitazione per
un anno dopo che il coniuge incapace ha recuperato la pienezza delle
facolta' mentali)).
Art. 121.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 122.

((Violenza ed errore.))

((Il matrimonio puo' essere impugnato da quello dei coniugi il cui
consenso e' stato estorto con violenza o determinato da timore di
eccezionale gravita' derivante da cause esterne allo sposo.

Il matrimonio puo' altresi' essere impugnato da quello dei coniugi
il cui consenso e' stato dato per effetto di errore sull'identita'
della persona o di errore essenziale su qualita' personali dell'altro
coniuge.

L'errore sulle qualita' personali e' essenziale qualora, tenute
presenti le condizioni dell'altro coniuge, si accerti che lo stesso
non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente
conosciute e purche' l'errore riguardi:
1) l'esistenza di una malattia fisica o psichica o di una
anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della
vita coniugale;
2) l'esistenza di una sentenza di condanna per delitto non
colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di
intervenuta riabilitazione prima della celebrazione del matrimonio.
L'azione di annullamento non puo' essere proposta prima che la
sentenza sia divenuta irrevocabile;
3) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale;
4) la circostanza che l'altro coniuge sia stato condannato per
delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni.
L'azione di annullamento non puo' essere proposta prima che la
condanna sia divenuta irrevocabile;
5) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto
caduto in errore, purche' vi sia stato disconoscimento ai sensi
dell'articolo 233, se la gravidanza e' stata portata a termine.

L'azione non puo' essere proposta se vi e' stata coabitazione per
un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno
determinato il timore ovvero sia stato scoperto l'errore)).
Art. 123.

((Simulazione.))

((Il matrimonio puo' essere impugnato da ciascuno dei coniugi
quando gli sposi abbiano convenuto di non adempiere agli obblighi e
di non esercitare i diritti da esso discendenti.

L'azione non puo' essere proposta decorso un anno dalla
celebrazione del matrimonio ovvero nel caso in cui i contraenti
abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione
medesima)).
Art. 124.

(Vincolo di precedente matrimonio).

Il coniuge puo' in qualunque tempo impugnare il matrimonio ((o
l'unione civile tra persone dello stesso sesso)) dell'altro coniuge;
se si oppone la nullita' del primo matrimonio, tale questione deve
essere preventivamente giudicata.
((258))
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AGGIORNAMENTO (258)
La L. 20 maggio 2016, n. 76 ha disposto (con l'art. 1, comma 35)
che la presente modifica acquista efficacia dal 5 giugno 2016.
Art. 125.

(Azione del pubblico ministero).

L'azione di nullita' non puo' essere promossa dal pubblico
ministero dopo la morte di uno dei coniugi.

Art. 126.

(Separazione dei coniugi in pendenza del giudizio).

Quando e' proposta domanda di nullita' del matrimonio, il tribunale
puo', su istanza di uno dei coniugi, ordinare la loro separazione
temporanea durante il giudizio; puo' ordinarla anche d'ufficio, se
ambedue i coniugi o uno di essi sono minori o interdetti.

Art. 127.

(Intrasmissibilita' dell'azione).

L'azione per impugnare il matrimonio non si trasmette agli eredi se
non quando il giudizio e' gia' pendente alla morte dell'attore.

Art. 128.

Matrimonio putativo.

Se il matrimonio e' dichiarato nullo, gli effetti del matrimonio
valido si producono, in favore dei coniugi, fino alla sentenza che
pronunzia la nullita', quando i coniugi stessi lo hanno contratto in
buona fede, oppure quando il loro consenso e' stato estorto con
violenza o determinato da timore di eccezionale gravita' derivante da
cause esterne agli sposi.

((Il matrimonio dichiarato nullo ha gli effetti del matrimonio
valido rispetto ai figli.))

Se le condizioni indicate nel primo comma si verificano per uno
solo dei coniugi, gli effetti valgono soltanto in favore di lui e dei
figli.

Il matrimonio dichiarato nullo, contratto in malafede da entrambi i
coniugi, ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli nati
o concepiti durante lo stesso, salvo che la nullita' dipenda da
((...)) incesto. (40)

((Nell'ipotesi di cui al quarto comma, rispetto ai figli si applica
l'articolo 251.))

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AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 225, comma 1)
che "Nel caso previsto dal penultimo comma dell'articolo 128 del
codice civile il figlio acquista lo stato di figlio legittimo anche
se il matrimonio e' stato dichiarato nullo anteriormente alla data di
entrata in vigore della presente legge".
Art. 129.

((Diritti dei coniugi in buona fede.))

((Quando le condizioni del matrimonio putativo si verificano
rispetto ad ambedue i coniugi, il giudice puo' disporre a carico di
uno di essi e per un periodo non superiore a tre anni l'obbligo di
corrispondere somme periodiche di denaro, in proporzione alle sue
sostanze, a favore dell'altro, ove questi non abbia adeguati redditi
propri e non sia passato a nuove nozze.

Per i provvedimenti che il giudice adotta riguardo ai figli, si
applica l'articolo 155)).
Art. 129-bis.

((Responsabilita' del coniuge in mala fede e del terzo.))

((Il coniuge al quale sia imputabile la nullita' del matrimonio e'
tenuto a corrispondere all'altro coniuge in buona fede, qualora il
matrimonio sia annullato, una congrua indennita', anche in mancanza
di prova del danno sofferto. L'indennita' deve comunque comprendere
una somma corrispondente al mantenimento per tre anni. E' tenuto
altresi' a prestare gli alimenti al coniuge in buona fede, sempre che
non vi siano altri obbligati.

Il terzo al quale sia imputabile la nullita' del matrimonio e'
tenuto a corrispondere al coniuge in buona fede, se il matrimonio e'
annullato, l'indennita' prevista nel comma precedente.

In ogni caso il terzo che abbia concorso con uno dei coniugi nel
determinare la nullita' del matrimonio e' solidalmente responsabile
con lo stesso per il pagamento dell'indennita')).
Sezione VII
Delle prove della celebrazione del matrimonio

Art. 130.

(Atto di celebrazione del matrimonio).

Nessuno puo' reclamare il titolo di coniuge e gli effetti del
matrimonio, se non presenta l'atto di celebrazione estratto dai
registri dello stato civile.

Il possesso di stato, quantunque allegato da ambedue i coniugi, non
dispensa dal presentare l'atto di celebrazione.

Art. 131.

(Possesso di stato).

Il possesso di stato, conforme all'atto di celebrazione del
matrimonio, sana ogni difetto di forma.

Art. 132.

(Mancanza dell'atto di celebrazione).

Nel caso di distruzione o di smarrimento dei registri dello stato
civile l'esistenza del matrimonio puo' essere provata a norma
dell'art. 452.

Quando vi sono indizi che per dolo o per colpa del pubblico
ufficiale o per un caso di forza maggiore l'atto di matrimonio non e'
stato inserito nei registri a cio' destinati, la prova dell'esistenza
del matrimonio e' ammessa, sempre che risulti in modo non dubbio un
conforme possesso di stato.

Art. 133.

(Prova della celebrazione risultante da sentenza penale).

Se la prova della celebrazione del matrimonio risulta da sentenza
penale, l'iscrizione della sentenza nel registro dello stato civile
assicura al matrimonio, dal giorno della sua celebrazione, tutti gli
effetti riguardo tanto ai coniugi quanto ai figli.

Sezione VIII
Disposizioni penali

Art. 134.

(Omissione di pubblicazione).

Sono puniti con l'ammenda da lire quattrocento a lire duemila gli
sposi e l'ufficiale dello stato civile che hanno celebrato matrimonio
senza che la celebrazione sia stata preceduta dalla prescritta
pubblicazione.

Art. 135.

(Pubblicazione senza richiesta o senza documenti).

E' punito con l'ammenda da lire duecento a lire mille l'ufficiale
dello stato civile che ha proceduto alla pubblicazione di un
matrimonio senza la richiesta di cui all'art. 96 o quando manca
alcuno dei documenti prescritti dal primo comma dell'art. 97.

Art. 136.

(Impedimenti conosciuti dall'ufficiale dello stato civile).

L'ufficiale dello stato civile che procede alla celebrazione del
matrimonio, quando vi osta qualche impedimento o divieto di cui egli
ha notizia, e' punito con l'ammenda da lire cinquecento a lire
tremila.

Art. 137.

(Incompetenza dell'ufficiale dello stato civile. Mancanza dei
testimoni).

E' punito con l'ammenda da lire trecento a lire duemila l'ufficiale
dello stato civile che ha celebrato un matrimonio per cui non era
competente.

La stessa pena si applica all'ufficiale dello stato civile che ha
proceduto alla celebrazione di un matrimonio senza la presenza dei
testimoni.

Art. 138.

(Altre infrazioni).

E' punito con l'ammenda stabilita nell'art. 135 l'ufficiale dello
stato civile che in qualunque modo contravviene alle disposizioni
degli articoli 93, 95, 98, 99, 106, 107, 108, 109, 110 e 112 o
commette qualsiasi altra infrazione per cui non sia stabilita una
pena speciale in questa sezione.

Art. 139.

((Cause di nullita' note a uno dei coniugi.))

((Il coniuge il quale, conoscendo prima della celebrazione una
causa di nullita' del matrimonio, l'abbia lasciata ignorare
all'altro, e' punito, se il matrimonio e' annullato, con l'ammenda da
lire quarantamila a lire duecentomila)).
Art. 140.

((Inosservanza del divieto temporaneo di nuove nozze.))

((La donna che contrae matrimonio contro il divieto dell'articolo
89, l'ufficiale che lo celebra e l'altro coniuge sono puniti con
l'ammenda da lire ventimila a lire ottantamila)).
Art. 141.

(Competenza).

I reati previsti nei precedenti articoli sono di competenza del
tribunale.

Art. 142.

(Limiti d'applicazione delle precedenti disposizioni).

Le disposizioni della presente sezione si applicano quando i fatti
ivi contemplati non costituiscono reato piu' grave.

CAPO IV
Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio

Art. 143.

((Diritti e doveri reciproci dei coniugi.))

((Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi
diritti e assumono i medesimi doveri.

Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedelta',
all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse
della famiglia e alla coabitazione.

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie
sostanze e alla propria capacita' di lavoro professionale o
casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia)).
Art. 143-bis.

((Cognome della moglie.))

((La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo
conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze)).
Art. 143-ter.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 5 FEBBRAIO 1992, N. 91))
Art. 144.

((Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia.))

((I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e
fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e
quelle preminenti della famiglia stessa.

A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo
concordato)).
Art. 145.

((Intervento del giudice.))

((In caso di disaccordo ciascuno dei coniugi puo' chiedere, senza
formalita', l'intervento del giudice il quale, sentite le opinioni
espresse dai coniugi e, per quanto opportuno, dai figli conviventi
che abbiano compiuto il sedicesimo anno, tenta di raggiungere una
soluzione concordata.

Ove questa non sia possibile e il disaccordo concerna la fissazione
della residenza o altri affari essenziali, il giudice, qualora ne sia
richiesto espressamente e congiuntamente dai coniugi, adotta, con
provvedimento non impugnabile, la soluzione che ritiene piu' adeguata
alle esigenze dell'unita' e della vita della famiglia)).
--------------
AGGIORNAMENTO (19)
La Corte Costituzionale, con sentenza 24 giugno-13 luglio 1970, n.
133 (in G.U. 1a s.s. 15/07/1970, n. 177), ha dichiarato "la
illegittimita' costituzionale dell'art. 145, primo comma, del codice
civile, nella parte in cui non subordina alla condizione che la
moglie non abbia mezzi sufficienti il dovere del marito di
somministrarle, in proporzione delle sue sostanze, tutto cio' che e'
necessario ai bisogni della vita".
Art. 146.

((Allontanamento dalla residenza familiare. ))

((Il diritto all'assistenza morale e materiale previsto
dall'articolo 143 e' sospeso nei confronti del coniuge che,
allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare, rifiuta
di tornarvi.

La proposizione della domanda di separazione o di annullamento o di
scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio
costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare.

Il giudice puo', secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei
beni del coniuge allontanatosi, nella misura atta a garantire
l'adempimento degli obblighi previsti dagli articoli 143, terzo
comma, e 147)).
Art. 147.

((Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere,
istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle
loro capacita', inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto
previsto dall'articolo 315-bis.))
Art. 148.

((I coniugi devono adempiere l'obbligo di cui all'articolo 147,
secondo quanto previsto dall'articolo 316-bis)).
CAPO V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.

((Scioglimento del matrimonio.))

((Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli
altri casi previsti dalla legge.

Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai
sensi dell'articolo 82 o dell'articolo 83, e regolarmente trascritto,
cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti
dalla legge)).
Art. 150.

((Separazione personale.))

((E' ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione puo' essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione
di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi)).
Art. 151.

((Separazione giudiziale.))

((La separazione puo' essere chiesta quando si verificano, anche
indipendentemente dalla volonta' di uno o di entrambi i coniugi,
fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza
o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano
le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia
addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento
contrario ai doveri che derivano dal matrimonio)).

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AGGIORNAMENTO (12a)
La Corte Costituzionale con sentenza 16-19 dicembre 1968 n. 127 (in
G.U. 1a s.s. 28/12/1968 n. 329) ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 151, secondo comma, del Codice civile.
Art. 152.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 153.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 154.

((Riconciliazione.))

((La riconciliazione tra i coniugi comporta l'abbandono della
domanda di separazione personale gia' proposta)).
Art. 155.

((In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le
disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.))
Art. 155-bis.

(( ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154 ))
Art. 155-ter.

(( ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154 ))
Art. 155-quater.

(( ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154 ))
Art. 155-quinquies.

(( ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154 ))
Art. 155-sexies.
(( ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154 ))
Art. 156.

Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del
coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di
ricevere dall'altro coniuge quanto e' necessario al suo mantenimento,
qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L'entita' di tale somministrazione e' determinata in relazione alle
circostanze e ai redditi dell'obbligato.

Resta fermo l'obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli
433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione puo' imporre al coniuge di
prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che
egli possa sottrarsi all'adempimento degli obblighi previsti dai
precedenti commi e dall'articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l'iscrizione dell'ipoteca
giudiziale ai sensi dell'articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell'avente diritto, il
giudice puo' disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge
obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche
periodicamente somme di danaro all'obbligato, che una parte di esse
venga versata direttamente agli aventi diritto. (58) (64) (99)
((104))

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di
parte, puo' disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui
ai commi precedenti.
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AGGIORNAMENTO (8)
La Corte Costituzionale, con sentenza 4 - 23 maggio 1966, n. 46 (in
G.U. 1a s.s. 28/5/1966, n. 131), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 156, primo comma, del Codice civile, nella
parte in cui pone a carico del marito, in regime di separazione
consensuale senza colpa di nessuno dei coniugi, l'obbligo di
somministrare alla moglie tutto cio' che e' necessario ai bisogni
della vita, indipendentemente dalle condizioni economiche di costei".
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AGGIORNAMENTO (18)
La Corte Costituzionale, con sentenza 24 giugno-13 luglio 1970, n.
128 (in G.U. 1a s.s. 15/7/1970, n. 177), ha dichiarato
"illegittimita' costituzionale dell'art. 156, quinto comma, del
codice civile, nella parte in cui esclude la pretesa della moglie a
non usare il cognome del marito, in regime di separazione per colpa
di quest'ultimo, nel caso che da quell'uso possa derivarle un
pregiudizio".
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AGGIORNAMENTO (36)
La Corte Costituzionale, con sentenza 4 - 18 aprile 1974, n. 99 (in
G.U. 1a s.s. 24/4/1974, n. 107), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 156, primo comma, del codice civile nella
parte in cui, disponendo che per i coniugi consensualmente separati
perduri l'obbligo reciproco di fedelta', non limita quest'ultimo al
dovere di astenersi da quei comportamenti che, per il concorso di
determinate circostanze, siano idonei a costituire ingiuria grave
all'altro coniuge".
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AGGIORNAMENTO (58)
La Corte Costituzionale, con sentenza 12 - 31 maggio 1983, n. 144
(in G.U. 1a s.s. 8/6/1983, n. 156), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 156, sesto comma del Codice Civile, nella
parte in cui non prevede che le disposizioni ivi contenute si
applichino a favore dei figli di coniugi consensualmente separati".
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AGGIORNAMENTO (64)
La Corte Costituzionale, con sentenza 14 - 19 gennaio 1987, n. 5
(in G.U. 1a s.s. 28/1/1987, n. 5), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 156, sesto comma, del codice civile, nella
parte in cui non prevede che le disposizioni ivi contenute si
applichino ai coniugi separati consensualmente".
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AGGIORNAMENTO (99)
La Corte Costituzionale, con sentenza 23 giugno-6 luglio 1994, n.
278 (in G.U. 1a s.s. 13/7/1994, n. 29), ha dichiarato
"l'illegittimita' costituzionale dell'art. 156, sesto comma, del
codice civile, nella parte in cui non prevede che il giudice
istruttore possa adottare nel corso della causa di separazione il
provvedimento di ordinare ai terzi debitori del coniuge obbligato al
mantenimento di versare una parte delle somme direttamente agli
aventi diritto".
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AGGIORNAMENTO (104)
La Corte Costituzionale, con sentenza 10-19 luglio 1996, n. 258 (in
G.U. 1a s.s.s 24/7/1996, n. 30), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 156, sesto comma, del codice civile, nella
parte in cui non prevede che il giudice istruttore possa adottare,
nel corso della causa di separazione, il provvedimento di sequestro
di parte dei beni del coniuge obbligato al mantenimento".
Art. 156-bis.

((Cognome della moglie.))

((Il giudice puo' vietare alla moglie l'uso del cognome del marito
quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e puo'
parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome stesso,
qualora dall'uso possa derivarle grave pregiudizio)).
Art. 157.

((Cessazione degli effetti della separazione.))

((I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della
sentenza di separazione, senza che sia necessario l'intervento del
giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non
equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La separazione puo' essere pronunziata nuovamente soltanto in
relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la
riconciliazione)).
Art. 158.

Separazione consensuale.

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto
senza l'omologazione del giudice.

Quando l'accordo dei coniugi relativamente all'affidamento e al
mantenimento dei figli e' in contrasto con l'interesse di questi il
giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da
adottare nell'interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione,
puo' rifiutare allo stato l'omologazione. ((70))
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AGGIORNAMENTO (70)
La Corte Costituzionale, con sentenza 10 - 18 febbraio 1988, n. 186
(in G.U. 1a s.s. 24/2/1988, n. 8) ha dichiarato "la illegittimita'
costituzionale dell'art. 158 del codice civile, nella parte in cui
non prevede che il decreto di omologazione della separazione
consensuale costituisce titolo per l'iscrizione dell'ipoteca
giudiziale ai sensi dell'art. 2818 del codice civile".
CAPO VI
Del regime patrimoniale della famiglia
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 159.

((Del regime patrimoniale legale tra i coniugi.))

((Il regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di
diversa convenzione stipulata a norma dell'articolo 162, e'
costituito dalla comunione dei beni regolata dalla sezione III del
presente capo)).
Art. 160.

((Diritti inderogabili.))

((Gli sposi non possono derogare ne' ai diritti ne' ai doveri
previsti dalla legge per effetto del matrimonio)).
Art. 161.

(Riferimento generico a leggi o agli usi).

Gli sposi non possono pattuire in modo generico che i loro rapporti
patrimoniali siano in tutto o in parte regolati da leggi alle quali
non sono sottoposti o dagli usi, ma devono enunciare in modo concreto
il contenuto dei patti con i quali intendono regolare questi loro
rapporti.

Art. 162.

Forma delle convenzioni matrimoniali.

Le convenzioni matrimoniali debbono essere stipulate per atto
pubblico sotto pena di nullita'.

La scelta del regime di separazione puo' anche essere dichiarata
nell'atto di celebrazione del matrimonio.

((Le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo, ferme
restando le disposizioni dell'articolo 194)).

Le convenzioni matrimoniali non possono essere opposte ai terzi
quando a margine dell'atto di matrimonio non risultano annotati la
data del contratto, il notaio rogante e le generalita' dei
contraenti, ovvero la scelta di cui al secondo comma.
Art. 163.

((Modifica delle convenzioni.))

((Le modifiche delle convenzioni matrimoniali, anteriori o
successive al matrimonio, non hanno effetto se l'atto pubblico non e'
stipulato col consenso di tutte le persone che sono state parti nelle
convenzioni medesime, o dei loro eredi.

Se uno dei coniugi muore dopo aver consentito con atto pubblico
alla modifica delle convenzioni, questa produce i suoi effetti se le
altre parti esprimono anche successivamente il loro consenso, salva
l'omologazione del giudice. L'omologazione puo' essere chiesta da
tutte le persone che hanno partecipato alla modificazione delle
convenzioni o dai loro eredi.

Le modifiche convenute e la sentenza di omologazione hanno effetto
rispetto ai terzi solo se ne e' fatta annotazione in margine all'atto
del matrimonio.

L'annotazione deve inoltre essere fatta a margine della
trascrizione delle convenzioni matrimoniali ove questa sia richiesta
a norma degli articoli 2643 e seguenti)).
Art. 164.

((Simulazione delle convenzioni matrimoniali.))

((E' consentita ai terzi la prova della simulazione delle
convenzioni matrimoniali.

Le controdichiarazioni scritte possono aver effetto nei confronti
di coloro tra i quali sono intervenute, solo se fatte con la presenza
ed il simultaneo consenso di tutte le persone che sono state parti
nelle convenzioni matrimoniali)).
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AGGIORNAMENTO (21)
La Corte Costituzionale, con sentenza 10 - 16 dicembre 1970, n. 188
(in G.U. 1a s.s. 23/12/1970, n. 324), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 164, primo comma, del codice civile nella
parte in cui non ammette i terzi a provare la simulazione delle
convenzioni matrimoniali".
Art. 165.

Capacita' del minore.

Il minore ammesso a contrarre matrimonio e' pure capace di prestare
il consenso per tutte le relative convenzioni matrimoniali, le quali
sono valide se egli e' assistito dai genitori esercenti la
((responsabilita' genitoriale)) su di lui o dal tutore o dal curatore
speciale nominato a norma dell'articolo 90.
Art. 166.

(Capacita' dell'inabilitato).

Per la validita' delle stipulazioni e delle donazioni, fatte nel
contratto di matrimonio dall'inabilitato o da colui contro il quale
e' stato promosso giudizio di inabilitazione, e' necessaria
l'assistenza del curatore gia' nominato. Se questi non e' stato
ancora nominato, si provvede alla nomina di un curatore speciale.

Art. 166-bis.

((Divieto di costituzione di dote.))

((E' nulla ogni convenzione che comunque tenda alla costituzione di
beni in dote)).
Sezione II
((Del fondo patrimoniale))

Art. 167.

((Costituzione del fondo patrimoniale.))

((Ciascuno o ambedue i coniugi, per atto pubblico, o un terzo,
anche per testamento, possono costituire un fondo patrimoniale,
destinando determinati beni, immobili o mobili iscritti in pubblici
registri, o titoli di credito, a far fronte ai bisogni della
famiglia.

La costituzione del fondo patrimoniale per atto tra vivi,
effettuata dal terzo, si perfeziona con l'accettazione dei coniugi.
L'accettazione puo' essere fatta con atto pubblico posteriore.

La costituzione puo' essere fatta anche durante il matrimonio.

I titoli di credito devono essere vincolati rendendoli nominativi
con annotazione del vincolo o in altro modo idoneo)).
Art. 168.

((Impiego ed amministrazione del fondo.))

((La proprieta' dei beni costituenti il fondo patrimoniale spetta
ad entrambi i coniugi, salvo che sia diversamente stabilito nell'atto
di costituzione.

I frutti dei beni costituenti il fondo patrimoniale sono impiegati
per i bisogni della famiglia.

L'amministrazione dei beni costituenti il fondo patrimoniale e'
regolata dalle norme relative all'amministrazione della comunione
legale)).
Art. 169.

((Alienazione dei beni del fondo.))

((Se non e' stato espressamente consentito nell'atto di
costituzione, non si possono alienare, ipotecare, dare in pegno o
comunque vincolare beni del fondo patrimoniale se non con il consenso
di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con
l'autorizzazione concessa dal giudice, con provvedimento emesso in
camera di consiglio, nei soli casi di necessita' od utilita'
evidente)).
Art. 170.

((Esecuzione sui beni e sui frutti.))

((La esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non puo'
aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati
contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia)).
Art. 171.

((Cessazione del fondo.))

((La destinazione del fondo termina a seguito dell'annullamento o
dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del
matrimonio.

Se vi sono figli minori il fondo dura fino al compimento della
maggiore eta' dell'ultimo figlio. In tale caso il giudice puo'
dettare, su istanza di chi vi abbia interesse, norme per
l'amministrazione del fondo.

Considerate le condizioni economiche dei genitori e dei figli ed
ogni altra circostanza, il giudice puo' altresi' attribuire ai figli,
in godimento o in proprieta', una quota dei beni del fondo.

Se non vi sono figli, si applicano le disposizioni sullo
scioglimento della comunione legale)).
Art. 172.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 173.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 174.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 175.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 176.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Sezione III
((Della comunione legale))

Art. 177.

((Oggetto della comunione.))

((Costituiscono oggetto della comunione:
a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente
durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni
personali;
b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e
non consumati allo scioglimento della comunione;
c) i proventi dell'attivita' separata di ciascuno dei coniugi se,
allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati;
d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il
matrimonio.

Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi
anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione
concerne solo gli utili e gli incrementi)).
Art. 178.

((Beni destinati all'esercizio di impresa.))

((I beni destinati all'esercizio dell'impresa di uno dei coniugi
costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell'impresa
costituita anche precedentemente si considerano oggetto della
comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di
questa)).
Art. 179.

((Beni personali.))

((Non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali
del coniuge:
a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era
proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di
godimento;
b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di
donazione o successione, quando nell'atto di liberalita' o nel
testamento non e' specificato che essi sono attribuiti alla
comunione;
c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i
loro accessori;
d) i beni che servono all'esercizio della professione del
coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un'azienda
facente parte della comunione;
e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonche' la
pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacita'
lavorativa;
f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni
personali sopraelencati o col loro scambio, purche' cio' sia
espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto.
L'acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati
nell'articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, e' escluso dalla
comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma,
quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia
stato parte anche l'altro coniuge)).
Art. 180.

((Amministrazione dei beni della comunione.))

((L'amministrazione dei beni della comunione e la rappresentanza in
giudizio per gli atti ad essa relativi spettano disgiuntamente ad
entrambi i coniugi.
Il compimento degli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione,
nonche' la stipula dei contratti con i quali si concedono o si
acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in
giudizio per le relative azioni spettano congiuntamente ad entrambi i
coniugi)).
Art. 181.

((Rifiuto di consenso.))

((Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipulazione di un
atto di straordinaria amministrazione o per gli altri atti per cui il
consenso e' richiesto, l'altro coniuge puo' rivolgersi al giudice per
ottenere l'autorizzazione nel caso in cui la stipulazione dell'atto
e' necessaria nell'interesse della famiglia o dell'azienda che a
norma della lettera d) dell'articolo 177 fa parte della comunione)).
Art. 182.

((Amministrazione affidata ad uno solo dei coniugi.))

((In caso di lontananza o di altro impedimento di uno dei coniugi
l'altro, in mancanza di procura del primo risultante da atto pubblico
o da scrittura privata autenticata, puo' compiere, previa
autorizzazione del giudice e con le cautele eventualmente da questo
stabilite, gli atti necessari per i quali e' richiesto, a norma
dell'articolo 180, il consenso di entrambi i coniugi.

Nel caso di gestione comune di azienda, uno dei coniugi puo' essere
delegato dall'altro al compimento di tutti gli atti necessari
all'attivita' dell'impresa)).
Art. 183.

((Esclusione dall'amministrazione.))

((Se uno dei coniugi e' minore o non puo' amministrare ovvero se ha
male amministrato, l'altro coniuge puo' chiedere al giudice di
escluderlo dall'amministrazione.

Il coniuge privato dell'amministrazione puo' chiedere al giudice di
esservi reintegrato, se sono venuti meno i motivi che hanno
determinato l'esclusione.

La esclusione opera di diritto riguardo al coniuge interdetto e
permane sino a quando non sia cessato lo stato di interdizione)).
Art. 184.

((Atti compiuti senza il necessario consenso.))

((Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso
dell'altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili se
riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell'articolo 2683.

L'azione puo' essere proposta dal coniuge il cui consenso era
necessario entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza
dell'atto e in ogni caso entro un anno dalla data di trascrizione. Se
l'atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia
avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l'azione
non puo' essere proposta oltre l'anno dallo scioglimento stesso.

Se gli atti riguardano beni mobili diversi da quelli indicati nel
primo comma, il coniuge che li ha compiuti senza il consenso
dell'altro e' obbligato su istanza di quest'ultimo a ricostituire la
comunione nello stato in cui era prima del compimento dell'atto o,
qualora cio' non sia possibile, al pagamento dell'equivalente secondo
i valori correnti all'epoca della ricostituzione della comunione)).
Art. 185.

((Amministrazione dei beni personali del coniuge.))

((All'amministrazione dei beni che non rientrano nella comunione o
nel fondo patrimoniale si applicano le disposizioni dei commi
secondo, terzo e quarto dell'articolo 217)).
Art. 186.

((Obblighi gravanti sui beni della comunione.))

((I beni della comunione rispondono:
a) di tutti i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento
dell'acquisto;
b) di tutti i carichi dell'amministrazione;
c) delle spese per il mantenimento della famiglia e per
l'istruzione e l'educazione dei figli e di ogni obbligazione
contratta dai coniugi, anche separatamente, nell'interesse della
famiglia;
d) di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi)).
Art. 187.

((Obbligazioni contratte dai coniugi prima del matrimonio.))

((I beni della comunione, salvo quanto disposto nell'articolo 189,
non rispondono delle obbligazioni contratte da uno dei coniugi prima
del matrimonio)).
Art. 188.

((Obbligazioni derivanti da donazioni o successioni.))

((I beni della comunione, salvo quanto disposto nell'articolo 189,
non rispondono delle obbligazioni da cui sono gravate le donazioni e
le successioni conseguite dai coniugi durante il matrimonio e non
attribuite alla comunione)).
Art. 189.

((Obbligazioni contratte separatamente dai coniugi.))

((I beni della comunione, fino al valore corrispondente alla quota
del coniuge obbligato, rispondono, quando i creditori non possono
soddisfarsi sui beni personali, delle obbligazioni contratte dopo il
matrimonio, da uno dei coniugi per il compimento di atti eccedenti
l'ordinaria amministrazione senza il necessario consenso dell'altro.

I creditori particolari di uno dei coniugi, anche se il credito e'
sorto anteriormente al matrimonio, possono soddisfarsi in via
sussidiaria sui beni della comunione, fino al valore corrispondente
alla quota del coniuge obbligato. Ad essi, se chirografari, sono
preferiti i creditori della comunione)).
Art. 190.

((Responsabilita' sussidiaria dei beni personali.))

((I creditori possono agire in via sussidiaria sui beni personali
di ciascuno dei coniugi, nella misura della meta' del credito, quando
i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su
di essa gravanti)).
Art. 191.

Scioglimento della comunione.

La comunione si scioglie per la dichiarazione di assenza o di morte
presunta di uno dei coniugi, per l'annullamento, per lo scioglimento
o per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, per la
separazione personale, per la separazione giudiziale dei beni, per
mutamento convenzionale del regime patrimoniale, per il fallimento di
uno dei coniugi.

((Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si
scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i
coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del
processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al
presidente, purche' omologato. L'ordinanza con la quale i coniugi
sono autorizzati a vivere separati e' comunicata all'ufficiale dello
stato civile ai fini dell'annotazione dello scioglimento della
comunione)). ((229))

Nel caso di azienda di cui alla lettera d) dell'articolo 177, lo
scioglimento della comunione puo' essere deciso, per accordo dei
coniugi, osservata la forma prevista dall'articolo 162.
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AGGIORNAMENTO (229)
La L. 6 maggio 2015, n. 55 ha disposto (con l'art. 3, comma 1) che
le modifiche disposte al presente articolo si applicano ai
procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente
legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne
costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima
data.
Art. 192.

((Rimborsi e restituzioni.))

((Ciascuno dei coniugi e' tenuto a rimborsare alla comunione le
somme prelevate dal patrimonio comune per fini diversi
dall'adempimento delle obbligazioni previste dall'articolo 186.

E' tenuto altresi' a rimborsare il valore dei beni di cui
all'articolo 189, a meno che, trattandosi di atto di straordinaria
amministrazione da lui compiuto, dimostri che l'atto stesso sia stato
vantaggioso per la comunione o abbia soddisfatto una necessita' della
famiglia.

Ciascuno dei coniugi puo' richiedere la restituzione delle somme
prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed
investimenti del patrimonio comune.

I rimborsi e le restituzioni si effettuano al momento dello
scioglimento della comunione; tuttavia il giudice puo' autorizzarli
in un momento anteriore se l'interesse della famiglia lo esige o lo
consente.

Il coniuge che risulta creditore puo' chiedere di prelevare beni
comuni sino a concorrenza del proprio credito. In caso di dissenso si
applica il quarto comma. I prelievi si effettuano sul denaro, quindi
sui mobili e infine sugli immobili)).
Art. 193.

((Separazione giudiziale dei beni.))

((La separazione giudiziale dei beni puo' essere pronunziata in
caso di interdizione o di inabilitazione di uno dei coniugi o di
cattiva amministrazione della comunione.

Puo' altresi' essere pronunziata quando il disordine degli affari
di uno dei coniugi o la condotta da questi tenuta
nell'amministrazione dei beni mette in pericolo gli interessi
dell'altro o della comunione o della famiglia, oppure quando uno dei
coniugi non contribuisce ai bisogni di questa in misura proporzionale
alle proprie sostanze e capacita' di lavoro.

La separazione puo' essere chiesta da uno dei coniugi o dal suo
legale rappresentante.

La sentenza che pronunzia la separazione retroagisce al giorno in
cui e' stata proposta la domanda ed ha lo effetto di instaurare il
regime di separazione dei beni regolato nella sezione V del presente
capo, salvi i diritti dei terzi.

La sentenza e' annotata a margine dell'atto di matrimonio e
sull'originale delle convenzioni matrimoniali)).
Art. 194.

((Divisione dei beni della comunione.))

((La divisione dei beni della comunione legale si effettua
ripartendo in parti uguali l'attivo e il passivo.

Il giudice, in relazione alle necessita' della prole e
all'affidamento di essa, puo' costituire a favore di uno dei coniugi
l'usufrutto su una parte dei beni spettanti all'altro coniuge)).
Art. 195.

((Prelevamento dei beni mobili.))

((Nella divisione i coniugi o i loro eredi hanno diritto di
prelevare i beni mobili che appartenevano ai coniugi stessi prima
della comunione o che sono ad essi pervenuti durante la medesima per
successione o donazione. In mancanza di prova contraria si presume
che i beni mobili facciano parte della comunione)).
Art. 196.

((Ripetizione del valore in caso di mancanza delle cose da
prelevare.))

((Se non si trovano i beni mobili che il coniuge o i suoi eredi
hanno diritto di prelevare a norma dell'articolo precedente essi
possono ripeterne il valore provandone l'ammontare anche per
notorieta', salvo che la mancanza di quei beni sia dovuta a
consumazione per uso o perimento o per altra causa non imputabile
all'altro coniuge)).
Art. 197.

((Limiti al prelevamento nei riguardi dei terzi.))

((Il prelevamento autorizzato dagli articoli precedenti non puo'
farsi, a pregiudizio dei terzi, qualora la proprieta' individuale dei
beni non risulti da atto avente data certa. E' fatto salvo al coniuge
o ai suoi eredi il diritto di regresso sui beni della comunione
spettanti all'altro coniuge nonche' sugli altri beni di lui)).
Art. 198.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 199.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 200.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 201.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 202.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 ((65))

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AGGIORNAMENTO (65)
La Corte Costituzionale, con sentenza 14 - 19 gennaio 1987, n. 6
(in G.U. 1a s.s. 28/1/1987, n. 5) ha dichiarato "la illegittimita'
costituzionale dell'art. 202, comma primo, del codice civile, nella
parte in cui non prevede la separazione della dote dai beni del
marito, su domanda della moglie, quando la separazione personale sia
stata pronunziata senza che sia addebitabile all'uno o all'altro dei
coniugi".
Art. 203.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 204.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 205.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 206.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 207.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 208.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 209.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Sezione IV
((Della comunione convenzionale))

Art. 210.

((Modifiche convenzionali alla comunione legale dei beni.))

((I coniugi possono, mediante convenzione stipulata a norma
dell'articolo 162, modificare il regime della comunione legale dei
beni purche' i patti non siano in contrasto con le disposizioni
dell'articolo 161.

I beni indicati alle lettere c), d) ed e) dell'articolo 179 non
possono essere compresi nella comunione convenzionale.

Non sono derogabili le norme della comunione legale relative
all'amministrazione dei beni della comunione e all'uguaglianza delle
quote limitatamente ai beni che formerebbero oggetto della comunione
legale)).
Art. 211.

((Obbligazioni dei coniugi contratte prima del matrimonio.))

((I beni della comunione rispondono delle obbligazioni contratte da
uno dei coniugi prima del matrimonio limitatamente al valore dei beni
di proprieta' del coniuge stesso prima del matrimonio che, in base a
convenzione stipulata a norma dell'articolo 162, sono entrati a far
parte della comunione dei beni)).
Art. 212.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 213.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 214.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Sezione V
((Del regime di separazione dei beni))

Art. 215.

((Separazione dei beni.))

((I coniugi possono convenire che ciascuno di essi conservi la
titolarita' esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio)).
Art. 216.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 217.

((Amministrazione e godimento dei beni.))

((Ciascun coniuge ha il godimento e l'amministrazione dei beni di
cui e' titolare esclusivo.

Se ad uno dei coniugi e' stata conferita la procura ad amministrare
i beni dell'altro con l'obbligo di rendere conto dei frutti, egli e'
tenuto verso l'altro coniuge secondo le regole del mandato.

Se uno dei coniugi ha amministrato i beni dell'altro con procura
senza l'obbligo di rendere conto dei frutti, egli ed i suoi eredi, a
richiesta dell'altro coniuge o allo scioglimento o alla cessazione
degli effetti civili del matrimonio, sono tenuti a consegnare i
frutti esistenti e non rispondono per quelli consumati.

Se uno dei coniugi, nonostante l'opposizione dell'altro, amministra
i beni di questo o comunque compie atti relativi a detti beni
risponde dei danni e della mancata percezione dei frutti)).
Art. 218.

((Obbligazioni del coniuge che gode dei beni dell'altro coniuge. ))

((Il coniuge che gode dei beni dell'altro coniuge e' soggetto a
tutte le obbligazioni dell'usufruttuario)).
Art. 219.

((Prova della proprieta' dei beni.))

((Il coniuge puo' provare con ogni mezzo nei confronti dell'altro
la proprieta' esclusiva di un bene.

I beni di cui nessuno dei coniugi puo' dimostrare la proprieta'
esclusiva sono di proprieta' indivisa per pari quota di entrambi i
coniugi)).
Art. 220.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 221.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 222.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 223.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 224.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 225.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 226.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 227.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 228.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 229.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 230.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
((Sezione VI))
((Dell'impresa familiare))

Art. 230-bis.

((Impresa familiare.))

(( Salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare
che presta in modo continuativo la sua attivita' di lavoro nella
famiglia o nell'impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo
la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili
dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonche' agli
incrementi della azienda, anche in ordine all'avviamento, in
proporzione alla quantita' e qualita' del lavoro prestato. Le
decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi
nonche' quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi
produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a
maggioranza, dai familiari che partecipano all'impresa stessa. I
familiari partecipanti all'impresa che non hanno la piena capacita'
di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potesta' su
di essi.

Il lavoro della donna e' considerato equivalente a quello
dell'uomo.

Ai fini della disposizione di cui al primo comma si intende come
familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini
entro il secondo; per impresa familiare quella cui collaborano il
coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.

Il diritto di partecipazione di cui al primo comma e'
intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di
familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i
partecipi. Esso puo' essere liquidato in danaro alla cessazione, per
qualsiasi causa, della prestazione del lavoro, ed altresi' in caso di
alienazione dell'azienda. Il pagamento puo' avvenire in piu'
annualita', determinate, in difetto di accordo, dal giudice.

In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell'azienda i
partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione
sull'azienda. Si applica, nei limiti in cui e' compatibile, la
disposizione dell'articolo 732.

Le comunioni tacite familiari nell'esercizio dell'agricoltura sono
regolate dagli usi che non contrastino con le precedenti norme)).
Art. 230-ter.

(( (Diritti del convivente). ))

((Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera
all'interno dell'impresa dell'altro convivente spetta una
partecipazione agli utili dell'impresa familiare ed ai beni
acquistati con essi nonche' agli incrementi dell'azienda, anche in
ordine all'avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di
partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto
di societa' o di lavoro subordinato)).
TITOLO VII
((DELLO STATO DI FIGLIO))
CAPO I
((Della presunzione di paternita'))((...))

Art. 231.

((Paternita' del marito))

((Il marito e' padre del figlio concepito o nato durante il
matrimonio.))
Art. 232.

Presunzione di concepimento durante il matrimonio.

((Si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato quando
non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data
dell'annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli
effetti civili del matrimonio.))

La presunzione non opera decorsi trecento giorni dalla pronuncia di
separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione
consensuale, ovvero dalla data della comparizione dei coniugi avanti
al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere
separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi
previsti nel comma precedente.
Art. 233.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 234.

Nascita del figlio dopo i trecento giorni.

Ciascuno dei coniugi e i loro eredi possono provare che il figlio,
nato dopo i trecento giorni dall'annullamento, dallo scioglimento o
dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, e' stato
concepito durante il matrimonio.

Possono analogamente provare il concepimento durante la convivenza
quando il figlio sia nato dopo i trecento giorni dalla pronuncia di
separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione
consensuale, ovvero dalla data di comparizione dei coniugi avanti al
giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere
separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi
previsti nel comma precedente.

((In ogni caso il figlio puo' provare di essere stato concepito
durante il matrimonio.))
Art. 235.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
((CAPO II
Delle prove della filiazione))

Art. 236.

(Atto di nascita e possesso di stato)

La filiazione ((...)) si prova con l'atto di nascita iscritto nei
registri dello stato civile.

Basta, in mancanza di questo titolo, il possesso continuo dello
stato di figlio ((...)).
Art. 237.

(Fatti costitutivi del possesso di stato).

Il possesso di stato risulta da una serie di fatti che nel loro
complesso valgano a dimostrare le relazioni di filiazione e di
parentela fra una persona e la famiglia a cui essa pretende di
appartenere.

In ogni caso devono concorrere i seguenti fatti:
che il genitore abbia trattato la persona come figlio ed abbia
provveduto in questa qualita' al mantenimento, all'educazione e al
collocamento di essa.
che la persona sia stata costantemente considerata come tale nei
rapporti sociali.
che sia stata riconosciuta in detta qualita' dalla famiglia.
((263))

-------------
AGGIORNAMENTO (263)
La Corte Costituzionale, con sentenza 8 novembre - 21 dicembre
2016, n. 286 (in G.U. 1ª s.s. 28/12/2016, n. 52), ha dichiarato
"l'illegittimita' costituzionale della norma desumibile dagli artt.
237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto
9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34
del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la
semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma
dell'articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella
parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di
trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome
materno".
Art. 238.

((Irreclamabilita' di uno stato di figlio contrario a quello
attribuito dall'atto di nascita))

Salvo quanto disposto dagli articoli 128, ((234, 239, 240 e 244)),
nessuno puo' reclamare uno stato contrario a quello che gli
attribuiscono l'atto di nascita di figlio legittimo e il possesso di
stato conforme all'atto stesso.

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).
Art. 239.

((Reclamo dello stato di figlio))

((Qualora si tratti di supposizione di parto o di sostituzione di
neonato, il figlio puo' reclamare uno stato diverso.

L'azione di reclamo dello stato di figlio puo' essere esercitata
anche da chi e' nato nel matrimonio ma fu iscritto come figlio di
ignoti, salvo che sia intervenuta sentenza di adozione.

L'azione puo' inoltre essere esercitata per reclamare uno stato di
figlio conforme alla presunzione di paternita' da chi e' stato
riconosciuto in contrasto con tale presunzione e da chi fu iscritto
in conformita' di altra presunzione di paternita'.

L'azione puo', altresi', essere esercitata per reclamare un diverso
stato di figlio quando il precedente e' stato comunque rimosso.))
Art. 240.

((Contestazione dello stato di figlio))

((Lo stato di figlio puo' essere contestato nei casi di cui al
primo e secondo comma dell'articolo 239.))
Art. 241.

((Prova in giudizio))

((Quando mancano l'atto di nascita e il possesso di stato, la prova
della filiazione puo' darsi in giudizio con ogni mezzo.))

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).
Art. 242.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 243.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 243-bis.

((Disconoscimento di paternita'))

((L'azione di disconoscimento di paternita' del figlio nato nel
matrimonio puo' essere esercitata dal marito, dalla madre e dal
figlio medesimo.

Chi esercita l'azione e' ammesso a provare che non sussiste
rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre.

La sola dichiarazione della madre non esclude la paternita'.))
((CAPO III
Dell'azione di disconoscimento e delle azioni di contestazione e di reclamo dello stato di figlio))

Art. 244.

((Termini dell'azione di disconoscimento))

((L'azione di disconoscimento della paternita' da parte della madre
deve essere proposta nel termine di sei mesi dalla nascita del figlio
ovvero dal giorno in cui e' venuta a conoscenza dell'impotenza di
generare del marito al tempo del concepimento.

Il marito puo' disconoscere il figlio nel termine di un anno che
decorre dal giorno della nascita quando egli si trovava al tempo di
questa nel luogo in cui e' nato il figlio; se prova di aver ignorato
la propria impotenza di generare ovvero l'adulterio della moglie al
tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha
avuto conoscenza.

Se il marito non si trovava nel luogo in cui e' nato il figlio il
giorno della nascita il termine, di cui al secondo comma, decorre dal
giorno del suo ritorno o dal giorno del ritorno nella residenza
familiare se egli ne era lontano. In ogni caso, se egli prova di non
aver avuto notizia della nascita in detti giorni, il termine decorre
dal giorno in cui ne ha avuto notizia.

Nei casi previsti dal primo e dal secondo comma l'azione non puo'
essere, comunque, proposta oltre cinque anni dal giorno della
nascita.)) ((223))

((L'azione di disconoscimento della paternita' puo' essere proposta
dal figlio che ha raggiunto la maggiore eta'. L'azione e'
imprescrittibile riguardo al figlio.

L'azione puo' essere altresi' promossa da un curatore speciale
nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del
figlio minore che ha compiuto i quattordici anni ovvero del pubblico
ministero o dell'altro genitore, quando si tratti di figlio di eta'
inferiore.))

-------------
AGGIORNAMENTO (61)
La Corte Costituzionale, con sentenza 2 - 6 maggio 1985, n. 134 (in
G.U. 1a s.s. 15/5/1985, n. 113) ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale "dell'art. 244, secondo comma, del codice civile,
nella parte in cui non dispone, per il caso previsto dal n. 3
dell'art. 235 dello stesso codice, che il termine dell'azione di
disconoscimento decorra dal giorno in cui il marito sia venuto a
conoscenza dell'adulterio della moglie".
-------------
AGGIORNAMENTO (118)
La Corte Costituzionale, con sentenza 10-14 maggio 1999, n. 170 (in
G.U. 1a s.s. 19/5/1999, n. 20) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 244, secondo comma, del codice civile, nella
parte in cui non prevede che il termine per la proposizione
dell'azione di disconoscimento della paternita', nell'ipotesi di
impotenza solo di generare, contemplata dal numero 2) dell'art. 235
dello stesso codice, decorra per il marito dal giorno in cui esso sia
venuto a conoscenza della propria impotenza di generare" e "in
applicazione dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87,
l'illegittimita' costituzionale dell'art. 244, primo comma, del
codice civile, nella parte in cui non prevede che il termine per la
proposizione dell'azione di disconoscimento della paternita',
nell'ipotesi di impotenza solo di generare di cui al numero 2)
dell'art. 235 dello stesso codice, decorra per la moglie dal giorno
in cui essa sia venuta a conoscenza dell'impotenza di generare del
marito".
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 104,
comma 9) che "Fermi gli effetti del giudicato formatosi prima
dell'entrata in vigore della legge 10 dicembre 2012, n. 219, i
termini per proporre l'azione di disconoscimento di paternita',
previsti dal quarto comma dell'articolo 244 del codice civile,
decorrono dal giorno dell'entrata in vigore del presente decreto
legislativo".
Art. 245.

((Sospensione del termine))

((Se la parte interessata a promuovere l'azione di disconoscimento
di paternita' si trova in stato di interdizione per infermita' di
mente ovvero versa in condizioni di abituale grave infermita' di
mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, la
decorrenza del termine indicato nell'articolo 244 e' sospesa nei suoi
confronti, sino a che duri lo stato di interdizione o durino le
condizioni di abituale grave infermita' di mente.

Quando il figlio si trova in stato di interdizione ovvero versa in
condizioni di abituale grave infermita' di mente, che lo renda
incapace di provvedere ai propri interessi, l'azione puo' essere
altresi' promossa da un curatore speciale nominato dal giudice,
assunte sommarie informazioni, su istanza del pubblico ministero, del
tutore, o dell'altro genitore. Per gli altri legittimati l'azione
puo' essere proposta dal tutore o, in mancanza di questo, da un
curatore speciale, previa autorizzazione del giudice.))

-------------
AGGIORNAMENTO (201)
La Corte Costituzionale, con sentenza 21-25 novembre 2011, n. 322
(in G.U. 1a s.s. 30/11/2011, n. 50) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'articolo 245 del codice civile, nella parte in
cui non prevede che la decorrenza del termine indicato nell'art. 244
cod. civ. e' sospesa anche nei confronti del soggetto che, sebbene
non interdetto, versi in condizione di abituale grave infermita' di
mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino
a che duri tale stato di incapacita' naturale".
Art. 246.

((Trasmissibilita' dell'azione))

(( Se il presunto padre o la madre titolari dell'azione di
disconoscimento di paternita' sono morti senza averla promossa, ma
prima che sia decorso il termine previsto dall'articolo 244, sono
ammessi ad esercitarla in loro vece i discendenti o gli ascendenti;
il nuovo termine decorre dalla morte del presunto padre o della
madre, o dalla nascita del figlio se si tratta di figlio postumo o
dal raggiungimento della maggiore eta' da parte di ciascuno dei
discendenti.

Se il figlio titolare dell'azione di disconoscimento di
paternita' e' morto senza averla promossa sono ammessi ad esercitarla
in sua vece il coniuge o i discendenti nel termine di un anno che
decorre dalla morte del figlio o dal raggiungimento della maggiore
eta' da parte di ciascuno dei discendenti.

Si applicano il sesto comma dell'articolo 244 e l'articolo 245.))
Art. 247.

((Legittimazione passiva.))

((Il presunto padre, la madre ed il figlio sono litisconsorti
necessari nel giudizio di disconoscimento.

Se una delle parti e' minore o interdetta, l'azione e' proposta in
contraddittorio con un curatore nominato dal giudice davanti al quale
il giudizio deve essere promosso.

Se una delle parti e' un minore emancipato o un maggiore
inabilitato, l'azione e' proposta contro la stessa assistita da un
curatore parimenti nominato dal giudice.

Se il presunto padre o la madre o il figlio sono morti l'azione si
propone nei confronti delle persone indicate nell'articolo precedente
o, in loro mancanza, nei confronti di un curatore parimenti nominato
dal giudice)).
Art. 248.

((Legittimazione all'azione di contestazione dello stato di figlio.
Imprescrittibilita'.))

((L'azione di contestazione dello stato di figlio spetta a chi
dall'atto di nascita del figlio risulti suo genitore e a chiunque vi
abbia interesse.))

L'azione e' imprescrittibile.

Quando l'azione e' proposta nei confronti di persone premorte o
minori o altrimenti incapaci, si osservano le disposizioni
dell'articolo precedente.

Nel giudizio devono essere chiamati entrambi i genitori.

((Si applicano il sesto comma dell'articolo 244 e il secondo comma
dell'articolo 245.))
Art. 249.

((Legittimazione all'azione di reclamo dello stato di figlio.
Imprescrittibilita'))

((L'azione per reclamare lo stato di figlio spetta al medesimo.

L'azione e' imprescrittibile.

Quando l'azione e' proposta nei confronti di persone premorte o
minori o altrimenti incapaci, si osservano le disposizioni
dell'articolo 247.

Nel giudizio devono essere chiamati entrambi i genitori.

Si applicano il sesto comma dell'articolo 244 e il secondo comma
dell'articolo 245.))
((...))((...))((CAPO IV
Del riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio))

Art. 250.

Riconoscimento.

((Il figlio nato fuori del matrimonio puo' essere riconosciuto, nei
modi previsti dall'articolo 254, dalla madre e dal padre, anche se
gia' uniti in matrimonio con altra persona all'epoca del
concepimento. Il riconoscimento puo' avvenire tanto congiuntamente
quanto separatamente)).

Il riconoscimento del figlio che ha compiuto i ((quattordici anni))
non produce effetto senza il suo assenso.

Il riconoscimento del figlio che non ha compiuto i ((quattordici
anni)) non puo' avvenire senza il consenso dell'altro genitore che
abbia gia' effettuato il riconoscimento.

((Il consenso non puo' essere rifiutato se risponde all'interesse
del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il
consenso dell'altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice
competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso
all'altro genitore. Se non viene proposta opposizione entro trenta
giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo
del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice,
assunta ogni opportuna informazione, dispone l'audizione del figlio
minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di eta' inferiore,
ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti
provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che
l'opposizione non sia palesemente fondata. Con la sentenza che tiene
luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti
opportuni in relazione all'affidamento e al mantenimento del minore
ai sensi dell'articolo 315-bis e al suo cognome ai sensi
dell'articolo 262)).

Il riconoscimento non puo' essere fatto dai genitori che non
abbiano compiuto il sedicesimo anno di eta' ((, salvo che il giudice
li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all'interesse
del figlio)).
Art. 251

(Autorizzazione al riconoscimento).

Il figlio nato da persone, tra le quali esiste un vincolo di
parentela in linea retta all'infinito o in linea collaterale nel
secondo grado, ovvero un vincolo di affinita' in linea retta, puo'
essere riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo
all'interesse del figlio e alla necessita' di evitare allo stesso
qualsiasi pregiudizio.

Il riconoscimento di una persona minore di eta' e' autorizzato dal
((giudice)).
Art. 252.

((Affidamento del figlio nato fuori del matrimonio e suo inserimento
nella famiglia del genitore.))

Qualora il figlio ((nato fuori del matrimonio)) di uno dei coniugi
sia riconosciuto durante il matrimonio il giudice, valutate le
circostanze, decide in ordine all'affidamento del minore e adotta
ogni altro provvedimento a tutela del suo interesse morale e
materiale.

L'eventuale inserimento del figlio ((nato fuori del matrimonio))
nella famiglia legittima di uno dei genitori puo' essere autorizzato
dal giudice qualora cio' non sia contrario all'interesse del minore e
sia accertato il consenso dell'altro coniuge e dei figli che abbiano
compiuto il sedicesimo anno di eta' e siano conviventi, nonche'
dell'altro ((genitore)) che abbia effettuato il riconoscimento. ((In
questo caso il giudice stabilisce le condizioni cui ciascun genitore
deve attenersi.)) ((223))

Qualora il figlio ((...)) sia riconosciuto anteriormente al
matrimonio, il suo inserimento nella famiglia ((...)) e' subordinato
al consenso dell'altro coniuge, a meno che il figlio fosse gia'
convivente con il genitore all'atto del matrimonio o l'altro coniuge
conoscesse l'esistenza del figlio ((...)).

E' altresi' richiesto il consenso dell'altro genitore ((...)) che
abbia effettuato il riconoscimento.

((In caso di disaccordo tra i genitori, ovvero di mancato consenso
degli altri figli conviventi, la decisione e' rimessa al giudice
tenendo conto dell'interesse dei minori. Prima dell'adozione del
provvedimento, il giudice dispone l'ascolto dei figli minori che
abbiano compiuto gli anni dodici e anche di eta' inferiore ove capaci
di discernimento.))

-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 23,
comma 1, lettera c)) che al secondo comma "le parole: "e dei figli
legittimi" sono sostituite dalle seguenti: "convivente e degli altri
figli"".
Art. 253.

Inammissibilita' del riconoscimento.

In nessun caso e' ammesso un riconoscimento in contrasto con lo
stato di figlio ((...)) in cui la persona si trova.
Art. 254.

Forma del riconoscimento.

Il riconoscimento del figlio ((nato fuori del matrimonio)) e' fatto
nell'atto di nascita, oppure con una apposita dichiarazione,
posteriore alla nascita o al concepimento, davanti ad un ufficiale
dello stato civile o in un atto pubblico o in un testamento,
qualunque sia la forma di questo. (111) (112a)

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).
-------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3".
-------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 255.

(Riconoscimento di un figlio premorto).

Puo' anche aver luogo il riconoscimento del figlio premorto, in
favore dei suoi discendenti ((...)).(216)
---------------
AGGIONRAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 256.

((Irrevocabilita' del riconoscimento.))

((Il riconoscimento e' irrevocabile. Quando e' contenuto in un
testamento ha effetto dal giorno della morte del testatore, anche se
il testamento e' stato revocato)).
Art. 257.

(Clausole limitatrici).

E' nulla ogni clausola diretta a limitare gli effetti del
riconoscimento.

Art. 258.

Effetti del riconoscimento.

((Il riconoscimento produce effetti riguardo al genitore da cui fu
fatto e riguardo ai parenti di esso)).

L'atto di riconoscimento di uno solo dei genitori non puo'
contenere indicazioni relative all'altro genitore. Queste
indicazioni, qualora siano state fatte, sono senza effetto.

Il pubblico ufficiale che le riceve e l'ufficiale dello stato
civile che le riproduce sui registri dello stato civile sono puniti
con l'ammenda da lire ventimila a lire ottantamila. Le indicazioni
stesse devono essere cancellate.
Art. 259.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 260.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151)).
Art. 261.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 262.

Cognome del figlio nato fuori del matrimonio.

Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha
riconosciuto. Se il riconoscimento e' stato effettuato
contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome
del padre. ((263))

Se la filiazione nei confronti del padre e' stata accertata o
riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre,
il figlio puo' assumere il cognome del padre aggiungendolo,
anteponendolo o sostituendolo a quello della madre.

Se la filiazione nei confronti del genitore e' stata accertata o
riconosciuta successivamente all'attribuzione del cognome da parte
dell'ufficiale dello stato civile, si applica il primo e il secondo
comma del presente articolo; il figlio puo' mantenere il cognome
precedentemente attribuitogli, ove tale cognome sia divenuto autonomo
segno della sua identita' personale, aggiungendolo, anteponendolo o
sostituendolo al cognome del genitore che per primo lo ha
riconosciuto o al cognome dei genitori in caso di riconoscimento da
parte di entrambi.

Nel caso di minore eta' del figlio, il giudice decide circa
l'assunzione del cognome del genitore, previo ascolto del figlio
minore, che abbia compiuto gli anni dodici e anche di eta' inferiore
ove capace di discernimento. (105)
((263))

-------------
AGGIORNAMENTO (105)
La Corte Costituzionale, con sentenza 18-23 luglio 1996, n. 297 (in
G.U. 1a s.s. 31/7/1996, n. 31) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 262 del codice civile, nella parte in cui
non prevede che il figlio naturale, nell'assumere il cognome del
genitore che lo ha riconosciuto, possa ottenere dal giudice il
riconoscimento del diritto a mantenere, anteponendolo o, a sua
scelta, aggiungendolo a questo, il cognome precedentemente
attribuitogli con atto formalmente legittimo, ove tale cognome sia
divenuto autonomo segno distintivo della sua identita' personale".
-------------
AGGIORNAMENTO (263)
La Corte Costituzionale, con sentenza 8 novembre - 21 dicembre
2016, n. 286 (in G.U. 1ª s.s. 28/12/2016, n. 52), ha dichiarato
l'illegittimita' costituzionale "della norma desumibile dagli artt.
237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto
9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34
del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la
semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma
dell'articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella
parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di
trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome
materno", e, in via consequenziale, ai sensi dell'art. 27 della legge
11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento
della Corte costituzionale), l'illegittimita' costituzionale del
primo comma del presente articolo, nella parte in cui non consente ai
genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento
della nascita, anche il cognome materno.
Art. 263.

((Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicita' ))

((Il riconoscimento puo' essere impugnato per difetto di
veridicita' dall'autore del riconoscimento, da colui che e' stato
riconosciuto e da chiunque vi abbia interesse.

L'azione e' imprescrittibile riguardo al figlio.

L'azione di impugnazione da parte dell'autore del riconoscimento
deve essere proposta nel termine di un anno che decorre dal giorno
dell'annotazione del riconoscimento sull'atto di nascita. Se l'autore
del riconoscimento prova di aver ignorato la propria impotenza al
tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha
avuto conoscenza; nello stesso termine, la madre che abbia effettuato
il riconoscimento e' ammessa a provare di aver ignorato l'impotenza
del presunto padre. L'azione non puo' essere comunque proposta oltre
cinque anni dall'annotazione del riconoscimento.

L'azione di impugnazione da parte degli altri legittimati deve
essere proposta nel termine di cinque anni che decorrono dal giorno
dall'annotazione del riconoscimento sull'atto di nascita. Si applica
l'articolo 245.))
((223))

----------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, ha disposto (con l'art. 104,
comma 10) che " Fermi gli effetti del giudicato formatosi prima
dell'entrata in vigore della legge 10 dicembre 2012, n. 219, nel caso
di riconoscimento di figlio annotato sull'atto di nascita prima
dell'entrata in vigore del presente decreto legislativo, i termini
per proporre l'azione di impugnazione, previsti dall'articolo 263 e
dai commi secondo, terzo e quarto dell'articolo 267 del codice
civile, decorrono dal giorno dell'entrata in vigore del medesimo
decreto legislativo".
Art. 264.

((Impugnazione da parte del figlio minore))

((L'impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicita' puo'
essere altresi' promossa da un curatore speciale nominato dal
giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore
che ha compiuto quattordici anni, ovvero del pubblico ministero o
dell'altro genitore che abbia validamente riconosciuto il figlio,
quando si tratti di figlio di eta' inferiore.))
Art. 265.

(Impugnazione per violenza).

Il riconoscimento puo' essere impugnato per violenza dall'autore
del riconoscimento entro un anno dal giorno in cui la violenza e'
cessata.

Se l'autore del riconoscimento e' minore, l'azione puo' essere
promossa entro un anno dal conseguimento dell'eta' maggiore.

Art. 266.

(Impugnazione del riconoscimento per effetto di interdizione
giudiziale).

Il riconoscimento puo' essere impugnato per l'incapacita' che
deriva da interdizione giudiziale dal rappresentante dell'interdetto
e, dopo la revoca dell'interdizione, dall'autore del riconoscimento,
entro un anno dalla data della revoca.

Art. 267.

(Trasmissibilita' dell'azione).

Nei casi indicati dagli articoli 265 e 266, se l'autore del
riconoscimento e' morto senza aver promosso l'azione, ma prima che
sia scaduto il termine, l'azione puo' essere promossa dai
discendenti, dagli ascendenti o dagli eredi.

((Nel caso indicato dal primo comma dell'articolo 263, se l'autore
del riconoscimento e' morto senza aver promosso l'azione, ma prima
che sia decorso il termine previsto dal terzo comma dello stesso
articolo, sono ammessi ad esercitarla in sua vece i discendenti o gli
ascendenti, entro un anno decorrente dalla morte dell'autore del
riconoscimento o dalla nascita del figlio se si tratta di figlio
postumo o dal raggiungimento della maggiore eta' da parte di ciascuno
dei discendenti.))((223))

((Se il figlio riconosciuto e' morto senza aver promosso l'azione
di cui all'articolo 263, sono ammessi ad esercitarla in sua vece il
coniuge o i discendenti nel termine di un anno che decorre dalla
morte del figlio riconosciuto o dal raggiungimento della maggiore
eta' da parte di ciascuno dei discendenti.))((223))

((La morte dell'autore del riconoscimento o del figlio riconosciuto
non impedisce l'esercizio dell'azione da parte di coloro che ne hanno
interesse, nel termine di cui al quarto comma dell'articolo
263.))((223))

((Si applicano il sesto comma dell'articolo 244 e l'articolo 245.))

-----------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, ha disposto (con l'art. 104,
comma 10) che "Fermi gli effetti del giudicato formatosi prima
dell'entrata in vigore della legge 10 dicembre 2012, n. 219, nel caso
di riconoscimento di figlio annotato sull'atto di nascita prima
dell'entrata in vigore del presente decreto legislativo, i termini
per proporre l'azione di impugnazione, previsti dall'articolo 263 e
dai commi secondo, terzo e quarto dell'articolo 267 del codice
civile, decorrono dal giorno dell'entrata in vigore del medesimo
decreto legislativo".
Art. 268.

(Provvedimenti in pendenza del giudizio).

Quando e' impugnato il riconoscimento, il giudice puo' dare, in
pendenza del giudizio, i provvedimenti che ritenga opportuni
nell'interesse del figlio.

((CAPO V
Della dichiarazione giudiziale della paternita' e della maternita'))

Art. 269.

Dichiarazione giudiziale di paternita' e maternita'.

La paternita' e la maternita' ((...)) possono essere giudizialmente
dichiarate nei casi in cui il riconoscimento e' ammesso.

La prova della paternita' e della maternita' puo' essere data con
ogni mezzo.

La maternita' e' dimostrata provando la identita' di colui che si
pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la
quale si assume essere madre.

La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti
tra la madre e il preteso padre all'epoca del concepimento non
costituiscono prova della paternita' ((...)).
Art. 270.

Legittimazione attiva e termine.

L'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la
paternita' o la maternita' ((...)) e' imprescrittibile riguardo al
figlio.

Se il figlio muore prima di avere iniziato l'azione, questa puo'
essere promossa dai discendenti ((...)), entro due anni dalla morte.

L'azione promossa dal figlio, se egli muore, puo' essere proseguita
dai discendenti legittimi, legittimati o naturali riconosciuti.

((Si applica l'articolo 245.))
Art. 271.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 272.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 273.

Azione nell'interesse del minore o dell'interdetto.

L'azione per ottenere che sia giudizialmente dichiarata la
paternita' o la maternita' ((...)) puo' essere promossa,
nell'interesse del minore, dal genitore che esercita la
((responsabilita' genitoriale)) prevista dall'articolo 316 o dal
tutore. Il tutore pero' deve chiedere l'autorizzazione del giudice,
il quale puo' anche nominare un curatore speciale.

Occorre il consenso del figlio per promuovere o per proseguire
l'azione se egli ha compiuto l'eta' di ((quattordici)) anni.

Per l'interdetto l'azione puo' essere promossa dal tutore previa
autorizzazione del giudice.
Art. 274.

Ammissibilita' dell'azione.

L'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita' o di
maternita' naturale e' ammessa solo quando occorrono specifiche
circostanze tali da farla apparire giustificata.

Sull'ammissibilita' il tribunale decide in camera di consiglio con
decreto motivato, su ricorso di chi intende promuovere l'azione,
sentiti il pubblico ministero e le parti e assunte le informazioni
del caso. Contro il decreto si puo' proporre reclamo con ricorso alla
Corte d'appello, che pronuncia anche essa in camera di consiglio.

L'inchiesta sommaria compiuta dal tribunale ha luogo senza alcuna
pubblicita' e deve essere mantenuta segreta. Al termine della
inchiesta gli atti e i documenti della stessa sono depositati in
cancelleria ed il cancelliere deve darne avviso alle parti le quali,
entro quindici giorni dalla comunicazione di detto avviso, hanno
facolta' di esaminarli e di depositare memorie illustrative.

Il tribunale, anche prima di ammettere l'azione, puo', se trattasi
di minore o d'altra persona incapace, nominare un curatore speciale
che la rappresenti in giudizio. ((163))
-------------
AGGIORNAMENTO (7)
La Corte Costituzionale, con sentenza 23 giugno-12 luglio 1965, n.
70 (in G.U. 1a s.s. 17/07/1965, n. 178), ha dichiarato
"l'illegittimita' costituzionale del secondo comma dell'art. 274 del
Codice civile per la parte in cui dispone che la decisione abbia
luogo con decreto non motivato e non soggetto a reclamo, nonche' per
la parte in cui esclude la necessita' che la decisione abbia luogo in
contraddittorio e con assistenza dei difensori, in riferimento
all'art. 24, secondo comma, della Costituzione" e, "sempre in
riferimento all'art. 24, secondo comma, della Costituzione,
l'illegittimita' costituzionale del terzo comma dell'art. 274 del
Codice civile, per la parte in cui dispone la segretezza
dell'inchiesta anche nei confronti delle parti".
-------------
AGGIORNAMENTO (163)
La Corte Costituzionale, con sentenza 6-10 febbraio 2006, n. 50 (in
G.U. 1a s.s. 15/2/2006, n. 7), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale del presente articolo.
Art. 275.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 276

(Legittimazione passiva).

La domanda per la dichiarazione di paternita' o di maternita'
((...)) deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o,
in sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi. In loro mancanza, la
domanda deve essere proposta nei confronti di un curatore nominato
dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso.

Alla domanda puo' contraddire chiunque vi abbia interesse.
Art. 277.

(Effetti della sentenza).

La sentenza che dichiara la filiazione ((...)) produce gli effetti
del riconoscimento.

Il giudice puo' anche dare i provvedimenti che stima utili per
((l'affidamento,)) il mantenimento, l'istruzione e l'educazione del
figlio e per la tutela degli interessi patrimoniali di lui.
Art. 278.

((Autorizzazione all'azione))

((Nei casi di figlio nato da persone, tra le quali esiste un
vincolo di parentela in linea retta all'infinito o in linea
collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinita' in
linea retta, l'azione per ottenere che sia giudizialmente dichiarata
la paternita' o la maternita' non puo' essere promossa senza previa
autorizzazione ai sensi dell'articolo 251.))
--------------
AGGIORNAMENTO (140)
La Corte Costituzionale, con sentenza 20-28 novembre 2002, n. 494
(in G.U. 1a s.s. 4/12/2002, n. 48) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 278, primo comma, del codice civile, nella
parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternita' e
della maternita' naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a
norma dell'art. 251, primo comma, del codice civile, il
riconoscimento dei figli incestuosi e' vietato".
Art. 279.

Responsabilita' per il mantenimento e l'educazione.

In ogni caso in cui non puo' proporsi l'azione per la dichiarazione
giudiziale di paternita' o di maternita', il figlio ((nato fuori del
matrimonio)) puo' agire per ottenere il mantenimento, l'istruzione e
l'educazione. Il figlio ((nato fuori del matrimonio)) se maggiorenne
e in stato di bisogno puo' agire per ottenere gli alimenti ((a
condizione che il diritto al mantenimento di cui all'articolo
315-bis, sia venuto meno.)).

((L'azione e' ammessa previa autorizzazione del giudice ai sensi
dell'articolo 251.))

L'azione puo' essere promossa nell'interesse del figlio minore da
un curatore speciale nominato dal giudice su richiesta del pubblico
ministero o del genitore che esercita la ((responsabilita'
genitoriale)). (40)
--------------
AGGIORNAMENTO (37)
La Corte Costituzionale, con sentenza 2 - 8 maggio 1974, n. 121 (in
G.U. 1a s.s. 15/5/1974, n. 126), ha dichiarato "la illegittimita'
costituzionale dell'art. 279 del codice civile nella parte in cui,
nei casi previsti dall'art. 278 e in ogni altro caso in cui non possa
piu' proporsi l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita',
non riconosce al figlio naturale, nelle tre ipotesi indicate nello
stesso articolo e in aggiunta al diritto agli alimenti, quello al
mantenimento, alla educazione e all'istruzione".
--------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 232, comma 1)
che "Le disposizioni della presente legge relative all'azione per la
dichiarazione giudiziale di paternita' e maternita', nonche' alle
azioni previste dall'articolo 279 del codice civile, si applicano
anche ai figli nati o concepiti prima della sua entrata in vigore".
Sezione II
Della legittimazione dei figli naturali ((SEZIONE ABROGATA DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 280.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))
Art. 281.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 282.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 283.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 284.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 285.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))
Art. 286.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 287.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 288.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 289.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

Art. 290.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 10 DICEMBRE 2012, N. 219))

TITOLO VIII
((DELL'ADOZIONE DI PERSONE MAGGIORI DI ETA'))
CAPO I
((Dell'adozione di persone maggiori di eta' e dei suoi effetti))

Art. 291.

(Condizioni).

L'adozione e' permessa alle persone che non hanno discendenti
legittimi o legittimati, che hanno compiuto gli anni trentacinque e
che superano almeno di diciotto anni l'eta' di coloro che intendano
adottare.

Quando eccezionali circostanze lo consigliano, il tribunale puo'
autorizzare l'adozione se l'adottante ha raggiunto almeno l'eta' di
trenta anni, ferma restando la differenza di eta' di cui al comma
precedente. (71)((153))

-------------
AGGIORNAMENTO (71)
La Corte Costituzionale, con sentenza 11 - 19 maggio 1988, n. 557
(in G.U. 1a s.s. 25/5/1988, n. 21) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 291 cod. civ., nella parte in cui non
consente l'adozione a persone che abbiano discendenti legittimi o
legittimati maggiorenni e consenzienti".
-------------
AGGIORNAMENTO (153)
La Corte Costituzionale, con sentenza 8-20 luglio 2004, n. 245 (in
G.U. 1a s.s. 28/7/2004, n. 29) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 291 del codice civile nella parte in cui non
prevede che l'adozione di maggiorenni non possa essere pronunciata in
presenza di figli naturali, riconosciuti dall'adottante, minorenni o,
se maggiorenni, non consenzienti".
Art. 292.

((IL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N. 287 HA CONFERMATO
L'ABROGAZIONE DEL PRESENTE ARTICOLO))
Art. 293.

Divieto d'adozione di figli ((...)).

I figli ((...)) non possono essere adottati dai loro genitori.

COMMA ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184.

COMMA ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184.
Art. 294.

(Pluralita' di adottati o di adottanti).

((E' ammessa l'adozione di piu' persone, anche con atti
successivi)).

Nessuno puo' essere adottato da piu' d'una persona, salvo che i due
adottanti siano marito e moglie.
Art. 295.

(Adozione da parte del tutore).

Il tutore non puo' adottare la persona della quale ha avuto la
tutela, se non dopo che sia stato approvato il conto della sua
amministrazione, sia stata fatta la consegna dei beni e siano state
estinte le obbligazioni risultanti a suo carico o data idonea
garanzia per il loro adempimento.

Art. 296.

(Consenso per l'adozione).

Per l'adozione si richiede il consenso dell'adottante e
dell'adottando.

((COMMA ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184)).

((COMMA ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184)).
Art. 297.

Assenso del coniuge o dei genitori.

Per l'adozione e' necessario l'assenso dei genitori dello adottando
e l'assenso del coniuge dell'adottante e dello adottando, se
coniugati e non legalmente separati.

Quando e' negato l'assenso previsto dal primo comma, il tribunale,
sentiti gli interessati, su istanza dello adottante, puo', ove
ritenga il rifiuto ingiustificato o contrario all'interesse
dell'adottando, pronunziare ugualmente l'adozione, salvo che si
tratti dell'assenso dei genitori esercenti la ((responsabilita'
genitoriale)) o del coniuge, se convivente, dell'adottante o
dell'adottando. Parimenti il tribunale puo' pronunziare l'adozione
quando e' impossibile ottenere l'assenso per incapacita' o
irreperibilita' delle persone chiamate ad esprimerlo.
Art. 298.

(Decorrenza degli effetti dell'adozione).

L'adozione produce i suoi effetti dalla data del decreto che la
pronunzia.

Finche' il decreto non e' emanato, tanto l'adottante quanto
l'adottando possono revocare il loro consenso.

Se l'adottante muore dopo la prestazione del consenso e prima
dell'emanazione del decreto, si puo' procedere al compimento degli
atti necessari per l'adozione.

Gli eredi dell'adottante possono presentare alla corte memorie e
osservazioni per opporsi all'adozione.

Se l'adozione e' ammessa, essa produce i suoi effetti dal momento
della morte dell'adottante.

Art. 299.

Cognome dell'adottato.

L'adottato assume il cognome dell'adottante e lo antepone al
proprio.

Nel caso in cui la filiazione sia stata accertata o riconosciuta
successivamente all'adozione si applica il primo comma.

Il figlio naturale che sia stato riconosciuto dai propri genitori e
sia successivamente adottato, assume il cognome dell'adottante.
((263))

Se l'adozione e' compiuta da coniugi, l'adottato assume il cognome
del marito.

Se l'adozione e' compiuta da una donna maritata, l'adottato, che
non sia figlio del marito, assume il cognome della famiglia di lei.
((263))

-------------
AGGIORNAMENTO (133)
La Corte Costituzionale, con sentenza 7-11 maggio 2001, n. 120 (in
G.U. 1a s.s. 16/5/2001, n. 19) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 299, secondo comma, del codice civile, nella
parte in cui nonprevede che, qualora sia figlio naturale non
riconosciuto dai propri genitori, l'adottato possa aggiungere al
cognome dell'adottante anche quello originariamente attribuitogli".
-------------
AGGIORNAMENTO (263)
La Corte Costituzionale, con sentenza 8 novembre - 21 dicembre
2016, n. 286 (in G.U. 1ª s.s. 28/12/2016, n. 52), ha dichiarato
l'illegittimita' costituzionale "della norma desumibile dagli artt.
237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto
9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34
del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la
semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma
dell'articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella
parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di
trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome
materno", e, in via consequenziale, ai sensi dell'art. 27 della legge
n. 87 del 1953, l'illegittimita' costituzionale del terzo comma del
presente articolo, nella parte in cui non consente ai coniugi, in
caso di adozione compiuta da entrambi, di attribuire, di comune
accordo, anche il cognome materno al momento dell'adozione.
Art. 300.

(Diritti e dovevi dell'adottato).

L'adottato conserva tutti i diritti e i doveri verso la sua
famiglia di origine, salve le eccezioni stabilite dalla legge.

L'adozione non induce alcun rapporto civile tra l'adottante e la
famiglia dell'adottato ne' tra l'adottato e i parenti dell'adottante,
salve le eccezioni stabilite dalla legge.

Art. 301.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 302.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 303.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 304.

(Diritti di successione).

L'adozione non attribuisce all'adottante alcun diritto di
successione.

I diritti dell'adottato nella successione dell'adottante sono
regolati dalle norme contenute nel libro II.

Art. 305.

(Revoca dell'adozione).

L'adozione si puo' revocare soltanto nei casi preveduti dagli
articoli seguenti.

Art. 306.

(Revoca per indegnita' dell'adottato).

La revoca dell'adozione puo' essere pronunziata dal tribunale su
domanda dell'adottante, quando l'adottato abbia attentato alla vita
di lui o del suo coniuge, dei suoi discendenti o ascendenti, ovvero
si sia reso colpevole verso loro di delitto punibile con pena
restrittiva della liberta' personale non inferiore nel minimo a tre
anni.

Se l'adottante muore in conseguenza dell'attentato, la revoca
dell'adozione puo' essere chiesta da coloro ai quali si devolverebbe
l'eredita' in mancanza dell'adottato e dei suoi discendenti.

Art. 307.

((Revoca per indegnita' dell'adottante.))

((Quando i fatti previsti dall'articolo precedente sono stati
compiuti dall'adottante contro l'adottato, oppure contro il coniuge o
i discendenti o gli ascendenti di lui, la revoca puo' essere
pronunciata su domanda dell'adottato)).
Art. 308.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 309.

(Decorrenza degli effetti della revoca).

Gli effetti dell'adozione cessano quando passa in giudicato la
sentenza di revoca.

Se tuttavia la revoca e' pronunziata dopo la morte dell'adottante
per fatto imputabile all'adottato, l'adottato e i suoi discendenti
sono esclusi dalla successione dell'adottante.

Art. 310.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
CAPO II
((Delle forme dell'adozione di persone di maggiore eta'))

Art. 311.

(Manifestazione del consenso).

Il consenso dell'adottante e dell'adottando o del legale
rappresentante di questo deve essere manifestato personalmente al
presidente della corte di appello nel cui distretto l'adottante ha
residenza.

((COMMA SOPPRESSO DALLA L. 5 GIUGNO 1967, N. 431)).

L'assenso delle persone indicate negli articoli 296 e 297 puo'
essere dato da persona munita di procura speciale rilasciata per atto
pubblico o per scrittura privata autenticata.
Art. 312.

((Accertamenti del tribunale.))

((Il tribunale, assunte le opportune informazioni, verifica:
1) se tutte le condizioni della legge sono state adempiute;
2) se l'adozione conviene all'adottando)).
Art. 313.

(( (Provvedimento del tribunale) ))

((Il tribunale, in camera di consiglio, sentito il pubblico
ministero e omessa ogni altra formalita' di procedura, provvede con
sentenza decidendo di far luogo o non far luogo alla adozione.

L'adottante, il pubblico ministero, l'adottando, entro trenta
giorni dalla comunicazione, possono proporre impugnazione avanti la
Corte d'appello, che decide in camera di consiglio, sentito il
pubblico ministero)).
Art. 314.

(( (Pubblicita') ))

((La sentenza definitiva che pronuncia l'adozione e' trascritta a
cura del cancelliere del tribunale competente, entro il decimo giorno
successivo a quello della relativa comunicazione, da effettuarsi non
oltre cinque giorni dal deposito, da parte del cancelliere del
giudice dell'impugnazione, su apposito registro e comunicata
all'ufficiale di stato civile per l'annotazione a margine dell'atto
di nascita dell'adottato.

Con la procedura di cui al primo comma deve essere altresi'
trascritta ed annotata la sentenza di revoca della adozione, passata
in giudicato.

L'autorita' giudiziaria puo' inoltre ordinare la pubblicazione
della sentenza che pronuncia l'adozione o della sentenza di revoca
nei modi che ritiene opportuni)).
CAPO III
Dell'adozione speciale ((CAPO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))

Art. 314/2.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/3.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/4.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/5.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/6.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/7.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/8.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/9.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/10.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/11.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/12.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/13.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/14.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/15.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/16.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/17.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/18.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/19.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/20.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/21.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/22.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/23.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/24.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/25.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/26.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/27.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
Art. 314/28.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 4 MAGGIO 1983, N. 184))
TITOLO IX
((DELLA RESPONSABILITA' GENITORIALE E DEI DIRITTI E DOVERI DEL FIGLIO))
((CAPO I
Dei diritti e doveri del figlio))

Art. 315

(( (Stato giuridico della filiazione). ))

((Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico)).
Art. 315-bis

(( (Diritti e doveri del figlio). ))

((Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e
assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita',
delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere
rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di
eta' inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere
ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in
relazione alle proprie capacita', alle proprie sostanze e al proprio
reddito, al mantenimento della famiglia finche' convive con essa)).
Art. 316.

((Responsabilita' genitoriale.))

((Entrambi i genitori hanno la responsabilita' genitoriale che e'
esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacita', delle
inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di
comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore.

In caso di contrasto su questioni di particolare importanza
ciascuno dei genitori puo' ricorrere senza formalita' al giudice
indicando i provvedimenti che ritiene piu' idonei.

Il giudice, sentiti i genitori e disposto l'ascolto del figlio
minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di eta' inferiore
ove capace di discernimento, suggerisce le determinazioni che ritiene
piu' utili nell'interesse del figlio e dell'unita' familiare. Se il
contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a
quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il piu' idoneo a
curare l'interesse del figlio.

Il genitore che ha riconosciuto il figlio esercita la
responsabilita' genitoriale su di lui. Se il riconoscimento del
figlio, nato fuori del matrimonio, e' fatto dai genitori, l'esercizio
della responsabilita' genitoriale spetta ad entrambi.

Il genitore che non esercita la responsabilita' genitoriale vigila
sull'istruzione, sull'educazione e sulle condizioni di vita del
figlio.))
Art. 316-bis.

((Concorso nel mantenimento .))

((I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei
figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro
capacita' di lavoro professionale o casalingo. Quando i genitori non
hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti, in ordine di
prossimita', sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi
necessari affinche' possano adempiere i loro doveri nei confronti dei
figli.

In caso di inadempimento il presidente del tribunale, su istanza di
chiunque vi ha interesse, sentito l'inadempiente ed assunte
informazioni, puo' ordinare con decreto che una quota dei redditi
dell'obbligato, in proporzione agli stessi, sia versata direttamente
all'altro genitore o a chi sopporta le spese per il mantenimento,
l'istruzione e l'educazione della prole.

Il decreto, notificato agli interessati ed al terzo debitore,
costituisce titolo esecutivo, ma le parti ed il terzo debitore
possono proporre opposizione nel termine di venti giorni dalla
notifica.

L'opposizione e' regolata dalle norme relative all'opposizione al
decreto di ingiunzione, in quanto applicabili.

Le parti ed il terzo debitore possono sempre chiedere, con le forme
del processo ordinario, la modificazione e la revoca del
provvedimento.))
Art. 317.

Impedimento di uno dei genitori.

Nel caso di lontananza, di incapacita' o di altro impedimento che
renda impossibile ad uno dei genitori l'esercizio della
((responsabilita' genitoriale)), questa e' esercitata in modo
esclusivo dall'altro.

((La responsabilita' genitoriale di entrambi i genitori non cessa a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio; il suo esercizio, in
tali casi, e' regolato dal capo II del presente titolo.))
Art. 317-bis.
(( Rapporti con gli ascendenti.))

((Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi
con i nipoti minorenni.

L'ascendente al quale e' impedito l'esercizio di tale diritto puo'
ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore
affinche' siano adottati i provvedimenti piu' idonei nell'esclusivo
interesse del minore. Si applica l'articolo 336, secondo comma.))
Art. 318.

Abbandono della casa del genitore.

Il figlio ((, sino alla maggiore eta' o all'emancipazione,)) non
puo' abbandonare la casa dei genitori o del genitore che esercita su
di lui la ((responsabilita' genitoriale)) ne' la dimora da essi
assegnatagli. Qualora se ne allontani senza permesso, i genitori
possono richiamarlo ricorrendo, se necessario, al giudice tutelare.
Art. 319.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 320.

Rappresentanza e amministrazione.

I genitori congiuntamente, o quello di essi che esercita in via
esclusiva la ((responsabilita' genitoriale)), rappresentano i figli
nati e nascituri ((, fino alla maggiore eta' o all'emancipazione,))
in tutti gli atti civili e ne amministrano i beni. Gli atti di
ordinaria amministrazione, esclusi i contratti con i quali si
concedono o si acquistano diritti personali di godimento, possono
essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore.

Si applicano, in caso di disaccordo o di esercizio difforme dalle
decisioni concordate, le disposizioni dello articolo 316.

I genitori non possono alienare, ipotecare o dare in pegno i beni
pervenuti al figlio a qualsiasi titolo, anche a causa di morte,
accettare o rinunziare ad eredita' o legati, accettare donazioni,
procedere allo scioglimento di comunioni, contrarre mutui o locazioni
ultranovennali o compiere altri atti eccedenti la ordinaria
amministrazione ne' promuovere, transigere o compromettere in arbitri
giudizi relativi a tali atti, se non per necessita' o utilita'
evidente del figlio dopo autorizzazione del giudice tutelare.

I capitali non possono essere riscossi senza autorizzazione del
giudice tutelare, il quale ne determina l'impiego.

L'esercizio di una impresa commerciale non puo' essere continuato
se non con l'autorizzazione del tribunale su parere del giudice
tutelare. Questi puo' consentire l'esercizio provvisorio
dell'impresa, fino a quando il tribunale abbia deliberato sulla
istanza.

Se sorge conflitto di interessi patrimoniali tra i figli soggetti
alla stessa ((responsabilita' genitoriale)), o tra essi e i genitori
o quello di essi che esercita in via esclusiva la ((responsabilita'
genitoriale)), il giudice tutelare nomina ai figli un curatore
speciale. Se il conflitto sorge tra i figli e uno solo dei genitori
esercenti la ((responsabilita' genitoriale)), la rappresentanza dei
figli spetta esclusivamente all'altro genitore.
Art. 321.

Nomina di un curatore speciale.

In tutti i casi in cui i genitori congiuntamente, o quello di essi
che esercita in via esclusiva la ((responsabilita' genitoriale)), non
possono o non vogliono compiere uno o piu' atti di interesse del
figlio, eccedente l'ordinaria amministrazione, il giudice, su
richiesta del figlio stesso, del pubblico ministero o di uno dei
parenti che vi abbia interesse, e sentiti i genitori, puo' nominare
al figlio un curatore speciale autorizzandolo al compimento di tali
atti.
Art. 322.

Inosservanza delle disposizioni precedenti.

Gli atti compiuti senza osservare le norme dei precedenti articoli
del presente titolo possono essere annullati su istanza dei genitori
esercenti la ((responsabilita' genitoriale)) o del figlio o dei suoi
eredi o aventi causa.
Art. 323.

Atti vietati ai genitori.

I genitori esercenti la ((responsabilita' genitoriale)) sui figli
non possono, neppure all'asta pubblica, rendersi acquirenti
direttamente o per interposta persona dei beni e dei diritti del
minore.

Gli atti compiuti in violazione del divieto previsto nel comma
precedente possono essere annullati su istanza del figlio o dei suoi
eredi o aventi causa.

I genitori esercenti la ((responsabilita' genitoriale)) non possono
diventare cessionari di alcuna ragione o credito verso il minore.
Art. 324.

Usufrutto legale.

I genitori esercenti la ((responsabilita' genitoriale)) hanno in
comune l'usufrutto dei beni del figlio ((, fino alla maggiore eta' o
all'emancipazione)).

I frutti percepiti sono destinati al mantenimento della famiglia e
all'istruzione ed educazione dei figli.

Non sono soggetti ad usufrutto legale:
1) i beni acquistati dal figlio con i proventi del proprio
lavoro;
2) i beni lasciati o donati al figlio per intraprendere una
carriera, un'arte o una professione;
3) i beni lasciati o donati con la condizione che i genitori
esercenti la ((responsabilita' genitoriale)) o uno di essi non ne
abbiano l'usufrutto: la condizione pero' non ha effetto per i beni
spettanti al figlio a titolo di legittima;
4) i beni pervenuti al figlio per eredita', legato o donazione e
accettati nell'interesse del figlio contro la volonta' dei genitori
esercenti la ((responsabilita' genitoriale)). Se uno solo di essi era
favorevole all'accettazione, l'usufrutto legale spetta esclusivamente
a lui.
Art. 325.

((Obblighi inerenti all'usufrutto legale.))

((Gravano sull'usufrutto legale gli obblighi propri dello
usufruttuario)).
Art. 326.

((Inalienabilita' dell'usufrutto legale. Esecuzione sui frutti.))

((L'usufrutto legale non puo' essere oggetto di alienazione, di
pegno o di ipoteca ne' di esecuzione da parte dei creditori.

L'esecuzione sui frutti dei beni del figlio da parte dei creditori
dei genitori o di quello di essi che ne e' titolare esclusivo non
puo' aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati
contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia)).
Art. 327.

Usufrutto legale di uno solo dei genitori.

Il genitore che esercita in modo esclusivo la ((responsabilita'
genitoriale)) e' il solo titolare dell'usufrutto legale.
Art. 328.

((Nuove nozze.))

((Il genitore che passa a nuove nozze conserva l'usufrutto legale,
con l'obbligo tuttavia di accantonare in favore del figlio quanto
risulti eccedente rispetto alle spese per il mantenimento,
l'istruzione e l'educazione di quest'ultimo)).
Art. 329.

(Godimento dei beni dopo la cessazione dell'usufrutto legale).

Cessato l'usufrutto legale, se il genitore ha continuato a godere i
beni del figlio convivente con esso senza procura ma senza
opposizione, o anche con procura ma senza l'obbligo di rendere conto
dei frutti, egli o i suoi eredi non sono tenuti che a consegnare i
frutti esistenti al tempo della domanda.

Art. 330.

Decadenza dalla ((responsabilita' genitoriale)) sui figli.

Il giudice puo' pronunziare la decadenza dalla ((responsabilita'
genitoriale)) quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa
inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del
figlio.

In tale caso, per gravi motivi, il giudice puo' ordinare
l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero
l'allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del
minore.
Art. 331.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 332.

Reintegrazione nella ((responsabilita' genitoriale)).

Il giudice puo' reintegrare nella ((responsabilita' genitoriale))
il genitore che ne e' decaduto, quando, cessate le ragioni per le
quali la decadenza e' stata pronunciata, e' escluso ogni pericolo di
pregiudizio per il figlio.
Art. 333.

Condotta del genitore pregiudizievole ai figli.

Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non e' tale da
dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall'articolo 330, ma
appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice, secondo le
circostanze puo' adottare i provvedimenti convenienti e puo' anche
disporre l'allontanamento di lui dalla residenza familiare ((ovvero
l'allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del
minore)).

Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento.
Art. 334.

((Rimozione dall'amministrazione.))

((Quando il patrimonio del minore e' male amministrato, il
tribunale puo' stabilire le condizioni a cui i genitori devono
attenersi nell'amministrazione o puo' rimuovere entrambi o uno solo
di essi dall'amministrazione stessa e privarli, in tutto o in parte,
dell'usufrutto legale.

L'amministrazione e' affidata ad un curatore, se e' disposta la
rimozione di entrambi i genitori)).
Art. 335.

(Riammissione nell'esercizio dell'amministrazione).

Il genitore rimosso dall'amministrazione ed eventualmente privato
dell'usufrutto legale puo' essere riammesso dal tribunale
nell'esercizio dell'una e nel godimento dell'altro, quando sono
cessati i motivi che hanno provocato il provvedimento.

Art. 336.

Procedimento.

I provvedimenti indicati negli articoli precedenti sono adottati su
ricorso dell'altro genitore, dei parenti o del pubblico ministero e,
quando si tratta di revocare deliberazioni anteriori, anche del
genitore interessato.

((Il tribunale provvede in camera di consiglio, assunte
informazioni e sentito il pubblico ministero; dispone, inoltre,
l'ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e
anche di eta' inferiore ove capace di discernimento. Nei casi in cui
il provvedimento e' richiesto contro il genitore, questi deve essere
sentito.))

In caso di urgente necessita' il tribunale puo' adottare, anche
d'ufficio, provvedimenti temporanei nello interesse del figlio.

Per i provvedimenti di cui ai commi precedenti, i genitori e il
minore sono assistiti da un difensore.
Art. 336-bis.

((Ascolto del minore.))

((Il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di eta'
inferiore ove capace di discernimento e' ascoltato dal presidente del
tribunale o dal giudice delegato nell'ambito dei procedimenti nei
quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano. Se
l'ascolto e' in contrasto con l'interesse del minore, o
manifestamente superfluo, il giudice non procede all'adempimento
dandone atto con provvedimento motivato.

L'ascolto e' condotto dal giudice, anche avvalendosi di esperti o
di altri ausiliari. I genitori, anche quando parti processuali del
procedimento, i difensori delle parti, il curatore speciale del
minore, se gia' nominato, ed il pubblico ministero, sono ammessi a
partecipare all'ascolto se autorizzati dal giudice, al quale possono
proporre argomenti e temi di approfondimento prima dell'inizio
dell'adempimento.

Prima di procedere all'ascolto il giudice informa il minore della
natura del procedimento e degli effetti dell'ascolto.
Dell'adempimento e' redatto processo verbale nel quale e' descritto
il contegno del minore, ovvero e' effettuata registrazione audio
video.))
Art. 337.

Vigilanza del giudice tutelare.

Il giudice tutelare deve vigilare sull'osservanza delle condizioni
che il tribunale abbia stabilito per l'esercizio della
((responsabilita' genitoriale)) e per l'amministrazione dei beni.
((CAPO II
Esercizio della responsabilita' genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio))

Art. 337-bis.

((Ambito di applicazione))

((In caso di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio e nei procedimenti
relativi ai figli nati fuori del matrimonio si applicano le
disposizioni del presente capo.))
Art. 337-ter.

((Provvedimenti riguardo ai figli))

((Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto
equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere
cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di
conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti
di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalita' indicata dal primo comma, nei
procedimenti di cui all'articolo 337-bis, il giudice adotta i
provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento
all'interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la
possibilita' che i figli minori restino affidati a entrambi i
genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati,
determina i tempi e le modalita' della loro presenza presso ciascun
genitore, fissando altresi' la misura e il modo con cui ciascuno di
essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e
all'educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all'interesse
dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni
altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di
temporanea impossibilita' di affidare il minore ad uno dei genitori,
l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi
all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel
caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del
provvedimento di affidamento e' trasmessa, a cura del pubblico
ministero, al giudice tutelare.

La responsabilita' genitoriale e' esercitata da entrambi i
genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative
all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della
residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo
conto delle capacita', dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni
dei figli. In caso di disaccordo la decisione e' rimessa al giudice.
Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria
amministrazione, il giudice puo' stabilire che i genitori esercitino
la responsabilita' genitoriale separatamente. Qualora il genitore non
si attenga alle condizioni dettate, il giudice valutera' detto
comportamento anche al fine della modifica delle modalita' di
affidamento.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti,
ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura
proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove
necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di
realizzare il principio di proporzionalita', da determinare
considerando:
1) le attuali esigenze del figlio.
2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza
con entrambi i genitori.
3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.
4) le risorse economiche di entrambi i genitori.
5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti
da ciascun genitore.

L'assegno e' automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto
di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non
risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un
accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto
della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.))
Art. 337-quater.

((Affidamento a un solo genitore e opposizione all'affidamento
condiviso))

((Il giudice puo' disporre l'affidamento dei figli ad uno solo dei
genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l'affidamento
all'altro sia contrario all'interesse del minore.

Ciascuno dei genitori puo', in qualsiasi momento, chiedere
l'affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al
primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone
l'affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per
quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma
dell'articolo 337-ter. Se la domanda risulta manifestamente
infondata, il giudice puo' considerare il comportamento del genitore
istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare
nell'interesse dei figli, rimanendo ferma l'applicazione
dell'articolo 96 del codice di procedura civile.

Il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva
diversa disposizione del giudice, ha l'esercizio esclusivo della
responsabilita' genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle
condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente
stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono
adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono
affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione
ed educazione e puo' ricorrere al giudice quando ritenga che siano
state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.))
Art. 337-quinquies.

((Revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli))

((I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione
delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli,
l'attribuzione dell'esercizio della responsabilita' genitoriale su di
essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla
modalita' del contributo.))
Art. 337-sexies.

((Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di
residenza))

((Il godimento della casa familiare e' attribuito tenendo
prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il
giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i
genitori, considerato l'eventuale titolo di proprieta'. Il diritto al
godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario
non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o
conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di
assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a
terzi ai sensi dell'articolo 2643.

In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori e' obbligato a
comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni,
l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata
comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente
verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficolta' di
reperire il soggetto.))
Art. 337-septies.

((Disposizioni in favore dei figli maggiorenni))

((Il giudice, valutate le circostanze, puo' disporre in favore dei
figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un
assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del
giudice, e' versato direttamente all'avente diritto.

Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano
integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.))
Art. 337-octies.

((Poteri del giudice e ascolto del minore))

((Prima dell'emanazione, anche in via provvisoria, dei
provvedimenti di cui all'articolo 337-ter, il giudice puo' assumere,
ad istanza di parte o d'ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone,
inoltre, l'ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni
dodici e anche di eta' inferiore ove capace di discernimento. Nei
procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei
genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il
giudice non procede all'ascolto se in contrasto con l'interesse del
minore o manifestamente superfluo.

Qualora ne ravvisi l'opportunita', il giudice, sentite le parti e
ottenuto il loro consenso, puo' rinviare l'adozione dei provvedimenti
di cui all'articolo 337-ter per consentire che i coniugi, avvalendosi
di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con
particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale
dei figli.))
Art. 338.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 (40) ((223))

--------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 235, comma 1)
che "Dall'entrata in vigore della presente legge cessano di avere
efficacia le condizioni stabilite dal padre ai sensi dell'abrogato
articolo 338 del codice civile per l'educazione dei figli e per
l'amministrazione dei beni e non possono essere iniziate o proseguite
azioni per l'inosservanza delle suddette condizioni".
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 7, comma
12) che "Dopo l'articolo 337 del codice civile e' inserito il
seguente: " Capo II. "Esercizio della responsabilita' genitoriale a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di
procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio"".
Art. 339.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 ((223))

--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 7, comma
12) che "Dopo l'articolo 337 del codice civile e' inserito il
seguente: " Capo II. "Esercizio della responsabilita' genitoriale a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di
procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio"".
Art. 340.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 (40) ((223))

--------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 236, comma 1)
che "Dall'entrata in vigore della presente legge cessano di avere
efficacia i provvedimenti emanati dal tribunale ai sensi
dell'abrogato articolo 340 del codice civile e non possono essere
iniziate o proseguite azioni per l'inosservanza, avvenuta in
precedenza, dei suddetti provvedimenti".
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 7, comma
12) che "Dopo l'articolo 337 del codice civile e' inserito il
seguente: " Capo II. "Esercizio della responsabilita' genitoriale a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di
procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio"".
Art. 341.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 ((223))

--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 7, comma
12) che "Dopo l'articolo 337 del codice civile e' inserito il
seguente: " Capo II. "Esercizio della responsabilita' genitoriale a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di
procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio"".
Art. 342.

IL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N. 287 HA CONFERMATO
L'ABROGAZIONE DEL PRESENTE ARTICOLO ((223))

--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 7, comma
12) che "Dopo l'articolo 337 del codice civile e' inserito il
seguente: " Capo II. "Esercizio della responsabilita' genitoriale a
seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti
civili, annullamento, nullita' del matrimonio ovvero all'esito di
procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio"".
((TITOLO IX-BIS))
((ORDINI DI PROTEZIONE CONTRO GLI ABUSI FAMILIARI))

Art. 342-bis.
(Ordini di protezione contro gli abusi familiari).

Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e' causa di
grave pregiudizio all'integrita' fisica o morale ovvero alla liberta'
dell'altro coniuge o convivente, il giudice, ((...)) su istanza di
parte, puo' adottare con decreto uno o piu' dei provvedimenti di cui
all'articolo 342-ter.(132)
----------------
AGGIORNAMENTO (132)
La L. 4 aprile 2001, n. 154 ha disposto (con l'art. 8, comma 1) che
"Le disposizioni degli articoli 2 e 3 della presente legge non si
applicano quando la condotta pregiudizievole e' tenuta dal coniuge
che ha proposto o nei confronti del quale e' stata proposta domanda
di separazione personale ovvero di scioglimento o di cessazione degli
effetti civili del matrimonio se nel relativo procedimento si e'
svolta l'udienza di comparizione dei coniugi davanti al presidente
prevista dall'articolo 706 del codice di procedura civile ovvero,
rispettivamente, dall'articolo 4 della legge 1° dicembre 1970, n.
898, e successive modificazioni."
Art. 342-ter.
(Contenuto degli ordini di protezione).

Con il decreto di cui all'articolo 342-bis il giudice ordina al
coniuge o convivente, che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la
cessazione della stessa condotta e dispone l'allontanamento dalla
casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta
pregiudizievole prescrivendogli altresi', ove occorra, di non
avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall'istante, ed in
particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia
d'origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre
persone ed in prossimita' dei luoghi di istruzione dei figli della
coppia, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per
esigenze di lavoro.

Il giudice puo' disporre, altresi', ove occorra l'intervento dei
servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione
familiare, nonche' delle associazioni che abbiano come fine
statutario il sostegno e l'accoglienza di donne e minori o di altri
soggetti vittime di abusi e maltrattati; il pagamento periodico di un
assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dei
provvedimenti di cui al primo comma, rimangono prive di mezzi
adeguati, fissando modalita' e termini di versamento e prescrivendo,
se del caso, che la somma sia versata direttamente all'avente diritto
dal datore di lavoro dell'obbligato, detraendola dalla retribuzione
allo stesso spettante.

Con il medesimo decreto il giudice, nei casi di cui ai precedenti
commi, stabilisce la durata dell'ordine di protezione, che decorre
dal giorno dell'avvenuta esecuzione dello stesso. Questa non puo'
essere superiore a ((un anno)) e puo' essere prorogata, su istanza di
parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente
necessario.

Con il medesimo decreto il giudice determina le modalita' di
attuazione. Ove sorgano difficolta' o contestazioni in ordine
all'esecuzione, lo stesso giudice provvede con decreto ad emanare i
provvedimenti piu' opportuni per l'attuazione, ivi compreso l'ausilio
della forza pubblica e dell'ufficiale sanitario.(132)
----------------
AGGIORNAMENTO (132)
La L. 4 aprile 2001, n. 154 ha disposto (con l'art. 8, comma 1) che
"Le disposizioni degli articoli 2 e 3 della presente legge non si
applicano quando la condotta pregiudizievole e' tenuta dal coniuge
che ha proposto o nei confronti del quale e' stata proposta domanda
di separazione personale ovvero di scioglimento o di cessazione degli
effetti civili del matrimonio se nel relativo procedimento si e'
svolta l'udienza di comparizione dei coniugi davanti al presidente
prevista dall'articolo 706 del codice di procedura civile ovvero,
rispettivamente, dall'articolo 4 della legge 1° dicembre 1970, n.
898, e successive modificazioni."
TITOLO X
DELLA TUTELA E DELL'EMANCIPAZIONE
CAPO I
Della tutela dei minori

Art. 343.

(Apertura della tutela).

Se entrambi i genitori sono morti o per altre cause non possono
esercitare la patria potesta', si apre la tutela presso il tribunale
del circondario dove e' la sede principale degli affari e interessi
del minore.((223))

Se il tutore e' domiciliato o trasferisce il domicilio in altro
circondario, la tutela puo' essere ivi trasferita con decreto del
tribunale.(111)(112a)
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 56,
comma 1) che "1. Al primo comma dell'articolo 343 del codice civile
le parole: "potesta' dei genitori" sono sostituite dalle seguenti:
"responsabilita' genitoriale".".
Sezione I
Del giudice tutelare

Art. 344.

(Funzioni del giudice tutelare).

Presso ogni tribunale il giudice tutelare soprintende alle tutele e
alle curatele ed esercita le altre funzioni affidategli dalla
legge.(111)((112a))

Il giudice tutelare puo' chiedere l'assistenza degli organi della
pubblica amministrazione e di tutti gli enti i cui scopi
corrispondono alle sue funzioni.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Sezione II
Del tutore e del protutore

Art. 345.

(Denunzie al giudice tutelare).

L'ufficiale dello stato civile, che riceve la dichiarazione di
morte di una persona la quale ha lasciato figli in eta' minore ovvero
la dichiarazione di nascita di un figlio di genitori ignoti, e il
notaio, che procede alla pubblicazione di un testamento contenente la
designazione di un tutore o di un protutore, devono darne notizia al
giudice tutelare entro dieci giorni.

Il cancelliere, entro quindici giorni dalla pubblicazione o dal
deposito in cancelleria, deve dare notizia al giudice tutelare delle
decisioni dalle quali derivi l'apertura di una tutela.

I parenti entro il terzo grado devono denunziare al giudice
tutelare il fatto da cui deriva l'apertura della tutela entro dieci
giorni da quello in cui ne hanno avuto notizia. La denunzia deve
essere fatta anche dalla persona designata quale tutore o protutore
entro dieci giorni da quello in cui ha avuto notizia della
designazione.

Art. 346.

(Nomina del tutore e del protutore).

Il giudice tutelare, appena avuta notizia del fatto da cui deriva
l'apertura della tutela, procede alla nomina del tutore e del
protutore.

Art. 347.

((Tutela di piu' fratelli.))

((E' nominato un solo tutore a piu' fratelli e sorelle, salvo che
particolari circostanze consiglino la nomina di piu' tutori. Se vi e'
conflitto di interessi tra minori soggetti alla stessa tutela, il
giudice tutelare nomina ai minori un curatore speciale)).
Art. 348.

(Scelta del tutore).

Il giudice tutelare nomina tutore la persona designata dal genitore
che ha esercitato per ultimo la patria potesta'. La designazione puo'
essere fatta per testamento, per atto pubblico o per scrittura
privata autenticata.((223))

Se manca la designazione ovvero se gravi motivi si oppongono alla
nomina della persona designata, la scelta del tutore avviene
preferibilmente tra gli ascendenti o tra gli altri prossimi parenti o
affini del minore, i quali, in quanto sia opportuno, devono essere
sentiti.

((Il giudice, prima di procedere alla nomina del tutore, dispone
l'ascolto del minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di
eta' inferiore ove capace di discernimento)).

In ogni caso la scelta deve cadere su persona idonea all'ufficio,
di ineccepibile condotta, la quale dia affidamento di educare e
istruire il minore conformemente a quanto e' prescritto nell'art.
147.

IL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N. 287 HA CONFERMATO
L'ABROGAZIONE DEL PRESENTE COMMA.
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 57,
comma 1, lettera a)) che "al primo comma le parole: "potesta' dei
genitori" sono sostituite dalle seguenti: "responsabilita'
genitoriale".".
Art. 349.

(Giuramento del tutore).

Il tutore, prima di assumere l'ufficio, presta davanti al giudice
tutelare giuramento di esercitarlo con fedelta' e diligenza.

Art. 350.

(Incapacita' all'ufficio tutelare).

Non possono essere nominati tutori e, se sono stati nominati,
devono cessare dall'ufficio:
1) coloro che non hanno la libera amministrazione del proprio
patrimonio;
2)coloro che sono stati esclusi dalla tutela per disposizione
scritta del genitore il quale per ultimo ha esercitato la patria
potesta';
3)coloro che hanno o sono per avere o dei quali gli ascendenti, i
discendenti o il coniuge hanno o sono per avere col minore una lite,
per effetto della quale puo' essere pregiudicato lo stato del minore
o una parte notevole del patrimonio di lui;
4) coloro che sono incorsi nella perdita della patria potesta' o
nella decadenza da essa, o sono stati rimossi da altra tutela;
5) il fallito che non e' stato cancellato dal registro dei
falliti.((223))
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 58,
comma 1) che "All'articolo 350 del codice civile le parole: "potesta'
dei genitori" sono sostituite dalle seguenti: "responsabilita'
genitoriale".".
Art. 351.

(Dispensa dall'ufficio tutelare).

Sono dispensati dall'ufficio di tutore:
1) i Principi della Famiglia Reale, salve le disposizioni che
regolano la tutela dei Principi della stessa Famiglia;
2) il Primo Ministro, Capo del Governo;
3) i membri del Sacro Collegio;
4) i Presidenti delle Assemblee legislative;
5) i Ministri Segretari di Stato.

Le persone indicate nei numeri 2, 3, 4 e 5 possono far noto al
giudice tutelare che non intendono valersi della dispensa.

Art. 352.

(Dispensa su domanda).

Hanno diritto di essere dispensati su loro domanda dall'assumere o
dal continuare l'esercizio della tutela:
1) i grandi ufficiali dello Stato non compresi nell'articolo
precedente;
2) gli arcivescovi, i vescovi e i ministri del culto aventi cura
d'anime;
3) ((NUMERO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151));
4) i militari in attivita' di servizio;
5) chi ha compiuto gli anni sessantacinque;
6) chi ha piu' di tre figli minori;
7) chi esercita altra tutela;
8) chi e' impedito di esercitare la tutela da infermita'
permanente;
9) chi ha missione dal Governo fuori del Regno o risiede per
ragioni di pubblico servizio fuori della circoscrizione del tribunale
dove e' costituita la tutela.
Art. 353.

(Domanda di dispensa).

La domanda di dispensa per le cause indicate nell'articolo
precedente deve essere presentata al giudice tutelare prima della
prestazione del giuramento, salvo che la causa di dispensa sia
sopravvenuta.

Il tutore e' tenuto ad assumere e a mantenere l'ufficio fino a
quando la tutela non sia stata conferita ad altra persona.
Art. 354.

(Tutela affidata a enti di assistenza).

La tutela dei minori, che non hanno nel luogo del loro domicilio
parenti conosciuti o capaci di esercitare l'ufficio di tutore, puo'
essere deferita dal giudice tutelare a un ente di assistenza nel
comune dove ha domicilio il minore o all'ospizio in cui questi e'
ricoverato. L'amministrazione dell'ente o dell'ospizio delega uno dei
propri membri a esercitare le funzioni di tutela.

E' tuttavia in facolta' del giudice tutelare di nominare un tutore
al minore quando la natura o l'entita' dei beni o altre circostanze
lo richiedono.

Art. 355.

(Protutore).

Sono applicabili al protutore le disposizioni stabilite per il
tutore in questa sezione.

Non si nomina il protutore nei casi contemplati nel primo comma
dell'art. 354.

Art. 356.

(Donazione o disposizione testamentaria a favore del minore).

Chi fa una donazione o dispone con testamento a favore di un
minore, anche se questi e' soggetto alla patria potesta', puo'
nominargli un curatore speciale per l'amministrazione dei beni donati
o lasciati.((223))

Se il donante o il testatore non ha disposto altrimenti, il
curatore speciale deve osservare le forme stabilite dagli articoli
374 e 375 per il compimento di atti eccedenti l'ordinaria
amministrazione.

Si applica in ogni caso al curatore speciale l'art. 384.
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 59,
comma 1) che "Al primo comma dell'articolo 356 del codice civile le
parole: "potesta' dei genitori" sono sostituite dalle seguenti:
"responsabilita' genitoriale".".
Sezione III
Dell'esercizio della tutela

Art. 357.

(Funzioni del tutore).

Il tutore ha la cura della persona del minore, lo rappresenta in
tutti gli atti civili e ne amministra i beni.

Art. 358.

(Doveri del minore).

Il minore deve rispetto e obbedienza al tutore. Egli non puo'
abbandonare la casa o l'istituto al quale e' stato destinato, senza
il permesso del tutore.

Qualora se ne allontani senza permesso, il tutore ha diritto di
richiamarvelo, ricorrendo, se e' necessario, al giudice tutelare.

Art. 359.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 360.

(Funzioni del protutore).

Il protutore rappresenta il minore nei casi in cui l'interesse di
questo e' in opposizione con l'interesse del tutore.

Se anche il protutore si trova in opposizione d'interessi col
minore, il giudice tutelare nomina un curatore speciale.

Il protutore e' tenuto a promuovere la nomina di un nuovo tutore
nel caso in cui il tutore e' venuto a mancare o ha abbandonato
l'ufficio. Frattanto egli ha cura della persona del minore, lo
rappresenta e puo' fare tutti gli atti conservativi e gli atti
urgenti di amministrazione.

Art. 361.

(Provvedimenti urgenti).

Prima che il tutore o il protutore abbia assunto le proprie
funzioni, spetta al giudice tutelare di dare, sia d'ufficio sia su
richiesta del pubblico ministero, di un parente o di un affine del
minore, i provvedimenti urgenti che possono occorrere per la cura del
minore o per conservare e amministrare il patrimonio. Il giudice puo'
procedere, occorrendo, all'apposizione dei sigilli, nonostante
qualsiasi dispensa.

Art. 362.

(Inventario).

Il tutore, nei dieci giorni successivi a quello in cui ha avuto
legalmente notizia della sua nomina, deve procedere all'inventario
dei beni del minore, nonostante qualsiasi dispensa.

L'inventario deve essere compiuto nel termine di trenta giorni,
salva al giudice tutelare la facolta' di prorogare il termine se le
circostanze lo esigono.

Art. 363.

(Formazione dell'inventario).

L'inventario si fa col ministero del cancelliere del tribunale o di
un notaio a cio' delegato dal giudice tutelare, con l'intervento del
protutore e, se e' possibile, anche del minore che abbia compiuto gli
anni sedici, e con l'assistenza di due testimoni scelti
preferibilmente fra i parenti o gli amici della
famiglia.(111)((112a))

Il giudice puo' consentire che l'inventario sia fatto senza
ministero di cancelliere o di notaio, se il valore presumibile del
patrimonio non eccede quindicimila lire.

L'inventario e' depositato presso il tribunale.(111)((112a))

Nel verbale di deposito il tutore e il protutore ne dichiarano con
giuramento la sincerita'.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 364.

(Contenuto dell'inventario).

Nell'inventario si indicano gli immobili, i mobili, i crediti e i
debiti e si descrivono le carte, note e scritture relative allo stato
attivo e passivo del patrimonio, osservando le formalita' stabilite
nel codice di procedura civile.

Art. 365.

(Inventario di aziende).

Se nel patrimonio del minore esistono aziende commerciali o
agricole, si procede con le forme usate nel commercio o nell'economia
agraria alla formazione dell'inventario dell'azienda, con
l'assistenza e l'intervento delle persone indicate nell'art. 363.
Questi particolari inventari sono pure depositati presso il tribunale
e il loro riepilogo e' riportato nell'inventario
generale.(111)((112a))
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 366.

(Beni amministrati da curatore speciale).

Il tutore deve comprendere nell'inventario generale del patrimonio
del minore anche i beni, la cui amministrazione e' stata deferita a
un curatore speciale. Se questi ha formato un inventario particolare
di tali beni, deve rimetterne copia al tutore, il quale lo unira'
all'inventario generale.

Il curatore deve anche comunicare al tutore copia dei conti
periodici della sua amministrazione, salvo che il disponente lo abbia
esonerato.

Art. 367.

(Dichiarazione di debiti o crediti del tutore).

Il tutore, che ha debiti, crediti o altre ragioni verso il minore,
deve esattamente dichiararli prima della chiusura dell'inventario. Il
cancelliere o il notaio hanno l'obbligo di interpellarlo al riguardo.

Nel caso d'inventario senza opera di cancelliere o di notaio, il
tutore e' interpellato dal giudice tutelare all'atto del deposito.

In ogni caso si fa menzione dell'interpellazione e della
dichiarazione del tutore nell'inventario o nel verbale di deposito.

Art. 368.

(Omissione della dichiarazione).

Se il tutore, conoscendo il suo credito o le sue ragioni,
espressamente interpellato non li ha dichiarati, decade da ogni suo
diritto.

Qualora, sapendo di essere debitore, non abbia dichiarato
fedelmente il proprio debito, puo' essere rimosso dalla tutela.

Art. 369.

(Deposito di titoli e valori).

Il tutore deve depositare il denaro, i titoli di credito al
portatore e gli oggetti preziosi esistenti nel patrimonio del minore
presso un istituto di credito designato dal giudice tutelare, salvo
che questi disponga diversamente per la loro custodia.

Non e' tenuto a depositare le somme occorrenti per le spese urgenti
di mantenimento e di educazione del minore e per le spese di
amministrazione.

Art. 370.

(Amministrazione prima dell'inventario).

Prima che sia compiuto l'inventario, l'amministrazione del tutore
deve limitarsi agli affari che non ammettono dilazione.

Art. 371.

(Provvedimenti circa l'educazione e l'amministrazione).

Compiuto l'inventario, il giudice tutelare, su proposta del tutore
e sentito il protutore, delibera:
((1) sul luogo dove il minore deve essere cresciuto e sul suo
avviamento agli studi o all'esercizio di un'arte, mestiere o
professione, disposto l'ascolto dello stesso minore che abbia
compiuto gli anni dieci e anche di eta' inferiore ove capace di
discernimento e richiesto, quando opportuno, l'avviso dei parenti
prossimi;))
2) sulla spesa annua occorrente per il mantenimento e
l'istruzione del minore e per l'amministrazione del patrimonio,
fissando i modi d'impiego del reddito eccedente;
3) sulla convenienza di continuare ovvero alienare o liquidare le
aziende commerciali, che si trovano nel patrimonio del minore, e
sulle relative modalita' e cautele.

Nel caso in cui il giudice stimi evidentemente utile per il minore
la continuazione dell'esercizio dell'impresa, il tutore deve
domandare l'autorizzazione del tribunale. In pendenza della
deliberazione del tribunale il giudice tutelare puo' consentire
l'esercizio provvisorio dell'impresa.
Art. 372.

(Investimento di capitali).

I capitali del minore devono, previa autorizzazione del giudice
tutelare, essere dal tutore investiti:
1) in titoli dello Stato o garantiti dallo Stato;
2) nell'acquisto di beni immobili posti nel Regno;
3) in mutui garantiti da idonea ipoteca sopra beni posti nel
Regno, o in obbligazioni emesse da pubblici istituti autorizzati a
esercitare il credito fondiario;
4) in depositi fruttiferi presso le casse postali o presso altre
casse di risparmio o monti di credito su pegno. Il giudice, sentito
il tutore e il protutore, puo' autorizzare il deposito presso altri
istituti di credito, ovvero, per motivi particolari, un investimento
diverso da quelli sopra indicati.
Art. 373.

(Titoli al portatore).

Se nel patrimonio del minore si trovano titoli al portatore, il
tutore deve farli convertire in nominativi, salvo che il giudice
tutelare disponga che siano depositati in cauta custodia.

Art. 374.

(Autorizzazione del giudice tutelare).

Il tutore non puo' senza l'autorizzazione del giudice tutelare:
1) acquistare beni, eccettuati i mobili necessari per l'uso del
minore, per l'economia domestica e per l'amministrazione del
patrimonio;
2) riscuotere capitali, consentire alla cancellazione di ipoteche
o allo svincolo di pegni, assumere obbligazioni, salvo che queste
riguardino le spese necessarie per il mantenimento del minore e per
l'ordinaria amministrazione del suo patrimonio;
3) accettare eredita' o rinunciarvi, accettare donazioni o legati
soggetti a pesi o a condizioni;
4) fare contratti di locazione d'immobili oltre il novennio o che
in ogni caso si prolunghino oltre un anno dopo il raggiungimento
della maggiore eta';
5) promuovere giudizi, salvo che si tratti di denunzie di nuova
opera o di danno temuto, di azioni possessorie o di sfratto e di
azioni per riscuotere frutti o per ottenere provvedimenti
conservativi.
Art. 375.

(Autorizzazione del tribunale).

Il tutore non puo' senza l'autorizzazione del tribunale:
1) alienare beni, eccettuati i frutti e i mobili soggetti a
facile deterioramento;
2) costituire pegni o ipoteche;
3) procedere a divisioni o promuovere i relativi giudizi;
4) fare compromessi e transazioni o accettare concordati.

L'autorizzazione e' data su parere del giudice tutelare.
Art. 376.

(Vendita di beni).

Nell'autorizzare la vendita di beni, il tribunale determina se
debba farsi all'incanto o a trattative private, fissandone in ogni
caso il prezzo minimo.

Quando nel dare l'autorizzazione il tribunale non ha stabilito il
modo di erogazione o di reimpiego del prezzo, lo stabilisce il
giudice tutelare.

Art. 377.

(Atti compiuti senza l'osservanza delle norme dei precedenti
articoli).

Gli atti compiuti senza osservare le norme dei precedenti articoli
possono essere annullati su istanza del tutore o del minore o dei
suoi eredi o aventi causa.

Art. 378.

(Atti vietati al tutore e al protutore).

Il tutore e il protutore non possono, neppure all'asta pubblica,
rendersi acquirenti direttamente o per iterposta persona dei beni e
dei diritti del minore.

Non possono prendere in locazione i beni del minore senza
l'autorizzazione e le cautele fissate dal giudice tutelare.

Gli atti compiuti in violazione di questi divieti possono essere
annullati su istanza delle persone indicate dell'articolo precedente,
ad eccezione del tutore e del protutore che li hanno compiuti.

Il tutore e il protutore non possono neppure diventare cessionari
di alcuna ragione o credito verso il minore.
Art. 379.

(Gratuita' della tutela).

L'ufficio tutelare e' gratuito.

Il giudice tutelare tuttavia, considerando l'entita' del patrimonio
e le difficolta' dell'amministrazione, puo' assegnare al tutore
un'equa indennita'. Puo' altresi', se particolari circostanze lo
richiedono, sentito il protutore, autorizzare il tutore a farsi
coadiuvare nell'amministrazione, sotto la sua personale
responsabilita', da una o piu' persone stipendiate.

Art. 380.

(Contabilita' dell'amministrazione).

Il tutore deve tenere regolare contabilita' della sua
amministrazione e renderne conto ogni anno al giudice tutelare.

Il giudice puo' sottoporre il conto annuale all'esame del protutore
e di qualche prossimo parente o affine del minore.

Art. 381

(Cauzione)

Il giudice tutelare, tenuto conto della particolare natura ed
entita' del patrimonio, puo' imporre al tutore di prestare una
cauzione, determinandone l'ammontare e le modalita'.

Egli puo' anche liberare il tutore in tutto o in parte dalla
cauzione che avesse prestata.

Art. 382.

(Responsabilita' del tutore e del protutore).

Il tutore deve amministrare il patrimonio del minore con la
diligenza del buon padre di famiglia. Egli risponde verso il minore
di ogni danno a lui cagionato violando i propri doveri.

Nella stessa responsabilita' incorre il protutore per cio' che
riguarda i doveri del proprio ufficio.
Sezione IV
Della cessazione del tutore dall'ufficio

Art. 383.

(Esonero dall'ufficio)

Il giudice tutelare puo' sempre esonerare il tutore dall'ufficio,
qualora l'esercizio di esso sia al tutore soverchiamente gravoso e vi
sia altra persona atta a sostituirlo.

Art. 384.

(Rimozione e sospensione del tutore).

Il giudice tutelare puo' rimuovere dall'ufficio il tutore che si
sia reso colpevole di negligenza o abbia abusato dei suoi poteri, o
si sia dimostrato inetto nell'adempimento di essi, o sia divenuto
immeritevole dell'ufficio per atti anche estranei alla tutela, ovvero
sia divenuto insolvente.

Il giudice non puo' rimuovere il tutore se non dopo averlo sentito
o citato; puo' tuttavia sospenderlo dall'esercizio della tutela nei
casi che non ammettono dilazione.

Sezione V
Del rendimento del conto finale

Art. 385.

(Conto finale).

Il tutore che cessa dalle funzioni deve fare subito la consegna dei
beni e deve presentare nel termine di due mesi il conto finale
dell'amministrazione al giudice tutelare. Questi puo' concedere una
proroga.

Art. 386.

(Approvazione del conto).

Il giudice tutelare invita il protutore, il minore divenuto
maggiore o emancipato, ovvero, secondo le circostanze, il nuovo
rappresentante legale a esaminare il conto e a presentare le loro
osservazioni.

Se non vi sono osservazioni, il giudice che non trova nel conto
irregolarita' o lacune lo approva; in caso contrario nega
l'approvazione.

Qualora il conto non sia stato presentato o sia impugnata la
decisione del giudice tutelare, provvede l'autorita' giudiziaria nel
contraddittorio degli interessati.
Art. 387.

(Prescrizione delle azioni relative alla tutela).

Le azioni del minore contro il tutore e quelle del tutore contro il
minore relative alla tutela si prescrivono in cinque anni dal
compimento della maggiore eta' o dalla morte del minore. Se il tutore
ha cessato dall'ufficio e ha presentato il conto prima della maggiore
eta' o della morte del minore, il termine decorre dalla data del
provvedimento col quale il giudice tutelare pronunzia sul conto
stesso.

Le disposizioni di quest'articolo non si applicano all'azione per
il pagamento del residuo che risulta dal conto definitivo.

Art. 388.

(Divieto di convenzioni ((prima che sia decorso un anno
dall'approvazione)) del conto).

Nessuna convenzione tra il tutore e il minore divenuto maggiore
puo' aver luogo ((prima che sia decorso un anno dall'approvazione))
del conto della tutela.

La convenzione puo' essere annullata su istanza del minore o dei
suoi eredi o aventi causa.
Art. 389

(Registro delle tutele).

Nel registro delle tutele, istituito presso ogni giudice tutelare,
sono iscritti a cura del cancelliere l'apertura e la chiusura della
tutela, la nomina, l'esonero e la rimozione del tutore e del
protutore, le risultanze degli inventari e dei rendiconti e tutti i
provvedimenti che portano modificazione nello stato personale o
patrimoniale del minore.

Dell'apertura e della chiusura della tutela il cancelliere da'
comunicazione entro dieci giorni all'ufficiale dello stato civile per
l'annotazione in margine all'atto di nascita del minore.

CAPO II
Dell'emancipazione

Art. 390.

(Emancipazione di diritto).

Il minore e' di diritto emancipato col matrimonio.

Art. 391.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 8 MARZO 1975, N. 39))
Art. 392.

(( (Curatore dell'emancipato).))

((Curatore del minore sposato con persona maggiore di eta' e' il
coniuge.

Se entrambi i coniugi sono minori di eta', il giudice tutelare puo'
nominare un unico curatore, scelto preferibilmente fra i genitori.

Se interviene l'annullamento per una causa diversa dall'eta', o lo
scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio o la
separazione personale, il giudice tutelare nomina curatore uno dei
genitori, se idoneo all'ufficio, o, in mancanza, altra persona. Nel
caso in cui il minore contrae successivamente matrimonio, il curatore
lo assiste altresi' negli atti previsti nell'articolo 165)).
Art. 393.

(Incapacita' o rimozione del curatore).

Sono applicabili al curatore le disposizioni degli articoli 348,
ultimo comma, 350 e 384.

Art. 394.

(Capacita' dell'emancipato).

L'emancipazione conferisce al minore la capacita' di compiere gli
atti che non eccedono l'ordinaria amministrazione.

Il minore emancipato puo' con l'assistenza del curatore riscuotere
i capitali sotto la condizione di un idoneo impiego e puo' stare in
giudizio sia come attore sia come convenuto.

Per gli altri atti eccedenti l'ordinaria amministrazione, oltre il
consenso del curatore, e' necessaria l'autorizzazione del giudice
tutelare. Per gli atti indicati nell'art. 375 l'autorizzazione, se
curatore non e' il genitore, deve essere data dal tribunale su parere
del giudice tutelare.

Qualora nasca conflitto di interessi fra il minore e il curatore,
e' nominato un curatore speciale a norma dell'ultimo comma dell'art.
320.

Art. 395.

(Rifiuto del consenso da parte del curatore).

Nel caso in cui il curatore rifiuta il suo consenso, il minore puo'
ricorrere al giudice tutelare, il quale, se stima ingiustificato il
rifiuto, nomina un curatore speciale per assistere il minore nel
compimento dell'atto, salva, se occorre, l'autorizzazione del
tribunale.
Art. 396.

(Inosservanza delle precedenti norme).

Gli atti compiuti senza osservare le norme stabilite nell'art. 394
possono essere annullati su istanza del minore o dei suoi eredi o
aventi causa.

Sono applicabili al curatore le disposizioni dell'art. 378.

Art. 397.

(Emancipato autorizzato all'esercizio di un'impresa commerciale).

Il minore emancipato puo' esercitare un'impresa commerciale senza
l'assistenza del curatore, se e' autorizzato dal tribunale, previo
parere del giudice tutelare e sentito il curatore.

L'autorizzazione puo' essere revocata dal tribunale su istanza del
curatore o d'ufficio, previo, in entrambi i casi, il parere del
giudice tutelare e sentito il minore emancipato.

Il minore emancipato, che e' autorizzato all'esercizio di
un'impresa commerciale, puo' compiere da solo gli atti che eccedono
l'ordinaria amministrazione, anche se estranei all'esercizio
dell'impresa.
Art. 398.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 8 MARZO 1975, N. 39))
Art. 399.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 8 MARZO 1975, N. 39))
TITOLO XI
((DELL'AFFILIAZIONE E DELL'AFFIDAMENTO))

Art. 400.

(Norme regolatrici dell'assistenza dei minori).

L'assistenza dei minori e' regolata, oltre che dalle leggi
speciali, dalle norme del presente titolo.

Art. 401.

Limiti di applicazione delle norme.

Le disposizioni del presente titolo si applicano anche ai minori
che sono figli di genitori non conosciuti, ovvero figli riconosciuti
dalla sola madre che si trovi nell'impossibilita' di provvedere al
loro ((mantenimento)).((223))

Le stesse disposizioni si applicano ai minori ricoverati in un
istituto di pubblica assistenza o assistiti da questo per il
mantenimento, l'educazione o la rieducazione, ovvero in istato di
abbandono materiale o morale.
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 61,
comma 1) che "All'articolo 401 del codice civile le parole: "figli
naturali riconosciuti dalla sola madre che si trovi" sono sostituite
dalle seguenti "figli di genitori che si trovino".".
Art. 402.

(Poteri tutelali spettanti agli istituti di assistenza).

L'istituto di pubblica assistenza esercita i poteri tutelari sul
minore ricoverato o assistito, secondo le norme del titolo X, capo I
di questo libro, fino a quando non si provveda alla nomina di un
tutore, e in tutti i casi nei quali l'esercizio della patria potesta'
o della tutela sia impedito. Resta salva la facolta' del giudice
tutelare di deferire la tutela all'ente di assistenza o all'ospizio,
ovvero di nominare un tutore a norma dell'art. 354.((223))

Nel caso in cui il genitore riprenda l'esercizio della patria
potesta', l'istituto deve chiedere al giudice tutelare di fissare
eventualmente limiti o condizioni a tale esercizio. ((223))
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 62,
comma 1) che "All'articolo 402 del codice civile le parole: "potesta'
dei genitori", ovunque presenti, sono sostituite dalle seguenti:
"responsabilita' genitoriale".".
Art. 403.

(Intervento della pubblica autorita' a favore dei minori).

Quando il minore e' moralmente o materialmente abbandonato o e'
allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per
negligenza, immoralita', ignoranza o per altri motivi incapaci di
provvedere alla educazione di lui, la pubblica autorita', a mezzo
degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro,
sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua
protezione.
Titolo XII
((Delle misure di protezione delle persone prive in tutto od in parte di autonomia))
((Capo I))
((Dell'amministrazione di sostegno))

Art. 404.

(( (Amministrazione di sostegno). ))

((La persona che, per effetto di una infermita' ovvero di una
menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilita', anche
parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, puo' essere
assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice
tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio.))
Art. 405.

(( (Decreto di nomina dell'amministratore di sostegno. Durata
dell'incarico e relativa pubblicita'). ))

((Il giudice tutelare provvede entro sessanta giorni dalla data di
presentazione della richiesta alla nomina dell'amministratore di
sostegno con decreto motivato immediatamente esecutivo, su ricorso di
uno dei soggetti indicati nell'articolo 406.

Il decreto che riguarda un minore non emancipato puo' essere emesso
solo nell'ultimo anno della sua minore eta' e diventa esecutivo a
decorrere dal momento in cui la maggiore eta' e' raggiunta.

Se l'interessato e' un interdetto o un inabilitato, il decreto e'
esecutivo dalla pubblicazione della sentenza di revoca
dell'interdizione o dell'inabilitazione.

Qualora ne sussista la necessita', il giudice tutelare adotta anche
d'ufficio i provvedimenti urgenti per la cura della persona
interessata e per la conservazione e l'amministrazione del suo
patrimonio. Puo' procedere alla nomina di un amministratore di
sostegno provvisorio indicando gli atti che e' autorizzato a
compiere.

Il decreto di nomina dell'amministratore di sostegno deve contenere
l'indicazione:
1) delle generalita' della persona beneficiaria e
dell'amministratore di sostegno;
2) della durata dell'incarico, che puo' essere anche a tempo
indeterminato;
3) dell'oggetto dell'incarico e degli atti che l'amministratore
di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del
beneficiario;
4) degli atti che il beneficiario puo' compiere solo con
l'assistenza dell'amministratore di sostegno;
5) dei limiti, anche periodici, delle spese che l'amministratore
di sostegno puo' sostenere con utilizzo delle somme di cui il
beneficiario ha o puo' avere la disponibilita';
6) della periodicita' con cui l'amministratore di sostegno deve
riferire al giudice circa l'attivita' svolta e le condizioni di vita
personale e sociale del beneficiario.

Se la durata dell'incarico e' a tempo determinato, il giudice
tutelare puo' prorogarlo con decreto motivato pronunciato anche
d'ufficio prima della scadenza del termine.

Il decreto di apertura dell'amministrazione di sostegno, il decreto
di chiusura ed ogni altro provvedimento assunto dal giudice tutelare
nel corso dell'amministrazione di sostegno devono essere
immediatamente annotati a cura del cancelliere nell'apposito
registro.

Il decreto di apertura dell'amministrazione di sostegno e il
decreto di chiusura devono essere comunicati, entro dieci giorni,
all'ufficiale dello stato civile per le annotazioni in margine
all'atto di nascita del beneficiario. Se la durata dell'incarico e' a
tempo determinato, le annotazioni devono essere cancellate alla
scadenza del termine indicato nel decreto di apertura o in quello
eventuale di proroga.))
Art. 406.

(( (Soggetti). ))

((Il ricorso per l'istituzione dell'amministrazione di sostegno
puo' essere proposto dallo stesso soggetto beneficiario, anche se
minore, interdetto o inabilitato, ovvero da uno dei soggetti indicati
nell'articolo 417.

Se il ricorso concerne persona interdetta o inabilitata il medesimo
e' presentato congiuntamente all'istanza di revoca dell'interdizione
o dell'inabilitazione davanti al giudice competente per quest'ultima.

I responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente
impegnati nella cura e assistenza della persona, ove a conoscenza di
fatti tali da rendere opportuna l'apertura del procedimento di
amministrazione di sostegno, sono tenuti a proporre al giudice
tutelare il ricorso di cui all'articolo 407 o a fornirne comunque
notizia al pubblico ministero.))
Art. 407.

(( (Procedimento). ))

((Il ricorso per l'istituzione dell'amministrazione di sostegno
deve indicare le generalita' del beneficiario, la sua dimora
abituale, le ragioni per cui si richiede la nomina
dell'amministratore di sostegno, il nominativo ed il domicilio, se
conosciuti dal ricorrente, del coniuge, dei discendenti, degli
ascendenti, dei fratelli e dei conviventi del beneficiario.

Il giudice tutelare deve sentire personalmente la persona cui il
procedimento si riferisce recandosi, ove occorra, nel luogo in cui
questa si trova e deve tener conto, compatibilmente con gli interessi
e le esigenze di protezione della persona, dei bisogni e delle
richieste di questa.

Il giudice tutelare provvede, assunte le necessarie informazioni e
sentiti i soggetti di cui all'articolo 406; in caso di mancata
comparizione provvede comunque sul ricorso. Dispone altresi', anche
d'ufficio, gli accertamenti di natura medica e tutti gli altri mezzi
istruttori utili ai fini della decisione.

Il giudice tutelare puo', in ogni tempo, modificare o integrare,
anche d'ufficio, le decisioni assunte con il decreto di nomina
dell'amministratore di sostegno.

In ogni caso, nel procedimento di nomina dell'amministratore di
sostegno interviene il pubblico ministero.))
Art. 408.

(( (Scelta dell'amministratore di sostegno). ))

((La scelta dell'amministratore di sostegno avviene con esclusivo
riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario.
L'amministratore di sostegno puo' essere designato dallo stesso
interessato, in previsione della propria eventuale futura
incapacita', mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata.
In mancanza, ovvero in presenza di gravi motivi, il giudice tutelare
puo' designare con decreto motivato un amministratore di sostegno
diverso. Nella scelta, il giudice tutelare preferisce, ove possibile,
il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente
convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella,
il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal
genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata
autenticata.

Le designazioni di cui al primo comma possono essere revocate
dall'autore con le stesse forme.

Non possono ricoprire le funzioni di amministratore di sostegno gli
operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in
carico il beneficiario.

Il giudice tutelare, quando ne ravvisa l'opportunita', e nel caso
di designazione dell'interessato quando ricorrano gravi motivi, puo'
chiamare all'incarico di amministratore di sostegno anche altra
persona idonea, ovvero uno dei soggetti di cui al titolo II al cui
legale rappresentante ovvero alla persona che questi ha facolta' di
delegare con atto depositato presso l'ufficio del giudice tutelare,
competono tutti i doveri e tutte le facolta' previste nel presente
capo.))
Art. 409.

(( (Effetti dell'amministrazione di sostegno). ))

((Il beneficiario conserva la capacita' di agire per tutti gli atti
che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l'assistenza
necessaria dell'amministratore di sostegno.

Il beneficiario dell'amministrazione di sostegno puo' in ogni caso
compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria
vita quotidiana.))
Art. 410.

(( (Doveri dell'amministratore di sostegno). ))

((Nello svolgimento dei suoi compiti l'amministratore di sostegno
deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario.

L'amministratore di sostegno deve tempestivamente informare il
beneficiario circa gli atti da compiere nonche' il giudice tutelare
in caso di dissenso con il beneficiario stesso. In caso di contrasto,
di scelte o di atti dannosi ovvero di negligenza nel perseguire
l'interesse o nel soddisfare i bisogni o le richieste del
beneficiario, questi, il pubblico ministero o gli altri soggetti di
cui all'articolo 406 possono ricorrere al giudice tutelare, che
adotta con decreto motivato gli opportuni provvedimenti.

L'amministratore di sostegno non e' tenuto a continuare nello
svolgimento dei suoi compiti oltre dieci anni, ad eccezione dei casi
in cui tale incarico e' rivestito dal coniuge, dalla persona
stabilmente convivente, dagli ascendenti o dai discendenti.))
Art. 411.

(( (Norme applicabili all'amministrazione di sostegno). ))

((Si applicano all'amministratore di sostegno, in quanto
compatibili, le disposizioni di cui agli articoli da 349 a 353 e da
374 a 388. I provvedimenti di cui agli articoli 375 e 376 sono emessi
dal giudice tutelare.

All'amministratore di sostegno si applicano altresi', in quanto
compatibili, le disposizioni degli articoli 596, 599 e 779.

Sono in ogni caso valide le disposizioni testamentarie e le
convenzioni in favore dell'amministratore di sostegno che sia parente
entro il quarto grado del beneficiario, ovvero che sia coniuge o
persona che sia stata chiamata alla funzione in quanto con lui
stabilmente convivente.

Il giudice tutelare, nel provvedimento con il quale nomina
l'amministratore di sostegno, o successivamente, puo' disporre che
determinati effetti, limitazioni o decadenze, previsti da
disposizioni di legge per l'interdetto o l'inabilitato, si estendano
al beneficiario dell'amministrazione di sostegno, avuto riguardo
all'interesse del medesimo ed a quello tutelato dalle predette
disposizioni. Il provvedimento e' assunto con decreto motivato a
seguito di ricorso che puo' essere presentato anche dal beneficiario
direttamente.))
Art. 412.

(( (Atti compiuti dal beneficiario o dall'amministratore di sostegno
in violazione di norme di legge o delle disposizioni del giudice). ))

((Gli atti compiuti dall'amministratore di sostegno in violazione
di disposizioni di legge, od in eccesso rispetto all'oggetto
dell'incarico o ai poteri conferitigli dal giudice, possono essere
annullati su istanza dell'amministratore di sostegno, del pubblico
ministero, del beneficiario o dei suoi eredi ed aventi causa.

Possono essere parimenti annullati su istanza dell'amministratore
di sostegno, del beneficiario, o dei suoi eredi ed aventi causa, gli
atti compiuti personalmente dal beneficiario in violazione delle
disposizioni di legge o di quelle contenute nel decreto che
istituisce l'amministrazione di sostegno.

Le azioni relative si prescrivono nel termine di cinque anni. Il
termine decorre dal momento in cui e' cessato lo stato di
sottoposizione all'amministrazione di sostegno.))
Art. 413.

(( (Revoca dell'amministrazione di sostegno). ))

((Quando il beneficiario, l'amministratore di sostegno, il pubblico
ministero o taluno dei soggetti di cui all'articolo 406, ritengono
che si siano determinati i presupposti per la cessazione
dell'amministrazione di sostegno, o per la sostituzione
dell'amministratore, rivolgono istanza motivata al giudice tutelare.

L'istanza e' comunicata al beneficiario ed all'amministratore di
sostegno.

Il giudice tutelare provvede con decreto motivato, acquisite le
necessarie informazioni e disposti gli opportuni mezzi istruttori.

Il giudice tutelare provvede altresi', anche d'ufficio, alla
dichiarazione di cessazione dell'amministrazione di sostegno quando
questa si sia rivelata inidonea a realizzare la piena tutela del
beneficiario. In tale ipotesi, se ritiene che si debba promuovere
giudizio di interdizione o di inabilitazione, ne informa il pubblico
ministero, affinche' vi provveda. In questo caso l'amministrazione di
sostegno cessa con la nomina del tutore o del curatore provvisorio ai
sensi dell'articolo 419, ovvero con la dichiarazione di interdizione
o di inabilitazione)).
((Capo II))
((Della interdizione, della inabilitazione e della incapacita' naturale))

Art. 414.

(( (Persone che possono essere interdette). ))

((Il maggiore di eta' e il minore emancipato, i quali si trovano in
condizioni di abituale infermita' di mente che li rende incapaci di
provvedere ai propri interessi, sono interdetti quando cio' e'
necessario per assicurare la loro adeguata protezione)).
Art. 415.

(Persone che possono essere inabilitate).

Il maggiore di eta' infermo di mente, lo stato del quale non e'
talmente grave da far luogo all'interdizione, puo' essere
inabilitato.

Possono anche essere inabilitati coloro che, per prodigalita' o per
abuso abituale di bevande alcooliche o di stupefacenti, espongono se'
o la loro famiglia a gravi pregiudizi economici.

Possono infine essere inabilitati il sordomuto e il cieco dalla
nascita o dalla prima infanzia, se non hanno ricevuto un'educazione
sufficiente, salva l'applicazione dell'art. 414 quando risulta che
essi sono del tutto incapaci di provvedere ai propri
interessi.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 416.

(Interdizione e inabilitazione nell'ultimo anno di minore eta').

Il minore non emancipato puo' essere interdetto o inabilitato
nell'ultimo anno della sua minore eta'. L'interdizione o
l'inabilitazione ha effetto dal giorno in cui il minore raggiunge
l'eta' maggiore.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 417.

(Istanza d'interdizione o d'inabilitazione).

L'interdizione e l'inabilitazione possono essere promosse dalle
persone indicate negli articoli 414 e 415, dal coniuge, dalla persona
stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli
affini entro il secondo grado, dal tutore o curatore ovvero dal
pubblico ministero.

Se l'interdicendo o l'inabilitando si trova sotto la patria
potesta' o ha per curatore uno dei genitori, l'interdizione o
l'inabilitazione non puo' essere promossa che su istanza del genitore
medesimo o del pubblico ministero.((223))
-------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 63,
comma 1) che "Al secondo comma dell'articolo 417 del codice civile le
parole: "potesta' dei genitori" sono sostituite dalle seguenti:
"responsabilita' genitoriale".".
Art. 418.

(Poteri dell'autorita' giudiziaria).

Promosso il giudizio d'interdizione, puo' essere dichiarata anche
d'ufficio l'inabilitazione per infermita' di mente.

Se nel corso del giudizio d'inabilitazione si rivela l'esistenza
delle condizioni richieste per l'interdizione, il pubblico ministero
fa istanza al tribunale di pronunziare l'interdizione, e il tribunale
provvede nello stesso giudizio, premessa l'istruttoria necessaria.

((Se nel corso del giudizio di interdizione o di inabilitazione
appare opportuno applicare l'amministrazione di sostegno, il giudice,
d'ufficio o ad istanza di parte, dispone la trasmissione del
procedimento al giudice tutelare. In tal caso il giudice competente
per l'interdizione o per l'inabilitazione puo' adottare i
provvedimenti urgenti di cui al quarto comma dell'articolo 405)).
Art. 419.

(Mezzi istruttori e provvedimenti provvisori).

Non si puo' pronunziare l'interdizione o l'inabilitazione senza che
si sia proceduto all'esame dell'interdicendo o dell'inabilitando.

Il giudice puo' in questo esame farsi assistere da un consulente
tecnico. Puo' anche d'ufficio disporre i mezzi istruttori utili ai
fini del giudizio, interrogare i parenti prossimi dell'interdicendo o
inabilitando e assumere le necessarie informazioni.

Dopo l'esame, qualora sia ritenuto opportuno, puo' essere nominato
un tutore provvisorio all'interdicendo o un curatore provvisorio
all'inabilitando.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 420.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 13 MAGGIO 1978, N. 180 ((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 421.

(Decorrenza degli effetti dell'interdizione e dell'inabilitazione).

L'interdizione e l'inabilitazione producono i loro effetti dal
giorno della pubblicazione della sentenza, salvo il caso previsto
dall'art. 416.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 422.

(Cessazione del tutore e del curatore provvisorio).

Nella sentenza che rigetta l'istanza d'interdizione o
d'inabilitazione, puo' disporsi che il tutore o il curatore
provvisorio rimanga in ufficio fino a che la sentenza non sia passata
in giudicato.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 423.

(Pubblicita').

Il decreto di nomina del tutore o del curatore provvisorio e la
sentenza d'interdizione o d'inabilitazione devono essere
immediatamente annotati a cura del cancelliere nell'apposito registro
e comunicati entro dieci giorni all'ufficiale dello stato civile per
le annotazioni in margine all'atto di nascita.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 424.

(Tutela dell'interdetto e curatela dell'inabilitato).

Le disposizioni sulla tutela dei minori e quelle sulla curatela dei
minori emancipati si applicano rispettivamente alla tutela degli
interdetti e alla curatela degli inabilitati.

Le stesse disposizioni si applicano rispettivamente anche nei casi
di nomina del tutore provvisorio dell'interdicendo e del curatore
provvisorio dell'inabilitando a norma dell'art. 419. Per
l'interdicendo non si nomina il protutore provvisorio.

((Nella scelta del tutore dell'interdetto e del curatore
dell'inabilitato il giudice tutelare individua di preferenza la
persona piu' idonea all'incarico tra i soggetti, e con i criteri,
indicati nell'articolo 408)).
Art. 425.

(Esercizio dell'impresa commerciale da parte dell'inabilitato).

L'inabilitato puo' continuare l'esercizio dell'impresa commerciale
soltanto se autorizzato dal tribunale su parere del giudice tutelare.
L'autorizzazione puo' essere subordinata alla nomina di un
institore.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 426.

(Durata dell'ufficio).

Nessuno e' tenuto a continuare nella tutela dell'interdetto o nella
curatela dell'inabilitato oltre dieci anni, ad eccezione del coniuge,
((della persona stabilmente convivente,)) degli ascendenti o dei
discendenti.
Art. 427.

(Atti compiuti dall'interdetto e dall'inabilitato).

((Nella sentenza che pronuncia l'interdizione o l'inabilitazione, o
in successivi provvedimenti dell'autorita' giudiziaria, puo'
stabilirsi che taluni atti di ordinaria amministrazione possano
essere compiuti dall'interdetto senza l'intervento ovvero con
l'assistenza del tutore, o che taluni atti eccedenti l'ordinaria
amministrazione possano essere compiuti dall'inabilitato senza
l'assistenza del curatore)).

Gli atti compiuti dall'interdetto dopo la sentenza di interdizione
possono essere annullati su istanza del tutore, dell'interdetto o dei
suoi eredi o aventi causa. Sono del pari annullabili gli atti
compiuti dall'interdetto dopo la nomina del tutore provvisorio,
qualora alla nomina segua la sentenza d'interdizione.

Possono essere annullati su istanza dell'inabilitato o dei suoi
eredi o aventi causa gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione
fatti dall'inabilitato, senza l'osservanza delle prescritte
formalita', dopo la sentenza di inabilitazione o dopo la nomina del
curatore provvisorio, qualora alla nomina sia seguita
l'inabilitazione.

Per gli atti compiuti dall'interdetto prima della sentenza
d'interdizione o prima della nomina del tutore provvisorio si
applicano le disposizioni dell'articolo seguente.
Art. 428.

(Atti compiuti da persona incapace d'intendere o di volere).

Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si provi
essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace
d'intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati
compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima
o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio
all'autore.

L'annullamento dei contratti non puo' essere pronunziato se non
quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla
persona incapace d'intendere o di volere o per la qualita' del
contratto o altrimenti, risulta la malafede dell'altro contraente.

L'azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui
l'atto o il contratto e' stato compiuto.

Resta salva ogni diversa disposizione di legge.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 429.

(Revoca dell'interdizione e dell'inabilitazione).

Quando cessa la causa dell'interdizione o dell'inabilitazione,
queste possono essere revocate su istanza del coniuge, dei parenti
entro il quarto grado o degli affini entro il secondo grado, del
tutore dell'interdetto, del curatore dell'inabilitato o su istanza
del pubblico ministero.

Il giudice tutelare deve vigilare per riconoscere se la causa
dell'interdizione o dell'inabilitazione continui. Se ritiene che sia
venuta meno, deve informarne il pubblico ministero.

((Se nel corso del giudizio per la revoca dell'interdizione o
dell'inabilitazione appare opportuno che, successivamente alla
revoca, il soggetto sia assistito dall'amministratore di sostegno, il
tribunale, d'ufficio o ad istanza di parte, dispone la trasmissione
degli atti al giudice tutelare)).
Art. 430.

(Pubblicita').

Alla sentenza di revoca dell'interdizione o dell'inabilitazione si
applica l'art. 423.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 431.

(Decorrenza degli effetti della sentenza di revoca).

La sentenza che revoca l'interdizione o l'inabilitazione produce i
suoi effetti appena passata in giudicato.

Tuttavia gli atti compiuti dopo la pubblicazione della sentenza di
revoca non possono essere impugnati se non quando la revoca e'
esclusa con sentenza passata in giudicato.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
Art. 432.

(Inabilitazione nel giudizio di revoca dell'interdizione).

L'autorita' giudiziaria che, pur riconoscendo fondata l'istanza di
revoca dell'interdizione, non crede che l'infermo abbia riacquistato
la piena capacita', puo' revocare l'interdizione e dichiarare
inabilitato l'infermo medesimo.

Si applica anche in questo caso il primo comma dell'articolo
precedente.

Gli atti non eccedenti l'ordinaria amministrazione, compiuti
dall'inabilitato dopo la pubblicazione della sentenza che revoca
l'interdizione, possono essere impugnati solo quando la revoca e'
esclusa con sentenza passata in giudicato.((146))
--------------
AGGIORNAMENTO (146)
La L. 9 gennaio 2004, n. 6 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che
"Nel titolo XII del libro primo del codice civile, prima
dell'articolo 414 sono inserite le seguenti parole:
"Capo II. - Della interdizione, della inabilitazione e della
incapacita' naturale"."
TITOLO XIII
DEGLI ALIMENTI

Art. 433.

Persone obbligate.

All'obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell'ordine:
1) il coniuge;
((2) i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti
prossimi;))
((3) i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli
adottanti;))
4) i generi e le nuore;
5) il suocero e la suocera;
6) i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza
dei germani sugli unilaterali.(216)
--------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 434.

(Cessazione dell'obbligo tra affini).

L'obbligazione alimentare del suocero e della suocera e quella del
genero e della nuora cessano:
1) quando la persona che ha diritto agli alimenti e' passata a
nuove nozze;
2) quando il coniuge, da cui deriva l'affinita', e i figli nati
dalla sua unione con l'altro coniuge e i loro discendenti sono morti.
Art. 435.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 436.

Obbligo tra adottante e adottato.

Lo adottante deve gli alimenti al figlio adottivo con precedenza
sui genitori ((...)) di lui.
Art. 437.

(Obbligo del donatario).

Il donatario e' tenuto, con precedenza su ogni altro obbligato, a
prestare gli alimenti al donante, a meno che si tratti di donazione
fatta in riguardo di un matrimonio o di una donazione rimuneratoria.

Art. 438.

(Misura degli alimenti).

Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di
bisogno e non e' in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li
domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non
devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita
dell'alimentando, avuto pero' riguardo alla sua posizione sociale.

Il donatario non e' tenuto oltre il valore della donazione tuttora
esistente nel suo patrimonio.

Art. 439.

(Misura degli alimenti tra fratelli e sorelle).

Tra fratelli e sorelle gli alimenti sono dovuti nella misura dello
stretto necessario.

((Possono comprendere anche le spese per l'educazione e
l'istruzione se si tratta di minore)).
Art. 440.

(Cessazione, riduzione e aumento).

Se dopo l'assegnazione degli alimenti mutano le condizioni
economiche di chi li somministra o di chi li riceve, l'autorita'
giudiziaria provvede per la cessazione, la riduzione o l'aumento,
secondo le circostanze. Gli alimenti possono pure essere ridotti per
la condotta disordinata o riprovevole dell'alimentato.

Se, dopo assegnati gli alimenti, consta che uno degli obbligati di
grado anteriore e' in condizione di poterli somministrare,
l'autorita' giudiziaria non puo' liberare l'obbligato di grado
posteriore se non quando abbia imposto all'obbligato di grado
anteriore di somministrare gli alimenti.

Art. 441.

(Concorso di obbligati).

Se piu' persone sono obbligate nello stesso grado alla prestazione
degli alimenti, tutte devono concorrere alla prestazione stessa,
ciascuna in proporzione delle proprie condizioni economiche.

Se le persone chiamate in grado anteriore alla prestazione non sono
in condizioni di sopportare l'onere in tutto o in parte,
l'obbligazione stessa e' posta in tutto o in parte a carico delle
persone chiamate in grado posteriore.

Se gli obbligati non sono concordi sulla misura, sulla
distribuzione e sul modo di somministrazione degli alimenti, provvede
l'autorita' giudiziaria secondo le circostanze.

Art. 442.

(Concorso di aventi diritto).

Quando piu' persone hanno diritto agli alimenti nei confronti di un
medesimo obbligato, e questi non e' in grado' di provvedere ai
bisogni di ciascuna di esse, l'autorita' giudiziaria da' i
provvedimenti opportuni, tenendo conto della prossimita' della
parentela e dei rispettivi bisogni, e anche della possibilita' che
taluno degli aventi diritto abbia di conseguire gli alimenti da
obbligati di grado ulteriore.

Art. 443.

(Modo di somministrazione degli alimenti).

Chi deve somministrare gli alimenti ha la scelta di adempiere
questa obbligazione o mediante un assegno alimentare corrisposto in
periodi anticipati, o accogliendo e mantenendo nella propria casa
colui che vi ha diritto.

L'autorita' giudiziaria puo' pero', secondo le circostanze,
determinare il modo di somministrazione.

In caso di urgente necessita' l'autorita' giudiziaria puo' altresi'
porre temporaneamente l'obbligazione degli alimenti a carico di uno
solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli
altri.

Art. 444.

(Adempimento della prestazione alimentare).

L'assegno alimentare prestato secondo le modalita' stabilite non
puo' essere nuovamente richiesto, qualunque uso l'alimentando ne
abbia fatto.

Art. 445.

(Decorrenza degli alimenti).

Gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale o dal
giorno della costituzione in mora dell'obbligato, quando questa
costituzione sia entro sei mesi seguita dalla domanda giudiziale.
Art. 446.

(Assegno provvisorio).

Finche' non sono determinati definitivamente il modo e la misura
degli alimenti, il presidente del tribunale puo', sentita l'altra
parte, ordinare un assegno in via provvisoria ponendolo, nel caso di
concorso di piu' obbligati, a carico anche di uno solo di essi, salvo
il regresso verso gli altri.(111)((112a))
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 447.

(Inammissibilita' di cessione e di compensazione).

Il credito alimentare non puo' essere ceduto.

L'obbligato agli alimenti non puo' opporre all'altra parte la
compensazione, neppure quando si tratta di prestazioni arretrate.

Art. 448.

(Cessazione per morte dell'obbligato).

L'obbligo degli alimenti cessa con la morte dell'obbligato, anche
se questi li ha somministrati in esecuzione di sentenza.

Art. 448-bis

(Cessazione per decadenza dell'avente diritto dalla ((responsabilita'
genitoriale)) sui figli).

Il figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti
prossimi non sono tenuti all'adempimento dell'obbligo di prestare gli
alimenti al genitore nei confronti del quale e' stata pronunciata la
decadenza dalla ((responsabilita' genitoriale)) e, per i fatti che
non integrano i casi di indegnita' di cui all'articolo 463, possono
escluderlo dalla successione.
TITOLO XIV
DEGLI ATTI DELLO STATO CIVILE

Art. 449.

(Registri dello stato civile).

I registri dello stato civile sono tenuti in ogni comune in
conformita' delle norme contenute nella legge sull'ordinamento dello
stato civile.

Art. 450.

(Pubblicita' dei registri dello stato civile).

I registri dello stato civile sono pubblici.

Gli ufficiali dello stato civile devono rilasciare gli estratti e i
certificati che vengono loro domandati con le indicazioni dalla legge
prescritte.

Essi devono altresi' compiere negli atti affidati alla loro
custodia le indagini domandate dai privati.

Art. 451.

(Forza probatoria degli atti).

Gli atti dello stato civile fanno prova, fino a querela di falso,
di cio' che l'ufficiale pubblico attesta essere avvenuto alla sua
presenza o da lui compiuto.

Le dichiarazioni dei comparenti fanno fede fino a prova contraria.

Le indicazioni estranee all'atto non hanno alcun valore.
Art. 452.

(Mancanza, distruzione o smarrimento di registri).

Se non si sono tenuti i registri o sono andati distrutti o smarriti
o se, per qualunque altra causa, manca in tutto o in parte la
registrazione dell'atto, la prova della nascita o della morte puo'
essere data con ogni mezzo.

In caso di mancanza, di distruzione totale o parziale, di
alterazione o di occultamento accaduti per dolo del richiedente,
questi non e' ammesso alla prova consentita nel comma precedente.

Art. 453.

(Annotazioni).

Nessuna annotazione puo' essere fatta sopra un atto gia' iscritto
nei registri se non e' disposta per legge ovvero non e' ordinata
dall'autorita' giudiziaria.

Art. 454.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 3 NOVEMBRE 2000, N. 396)).
Art. 455.

(Efficacia della sentenza di rettificazione).

La sentenza di rettificazione non puo' essere opposta a quelli che
non concorsero a domandare la rettificazione, ovvero non furono parti
in giudizio o non vi furono regolarmente chiamati.
LIBRO SECONDO
DELLE SUCCESSIONI
TITOLO I
DISPOSIZIONI GENERALI SULLE SUCCESSIONI
CAPO I
Dell'apertura della successione, della delazione e dell'acquisto dell'eredita'

Art. 456.

(Apertura della successione).

La successione si apre al momento della morte, nel luogo
dell'ultimo domicilio del defunto.

Art. 457.

(Delazione dell'eredita').

L'eredita' si devolve per legge o per testamento.

Non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in
tutto o in parte, quella testamentaria.

Le disposizioni testamentarie non possono pregiudicare i diritti
che la legge riserva ai legittimari.

Art. 458.

(Divieto di patti successori).

((Fatto salvo quanto disposto dagli articoli 768-bis e seguenti,))
e' nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria
successione. E' del pari nullo ogni atto col quale taluno dispone dei
diritti che gli possono spettare su una successione non ancora
aperta, o rinunzia ai medesimi.
Art. 459.

(Acquisto dell'eredita').

L'eredita' si acquista con l'accettazione. L'effetto
dell'accettazione risale al momento nel quale si e' aperta la
successione.

Art. 460.

(Poteri del chiamato prima dell'accettazione).

Il chiamato all'eredita' puo' esercitare le azioni possessorie a
tutela dei beni ereditari, senza bisogno di materiale apprensione.

Egli inoltre puo' compiere atti conservativi, di vigilanza e di
amministrazione temporanea, e puo' farsi autorizzare dall'autorita'
giudiziaria a vendere i beni che non si possono conservare o la cui
conservazione importa grave dispendio.

Non puo' il chiamato compiere gli atti indicati nei commi
precedenti, quando si e' provveduto alla nomina di un curatore
dell'eredita' a norma dell'art. 528.

Art. 461.

(Rimborso delle spese sostenute dal chiamato).

Se il chiamato rinunzia all'eredita', le spese sostenute per gli
atti indicati dall'articolo precedente sono a carico dell'eredita'.

CAPO II
Della capacita' di succedere

Art. 462.

(Capacita' delle persone fisiche).

Sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al
tempo dell'apertura della successione.

Salvo prova contraria, si presume concepito al tempo dell'apertura
della successione chi e' nato entro i trecento giorni dalla morte
della persona della cui successione si tratta.

Possono inoltre ricevere per testamento i figli di una determinata
persona vivente al tempo della morte del testatore, benche' non
ancora concepiti.

CAPO III
Dell'indegnita'

Art. 463.

(Casi d'indegnita').

E' escluso dalla successione come indegno:
1) chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona
della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un
ascendente della medesima, purche' non ricorra alcuna delle cause che
escludono la punibilita' a norma della legge penale;
2)chi ha commesso, in danno di una di tali persone, un fatto al
quale la legge ((...)) dichiara applicabili le disposizioni
sull'omicidio;
3) chi ha denunziato una di tali persone per reato punibile
((...)) con l'ergastolo o con la reclusione per un tempo non
inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia e' stata dichiarata
calunniosa in giudizio penale; ovvero ha testimoniato contro le
persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza e'
stata dichiarata, nei confronti di lui, falsa in giudizio penale;
((3-bis) chi, essendo decaduto dalla potesta' genitoriale nei
confronti della persona della cui successione si tratta a norma
dell'articolo 330, non e' stato reintegrato nella potesta' alla data
di apertura della successione della medesima));
4) chi ha indotto con dolo o violenza la persona, della cui
successione si tratta, a fare, revocare o mutare il testamento, o ne
l'ha impedita;
5) chi ha soppresso, celato o alterato il testamento dal quale la
successione sarebbe stata regolata;
6) chi ha formato un testamento falso o ne ha fatto scientemente
uso.
Art. 464.

(Restituzione dei frutti).

L'indegno e' obbligato a restituire i frutti che gli sono pervenuti
dopo l'apertura della successione.

Art. 465.

(Indegnita' del genitore).

Colui che e' escluso per indegnita' dalla successione non ha sui
beni della medesima, che siano devoluti ai suoi figli, i diritti di
usufrutto o di amministrazione che la legge accorda ai genitori.

Art. 466.

(Riabilitazione dell'indegno).

Chi e' incorso nell'indegnita' e' ammesso a succedere quando la
persona, della cui successione si tratta, ve lo ha espressamente
abilitato con atto pubblico o con testamento.

Tuttavia l'indegno non espressamente abilitato, se e' stato
contemplato nel testamento quando il testatore conosceva la causa
dell'indegnita', e' ammesso a succedere nei limiti della disposizione
testamentaria.

CAPO IV
Della rappresentazione

Art. 467.

Nozione.

La rappresentazione fa subentrare i discendenti ((...)) nel luogo e
nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non puo'
o non vuole accettare l'eredita' o il legato.

Si ha rappresentazione nella successione testamentaria quando il
testatore non ha provveduto per il caso in cui l'istituto non possa o
non voglia accettare la eredita' o il legato, e sempre che non si
tratti di legato di usufrutto o di altro diritto di natura personale.
-------------
AGGIORNAMENTO (15)
La Corte Costituzionale, con sentenza 2 - 14 aprile 1969, n. 79 (in
G.U. 1a s.s. 23/04/1969, n. 105), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale del presente articolo "limitatamente alla parte in cui
esclude dalla rappresentazione il figlio naturale di chi, figlio o
fratello del de cuius, non potendo o non volendo accettare, non lasci
o non abbia discendenti legittimi".
Art. 468.

(Soggetti).

La rappresentazione ha luogo, nella linea retta, a favore dei
discendenti dei figli, legittimati e adottivi, nonche' dei
discendenti dei figli del defunto, e, nella linea collaterale, a
favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del
defunto.((223))

I discendenti possono succedere per rappresentazione anche se hanno
rinunziato all'eredita' della persona in luogo della quale
subentrano, o sono incapaci o indegni di succedere rispetto a questa.
(15)
-------------
AGGIORNAMENTO (15)
La Corte Costituzionale, con sentenza 2 - 14 aprile 1969, n. 79 (in
G.U. 1a s.s. 23/04/1969, n. 105), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale "dell'art. 468 del Codice civile, a norma dell'art. 27
della legge 11 marzo 1953, n. 87, e negli stessi limiti di cui al
predetto art. 467 del Codice civile".
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 68,
comma 1) che "All'articolo 468 del codice civile le parole:
"legittimi, legittimati e adottivi" sono sostituite dalle seguenti:
"anche adottivi"; le parole: "nonche' dei discendenti dei figli
naturali del defunto," sono soppresse".
Art. 469.

(Estensione del diritto di rappresentazione. Divisione)

La rappresentazione ha luogo in infinito, siano uguali o disuguali
il grado dei discendenti e il loro numero in ciascuna stirpe.

La rappresentazione ha luogo anche nel caso di unicita' di stirpe.

Quando vi e' rappresentazione, la divisione si fa per stirpi.

Se uno stipite ha prodotto piu' rami, la suddivisione avviene per
stirpi anche in ciascun ramo, e per capi tra i membri del medesimo
ramo.
CAPO V
DELL'ACCETTAZIONE DELL'EREDITA'
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 470.

(Accettazione pura e semplice e accettazione col beneficio
d'inventario).

L'eredita' puo' essere accettata puramente e semplicemente o col
beneficio d'inventario.

L'accettazione col beneficio d'inventario puo' farsi nonostante
qualunque divieto del testatore.

Art. 471.

(Eredita' devolute a minori o interdetti).

Non si possono accettare le eredita' devolute ai minori e agli
interdetti, se non col beneficio d'inventario, osservate le
disposizioni degli articoli 321 e 374.

Art. 472.

(Eredita' devolute a minori emancipati o a inabilitati).

I minori emancipati e gli inabilitati non possono accettare le
eredita', se non col beneficio d'inventario; osservate le
disposizioni dell'art. 394.

Art. 473.

(( (Eredita' devolute a persone giuridiche o ad associazioni,
fondazioni ed enti non riconosciuti). ))

((L'accettazione delle eredita' devolute alle persone giuridiche o
ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti non puo' farsi
che col beneficio d'inventario.

Il presente articolo non si applica alle societa')).
Art. 474.

(Modi di accettazione).

L'accettazione puo' essere espressa o tacita.

Art. 475.

(Accettazione espressa).

L'accettazione e' espressa quando, in un atto pubblico o in una
scrittura privata, il chiamata all'eredita' ha dichiarato di
accettarla oppure ha assunto il titolo di erede.

E' nulla la dichiarazione di accettare sotto condizione o a
termine.

Parimenti e' nulla la dichiarazione di accettazione parziale di
eredita'.

Art. 476.

(Accettazione tacita).

L'accettazione e' tacita quando il chiamato all'eredita' compie un
atto che presuppone necessariamente la sua volonta' di accettare e
che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualita' di erede.

Art. 477.

(Donazione, vendita e cessione dei diritti di successione).

La donazione, la vendita o la cessione, che il chiamato
all'eredita' faccia dei suoi diritti di successione a un estraneo o a
tutti gli altri chiamati o ad alcuno di questi, importa accettazione
dell'eredita'.

Art. 478.

(Rinunzia che importa accettazione).

La rinunzia ai diritti di successione, qualora sia fatta verso
corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati, importa
accettazione.

Art. 479.

(Trasmissione del diritto di accettazione).

Se il chiamato all'eredita' muore senza averla accettata, il
diritto di accettarla si trasmette agli eredi.

Se questi non sono d'accordo per accettare o rinunziare, colui che
accetta l'eredita' acquista tutti i diritti e soggiace a tutti i pesi
ereditari, mentre vi rimane estraneo chi ha rinunziato.

La rinunzia all'eredita' propria del trasmittente include rinunzia
all'eredita' che al medesimo e' devoluta.
Art. 480.

(Prescrizione).

Il diritto di accettare l'eredita' si prescrive in dieci anni.

Il termine decorre dal giorno dell'apertura della successione e, in
caso d'istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la
condizione.((In caso di accertamento giudiziale della filiazione il
termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta
la filiazione stessa.))

Il termine non corre per i chiamati ulteriori, se vi e' stata
accettazione da parte di precedenti chiamati e successivamente il
loro acquisto ereditario e' venuto meno.
Art. 481.

(Fissazione di un termine per l'accettazione).

Chiunque vi ha interesse puo' chiedere che l'autorita' giudiziaria
fissi un termine entro il quale il chiamato dichiara se accetta o
rinunzia all'eredita'. Trascorso questo termine senza che abbia fatto
la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare.

Art. 482.

(Impugnazione per violenza o dolo).

L'accettazione dell'eredita' si puo' impugnare quando e' effetto di
violenza o di dolo.

L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui e' cessata
la violenza o e' stato scoperto il dolo.

Art. 483.

(Impugnazione per errore).

L'accettazione dell'eredita' non si puo' impugnare se e' viziata da
errore.

Tuttavia, se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia
al tempo dell'accettazione, l'erede non e' tenuto a soddisfare i
legati scritti in esso oltre il valore dell'eredita', o con
pregiudizio della porzione legittima che gli e' dovuta. Se i beni
ereditari non bastano a soddisfare tali legati, si riducono
proporzionalmente anche i legati scritti in altri testamenti. Se
alcuni legatari sono stati gia' soddisfatti per intero, contro di
loro e' data azione di regresso.

L'onere di provare il valore dell'eredita' incombe all'erede.

Sezione II
Del beneficio d'inventario

Art. 484.

(Accettazione col beneficio d'inventario).

L'accettazione col beneficio d'inventario si fa mediante
dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale
del circondario in cui si e' aperta la successione, e inserita nel
registro delle successioni conservato nello stesso
tribunale.(111)((112a))

Entro un mese dall'inserzione, la dichiarazione deve essere
trascritta, a cura del cancelliere, presso l'ufficio dei registri
immobiliari del luogo in cui si e' aperta la successione.

La dichiarazione deve essere preceduta o seguita dall'inventario,
nelle forme prescritte dal codice di procedura civile.

Se l'inventario e' fatto prima della dichiarazione, nel registro
deve pure menzionarsi la data in cui esso e' stato compiuto.

Se l'inventario e' fatto dopo la dichiarazione, l'ufficiale
pubblico che lo ha redatto deve, nel termine di un mese, far inserire
nel registro l'annotazione della data in cui esso e' stato compiuto.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 485.

(Chiamato all'eredita' che e' nel possesso di beni).

Il chiamato all'eredita', quando a qualsiasi titolo e' nel possesso
di beni ereditari, deve fare l'inventario entro tre mesi dal giorno
dell'apertura della successione o della notizia della devoluta
eredita'. Se entro questo termine lo ha cominciato ma non e' stato in
grado di completarlo, puo' ottenere dal tribunale del luogo in cui si
e' aperta la successione una proroga che, salvo gravi circostanze,
non deve eccedere i tre mesi.(111)((112a))

Trascorso tale termine senza che l'inventario sia stato compiuto,
il chiamato all'eredita' e' considerato erede puro e semplice.

Compiuto l'inventario, il chiamato che non abbia ancora fatto la
dichiarazione a norma dell'art. 484 ha un termine di quaranta giorni
da quello del compimento dell'inventario medesimo, per deliberare se
accetta o rinunzia all'eredita'. Trascorso questo termine senza che
abbia deliberato, e' considerato erede puro e semplice.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 486.

(Poteri).

Durante i termini stabiliti dall'articolo precedente per fare
l'inventario e per deliberare, il chiamato, oltre che esercitare i
poteri indicati nell'art. 460, puo' stare in giudizio come convenuto
per rappresentare l'eredita'.

Se non compare, l'autorita' giudiziaria nomina un curatore
all'eredita' affinche' la rappresenti in giudizio.

Art. 487.

(Chiamato all'eredita' che non e' nel possesso di beni).

Il chiamato all'eredita', che non e' nel possesso di beni
ereditari, puo' fare la dichiarazione di accettare col beneficio
d'inventario fino a che il diritto di accettare non e' prescritto.

Quando ha fatto la dichiarazione, deve compiere l'inventario nel
termine di tre mesi dalla dichiarazione, salva la proroga accordata
dall'autorita' giudiziaria a norma dell'art. 485; in mancanza, e'
considerato erede puro e semplice.

Quando ha fatto l'inventario non preceduto da dichiarazione
d'accettazione, questa deve essere fatta nei quaranta giorni
successivi al compimento dell'inventario; in mancanza, il chiamato
perde il diritto di accettare l'eredita'.

Art. 488.

(Dichiarazione in caso di termine fissato dall'autorita'
giudiziaria).

Il chiamato all'eredita',che non e' nel possesso di beni ereditari,
qualora gli sia stato assegnato un termine a norma dell'art. 481,
deve, entro detto termine, compiere anche l'inventario; se fa la
dichiarazione e non l'inventario, e' considerato erede puro e
semplice.

L'autorita' giudiziaria puo' accordare una dilazione.

Art. 489.

(Incapaci).

I minori, gli interdetti e gli inabilitati non s'intendono decaduti
dal beneficio d'inventario, se non al compimento di un anno dalla
maggiore eta' o dal cessare dello stato d'interdizione o
d'inabilitazione, qualora entro tale termine non si siano conformati
alle norme della presente sezione.

Art. 490.

(Effetti del beneficio d'inventario).

L'effetto del beneficio d'inventario consiste nel tener distinto il
patrimonio del defunto da quello dell'erede.

Conseguentemente:
1) l'erede conserva verso l'eredita' tutti i diritti e tutti gli
obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli che si sono
estinti per effetto della morte;
2) l'erede non e' tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei
legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti;
3) i creditori dell'eredita' e i legatari hanno preferenza sul
patrimonio ereditario di fronte ai creditori dell'erede. Essi pero'
non sono dispensati dal domandare la separazione dei beni, secondo le
disposizioni del capo seguente, se vogliono conservare questa
preferenza anche nel caso che l'erede decada dal beneficio
d'inventario o vi rinunzi.
Art. 491.

(Responsabilita' dell'erede nell'amministrazione).

L'erede con beneficio d'inventario non risponde
dell'amministrazione dei beni ereditari se non per colpa grave.

Art. 492.

(Garanzia).

Se i creditori o altri aventi interesse lo richiedono, l'erede deve
dare idonea garanzia per il valore dei beni mobili compresi
nell'inventario, per i frutti degli immobili e per il prezzo dei
medesimi che sopravanzi al pagamento dei creditori ipotecari.

Art. 493.

(Alienazioni dei beni ereditari senza autorizzazione).

L'erede decade dal beneficio d'inventario, se aliena o sottopone a
pegno o ipoteca beni ereditari, o transige relativamente a questi
beni senza l'autorizzazione giudiziaria e senza osservare le forme
prescritte dal codice di procedura civile.

Per i beni mobili l'autorizzazione non e' necessaria trascorsi
cinque anni dalla dichiarazione di accettare con beneficio
d'inventario.

Art. 494.

(Omissioni o infedelta' nell'inventario).

Dal beneficio d'inventario decade l'erede che ha omesso in mala
fede di denunziare nell'inventario beni appartenenti all'eredita', o
che ha denunziato in mala fede, nell'inventario stesso, passivita'
non esistenti.

Art. 495.

(Pagamento dei creditori e legatari).

Trascorso un mese dalla trascrizione prevista nell'art. 484 o
dall'annotazione disposta nello stesso articolo per il caso che
l'inventario sia posteriore alla dichiarazione, l'erede, quando
creditori o legatari non si oppongono ed egli non intende promuovere
la liquidazione a norma dell'art. 503, paga i creditori e i legatari
a misura che si presentano, salvi i loro diritti di poziorita'.

Esaurito l'asse ereditario, i creditori rimasti insoddisfatti hanno
soltanto diritto di regresso contro i legatari, ancorche' di cosa
determinata appartenente al testatore, nei limiti del valore del
legato.

Tale diritto si prescrive in tre anni dal giorno dell'ultimo
pagamento, salvo che il credito sia anteriormente prescritto.

Art. 496.

(Rendimento del conto).

L'erede ha l'obbligo di rendere conto della sua amministrazione ai
creditori e ai legatari, i quali possono fare assegnare un termine
all'erede.
Art. 497.

(Mora nel rendimento del conto).

L'erede non puo' essere costretto al pagamento con i propri beni,
se non quando e' stato costituito in mora a presentare il conto e non
ha ancora soddisfatto a quest'obbligo.

Dopo la liquidazione del conto, non puo' essere costretto al
pagamento con i propri beni se non fino alla concorrenza delle somme
di cui e' debitore.

Art. 498.

(Liquidazione dell'eredita' in caso di opposizione).

Qualora entro il termine indicato nell'art. 495 gli sia stata
notificata opposizione da parte di creditori o di legatari, l'erede
non puo' eseguire pagamenti, ma deve provvedere alla liquidazione
dell'eredita' nell'interesse di tutti i creditori e legatari.

A tal fine egli, non oltre un mese dalla notificazione
dell'opposizione, deve, a mezzo di un notaio del luogo dell'aperta
successione, invitare i creditori e i legatari a presentare, entro un
termine stabilito dal notaio stesso e non inferiore a giorni trenta,
le dichiarazioni di credito.

L'invito e' spedito per raccomandata ai creditori e ai legatari dei
quali e' noto il domicilio o la residenza ed e' pubblicato nel foglio
degli annunzi legali della provincia.

Art. 499.

(Procedura di liquidazione).

Scaduto il termine entro il quale devono presentarsi le
dichiarazioni di credito, l'erede provvede, con l'assistenza del
notaio, a liquidare le attivita' ereditarie facendosi autorizzare
alle alienazioni necessarie. Se l'alienazione ha per oggetto beni
sottoposti a privilegio o a ipoteca, i privilegi non si estinguono, e
le ipoteche non possono essere cancellate sino a che l'acquirente non
depositi il prezzo nel modo stabilito dal giudice o non provveda al
pagamento dei creditori collocati nello stato di graduazione previsto
dal comma seguente.

L'erede forma, sempre con l'assistenza del notaio, lo stato di
graduazione. I creditori sono collocati secondo i rispettivi diritti
di prelazione. Essi sono preferiti ai legatari. Tra i creditori non
aventi diritto a prelazione l'attivo ereditario e' ripartito in
proporzione dei rispettivi crediti.

Qualora, per soddisfare i creditori, sia necessario comprendere
nella liquidazione anche l'oggetto di un legato di specie, sulla
somma che residua dopo il pagamento dei creditori il legatario di
specie e' preferito agli altri legatari.
Art. 500.

(Termine per la liquidazione).

L'autorita' giudiziaria, su istanza di alcuno dei creditori o
legatari, puo' assegnare un termine all'erede per liquidare le
attivita' ereditarie e per formare lo stato di graduazione.

Art. 501.

(Reclami)

Compiuto lo stato di graduazione, il notaio ne da' avviso con
raccomandata ai creditori e legatari di cui e' noto il domicilio o la
residenza, e provvede alla pubblicazione di un estratto dello stato
nel foglio degli annunzi legali della provincia. Trascorsi senza
reclami trenta giorni dalla data di questa pubblicazione, lo stato di
graduazione diviene definitivo.

Art. 502.

(Pagamento dei creditori e dei legatari).

Divenuto definitivo lo stato di graduazione o passata in giudicato
la sentenza che pronunzia sui reclami, l'erede deve soddisfare i
creditori e i legatari la conformita' dello stato medesimo. Questo
costituisce titolo esecutivo contro l'erede.

La collocazione dei crediti condizionali non impedisce il pagamento
dei creditori posteriori, sempre che questi diano cauzione.

I creditori e i legatari che non si sono presentati hanno azione
contro l'erede solo nei limiti della somma che residua dopo il
pagamento dei creditori e dei legatari collocati nello stato di
graduazione. Questa azione si prescrive in tre anni dal giorno in cui
lo stato e' divenuto definitivo o e' passata in giudicato la sentenza
che ha pronunziato sui reclami, salvo che il credito sia
anteriormente prescritto.

Art. 503.

(Liquidazione promossa dall'erede).

Anche quando non vi e' opposizione di creditori o di legatari,
l'erede puo' valersi della procedura di liquidazione prevista dagli
articoli precedenti.

Il pagamento fatto a creditori privilegiati o ipotecari non
impedisce all'erede di valersi di questa procedura.

Art. 504.

(Liquidazione nel caso di piu' eredi)

Se vi sono piu' eredi con beneficio d'inventario, ciascuno puo'
promuovere la liquidazione; ma deve convocare i propri coeredi
davanti al notaio nel termine che questi ha stabilito per la
dichiarazione dei crediti. I coeredi che non si presentano sono
rappresentati nella liquidazione dal notaio.

Art. 505.

(Decadenza dal beneficio).

L'erede che, in caso di opposizione, non osserva le norme stabilite
dall'art. 498 o non compie la liquidazione o lo stato di graduazione
nel termine stabilito dall'art. 500, decade dal beneficio
d'inventario.

Parimenti decade dal beneficio d'inventario l'erede che, nel caso
previsto dall'art. 503, dopo l'invito ai creditori di presentare le
dichiarazioni di credito, esegue pagamenti prima che sia definita la
procedura di liquidazione o non osserva il termine che gli e' stato
prefisso a norma dell'art. 500.

La decadenza non si verifica quando si tratta di pagamenti a favore
di creditori privilegiati o ipotecari.

In ogni caso la decadenza dal beneficio d'inventario puo' essere
fatta valere solo dai creditori del defunto e dai legatari.

Art. 506.

(Procedure individuali).

Eseguita la pubblicazione prescritta dal terzo comma dell'art. 498,
non possono essere promosse procedure esecutive a istanza dei
creditori. Possono tuttavia essere continuate quelle in corso, ma la
parte di prezzo che residua dopo il pagamento dei creditori
privilegiati e ipotecari deve essere distribuita in base allo stato
di graduazione previsto dall'art. 499.

I crediti a termine diventano esigibili. Resta tuttavia il
beneficio del termine, quando il credito e' munito di garanzia reale
su beni la cui alienazione non si renda necessaria ai fini della
liquidazione, e la garanzia stessa e' idonea ad assicurare il
soddisfacimento integrale del credito.

Dalla data di pubblicazione dell'invito ai creditori previsto dal
terzo comma dell'art. 498 e' sospeso il decorso degl'interessi dei
crediti chirografari. I creditori tuttavia hanno diritto, compiuta la
liquidazione, al collocamento degli interessi sugli eventuali
residui.
Art. 507.

(Rilascio dei beni ai creditori e ai legatari).

L'erede, non oltre un mese dalla scadenza del termine stabilito per
presentare le dichiarazioni di credito, se non ha provveduto ad alcun
atto di liquidazione, puo' rilasciare tutti i beni ereditari a favore
dei creditori e dei legatari.

A tal fine l'erede deve, nelle forme indicate dall'articolo 498,
dare avviso ai creditori e ai legatari dei quali e' noto il domicilio
o la residenza; deve iscrivere la dichiarazione di rilascio nel
registro delle successioni, annotarla in margine alla trascrizione
prescritta dal secondo comma dell'art. 484, e trascriverla presso gli
uffici dei registri immobiliari dei luoghi in cui si trovano gli
immobili ereditari e presso gli uffici dove sono registrati i beni
mobili.

Dal momento in cui e' trascritta la dichiarazione di rilascio, gli
atti di disposizione dei beni ereditari compiuti dall'erede sono
senza effetto rispetto ai creditori e ai legatari.

L'erede deve consegnare i beni al curatore nominato secondo le
norme dell'articolo seguente. Eseguita la consegna, egli resta
liberato da ogni responsabilita' per i debiti ereditari.

Art. 508.

(Nomina del curatore).

Trascritta la dichiarazione di rilascio, il tribunale del luogo
dell'aperta successione, su istanza dell'erede o di uno dei creditori
o legatari, o anche d'ufficio, nomina un curatore, perche' provveda
alla liquidazione secondo le norme degli articoli 498 e
seguenti.(111)((112a))

Il decreto di nomina del curatore e' iscritto nel registro delle
successioni.

Le attivita' che residuano, pagate le spese della curatela e
soddisfatti i creditori e i legatari collocati nello stato di
graduazione, spettano all'erede, salva l'azione dei creditori e
legatari, che non si sono presentati, nei limiti determinati dal
terzo comma dell'art. 502.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 509.

(Liquidazione proseguita su istanza dei creditori o legatari).

Se, dopo la scadenza del termine stabilito per presentare le
dichiarazioni di credito, l'erede incorre nella decadenza dal
beneficio d'inventario, ma nessuno dei creditori o legatari la fa
valere, il tribunale del luogo dell'aperta successione, su istanza di
uno dei creditori o legatari, sentiti l'erede e coloro che hanno
presentato le dichiarazioni di credito, puo' nominare un curatore con
l'incarico di provvedere alla liquidazione dell'eredita' secondo le
norme degli articoli 499 e seguenti. Dopo la nomina del curatore, la
decadenza dal beneficio non puo' piu' essere fatta
valere.(111)((112a))

Il decreto di nomina del curatore e' iscritto nel registro delle
successioni, annotato a margine della trascrizione prescritta dal
secondo comma dell'art. 484, e trascritto negli uffici dei registri
immobiliari dei luoghi dove si trovano gli immobili ereditari e negli
uffici dove sono registrati i beni mobili.

L'erede perde l'amministrazione dei beni ed e' tenuto a consegnarli
al curatore. Gli atti di disposizione che l'erede compie dopo
trascritto il decreto di nomina del curatore sono senza effetto
rispetto ai creditori e ai legatari.
--------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
--------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 510.

(Accettazione o inventario fatti da uno dei chiamati).

L'accettazione con beneficio d'inventario fatta da uno dei chiamati
giova a tutti gli altri, anche se l'inventario e' compiuto da un
chiamato diverso da quello che ha fatto la dichiarazione.

Art. 511.

(Spese).

Le spese dell'apposizione dei sigilli, dell'inventario e di ogni
altro atto dipendente dall'accettazione con beneficio d'inventario
sono a carico dell'eredita'.

CAPO VI
Della separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede

Art. 512.

(Oggetto della separazione).

La separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede assicura
il soddisfacimento, con i beni del defunto, dei creditori di lui e
dei legatari che l'hanno esercitata, a preferenza dei creditori
dell'erede.

Il diritto alla separazione spetta anche ai creditori o legatari
che hanno altre garanzie sui beni del defunto.

La separazione non impedisce ai creditori e ai legatari che l'hanno
esercitata, di soddisfarsi anche sui beni propri dell'erede.

Art. 513.

(Separazione contro i legatari di specie).

I creditori del defunto possono esercitare la separazione anche
rispetto ai beni che formano oggetto di legato di specie.

Art. 514.

(Rapporti tra creditori separatisti e non separatisti).

I creditori e i legatari che hanno esercitato la separazione hanno
diritto di soddisfarsi sui beni separati a preferenza dei creditori e
dei legatari che non l'hanno esercitata, quando il valore della parte
di patrimonio non separata sarebbe stato sufficiente a soddisfare i
creditori e i legatari non separatisti.

Fuori di questo caso, i creditori e i legatari non separatisti
possono concorrere con coloro che hanno esercitato la separazione;
ma, se parte del patrimonio non e' stata separata, il valore di
questa si aggiunge al prezzo dei beni separati per determinare quanto
spetterebbe a ciascuno dei concorrenti, e quindi si considera come
attribuito integralmente ai creditori e ai legatari non separatisti.

Quando la separazione e' esercitata da creditori e legatari, i
creditori sono preferiti ai legatari. La preferenza e' anche
accordata, nel caso previsto dal comma precedente, ai creditori non
separatisti di fronte ai legatari separatisti.

Restano salve in ogni caso le cause di prelazione.

Art. 515.

(Cessazione della separazione).

L'erede puo' impedire o far cessare la separazione pagando i
creditori e i legatari, e dando cauzione per il pagamento di quelli
il cui diritto e' sospeso da condizione o sottoposto a termine,
oppure e' contestato.

Art. 516.

(Termine per l'esercizio del diritto alla separazione).

Il diritto alla separazione deve essere esercitato entro il termine
di tre mesi dall'apertura della successione.

Art. 517.

(Separazione riguardo ai mobili).

Il diritto alla separazione riguardo ai mobili si esercita mediante
domanda giudiziale.

La domanda si propone con ricorso al tribunale del luogo
dell'aperta successione, il quale ordina l'inventario, se non e'
ancora fatto, e da' le disposizioni necessarie per la conservazione
dei beni stessi.(111)((112a))

Riguardo ai mobili gia' alienati dall'erede, il diritto alla
separazione comprende soltanto il prezzo non ancora pagato.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 518.

(Separazione riguardo agli immobili).

Riguardo agli immobili e agli altri beni capaci d'ipoteca, il
diritto alla separazione si esercita mediante l'iscrizione del
credito o del legato sopra ciascuno dei beni stessi. L'iscrizione si
esegue nei modi stabiliti per iscrivere le ipoteche, indicando il
nome del defunto e quello dell'erede, se e' conosciuto, e dichiarando
che l'iscrizione stessa viene presa a titolo di separazione dei beni.
Per tale iscrizione non e' necessario esibire il titolo.

Le iscrizioni a titolo di separazione, anche se eseguite in tempi
diversi, prendono tutte il grado della prima e prevalgono sulle
trascrizioni ed iscrizioni contro l'erede o il legatario, anche se
anteriori.

Alle iscrizioni a titolo di separazione sono applicabili le norme
sulle ipoteche.

CAPO VII
Della rinunzia all'eredita'

Art. 519.

(Dichiarazione di rinunzia)

La rinunzia all'eredita' deve farsi con dichiarazione, ricevuta da
un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si
e' aperta la successione, e inserita nel registro delle
successioni.(111)((112a))

La rinunzia fatta gratuitamente a favore di tutti coloro ai quali
si sarebbe devoluta la quota del rinunziante non ha effetto finche',
a cura di alcuna delle parti, non siano osservate le forme indicate
nel comma precedente.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 520.

(Rinunzia condizionata, a termine o parziale).

E' nulla la rinunzia fatta sotto condizione o a termine o solo per
parte.

Art. 521.

(Retroattivita' della rinunzia).

Chi rinunzia all'eredita' e' considerato come se non vi fosse mai
stato chiamato.

Il rinunziante puo' tuttavia ritenere la donazione o domandare il
legato a lui fatto sino alla concorrenza della porzione disponibile,
salve le disposizioni degli articoli 551 e 552.

Art. 522.

(Devoluzione nelle successioni legittime).

Nelle successioni legittime la parte di colui che rinunzia si
accresce a coloro che avrebbero concorso col rinunziante, salvo il
diritto di rappresentazione e salvo il disposto dell'ultimo comma
dell'art. 571. Se il rinunziante e' solo, l'eredita' si devolve a
coloro ai quali spetterebbe nel caso che egli mancasse.

Art. 523.

(Devoluzione nelle successioni testamentarie).

Nelle successioni testamentarie, se il testatore non ha disposto
una sostituzione e se non ha luogo il diritto di rappresentazione, la
parte del rinunziante si accresce ai coeredi a norma dell'art. 674,
ovvero si devolve agli eredi legittimi a norma dell'art. 677.

Art. 524.

(Impugnazione della rinunzia da parte dei creditori).

Se taluno rinunzia, benche' senza frode, a un'eredita' con danno
dei suoi creditori, questi possono farsi autorizzare ad accettare
l'eredita' in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di
soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza dei loro
crediti.

Il diritto dei creditori si prescrive in cinque anni dalla
rinunzia.

Art. 525.

(Revoca della rinunzia).

Fino a che il diritto di accettare l'eredita' non e' prescritto
contro i chiamati che vi hanno rinunziato, questi possono sempre
accettarla, se non e' gia' stata acquistata da altro dei chiamati,
senza pregiudizio delle ragioni acquistate da terzi sopra i beni
dell'eredita'.

Art. 526.

(Impugnazione per violenza o dolo).

La rinunzia all'eredita' si puo' impugnare solo se e' l'effetto di
violenza o di dolo.

L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui e' cessata
la violenza o e' stato scoperto il dolo.

Art. 527.

(Sottrazione di beni ereditari).

I chiamati all'eredita', che hanno sottratto o nascosto beni
spettanti all'eredita' stessa, decadono dalla facolta' di rinunziarvi
e si considerano eredi puri e semplici, nonostante la loro rinunzia.

CAPO VIII
Dell'eredita' giacente

Art. 528.

(Nomina del curatore).

Quando il chiamato non ha accettato l'eredita' e non e' nel
possesso di beni ereditari, il tribunale del circondario in cui si e'
aperta la successione, su istanza delle persone interessate o anche
d'ufficio, nomina un curatore dell'eredita'.(111)((112a))

Il decreto di nomina del curatore, a cura del cancelliere, e'
pubblicato per estratto nel foglio degli annunzi legali della
provincia e iscritto nel registro delle successioni.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 529.

(Obblighi del curatore).

Il curatore e' tenuto a procedere l'inventario dell'eredita', a
esercitarne e promuoverne le ragioni, a rispondere alle istanze
proposte contro la medesima, ad amministrarla, a depositare presso le
casse postali o presso un istituto di credito designato dal tribunale
il danaro che si trova nell'eredita' o si ritrae dalla vendita dei
mobili o degli immobili, e, da ultimo, a rendere conto della propria
amministrazione.(111)((112a))
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 530.

(Pagamento dei debiti ereditari).

Il curatore puo' provvedere al pagamento dei debiti ereditari e dei
legati, previa autorizzazione del tribunale.(111)((112a))

Se pero' alcuno dei creditori o dei legatari fa opposizione, il
curatore non puo' procedere ad alcun pagamento, ma deve provvedere
alla liquidazione dell'eredita' secondo le norme degli articoli 498 e
seguenti.
------------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
------------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 531.

(Inventario, amministrazione e rendimento dei conti).

Le disposizioni della sezione II del capo V di questo titolo, che
riguardano l'inventario, l'amministrazione e il rendimento di conti
da parte dell'erede con beneficio d'inventario, sono comuni al
curatore dell'eredita' giacente, esclusa la limitazione della
responsabilita' per colpa.

Art. 532.

(Cessazione della curatela per accettazione dell'eredita').

Il curatore cessa dalle sue funzioni quando l'eredita' e' stata
accettata.

CAPO IX
Della petizione di eredita'

Art. 533.

(Nozione).

L'erede puo' chiedere il riconoscimento della sua qualita'
ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari
a titolo di erede o senza titolo alcuno, allo scopo di ottenere la
restituzione dei beni medesimi.

L'azione e' imprescrittibile, salvi gli effetti della usucapione
rispetto ai singoli beni.
Art. 534.

(Diritti dei terzi).

L'erede puo' agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a
titolo di erede o senza titolo.

Sono salvi i diritti acquistati, per effetto di convenzioni a
titolo oneroso con l'erede apparente, dai terzi i quali provino di
avere contrattato in buona fede.

La disposizione del comma precedente non si applica ai beni
immobili e ai beni mobili iscritti nei pubblici registri, se
l'acquisto a titolo di erede e l'acquisto dall'erede apparente non
sono stati trascritti anteriormente alla trascrizione dell'acquisto
da parte dell'erede o del legatario vero, o alla trascrizione della
domanda giudiziale contro l'erede apparente.

Art. 535.

(Possessore di beni ereditari).

Le disposizioni in materia di possesso si applicano anche al
possessore di beni ereditari, per quanto riguarda la restituzione dei
frutti, le spese, i miglioramenti e le addizioni.

Il possessore in buona fede, che ha alienato pure in buona fede una
cosa dell'eredita', e' solo obbligato a restituire all'erede il
prezzo o il corrispettivo ricevuto. Se il prezzo o il corrispettivo
e' ancora dovuto, l'erede subentra nel diritto di conseguirlo.

E' possessore in buona fede colui che ha acquistato il possesso dei
beni ereditari, ritenendo per errore di essere erede. La buona fede
non giova se l'errore dipende da colpa grave.

CAPO X
Dei legittimari
Sezione I
Dei diritti riservati ai legittimari

Art. 536.

Legittimari.

Le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di
eredita' o altri diritti nella successione sono: il coniuge, ((i
figli, gli ascendenti.))

Ai figli ((...)) sono equiparati ((...)) gli adottivi.

A favore dei discendenti dei figli ((...)), i quali vengono alla
successione in luogo di questi, la legge riserva gli stessi diritti
che sono riservati ai figli ((...)).
(216)
---------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 537.

Riserva a favore dei figli ((...)).

Salvo quanto disposto dall'articolo 542, se il genitore lascia un
figlio solo, ((...)) a questi e' riservata la meta' del patrimonio.

Se i figli sono piu', e' loro riservata la quota dei due terzi, da
dividersi in parti uguali tra tutti i figli ((...)).

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).
(216)
---------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 538.

Riserva a favore degli ascendenti ((...)).

Se chi muore non lascia figli ((...)), ma ascendenti ((...)), a
favore di questi e' riservato un terzo del patrimonio, salvo quanto
disposto dall'articolo 544.(216)

In caso di pluralita' di ascendenti, la riserva e' ripartita tra i
medesimi secondo i criteri previsti dall'articolo 569.
--------------
AGGIORNAMENTO (30)
La Corte Costituzionale, con sentenza 16 - 30 aprile 1973, n. 50
(in G.U. 1a s.s. 9/5/1973, n. 119), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale, "in applicazione dell'art. 27 della legge 11 marzo
1953, n. 87, degli artt. 545 e 546 del codice civile e,
conseguentemente, degli artt. 538, 539 e 540 dello stesso codice
nelle parti in cui fanno richiamo ai predetti artt. 545 e 546".
--------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 539.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 540.

((Riserva a favore del coniuge.))

((A favore del coniuge e' riservata la meta' del patrimonio
dell'altro coniuge, salve le disposizioni dell'articolo 542 per il
caso di concorso con i figli.

Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono
riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza
familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprieta' del
defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla porzione disponibile e,
qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di
riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai
figli)).
--------------
AGGIORNAMENTO (30)
La Corte Costituzionale, con sentenza 16 - 30 aprile 1973, n. 50
(in G.U. 1a s.s. 9/5/1973, n. 119), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale, "in applicazione dell'art. 27 della legge 11 marzo
1953, n. 87, degli artt. 545 e 546 del codice civile e,
conseguentemente, degli artt. 538, 539 e 540 dello stesso codice
nelle parti in cui fanno richiamo ai predetti artt. 545 e 546".
Art. 541.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 542.

Concorso di coniuge e figli.

Se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, ((...)) a
quest'ultimo e' riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo
spetta al coniuge.

Quando i figli ((...)), sono piu' di uno, ad essi e'
complessivamente riservata la meta' del patrimonio e al coniuge
spetta un quarto del patrimonio del defunto. La divisione tra tutti i
figli, legittimi e naturali, e' effettuata in parti uguali.((223))

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154)).
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 73,
comma 1, lettera b)) che "All'articolo 542 del codice civile sono
apportate le seguenti modificazioni:
[...]
b) al secondo comma le parole: ", legittimi o naturali" ovunque
presenti sono soppresse".
Art. 543.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 544.

Concorso di ascendenti ((...)) e coniuge.

Quando chi muore non lascia ((figli)), ma ascendenti ((...)) e il
coniuge, a quest'ultimo e' riservata la meta' del patrimonio, ed agli
ascendenti un quarto.(216)

In caso di pluralita' di ascendenti, la quota di riserva ad essi
attribuita ai sensi del precedente comma e' ripartita tra i medesimi
secondo i criteri previsti dall'articolo 569.
---------------
AGGIONRAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 545.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 546.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 547.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 548.

((Riserva a favore del coniuge separato.))

((Il coniuge cui non e' stata addebitata la separazione con
sentenza passata in giudicato, ai sensi del secondo comma
dell'articolo 151, ha gli stessi diritti successori del coniuge non
separato.

Il coniuge cui e' stata addebitata la separazione con sentenza
passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se
al momento dell'apertura della successione godeva degli alimenti a
carico del coniuge deceduto. L'assegno e' commisurato alle sostanze
ereditarie e alla qualita' e al numero degli eredi legittimi, e non
e' comunque di entita' superiore a quella della prestazione
alimentare goduta. La medesima disposizione si applica nel caso in
cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi)).
Art. 549.

(Divieto di pesi o condizioni sulla quota dei legittimari).

Il testatore non puo' imporre pesi o condizioni sulla quota
spettante ai legittimari, salva l'applicazione delle norme contenute
nel titolo IV di questo libro.

Art. 550.

(Lascito eccedente la porzione disponibile).

Quando il testatore dispone di un usufrutto o di una rendita
vitalizia il cui reddito eccede quello della porzione disponibile, i
legittimari, ai quali e' stata assegnata la nuda proprieta' della
disponibile o di parte di essa, hanno la scelta o di eseguire tale
disposizione o di abbandonare la nuda proprieta' della porzione
disponibile. Nel secondo caso il legatario, conseguendo la
disponibile abbandonata, non acquista la qualita' di erede.

La stessa scelta spetta ai legittimari quando il testatore ha
disposto della nuda proprieta' di una parte eccedente la disponibile.

Se i legittimari sono piu', occorre l'accordo di tutti perche' la
disposizione testamentaria abbia esecuzione.

Le stesse norme si applicano anche se dell'usufrutto, della rendita
o della nuda proprieta' e' stato disposto con donazione.

Art. 551.

(Legato in sostituzione di legittima).

Se a un legittimario e' lasciato un legato in sostituzione della
legittima, egli puo' rinunziare al legato e chiedere la legittima.

Se preferisce di conseguire il legato, perde il diritto di chiedere
un supplemento, nel caso che il valore del legato sia inferiore a
quello della legittima, e non acquista la qualita' di erede. Questa
disposizione non si applica quando il testatore ha espressamente
attribuito al legittimario la facolta' di chiedere il supplemento.

Il legato in sostituzione della legittima grava sulla porzione
indisponibile. Se pero' il valore del legato eccede quello della
legittima spettante al legittimario, per l'eccedenza il legato grava
sulla disponibile.

Art. 552.

(Donazioni e legati in conto di legittima).

Il legittimario che rinunzia all'eredita', quando non si ha
rappresentazione, puo' sulla disponibile ritenere le donazioni o
conseguire i legati a lui fatti; ma quando non vi e' stata espressa
dispensa dall'imputazione, se per integrare la legittima spettante
agli eredi e' necessario ridurre le disposizioni testamentarie o le
donazioni, restano salve le assegnazioni; fatte dal testatore sulla
disponibile, che non sarebbero soggette a riduzione se il
legittimario accettasse l'eredita', e si riducono le donazioni e i
legati fatti a quest'ultimo.

Sezione II
Della reintegrazione della quota riservata ai legittimari

Art. 553.

(Riduzione delle porzioni degli eredi legittimi in concorso con
legittimari).

Quando sui beni lasciati dal defunto si apre in tutto o in parte la
successione legittima, nel concorso di legittimari con altri
successibili, le porzioni che spetterebbero a questi ultimi si
riducono proporzionalmente nei limiti in cui e' necessario per
integrare la quota riservata ai legittimari, i quali pero' devono
imputare a questa, ai sensi dell'art. 564, quanto hanno ricevuto dal
defunto in virtu' di donazioni o di legati.
Art. 554.

(Riduzione delle disposizioni testamentarie).

Le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto
poteva disporre sono soggette a riduzione nei limiti della quota
medesima.

Art. 555.

(Riduzione delle donazioni).

Le donazioni, il cui valore eccede la quota della quale il defunto
poteva disporre, sono soggette a riduzione fino alla quota medesima.

Le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei
beni di cui e' stato disposto per testamento.

Art. 556.

(Determinazione della porzione disponibile).

Per determinare l'ammontare della quota di cui il defunto poteva
disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al
defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono
quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di
donazione, secondo il loro valore determinato in base alle regole
dettate negli articoli 747 a 750, e sull'asse cosi' formato si
calcola la quota di cui il defunto poteva disporre.

Art. 557.

(Soggetti che possono chiedere la riduzione).

La riduzione delle donazioni e delle disposizioni lesive della
porzione di legittima non puo' essere domandata che dai legittimari e
dai loro eredi o aventi causa.

Essi non possono rinunziare a questo diritto, finche' vive il
donante, ne' con dichiarazione espressa, ne' prestando il loro
assenso alla donazione.

I donatari e i legatari non possono chiedere la riduzione, ne'
approfittarne. Non possono chiederla ne' approfittarne nemmeno i
creditori del defunto, se il legittimario avente diritto alla
riduzione ha accettato con il beneficio d'inventario.
Art. 558.

(Modo di ridurre le disposizioni testamentarie).

La riduzione delle disposizioni testamentarie avviene
proporzionalmente, senza distinguere tra eredi e legatari.

Se il testatore ha dichiarato che una sua disposizione deve avere
effetto a preferenza delle altre, questa disposizione non si riduce,
se non in quanto il valore delle altre non sia sufficiente a
integrare la quota riservata ai legittimari.

Art. 559.

(Modo di ridurre le donazioni).

Le donazioni si riducono cominciando dall'ultima e risalendo via
via alle anteriori.

Art. 560.

(Riduzione del legato o della donazione d'immobili).

Quando oggetto del legato o della donazione da ridurre e' un
immobile, la riduzione si fa separando dall'immobile medesimo la
parte occorrente per integrare la quota riservata, se cio' puo'
avvenire comodamente.

Se la separazione non puo' farsi comodamente e il legatario o il
donatario ha nell'immobile un'eccedenza maggiore del quarto della
porzione disponibile, l'immobile si deve lasciare per intero
nell'eredita', salvo il diritto di conseguire il valore della
porzione disponibile. Se l'eccedenza non supera il quarto, il
legatario o il donatario puo' ritenere tutto l'immobile, compensando
in danaro i legittimari.

Il legatario o il donatario che e' legittimario puo' ritenere tutto
l'immobile, purche' il valore di esso non superi l'importo della
porzione disponibile e della quota che gli spetta come legittimario.

Art. 561.

(Restituzione degli immobili).

Gli immobili restituiti in conseguenza della riduzione sono liberi
da ogni peso o ipoteca di cui il legatario o il donatario puo' averli
gravati, salvo il disposto del n. 8 dell'art. 2652. ((I pesi e le
ipoteche restano efficaci se la riduzione e' domandata dopo venti
anni dalla trascrizione della donazione, salvo in questo caso
l'obbligo del donatario di compensare in denaro i legittimari in
ragione del conseguente minor valore dei beni, purche' la domanda sia
stata proposta entro dieci anni dall'apertura della successione. Le
stesse disposizioni si applicano per i mobili iscritti in pubblici
registri)).

I frutti sono dovuti a decorrere dal giorno della domanda
giudiziale.
Art. 562.

(Insolvenza del donatario soggetto a riduzione).

Se la cosa donata e' perita per causa imputabile al donatario o ai
suoi aventi causa o se la restituzione della cosa donata non puo'
essere richiesta contro l'acquirente, e il donatario e' in tutto o in
parte insolvente, il valore della donazione che non si puo'
recuperare dal donatario si detrae dalla massa ereditaria, ma restano
impregiudicate le ragioni di credito del legittimario e dei donatari
antecedenti contro il donatario insolvente.

Art. 563.

(Azione contro gli aventi causa dai donatari soggetti a riduzione).

Se i donatari contro i quali e' stata pronunziata la riduzione
hanno alienato a terzi gli immobili donati e non sono trascorsi venti
anni dalla ((trascrizione della)) donazione, il legittimario,
premessa l'escussione dei beni del donatario, puo' chiedere ai
successivi acquirenti, nel modo e nell'ordine in cui si potrebbe
chiederla ai donatari medesimi, la restituzione degli immobili.

L'azione per ottenere la restituzione deve proporsi secondo
l'ordine di data delle alienazioni, cominciando dall'ultima. Contro i
terzi acquirenti puo' anche essere richiesta, entro il termine di cui
al primo comma, la restituzione dei beni mobili, oggetto della
donazione, salvi gli effetti del possesso di buona fede.

Il terzo acquirente puo' liberarsi dall'obbligo di restituire in
natura le cose donate pagando l'equivalente in danaro.

Salvo il disposto del numero 8) dell'articolo 2652, il decorso del
termine di cui al primo comma e di quello di cui all'articolo 561,
primo comma, e' sospeso nei confronti del coniuge e dei parenti in
linea retta del donante che abbiano notificato e trascritto, nei
confronti del donatario ((e dei suoi aventi causa)), un atto
stragiudiziale di opposizione alla donazione. Il diritto
dell'opponente e' personale e rinunziabile. L'opposizione perde
effetto se non e' rinnovata prima che siano trascorsi venti anni
dalla sua trascrizione.
Art. 564.

(Condizioni per l'esercizio dell'azione di riduzione).

Il legittimario che non ha accettato l'eredita' col beneficio
d'inventario non puo' chiedere la riduzione delle donazioni e dei
legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone
chiamate come coeredi, ancorche' abbiano rinunziato all'eredita'.
Questa disposizione non si applica all'erede che ha accettato col
beneficio d'inventario e che ne e' decaduto.

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni
o di disposizioni testamentarie, deve imputare alla sua porzione
legittima le donazioni e i legati a lui fatti, salvo che ne sia stato
espressamente dispensato.

Il legittimario che succede per rappresentazione deve anche
imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al
suo ascendente.

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori.

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo
IV di questo libro, e' esente da collazione, e' pure esente da
imputazione.

TITOLO II
DELLE SUCCESSIONI LEGITTIME

Art. 565.

Categorie dei successibili.

Nella successione legittima l'eredita' si devolve al coniuge, ai
discendenti ((...)), agli ascendenti ((...)), ai collaterali, agli
altri parenti e allo Stato, nell'ordine e secondo le regole stabilite
nel presente titolo. (48a) (73)
--------------
AGGIORNAMENTO (48a)
La Corte Costituzionale, con sentenza 15 giugno-4 luglio 1979, n.
55 (in G.U. 1a s.s. 11/7/1979, n. 189), ha dichiarato "la
illegittimita' costituzionale dell'art. 565 cod. civ. nella parte in
cui esclude dalla categoria dei chiamati alla successione legittima,
in mancanza di altri successibili, e prima dello Stato, i fratelli e
le sorelle naturali riconosciuti o dichiarati, per contrasto con gli
artt. 3 e 30, terzo comma, della Costituzione".
--------------
AGGIORNAMENTO (73)
La Corte Costituzionale con sentenza 4-12 aprile 1990 n. 184 (in
G.U. 1a s.s. 18/04/1990 n. 16) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 565 del codice civile, riformato dall'art.
183 della legge 19 maggio 1975, n. 151 ("Riforma del diritto di
famiglia"), nella parte in cui, in mancanza di altri successibili
all'infuori dello Stato, non prevede la successione legittima tra
fratelli e sorelle naturali, dei quali sia legalmente accertato il
rispettivo status di filiazione nei confronti del comune genitore."
CAPO I
((Della successione dei parenti))

Art. 566.

(( Successione dei figli ))

(( Al padre ed alla madre succedono i figli, in parti uguali. ))
Art. 567.

(( Successione dei figli adottivi ))

((Ai figli sono equiparati gli adottivi)).

I figli adottivi sono estranei alla successione dei parenti
dell'adottante.
--------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 568.

(Successione dei genitori).

A colui che muore senza lasciare prole, ne' fratelli o sorelle o
loro discendenti, succedono il padre e la madre in eguali porzioni, o
il genitore che sopravvive.

Art. 569.

(Successione degli ascendenti).

A colui che muore senza lasciare prole, ne' genitori, ne' fratelli
o sorelle o loro discendenti, succedono per una meta' gli ascendenti
della linea paterna e per l'altra meta' gli ascendenti della linea
materna.

Se pero' gli ascendenti non sono di eguale grado, l'eredita' e'
devoluta al piu' vicino senza distinzione di linea.

Art. 570.

(Successione dei fratelli e delle sorelle).

A colui che muore senza lasciare prole, ne' genitori, ne' altri
ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali.

I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono pero' la meta' della
quota che conseguono i germani.

Art. 571.

((Concorso di genitori o ascendenti con fratelli e sorelle.))

((Se coi genitori o con uno soltanto di essi concorrono fratelli e
sorelle germani del defunto, tutti sono ammessi alla successione del
medesimo per capi, purche' in nessun caso la quota, in cui succedono
i genitori o uno di essi, sia minore della meta'.

Se vi sono fratelli e sorelle unilaterali, ciascuno di essi
consegue la meta' della quota che consegue ciascuno dei germani o dei
genitori, salva in ogni caso la quota della meta' in favore di questi
ultimi.

Se entrambi i genitori non possono o non vogliono venire alla
successione e vi sono ulteriori ascendenti, a questi ultimi si
devolve, nel modo determinato dall'articolo 569, la quota che sarebbe
spettata a uno dei genitori in mancanza dell'altro)).
Art. 572.

(Successione di altri parenti).

Se alcuno muore senza lasciare prole, ne' genitori, ne' altri
ascendenti, ne' fratelli o sorelle o loro discendenti, la successione
si apre a favore del parente o dei parenti prossimi, senza
distinzione di linea.

La successione non ha luogo tra i parenti oltre il sesto grado.

Art. 573.

(Successione dei figli).

Le disposizioni relative alla successione dei figli si applicano
quando la filiazione e' stata riconosciuta o giudizialmente
dichiarata, salvo quanto e' disposto d'all'art. 580.(40)((223))
---------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151, ha disposto (con l'art. 184, comma 1)
che "I capi I e II del titolo II del libro II del codice civile sono
unificati, con la seguente intitolazione: DELLA SUCCESSIONE DEI
PARENTI".
---------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 78,
comma 1) che "All'articolo 573 del codice civile, nella rubrica e nel
primo comma, la parola: "naturali" e' sostituita dalle seguenti:
"nati fuori del matrimonio"".
Art. 574.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 575.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 576.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 577.

(Successione del figlio naturale all'ascendente legittimo immediato
del suo genitore).

Il figlio naturale succede all'ascendente legittimo immediato del
suo genitore che non puo' o non vuole accettare l'eredita', se
l'ascendente non lascia ne' coniuge, ne' discendenti o ascendenti,
ne' fratelli o sorelle o loro discendenti, ne' altri parenti
legittimi entro il terzo grado.(15)((40))
-------------
AGGIORNAMENTO (15)
La Corte Costituzionale, con sentenza 2 - 14 aprile 1969, n. 79 (in
G.U. 1a s.s. 23/04/1969, n. 105), ha dichiarato l'illegittimita'
costituzionale del presente articolo.
---------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151, ha disposto (con l'art. 184, comma 1)
che "I capi I e II del titolo II del libro II del codice civile sono
unificati, con la seguente intitolazione: DELLA SUCCESSIONE DEI
PARENTI".
Art. 578.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 579.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2013, N. 154))
Art. 580.

Diritti dei figli non riconoscibili.

Ai figli aventi diritto al mantenimento, all'istruzione e alla
educazione, a norma dell'articolo 279, spetta un assegno vitalizio
pari all'ammontare della rendita della quota di eredita' alla quale
avrebbero diritto, se la filiazione fosse stata dichiarata o
riconosciuta.

I figli hanno diritto di ottenere su loro richiesta la
capitalizzazione dell'assegno loro spettante a norma del comma
precedente, in denaro, ovvero, a scelta degli eredi legittimi, in
beni ereditari. (40) ((223))
--------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 237, comma 1)
che "Le disposizioni degli articoli 580 e 594 del codice civile si
applicano anche alle successioni apertesi prima dell'entrata in
vigore della presente legge se i diritti dei figli naturali non
riconoscibili non sono stati definiti con sentenza passata in
giudicato o mediante convenzione".
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 79,
comma 1, lettere a) e b)) che "All'articolo 580 del codice civile
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) nella rubrica la parola: "naturali" e' sostituita dalla
seguente: "nati fuori del matrimonio";
b) la parola: "naturali", ovunque presente, e' sostituita dalle
seguenti: "nati fuori del matrimonio"".
((CAPO II))
Della successione del coniuge

Art. 581.

Concorso del coniuge con i figli.

Quando con il coniuge concorrono figli ((...)), il coniuge ha
diritto alla meta' dell'eredita', se alla successione concorre un
solo figlio, e ad un terzo negli altri casi.(216)
---------------
AGGIONRAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 582.

Concorso del coniuge con ascendenti ((...)), fratelli e sorelle.

Al coniuge sono devoluti i due terzi dell'eredita' se egli concorre
con ascendenti ((...)) o con fratelli e sorelle anche se unilaterali,
ovvero con gli uni e con gli altri. In quest'ultimo caso la parte
residua e' devoluta agli ascendenti, ai fratelli e alle sorelle,
secondo le disposizioni dell'articolo 571, salvo in ogni caso agli
ascendenti il diritto a un quarto della eredita'.
Art. 583.

Successione del solo coniuge.

In mancanza di figli ((...)), di ascendenti, di fratelli o sorelle,
al coniuge si devolve tutta l'eredita'.(216)
--------------
AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 584.

((Successione del coniuge putativo.))

((Quando il matrimonio e' stato dichiarato nullo dopo la morte di
uno dei coniugi, al coniuge superstite di buona fede spetta la quota
attribuita al coniuge dalle disposizioni che precedono. Si applica
altresi' la disposizione del secondo comma dell'articolo 540.

Egli e' pero' escluso dalla successione, quando la persona della
cui eredita' si tratta e' legata da valido matrimonio al momento
della morte)).
Art. 585.

((Successione del coniuge separato.))

((Il coniuge cui non e' stata addebitata la separazione con
sentenza passata in giudicato ha gli stessi diritti successori del
coniuge non separato.

Nel caso in cui al coniuge sia stata addebitata la separazione con
sentenza passata in giudicato, si applicano le disposizioni del
secondo comma dell'articolo 548)).
((CAPO III))
Della successione dello Stato

Art. 586.

(Acquisto dei beni da parte dello Stato).

In mancanza di altri successibili, l'eredita' e' devoluta allo
Stato. L'acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e
non puo' farsi luogo a rinunzia.

Lo Stato non risponde dei debiti ereditari e dei legati oltre il
valore dei beni acquistati.

TITOLO III
DELLE SUCCESSIONI TESTAMENTARIE
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 587.

(Testamento).

Il testamento e' un atto revocabile con il quale taluno dispone,
per il tempo in cui avra' cessato di vivere, di tutte le proprie
sostanze o di parte di esse.

Le disposizioni di carattere non patrimoniale, che la legge
consente siano contenute in un testamento, hanno efficacia, se
contenute in un atto che ha la forma del testamento, anche se
manchino disposizioni di carattere patrimoniale.

Art. 588.

(Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare).

Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l'espressione o la
denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e
attribuiscono la qualita' di erede, se comprendono l'universalita' o
una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo
particolare e attribuiscono la qualita' di legatario.

L'indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non
esclude che la disposizione sia a titolo universale, quando risulta
che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del
patrimonio.

Art. 589.

(Testamento congiuntivo o reciproco).

Non si puo' fare testamento da due o piu' persone nel medesimo
atto, ne' a vantaggio di un terzo, ne' con disposizione reciproca.

Art. 590.

(Conferma ed esecuzione volontaria di disposizioni testamentarie
nulle).

La nullita' della disposizione testamentaria, da qualunque causa
dipenda, non puo' essere fatta valere da chi, conoscendo la causa
della nullita', ha, dopo la morte del testatore, confermato la
disposizione o dato ad essa volontaria esecuzione.

CAPO II
Della capacita' di disporre per testamento

Art. 591.

(Casi d'incapacita').

Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono
dichiarati incapaci dalla legge.

((Sono incapaci di testare:
1) coloro che non hanno compiuto la maggiore eta';
2) gli interdetti per infermita' di mente;
3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per
qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere
nel momento in cui fecero testamento)).

Nei casi d'incapacita' preveduti dal presente articolo il
testamento puo' essere impugnato da chiunque vi ha interesse.
L'azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui e'
stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.
CAPO III
Della capacita' di ricevere per testamento

Art. 592.

( ((Figli)) riconosciuti o riconoscibili).

Se vi sono discendenti legittimi, i ((figli)), quando la filiazione
e' stata riconosciuta o dichiarata, non possono ricevere per
testamento piu' di quanto avrebbero ricevuto se la successione si
fosse devoluta in base alla legge.

I ((figli)) riconoscibili, quando la filiazione risulta nei modi
indicati dall'art. 279, non possono ricevere piu' di quanto, secondo
la disposizione del comma precedente, potrebbero conseguire se la
filiazione fosse stata riconosciuta o dichiarata. (22)
--------------
AGGIORNAMENTO (22)
La Corte Costituzionale, con sentenza 18 - 28 dicembre 1970, n. 205
(in G.U. 1a s.s. 30/12/1970, n. 329), ha dichiarato, ai sensi
dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimita'
costituzionale del presente articolo.
Art. 593.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 594.

Assegno ai figli non riconoscibili.

Gli eredi, i legatari e i donatari sono tenuti, in proporzione a
quanto hanno ricevuto, a corrispondere ai figli di cui all'articolo
279 un assegno vitalizio nei limiti stabiliti dall'articolo 580, se
il genitore non ha disposto per donazione o testamento in favore dei
figli medesimi. Se il genitore ha disposta in loro favore, essi
possono rinunziare alla disposizione e chiedere l'assegno. (40)
((223))
--------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 237, comma 1)
che "Le disposizioni degli articoli 580 e 594 del codice civile si
applicano anche alle successioni apertesi prima dell'entrata in
vigore della presente legge se i diritti dei figli naturali non
riconoscibili non sono stati definiti con sentenza passata in
giudicato o mediante convenzione".
--------------
AGGIORNAMENTO (223)
Il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha disposto (con l'art. 83,
comma 1, lettere a) e b)) che "All'articolo 594 del codice civile
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) nella rubrica la parola: "naturali" e' sostituita dalle
seguenti: "nati fuori del matrimonio";
b) la parola: "naturali" e' sostituita dalle seguenti: "nati fuori
del matrimonio"".
Art. 595.

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151 ((49))
---------------
AGGIORNAMENTO (49)
La Corte Costituzionale, con sentenza 18-20 dicembre 1979, n. 153
(in G.U. 1a s.s. 29/12/1979, n. 353) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 595 del codice civile nel testo abrogato
dall'art. 196 della legge 19 maggio 1975, n. 151 e dell'art. 599 del
codice civile nella parte in cui richiama il predetto art. 595".
Art. 596.

(Incapacita' del tutore e del protutore).

Sono nulle le disposizioni testamentarie della persona sottoposta a
tutela in favore del tutore, se fatte dopo la nomina di questo e
prima che sia approvato il conto o sia estinta l'azione per il
rendimento del conto medesimo, quantunque il testatore sia morto dopo
l'approvazione. Questa norma si applica anche al protutore, se il
testamento e' fatto nel tempo in cui egli sostituiva il tutore.

Sono pero' valide le disposizioni fatte in favore del tutore o del
protutore che e' ascendente, discendente, fratello, sorella o coniuge
del testatore.

Art. 597.

(Incapacita' del notaio, dei testimoni e dell'interprete).

Sono nulle le disposizioni a favore del notaio o di altro ufficiale
che ha ricevuto il testamento pubblico, ovvero a favore di alcuno dei
testimoni o dell'interprete intervenuti al testamento medesimo.

Art. 598.

(Incapacita' di chi ha scritto o ricevuto il testamento segreto).

Sono nulle le disposizioni a favore della persona che ha scritto il
testamento segreto, salvo che siano approvate di mano dello stesso
testatore o nell'atto della consegna. Sono pure nulle le disposizioni
a favore del notaio a cui il testamento segreto e' stato consegnato
in plico non sigillato.

Art. 599.

(Persone interposte).

Le disposizioni testamentarie a vantaggio delle persone incapaci
indicate dagli articoli 592, 593, 595, 596, 597 e 598 sono nulle
anche se fatte sotto nome d'interposta persona.

Sono reputate persone interposte il padre, la madre, i discendenti
e il coniuge della persona incapace, anche se chiamati congiuntamente
con l'incapace. (22) ((49))
--------------
AGGIORNAMENTO (22)
La Corte Costituzionale, con sentenza 18 - 28 dicembre 1970, n. 205
(in G.U. 1a s.s. 30/12/1970, n. 329), ha dichiarato, ai sensi
dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimita'
costituzionale dell'articolo 599 del codice civile, nella parte in
cui si riferisce agli articoli 592 e 593 del presente codice.
---------------
AGGIORNAMENTO (49)
La Corte Costituzionale, con sentenza 18-20 dicembre 1979, n. 153
(in G.U. 1a s.s. 29/12/1979, n. 353), ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 595 del codice civile nel testo abrogato
dall'art. 196 della legge 19 maggio 1975, n. 151 e dell'art. 599 del
codice civile nella parte in cui richiama il predetto art. 595".
Art. 600.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 15 MAGGIO 1997, N. 127, COME MODIFICATA
DALLA L. 22 GIUGNO 2000, N. 192))((123))
----------------
AGGIORNAMENTO (123)
La L. 15 maggio 1997, n. 127 come modificata dalla L. 22 giugno
2000, n. 192 ha disposto (con l'art. 13, comma 2) che "Le
disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle acquisizioni
deliberate o verificatesi in data anteriore a quella di entrata in
vigore della presente legge".
CAPO IV
Della forma dei testamenti
Sezione I
Dei testamenti ordinari

Art. 601.

(Forme).

Le forme ordinarie di testamento sono il testamento olografo e il
testamento per atto di notaio.

Il testamento per atto di notaio e' pubblico o segreto.

Art. 602.

(Testamento olografo).

Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e
sottoscritto di mano del testatore.

La sottoscrizione deve essere posta alla fine delle disposizioni.
Se anche non e' fatta indicando nome e cognome, e' tuttavia valida
quando designa con certezza la persona del testatore.

La data deve contenere l'indicazione del giorno, mese e anno. La
prova della non verita' della data e' ammessa soltanto quando si
tratta di giudicare della capacita' del testatore, della priorita' di
data tra piu' testamenti o di altra questione da decidersi in base al
tempo del testamento.

Art. 603.

(Testamento pubblico).

Il testamento pubblico e' ricevuto dal notaio in presenza di due
testimoni.

Il testatore, in presenza dei testimoni, dichiara al notaio la sua
volonta', la quale e' ridotta in iscritto a cura del notaio stesso.
Questi da' lettura del testamento al testatore in presenza dei
testimoni. Di ciascuna di tali formalita' e' fatta menzione nel
testamento.

Il testamento deve indicare il luogo, la data del ricevimento e
l'ora della sottoscrizione, ed essere sottoscritto dal testatore, dai
testimoni e dal notaio. Se il testatore non puo' sottoscrivere, o
puo' farlo solo con grave difficolta', deve dichiararne la causa, e
il notaio deve menzionare questa dichiarazione prima della lettura
dell'atto.

Per il testamento del muto, sordo o sordomuto si osservano le norme
stabilite dalla legge notarile per gli atti pubblici di queste
persone. Qualora il testatore sia incapace anche di leggere, devono
intervenire quattro testimoni.

Art. 604.

(Testamento segreto).

Il testamento segreto puo' essere scritto dal testatore o da un
terzo. Se e' scritto dal testatore, deve essere sottoscritto da lui
alla fine delle disposizioni; se e' scritto in tutto o in parte da
altri, o se e' scritto con mezzi meccanici, deve portare la
sottoscrizione del testatore anche in ciascun mezzo foglio, unito o
separato.

Il testatore che sa leggere ma non sa scrivere, o che non ha potuto
apporre la sottoscrizione quando faceva scrivere le proprie
disposizioni, deve altresi' dichiarare al notaio, che riceve il
testamento, di averlo letto ed aggiungere la causa che gli ha
impedito di sottoscriverlo: di cio' si fa menzione nell'atto di
ricevimento.

Chi non sa o non puo' leggere non puo' fare testamento segreto.

Art. 605.

(Formalita' del testamento segreto).

La carta su cui sono stese le disposizioni o quella che serve da
involto deve essere sigillata con un'impronta, in guisa che il
testamento non si possa aprire ne estrarre senza rottura o
alterazione.

Il testatore, in presenza di due testimoni, consegna personalmente
al notaio la carta cosi' sigillata, o la fa sigillare nel modo sopra
indicato in presenza del notaio e dei testimoni, e dichiara che in
questa carta e' contenuto il suo testamento. Il testatore, se e' muto
o sordomuto, deve scrivere tale dichiarazione in presenza dei
testimoni e deve pure dichiarare per iscritto di aver letto il
testamento, se questo e' stato scritto da altri.

Sulla carta in cui dal testatore e' scritto o involto il
testamento, o su un ulteriore involto predisposto dal notaio e da lui
debitamente sigillato, si scrive l'atto di ricevimento nel quale si
indicano il fatto della consegna e la dichiarazione del testatore, il
numero e l'impronta dei sigilli, e l'assistenza dei testimoni a tutte
le formalita'.

L'atto deve essere sottoscritto dal testatore, dai testimoni e dal
notaio.

Se il testatore non puo', per qualunque impedimento, sottoscrivere
l'atto della consegna, si osserva quel che e' stabilito circa il
testamento per atto pubblico. Tutto cio' deve essere fatto di seguito
e senza passare ad altri atti.

Art. 606.

(Nullita' del testamento per difetto di forma).

Il testamento e' nullo quando manca l'autografia o la
sottoscrizione nel caso di testamento olografo, ovvero manca la
redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del
testatore o la sottoscrizione dell'uno o dell'altro, nel caso di
testamento per atto di notaio.

Per ogni altro difetto di forma il testamento puo' essere annullato
su istanza di chiunque vi ha interesse. L'azione di annullamento si
prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui e' stata data
esecuzione alle disposizioni testamentarie.

Art. 607.

(Validita' del testamento segreto come olografo).

Il testamento segreto, che manca di qualche requisito suo proprio,
ha effetto come testamento olografo, qualora di questo abbia i
requisiti.

Art. 608.

(Ritiro di testamento segreto od olografo).

Il testamento segreto e il testamento olografo che e' stato
depositato possono dal testatore essere ritirati in ogni tempo dalle
mani del notaio presso il quale si trovano.

A cura del notaio si redige verbale della restituzione; il verbale
e' sottoscritto dal testatore, da due testimoni e dal notaio; se il
testatore non puo' sottoscrivere, se ne fa menzione.

Quando il testamento e' depositato in un pubblico archivio, il
verbale e' redatto dall'archivista e sottoscritto dal testatore, dai
testimoni e dall'archivista medesimo.

Della restituzione del testamento si prende nota in margine o in
calce all'atto di consegna o di deposito.

Sezione II
Dei testamenti speciali

Art. 609.

(Malattie contagiose, calamita' pubbliche o infortuni).

Quando il testatore non puo' valersi delle forme ordinarie, perche'
si trova in luogo dove domina una malattia reputata contagiosa, o per
causa di pubblica calamita' o d'infortunio, il testamento e' valido
se ricevuto da un notaio, dal conciliatore del luogo, dal podesta' o
da chi ne fa le veci, o da un ministro di culto, in presenza di due
testimoni di eta' non inferiore a sedici anni.(111)((112a))

Il testamento e' redatto e sottoscritto da chi lo riceve; e'
sottoscritto anche dal testatore e dai testimoni. Se il testatore o i
testimoni non possono sottoscrivere, se ne indica la causa.
--------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D. Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
--------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D. Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 610.

(Termine di efficacia).

Il testamento ricevuto nel modo indicato dall'articolo precedente
perde la sua efficacia tre mesi dopo la cessazione della causa che ha
impedito al testatore di valersi delle forme ordinarie.

Se il testatore muore nell'intervallo, il testamento deve essere
depositato, appena e' possibile, nell'archivio notarile del luogo in
cui e' stato ricevuto.

Art. 611.

(Testamento a bordo di nave).

Durante il viaggio per mare il testamento puo' essere ricevuto a
bordo della nave dal comandante di essa.

Il testamento del comandante puo' essere ricevuto da colui che lo
segue immediatamente in ordine di servizio.

Art. 612.

(Forme).

Il testamento indicato dall'articolo precedente e' redatto in
doppio originale alla presenza di due testimoni e deve essere
sottoscritto dal testatore, dalla persona che lo ha ricevuto e dai
testimoni; se il testatore o i testimoni non possono sottoscrivere,
si deve indicare il motivo che ha impedito la sottoscrizione.

Il testamento e' conservato tra i documenti di bordo ed e' annotato
sul giornale di bordo ovvero sul giornale nautico e sul ruolo
d'equipaggio.

Art. 613.

(Consegna).

Se la nave approda a un porto estero in cui vi sia un'autorita'
consolare, il comandante e' tenuto a consegnare all'autorita'
medesima uno degli originali del testamento e una copia
dell'annotazione fatta sul giornale di bordo ovvero sul giornale
nautico e sul ruolo d'equipaggio.

Al ritorno della nave nel Regno, i due originali del testamento, o
quello non depositato durante il viaggio, devono essere consegnati
all'autorita' marittima locale insieme con la copia della predetta
annotazione.

Della consegna si rilascia dichiarazione, di cui si fa cenno in
margine all'annotazione sopraindicata.

Art. 614.

(Verbale di consegna).

L'autorita' marittima o consolare locale deve redigere verbale
della consegna del testamento e trasmettere il verbale e gli atti
ricevuti al Ministero della marina o al Ministero delle
comunicazioni, secondo che il testamento sia stato ricevuto a bordo
di una nave della marina militare o di una nave della marina
mercantile. Il Ministero ordina il deposito di uno degli originali
nel suo archivio, e trasmette l'altro all'archivio notarile del luogo
del domicilio o dell'ultima residenza del testatore.

Art. 615.

(Termine di efficacia).

Il testamento fatto durante il viaggio per mare, nella forma
stabilita dagli articoli 611 e seguenti, perde la sua efficacia tre
mesi dopo lo sbarco del testatore in un luogo dove e' possibile fare
testamento nelle forme ordinarie.

Art. 616.

(Testamento a bordo di aeromobile).

Al testamento fatto a bordo di un aeromobile durante il viaggio si
applicano le disposizioni degli articoli 611 a 615.

Il testamento e' ricevuto dal comandante, in presenza di uno o,
quando e' possibile, di due testimoni.

Le attribuzioni delle autorita' marittime a norma degli articoli
613 e 614 spettano alle autorita' aeronautiche.

Il testamento e' annotato sul giornale di rotta.

Art. 617.

(Testamento dei militari e assimilati).

Il testamento dei militari e delle persone al seguito delle forze
armate dello Stato puo' essere ricevuto da un ufficiale o da un
cappellano militare o da un ufficiale della Croce Rossa, in presenza
di due testimoni; esso deve essere sottoscritto dal testatore, dalla
persona che lo ha ricevuto e dai testimoni. Se il testatore o i
testimoni non possono sottoscrivere, si deve indicare il motivo che
ha impedito la sottoscrizione.

Il testamento deve essere al piu' presto trasmesso al quartiere
generale e da questo al Ministero competente, che ne ordina il
deposito nell'archivio notarile del luogo del domicilio o dell'ultima
residenza del testatore.

Art. 618.

(Casi e termini d'efficacia).

Nella forma speciale stabilita dall'articolo precedente possono
testare soltanto coloro i quali, appartenendo a corpi o servizi
mobilitati o comunque impegnati in guerra, si trovano in zona di
operazioni belliche o sono prigionieri presso il nemico, e coloro che
sono acquartierati o di presidio fuori del Regno o in luoghi dove
siano interrotte le comunicazioni.

Il testamento perde la sua efficacia tre mesi dopo il ritorno del
testatore in un luogo dove e' possibile far testamento nelle forme
ordinarie.

Art. 619.

(Nullita').

I testamenti previsti in questa sezione sono nulli quando manca la
redazione in iscritto della dichiarazione del testatore ovvero la
sottoscrizione della persona autorizzata a riceverla o del testatore.

Per gli altri difetti di forma si osserva il disposto del secondo
comma dell'art. 606.

Sezione III
Della pubblicazione dei testamenti olografi e dei testamenti segreti

Art. 620.

(Pubblicazione del testamento olografo).

Chiunque e' in possesso di un testamento olografo deve presentarlo
a un notaio per la pubblicazione, appena ha notizia della morte del
testatore.

Chiunque crede di avervi interesse puo' chiedere, con ricorso al
tribunale del circondario in cui si e' aperta la successione, che sia
fissato un termine per la presentazione.(111)((112a))

Il notaio procede alla pubblicazione del testamento in presenza di
due testimoni, redigendo nella forma degli atti pubblici un verbale
nel quale descrive lo stato del testamento, ne riproduce il contenuto
e fa menzione della sua apertura, se e' stato presentato chiuso con
sigillo. Il verbale e' sottoscritto dalla persona che presenta il
testamento, dai testimoni e dal notaio. Ad esso sono uniti la carta
in cui e' scritto il testamento, vidimata in ciascun mezzo foglio dal
notaio e dai testimoni, e l'estratto dell'atto di morte del testatore
o copia del provvedimento che ordina l'apertura degli atti di ultima
volonta' dell'assente o della sentenza che dichiara la morte
presunta.

Nel caso in cui il testamento e' stato depositato dal testatore
presso un notaio, la pubblicazione e' eseguita dal notaio
depositario.

Avvenuta la pubblicazione, il testamento olografo ha esecuzione.

Per giustificati motivi, su istanza di chiunque vi ha interesse, il
tribunale puo' disporre che periodi o frasi di carattere non
patrimoniale siano cancellati dal testamento e omessi nelle copie che
fossero richieste, salvo che l'autorita' giudiziaria ordini il
rilascio di copia integrale.(111)((112a))

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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."

------------------

AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 621.

(Pubblicazione del testamento segreto).

Il testamento segreto deve essere aperto e pubblicato dal notaio
appena gli perviene la notizia della morte del testatore. Chiunque
crede di avervi interesse puo' chiedere, con ricorso al tribunale del
circondario in cui si e' aperta la successione, che sia fissato un
termine per l'apertura e la pubblicazione.(111)((112a))

Si applicano le disposizioni del terzo comma dell'articolo 620.
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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
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AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 622.
(Comunicazione dei testamenti alla pretura).

Il notaio deve trasmettere alla cancelleria del tribunale, nella
cui giurisdizione si e' aperta la successione, copia in carta libera
dei verbali previsti dagli articoli 620 e 621 e del testamento
pubblico.(111)((112a))
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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
--------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 623.

(Comunicazioni agli eredi e legatari).

Il notaio che ha ricevuto un testamento pubblico, appena gli e'
nota la morte del testatore, o, nel caso di testamento olografo o
segreto, dopo la pubblicazione, comunica l'esistenza del testamento
agli eredi e legatari di cui conosce il domicilio o la residenza.

CAPO V
Dell'istituzione di erede e dei legati
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 624.

(Violenza, dolo, errore).

La disposizione testamentaria puo' essere impugnata da chiunque vi
abbia interesse quando e' l'effetto di errore, di violenza o di dolo.

L'errore sul motivo, sia esso di fatto o di diritto, e' causa di
annullamento della disposizione testamentaria, quando il motivo
risulta dal testamento ed e' il solo che ha determinato il testatore
a disporre.

L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui si e' avuta
notizia della violenza, del dolo o dell'errore.

Art. 625.

(Erronea indicazione dell'erede o del legatario o della cosa che
forma oggetto della disposizione).

Se la persona dell'erede o del legatario e' stata erroneamente
indicata, la disposizione ha effetto, quando dal contesto del
testamento o altrimenti risulta in modo non equivoco quale persona il
testatore voleva nominare.

La disposizione ha effetto anche quando la cosa che forma oggetto
della disposizione e' stata erroneamente indicata o descritta, ma e'
certo a quale cosa il testatore intendeva riferirsi.

Art. 626.

(Motivo illecito).

Il motivo illecito rende nulla la disposizione testamentaria,
quando risulta dal testamento ed e' il solo che ha determinato il
testatore a disporre.

Art. 627.

(Disposizione fiduciaria).

Non e' ammessa azione in giudizio per accertare che le disposizioni
fatte a favore di persona dichiarata nel testamento sono soltanto
apparenti e che in realta' riguardano altra persona, anche se
espressioni del testamento possono indicare o far presumere che si
tratta di persona interposta.

Tuttavia la persona dichiarata nel testamento, se ha spontaneamente
eseguito la disposizione fiduciaria trasferendo i beni alla persona
voluta dal testatore, non puo' agire per la ripetizione, salvo che
sia un incapace.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano al caso in cui
l'istituzione o il legato sono impugnati come fatti per interposta
persona a favore d'incapaci a ricevere.
Art. 628.

(Disposizione a favore di persona incerta).

E' nulla ogni disposizione fatta a favore di persona che sia
indicata in modo da non poter essere determinata.

Art. 629.

(Disposizioni a favore dell'anima).

Le disposizioni a favore dell'anima sono valide qualora siano
determinati i beni o possa essere determinata la somma da impiegarsi
a tale fine.

Esse si considerano come un onere a carico dell'erede o del
legatario, e si applica l'art. 648.

Il testatore puo' designare una persona che curi la esecuzione
della disposizione, anche nel caso in cui manchi un interessato a
richiedere l'adempimento.

Art. 630.

(Disposizioni a favore dei poveri).

Le disposizioni a favore dei poveri e altre simili, espresse
genericamente, senza che si determini l'uso o il pubblico istituto a
cui beneficio sono fatte, s'intendono fatte in favore dei poveri del
luogo in cui il testatore aveva il domicilio al tempo della sua
morte, e i beni sono devoluti all'ente comunale di assistenza.

La precedente disposizione si applica anche quando la persona
incaricata dal testatore di determinare l'uso o il pubblico istituto
non puo' o non vuole accettare l'incarico.

Art. 631.

(Disposizioni rimesse all'arbitrio del terzo).

E' nulla ogni disposizione testamentaria con la quale si fa
dipendere dall'arbitrio di un terzo l'indicazione dell'erede o del
legatario, ovvero la determinazione della quota di eredita'.

Tuttavia e' valida la disposizione a titolo particolare in favore
di persona da scegliersi dall'onerato o da un terzo tra piu' persone
determinate dal testatore e appartenenti a famiglie o categorie di
persone da lui determinate, ed e' pure valida la disposizione a
titolo particolare a favore di uno tra piu' enti determinati del pari
dal testatore. Se sono indicate piu' persone in modo alternativo e
non e' stabilito chi deve fare la scelta, questa si considera
lasciata all'onerato.

Se l'onerato o il terzo non puo' o non vuole fare la scelta, questa
e' fatta con decreto dal presidente del tribunale del luogo in cui si
e' aperta la successione, dopo avere assunto le opportune
informazioni.

Art. 632.

(Determinazione di legato per arbitrio altrui).

E' nulla la disposizione che lascia al mero arbitrio dell'onerato o
di un terzo di determinare l'oggetto o la quantita' del legato.

Sono validi i legati fatti a titolo di rimunerazione per i servizi
prestati al testatore, anche se non ne sia indicato l'oggetto o la
quantita'.

Sezione II
Delle disposizioni condizionali, a termine e modali

Art. 633.

(Condizione sospensiva o risolutiva).

Le disposizioni a titolo universale o particolare possono farsi
sotto condizione sospensiva o risolutiva.

Art. 634.

(Condizioni impossibili o illecite).

Nelle disposizioni testamentarie si considerano non apposte le
condizioni impossibili e quelle contrarie a norme imperative,
all'ordine pubblico o al buon costume, salvo quanto e' stabilito
dall'art. 626.

Art. 635.

(Condizione di reciprocita').

E' nulla la disposizione a titolo universale o particolare fatta
dal testatore a condizione di essere a sua volta avvantaggiato nel
testamento dell'erede o del legatario.

Art. 636.

(Divieto di nozze).

E' illecita la condizione che impedisce le prime nozze o le
ulteriori.

Tuttavia il legatario di usufrutto o di uso, di abitazione o di
pensione, o di altra prestazione periodica per il caso o per il tempo
del celibato o della vedovanza, non puo' goderne che durante il
celibato o la vedovanza.

Art. 637.

(Termine).

Si considera non apposto a una disposizione a titolo universale il
termine dal quale l'effetto di essa deve cominciare o cessare.

Art. 638.

(Condizione di non fare o di non dare).

Se il testatore ha disposto sotto la condizione che l'erede o il
legatario non faccia o non dia qualche cosa per un tempo
indeterminato, la disposizione si considera fatta sotto condizione
risolutiva, salvo che dal testamento risulti una contraria volonta'
del testatore.

Art. 639.

(Garanzia in caso di condizione risolutiva).

Se la disposizione testamentaria e' sottoposta a condizione
risolutiva, l'autorita' giudiziaria, qualora ne ravvisi
l'opportunita', puo' imporre all'erede o al legatario di prestare
idonea garanzia a favore di coloro ai quali l'eredita' o il legato
dovrebbe devolversi nel caso che la condizione si avverasse.

Art. 640.

(Garanzia in caso di legato sottoposto a condizione sospensiva o a
termine).

Se a taluno e' lasciato un legato sotto condizione sospensiva o
dopo un certo tempo, l'onerato puo' essere costretto a dare idonea
garanzia al legatario, salvo che il testatore abbia diversamente
disposto.

La garanzia puo' essere imposta anche al legatario quando il legato
e' a termine finale.

Art. 641.

(Amministrazione in caso di condizione sospensiva o di mancata
prestazione di garanzia).

Qualora l'erede sia istituito sotto condizione sospensiva, finche'
questa condizione non si verifica o non e' certo che non si puo' piu'
verificare, e' dato all'eredita' un amministratore.

Vale la stessa norma anche nel caso in cui l'erede o il legatario
non adempie l'obbligo di prestare la garanzia prevista dai due
articoli precedenti.

Art. 642.

(Persone a cui spetta l'amministrazione).

L'amministrazione spetta alla persona a cui favore e' stata
disposta la sostituzione, ovvero al coerede o ai coeredi, quando tra
essi e l'erede condizionale vi e' il diritto di accrescimento.

Se non e' prevista la sostituzione o non vi sono coeredi a favore
dei quali abbia luogo il diritto di accrescimento, l'amministrazione
spetta al presunto erede legittimo.

In ogni caso l'autorita' giudiziaria, quando concorrono giusti
motivi, puo' provvedere altrimenti.

Art. 643.

(Amministrazione in caso di eredi nascituri).

Le disposizioni dei due precedenti articoli si applicano anche nel
caso in cui sia chiamato a succedere un non concepito, figlio di una
determinata persona vivente. A questa spetta la rappresentanza del
nascituro, per la tutela dei suoi diritti successori, anche quando
l'amministratore dell'eredita' e' una persona diversa.

((Se e' chiamato un concepito, l'amministrazione spetta al padre e
alla madre.))
Art. 644.

(Obblighi e facolta' degli amministratori).

Agli amministratori indicati dai precedenti articoli sono comuni le
regole che si riferiscono ai curatori dell'eredita' giacente.

Art. 645.

(Condizione sospensiva potestativa senza termine).

Se la condizione apposta all'istituzione di erede o al legato e'
sospensiva potestativa e non e' indicato il termine per
l'adempimento, gli interessati possono adire l'autorita' giudiziaria
perche' fissi questo termine.

Art. 646.

(Retroattivita' della condizione).

L'adempimento della condizione ha effetto retroattivo; ma l'erede o
il legatario, nel caso di condizione risolutiva, non e' tenuto a
restituire i frutti se non dal giorno in cui la condizione si e'
verificata. L'azione per la restituzione dei frutti si prescrive in
cinque anni.

Art. 647.

(Onere).

Tanto all'istituzione di erede quanto al legato puo' essere apposto
un onere.

Se il testatore non ha diversamente disposto, l'autorita'
giudiziaria, qualora ne ravvisi l'opportunita', puo' imporre
all'erede o al legatario gravato dall'onere una cauzione.

L'onere impossibile o illecito si considera non apposto; rende
tuttavia nulla la disposizione, se ne ha costituito il solo motivo
determinante.

Art. 648.

(Adempimento dell'onere).

Per l'adempimento dell'onere puo' agire qualsiasi interessato.

Nel caso d'inadempimento dell'onere, l'autorita' giudiziaria puo'
pronunziare la risoluzione della disposizione testamentaria, se la
risoluzione e' stata prevista dal testatore, o se l'adempimento
dell'onere ha costituito il solo motivo determinante della
disposizione.
Sezione III
Dei legati

Art. 649.

(Acquisto del legato).

Il legato si acquista senza bisogno di accettazione, salva la
facolta' di rinunziare.

Quando oggetto del legato e' la proprieta' di una cosa determinata
o altro diritto appartenente al testatore, la proprieta' o il diritto
si trasmette dal testatore al legatario al momento della morte del
testatore.

Il legatario pero' deve domandare all'onerato il possesso della
cosa legata, anche quando ne e' stato espressamente dispensato dal
testatore.

Art. 650.

(Fissazione di un termine per la rinunzia).

Chiunque ha interesse puo' chiedere che l'autorita' giudiziaria
fissi un termine entro il quale il legatario dichiari se intende
esercitare la facolta' di rinunziare. Trascorso questo termine senza
che abbia fatto alcuna dichiarazione, il legatario perde il diritto
di rinunziare.

Art. 651.

(Legato di cosa dell'onerato o di un terzo).

II legato di cosa dell'onerato o di un terzo e' nullo, salvo che
dal testamento o da altra dichiarazione scritta dal testatore risulti
che questi sapeva che la cosa legata apparteneva all'onerato o al
terzo. In quest'ultimo caso l'onerato e' obbligato ad acquistare la
proprieta' della cosa dal terzo e a trasferirla al legatario, ma e'
in sua facolta' di pagarne al legatario il giusto prezzo.

Se pero' la cosa legata, pur appartenendo ad altri al tempo del
testamento, si trova in proprieta' del testatore al momento della sua
morte, il legato e' valido.

Art. 652.

(Legato di cosa solo in parte del testatore).

Se al testatore appartiene una parte della cosa legata o un diritto
sulla medesima, il legato e' valido solo relativamente a questa parte
o a questo diritto, salvo che risulti la volonta' del testatore di
legare la cosa per intero, in conformita' dell'articolo precedente.

Art. 653.

(Legato di cosa genericamente determinata).

E' valido il legato di cosa determinata solo nel genere, anche se
nessuna del genere ve n'era nel patrimonio del testatore al tempo del
testamento e nessuna se ne trova al tempo della morte.

Art. 654.

(Legato di cosa non esistente nell'asse).

Quando il testatore ha lasciato una sua cosa particolare, o una
cosa determinata soltanto nel genere da prendersi dal suo patrimonio,
il legato non ha effetto se la cosa non si trova nel patrimonio del
testatore al tempo della sua morte.

Se la cosa si trova nel patrimonio del testatore al tempo della sua
morte, ma non nella quantita' determinata, il legato ha effetto per
la quantita' che vi si trova.

Art. 655.

(Legato di cosa da prendersi da certo luogo).

Il legato di cose da prendersi da certo luogo ha effetto soltanto
se le cose vi si trovano, e per la parte che vi si trova; ha tuttavia
effetto per l'intero quando, alla morte del testatore, le cose non vi
si trovano, in tutto o in parte, perche' erano state rimosse
temporaneamente dal luogo in cui di solito erano custodite.

Art. 656.

(Legato di cosa del legatario).

Il legato di cosa che al tempo in cui fu fatto il testamento era
gia' di proprieta' del legatario e' nullo, se la cosa si trova in
proprieta' di lui anche al tempo dell'apertura della successione.

Se al tempo dell'apertura della successione la cosa si trova in
proprieta' del testatore, il legato e' valido, ed e' altresi' valido
se in questo tempo la cosa si trova in proprieta' dell'onerato o di
un terzo, e dal testamento risulta che essa fu legata in previsione
di tale avvenimento.

Art. 657.

(Legato di cosa acquistata dal legatario).

Se il legatario, dopo la confezione del testamento, ha acquistato
dal testatore, a titolo oneroso o a titolo gratuito, la cosa a lui
legata, il legato e' senza effetto in conformita' dell'art. 686.

Se dopo la confezione del testamento la cosa legata e' stata dal
legatario acquistata, a titolo gratuito, dall'onerato o da un terzo,
il legato e' senza effetto; se l'acquisto ha avuto luogo a titolo
oneroso, il legatario ha diritto al rimborso del prezzo, qualora
ricorrano le circostanze indicate dall'art. 651.

Art. 658.

(Legato di credito o di liberazione da debito).

Il legato di un credito o di liberazione da un debito ha effetto
per la sola parte del credito o del debito che sussiste al tempo
della morte del testatore.

L'erede e' soltanto tenuto a consegnare al legatario i titoli del
credito legato che si trovavano presso il testatore.

Art. 659.

(Legato a favore del creditore).

Se il testatore, senza fare menzione del debito, fa un legato al
suo creditore, il legato non si presume fatto per soddisfare il
legatario del suo credito.

Art. 660.

(Legato di alimenti).

Il legato di alimenti, a favore di chiunque sia fatto, comprende le
somministrazioni indicate dall'art. 438, salvo che il testatore abbia
altrimenti disposto.

Art. 661.

(Prelegato).

Il legato a favore di uno dei coeredi e a carico di tutta
l'eredita' si considera come legato per l'intero ammontare.

Art. 662.

(Onere della prestazione del legato).

Il testatore puo' porre la prestazione del legato a carico degli
eredi ovvero a carico di uno o piu' legatari. Quando il testatore non
ha disposto, alla prestazione sono tenuti gli eredi.

Su ciascuno dei diversi onerati il legato grava in proporzione
della rispettiva quota ereditaria o del legato, se il testatore non
ha diversamente disposto.

Art. 663.

(Legato imposto a un solo erede).

Se l'obbligo di adempiere il legato e' stato particolarmente
imposto a uno degli eredi, questi solo e' tenuto a soddisfarlo.

Se e' stata legata una cosa propria di un coerede, i coeredi sono
tenuti a compensarlo del valore di essa con danaro o con beni
ereditari, in proporzione della loro quota ereditaria, quando non
consta una contraria volonta' del testatore.

Art. 664.

(Adempimento del legato di genere).

Nel legato di cosa determinata soltanto nel genere, la scelta,
quando dal testatore non e' affidata al legatario o a un terzo,
spetta all'onerato. Questi e' obbligato a dare cose di qualita' non
inferiore alla media; ma se nel patrimonio ereditario vi e' una sola
delle cose appartenenti al genere indicato, l'onerato non ha facolta'
ne' puo' essere obbligato a prestarne un'altra, salvo espressa
disposizione contraria del testatore.

Se la scelta e' lasciata dal testatore al legatario o a un terzo,
questi devono scegliere una cosa di media qualita'; ma se cose del
genere indicato si trovano nell'eredita', il legatario puo' scegliere
la migliore.

Se il terzo non puo' o non vuole fare la scelta, questa e' fatta a
norma del terzo comma dell'art. 631.
Art. 665.

(Scelta nel legato alternativo).

Nel legato alternativo la scelta spetta all'onerato, a meno che il
testatore l'abbia lasciata al legatario o a un terzo.

Art. 666.

(Trasmissione all'erede della facolta' di scelta).

Tanto nel legato di genere quanto in quello alternativo, se
l'onerato o il legatario a cui compete la scelta non ha potuto farla,
la facolta' di scegliere si trasmette al suo erede.

La scelta fatta e' irretrattabile.

Art. 667.

(Accessioni della cosa legata).

La cosa legata, con tutte le sue pertinenze, deve essere prestata
al legatario nello stato in cui si trova al tempo della morte del
testatore.

Se e' stato legato un fondo, sono comprese nel legato anche le
costruzioni fatte nel fondo, sia che esistessero gia' al tempo della
confezione del testamento, sia che non esistessero, salva in ogni
caso l'applicabilita' del secondo comma dell'art. 686.

Se il fondo legato e' stato accresciuto con acquisti posteriori,
questi sono dovuti al legatario, purche' siano contigui al fondo e
costituiscano con esso una unita' economica.

Art. 668.

(Adempimento del legato).

Se la cosa legata e' gravata da una servitu', da un canone o da
altro onere inerente al fondo, ovvero da una rendita fondiaria, il
peso ne e' sopportato dal legatario.

Se la cosa legata e' vincolata per una rendita semplice, un censo o
altro debito dell'eredita', o anche di un terzo, l'erede e' tenuto al
pagamento delle annualita' o degli interessi e della somma
principale, secondo la natura del debito, qualora il testatore non
abbia diversamente disposto.

Art. 669.

(Frutti della cosa legata).

Se oggetto del legato e' una cosa fruttifera, appartenente al
testatore al momento della sua morte, i frutti o gli interessi sono
dovuti al legatario da questo momento.

Se la cosa appartiene all'onerato o a un terzo, ovvero se si tratta
di cosa determinata per genere o quantita', i frutti o gli interessi
sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale o dal giorno in cui
la prestazione del legato e' stata promessa, salvo che il testatore
abbia diversamente disposto.

Art. 670.

(Legato di prestazioni periodiche).

Se e' stata legata una somma di danaro o una quantita' di altre
cose fungibili, da prestarsi a termini periodici, il primo termine
decorre dalla morte del testatore, e il legatario acquista il diritto
a tutta la prestazione dovuta per il termine in corso, ancorche'
fosse in vita soltanto al principio di esso. Il legato pero' non puo'
esigersi se non dopo scaduto il termine.

Si puo' tuttavia esigere all'inizio del termine il legato a titolo
di alimenti.

Art. 671.

(Legati e oneri a carico del legatario).

Il legatario e' tenuto all'adempimento del legato e di ogni altro
onere a lui imposto entro i limiti del valore della cosa legata.

Art. 672.

(Spese per la prestazione del legato).

Le spese per la prestazione del legato sono a carico dell'onerato.

Art. 673.

(Perimento della cosa legata. Impossibilita' della prestazione).

Il legato non ha effetto se la cosa legata e' interamente perita
durante la vita del testatore.

L'obbligazione dell'onerato si estingue se, dopo la morte del
testatore, la prestazione e' divenuta impossibile per causa a lui non
imputabile.

Sezione IV
Del diritto di accrescimento

Art. 674.

(Accrescimento tra coeredi).

Quando piu' eredi sono stati istituiti con uno stesso testamento
nell'universalita' dei beni, senza determinazione di parti o in parti
uguali, anche se determinate, qualora uno di essi non possa o non
voglia accettare, la sua parte si accresce agli altri.

Se piu' eredi sono stati istituiti in una stessa quota,
l'accrescimento ha luogo a favore degli altri istituiti nella quota
medesima.

L'accrescimento non ha luogo quando dal testamento risulta una
diversa volonta' del testatore.

E' salvo in ogni caso il diritto di rappresentazione.

Art. 675.

(Accrescimento tra collegatari).

L'accrescimento ha luogo anche tra piu' legatari ai quali e' stato
legato uno stesso oggetto, salvo che dal testamento risulti una
diversa volonta' e salvo sempre il diritto di rappresentazione.

Art. 676.

(Effetti dell'accrescimento).

L'acquisto per accrescimento ha luogo di diritto.

I coeredi o i legatari, a favore dei quali si verifica
l'accrescimento, subentrano negli obblighi a cui era sottoposto
l'erede o il legatario mancante, salvo che si tratti di obblighi di
carattere personale.

Art. 677.

(Mancanza di accrescimento).

Se non ha luogo l'accrescimento, la porzione dell'erede mancante si
devolve agli eredi legittimi, e la porzione del legatario mancante va
a profitto dell'onerato.

Gli eredi legittimi e l'onerato subentrano negli obblighi che
gravavano sull'erede o sul legatario mancante, salvo che si tratti di
obblighi di carattere personale.

Le disposizioni precedenti si applicano anche nel caso di
risoluzione di disposizioni testamentarie per inadempimento
dell'onere.

Art. 678.

(Accrescimento nel legato di usufrutto).

Quando a piu' persone e' legato un usufrutto in modo che tra di
loro vi sia il diritto di accrescimento, l'accrescimento ha luogo
anche quando una di esse viene a mancare dopo conseguito il possesso
della cosa su cui cade l'usufrutto.

Se non vi e' diritto di accrescimento, la porzione del legatario
mancante si consolida con la proprieta'.

Sezione V
Della revocazione delle disposizioni testamentarie

Art. 679.

(Revocabilita' del testamento).

Non si puo' in alcun modo rinunziare alla facolta' di revocare o
mutare le disposizioni testamentarie: ogni clausola o condizione
contraria non ha effetto.

Art. 680.

(Revocazione espressa).

La revocazione espressa puo' farsi soltanto con un nuovo
testamento, o con un atto ricevuto da notaio in presenza di due
testimoni, in cui il testatore personalmente dichiara di revocare, in
tutto o in parte, la disposizione anteriore.

Art. 681.

(Revocazione della revocazione).

La revocazione totale o parziale di un testamento puo' essere a sua
volta revocata sempre con le forme stabilite dall'articolo
precedente. In tal caso rivivono le disposizioni revocate.

Art. 682.

(Testamento posteriore).

Il testamento posteriore, che non revoca in modo espresso i
precedenti, annulla in questi soltanto le disposizioni che sono con
esso incompatibili.

Art. 683.

(Testamento posteriore inefficace).

La revocazione fatta con un testamento posteriore conserva la sua
efficacia anche quando questo rimane senza effetto perche' l'erede
istituito o il legatario e' premorto al testatore, o e' incapace o
indegno, ovvero ha rinunziato all'eredita' o al legato.

Art. 684.

(Distruzione del testamento olografo).

Il testamento olografo distrutto, lacerato o cancellato, in tutto o
in parte, si considera in tutto o in parte revocato, a meno che si
provi che fu distrutto, lacerato o cancellato da persona diversa dal
testatore, ovvero si provi che il testatore non ebbe l'intenzione di
revocarlo.

Art. 685.

(Effetti del ritiro del testamento segreto).

Il ritiro del testamento segreto, a opera del testatore, dalle mani
del notaio o dell'archivista presso cui si trova depositato, non
importa revocazione del testamento quando la scheda testamentaria
puo' valere come testamento olografo.

Art. 686.

(Alienazione e trasformazione della cosa legata).

L'alienazione che il testatore faccia della cosa legata o di parte
di essa, anche mediante vendita con patto di riscatto, revoca il
legato riguardo a cio' che e' stato alienato, anche quando
l'alienazione e' annullabile per cause diverse dai vizi del consenso,
ovvero la cosa ritorna in proprieta' del testatore.

Lo stesso avviene se il testatore ha trasformato la cosa legata in
un'altra, in guisa che quella abbia perduto la precedente forma e la
primitiva denominazione.

E' ammessa la prova di una diversa volonta' del testatore.

Art. 687.

(Revocazione per sopravvenienza di figli).

Le disposizioni a titolo universale o particolare, fatte da chi al
tempo del testamento non aveva o ignorava di aver figli o
discendenti, sono revocate di diritto per l'esistenza o la
sopravvenienza di un figlio o discendente ((...)) del testatore,
benche' postumo, ((anche)) adottivo, ovvero per il riconoscimento di
un figlio ((nato fuori del matrimonio)).

((La revocazione ha luogo anche se il figlio e' stato concepito al
tempo del testamento.))

La revocazione non ha invece luogo qualora il testatore abbia
provveduto al caso che esistessero o sopravvenissero figli o
discendenti da essi.

Se i figli o discendenti non vengono alla successione e non si fa
luogo a rappresentazione, la disposizione ha il suo effetto.
CAPO VI
Delle sostituzioni
Sezione I
Della sostituzione ordinaria

Art. 688.

(Casi di sostituzione ordinaria).

Il testatore puo' sostituire all'erede istituito altra persona per
il caso che il primo non possa o non voglia accettare l'eredita'.

Se il testatore ha disposto per uno solo di questi casi, si presume
che egli si sia voluto riferire anche a quello non espresso, salvo
che consti una sua diversa volonta'.

Art. 689.

(Sostituzione plurima. Sostituzione reciproca).

Possono sostituirsi piu' persone a una sola e una sola a piu'.

La sostituzione puo' anche essere reciproca tra i coeredi
istituiti. Se essi sono stati istituiti in parti disuguali, la
proporzione fra le quote fissate nella prima istituzione si presume
ripetuta anche nella sostituzione. Se nella sostituzione insieme con
gli istituiti e' chiamata un'altra persona, la quota vacante viene
divisa in parti uguali tra tutti i sostituiti.

Art. 690.

(Obblighi dei sostituiti).

I sostituiti devono adempiere gli obblighi imposti agli istituiti,
a meno che una diversa volonta' sia stata espressa dal testatore o si
tratti di obblighi di carattere personale.

Art. 691.

(Sostituzione ordinaria nei legati).

Le norme stabilite in questa sezione si applicano anche ai legati.

Sezione II
Della sostituzione fedecommissaria

Art. 692.

(( Sostituzione fedecommissaria. ))

((Ciascuno dei genitori o degli altri ascendenti in linea retta o
il coniuge dell'interdetto possono istituire rispettivamente il
figlio, il discendente, o il coniuge con l'obbligo di conservare e
restituire alla sua morte i beni anche costituenti la legittima, a
favore della persona o degli enti che, sotto la vigilanza del tutore,
hanno avuto cura dell'interdetto medesimo.

La stessa disposizione si applica nel caso del minore di eta', se
trovasi nelle condizioni di abituale infermita' di mente tali da far
presumere che nel termine indicato dall'articolo 416 interverra' la
pronuncia di interdizione.

Nel caso di pluralita' di persone o enti di cui al primo comma i
beni sono attribuiti proporzionalmente al tempo durante il quale gli
stessi hanno avuto cura dell'interdetto.

La sostituzione e' priva di effetto nel caso in cui l'interdizione
sia negata o il relativo procedimento non sia iniziato entro due anni
dal raggiungimento della maggiore eta' del minore abitualmente
infermo di mente. E' anche priva di effetto nel caso di revoca
dell'interdizione o rispetto alle persone o agli enti che abbiano
violato gli obblighi di assistenza.

In ogni altro caso la sostituzione e' nulla)).((40))
----------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 238, comma 1)
che "La disposizione dell'articolo 692 del codice civile si applica
anche alle successioni apertesi prima dell'entrata in vigore della
presente legge a meno che la nullita' della sostituzione non sia
stata gia' pronunziata con sentenza passata in giudicato."
Art. 693.

(Diritti e obblighi dell'istituito).

L'istituito ha il godimento e la libera amministrazione dei beni
che formano oggetto della sostituzione, e puo' stare in giudizio per
tutte le azioni relative ai beni medesimi. Egli puo' altresi'
compiere tutte le innovazioni dirette ad una migliore utilizzazione
dei beni.

All'istituito sono comuni, in quanto applicabili, le norme
concernenti l'usufruttuario.

((COMMA ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151)).
Art. 694.

(Alienazione dei beni).

L'autorita' giudiziaria puo' consentire l'alienazione dei beni che
formano oggetto della sostituzione in caso di utilita' evidente,
disponendo il reimpiego delle somme ricavate. Puo' anche essere
consentita, con le necessarie cautele, la costituzione d'ipoteche sui
beni medesimi a garanzia di crediti destinati a miglioramenti e
trasformazioni fondiarie.

Art. 695.

(Diritti dei creditori personali dell'istituito).

I creditori personali dell'istituito possono agire soltanto sui
frutti dei beni che formano oggetto della sostituzione.

Art. 696.

(( Devoluzione al sostituito. ))

((L'eredita' si devolve al sostituito al momento della morte
dell'istituito.

Se le persone o gli enti che hanno avuto cura dell'incapace muoiono
o si estinguono prima della morte di lui, i beni o la porzione dei
beni che spetterebbe loro e' devoluta ai successori legittimi
dell'incapace)).
Art. 697.

(Sostituzione fedecommissaria nei legati).

Le norme stabilite in questa sezione sono applicabili anche ai
legati.

Art. 698.

(Usufrutto successivo).

La disposizione, con la quale e' lasciato a piu' persone
successivamente l'usufrutto, una rendita o un'annualita', ha valore
soltanto a favore di quelli che alla morte del testatore si trovano
primi chiamati a goderne.

Art. 699.

(Premi di nuzialita', opere di assistenza e simili).

E' valida la disposizione testamentaria avente per oggetto
l'erogazione periodica, in perpetuo o a tempo, di somme determinate
per premi di nuzialita' o di natalita', sussidi per l'avviamento a
una professione o a un'arte, opere di assistenza, o per altri fini di
pubblica utilita', a favore di persone da scegliersi entro una
determinata categoria o tra i discendenti di determinate famiglie.
Tali annualita' possono riscattarsi secondo le norme dettate in
materia di rendita.

CAPO VII
Degli esecutori testamentari

Art. 700.

(Facolta' di nomina e di sostituzione).

Il testatore puo' nominare uno o piu' esecutori testamentari e, per
il caso che alcuni o tutti non vogliano o non possano accettare,
altro o altri in loro sostituzione.

Se sono nominati piu' esecutori testamentari, essi devono agire
congiuntamente, salvo che il testatore abbia diviso tra loro le
attribuzioni, o si tratti di provvedimento urgente per la
conservazione di un bene o di un diritto ereditario.

Il testatore puo' autorizzare l'esecutore testamentario a
sostituire altri a se stesso, qualora egli non possa continuare
nell'ufficio.

Art. 701.

(Persone capaci di essere nominate).

Non possono essere nominati esecutori testamentari coloro che non
hanno la piena capacita' di obbligarsi.

Anche un erede o un legatario puo' essere nominato esecutore
testamentario.

Art. 702.

(Accettazione e rinunzia alla nomina).

L'accettazione della nomina di esecutore testamentario o la
rinunzia alla stessa deve risultare da dichiarazione fatta nella
cancelleria del tribunale nella cui giurisdizione si e' aperta la
successione, e deve essere annotata nel registro delle
successioni.(111)((112a))

L'accettazione non puo' essere sottoposta a condizione o a termine.

L'autorita' giudiziaria, su istanza di qualsiasi interessato, puo'
assegnare all'esecutore un termine per l'accettazione, decorso il
quale l'esecutore si considera rinunziante.
----------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
----------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 703.

(Funzioni dell'esecutore testamentario).

L'esecutore testamentario deve curare che siano esattamente
eseguite le disposizioni di ultima volonta' del defunto.

A tal fine, salvo contraria volonta' del testatore, egli deve
amministrare la massa ereditaria, prendendo possesso dei beni che ne
fanno parte.

Il possesso non puo' durare piu' di un anno dalla dichiarazione di
accettazione, salvo che l'autorita' giudiziaria, per motivi di
evidente necessita', sentiti gli eredi, ne prolunghi la durata, che
non potra' mai superare un altro anno.

L'esecutore deve amministrare come un buon padre di famiglia e puo'
compiere tutti gli atti di gestione occorrenti. Quando e' necessario
alienare beni dell'eredita', ne chiede l'autorizzazione all'autorita'
giudiziaria, la quale provvede sentiti gli eredi.

Qualsiasi atto dell'esecutore testamentario non pregiudica il
diritto del chiamato a rinunziare all'eredita' o ad accettarla col
beneficio d'inventario.

Art. 704.

(Rappresentanza processuale).

Durante la gestione dell'esecutore testamentario, le azioni
relative all'eredita' devono essere proposte anche nei confronti
dell'esecutore. Questi ha facolta' d'intervenire nei giudizi promossi
dall'erede e puo' esercitare le azioni relative all'esercizio del suo
ufficio.

Art. 705.

(Apposizione di sigilli e inventario).

L'esecutore testamentario fa apporre i sigilli quando tra i
chiamati all'eredita' vi sono minori, assenti, interdetti o persone
giuridiche.

Egli in tal caso fa redigere l'inventario dei beni dell'eredita' in
presenza dei chiamati all'eredita' o dei loro rappresentanti, o dopo
averli invitati.

Art. 706.

(Divisione da compiersi dall'esecutore testamentario).

Il testatore puo' disporre che l'esecutore testamentario, quando
non e' un erede o un legatario, proceda alla divisione tra gli eredi
dei beni dell'eredita'. In questo caso si osserva il disposto
dell'art. 733.

Prima di procedere alla divisione l'esecutore testamentario deve
sentire gli eredi.

Art. 707.

(Consegna dei beni all'erede).

L'esecutore testamentario deve consegnare all'erede, che ne fa
richiesta, i beni dell'eredita' che non sono necessari all'esercizio
del suo ufficio.

Egli non puo' rifiutare tale consegna a causa di obbligazioni che
debba adempiere conformemente alla volonta' del testatore, o di
legati condizionali o a termine, se l'erede dimostra di averli gia'
soddisfatti, od offre idonea garanzia per l'adempimento delle
obbligazioni, dei legati o degli oneri.

Art. 708.

(Disaccordo tra piu' esecutori testamentari).

Se gli esecutori che devono agire congiuntamente non sono d'accordo
circa un atto del loro ufficio, provvede l'autorita' giudiziaria,
sentiti, se occorre, gli eredi.

Art. 709.

(Conto della gestione).

L'esecutore testamentario deve rendere il conto della sua gestione
al termine della stessa, e anche spirato l'anno della morte del
testatore, se la gestione si prolunga oltre l'anno.

Egli e' tenuto, in caso di colpa, al risarcimento dei danni verso
gli eredi e verso i legatari.

Gli esecutori testamentari, quando sono piu', rispondono
solidalmente per la gestione comune.

Il testatore non puo' esonerare l'esecutore testamentario
dall'obbligo di rendere il conto o dalla responsabilita' della
gestione.

Art. 710.

(Esonero dell'esecutore testamentario).

Su istanza di ogni interessato, l'autorita' giudiziaria puo'
esonerare l'esecutore testamentario dal suo ufficio per gravi
irregolarita' nell'adempimento dei suoi obblighi, per inidoneita'
all'ufficio o per aver commesso azione che ne menomi la fiducia.

L'autorita' giudiziaria, prima di provvedere, deve sentire
l'esecutore e puo' disporre opportuni accertamenti.

Art. 711.

(Retribuzione).

L'ufficio dell'esecutore testamentario e' gratuito. Tuttavia il
testatore puo' stabilire una retribuzione a carico dell'eredita'.

Art. 712.

(Spese).

Le spese fatte dall'esecutore testamentario per l'esercizio del suo
ufficio sono a carico dell'eredita'.
TITOLO IV
DELLA DIVISIONE
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 713.

(Facolta' di domandare la divisione).

I coeredi possono sempre domandare la divisione.

Quando pero' tutti gli eredi istituiti o alcuni di essi sono minori
di eta', il testatore puo' disporre che la divisione non abbia luogo
prima che sia trascorso un anno dalla maggiore eta' dell'ultimo nato.

Egli puo' anche disporre che la divisione dell'eredita' o di alcuni
beni di essa non abbia luogo prima che sia trascorso dalla sua morte
un termine non eccedente il quinquennio.

Tuttavia in ambedue i casi l'autorita' giudiziaria, qualora gravi
circostanze lo richiedano, puo', su istanza di uno o piu' coeredi,
consentire che la divisione si effettui senza indugio o dopo un
termine minore di quello stabilito dal testatore.

Art. 714.

(Godimento separato di parte dei beni).

Puo' domandarsi la divisione anche quando uno o piu' coeredi hanno
goduto separatamente parte dei beni ereditari, salvo che si sia
verificata l'usucapione per effetto di possesso esclusivo.

Art. 715.

(Casi d'impedimento alla divisione).

Se tra i chiamati alla successione vi e' un concepito, la divisione
non puo' aver luogo prima della nascita del medesimo. Parimenti la
divisione non puo' aver luogo durante la pendenza di un giudizio
((sulla filiazione)) di colui che, in caso di esito favorevole del
giudizio, sarebbe chiamato a succedere, ne' puo' aver luogo durante
lo svolgimento della procedura amministrativa per l'ammissione del
riconoscimento previsto dal quarto comma dell'art. 252 o per il
riconoscimento dell'ente istituito erede.

L'autorita' giudiziaria puo' tuttavia autorizzare la divisione,
fissando le opportune cautele.

La disposizione del comma precedente si applica anche se tra i
chiamati alla successione vi sono nascituri non concepiti.

Se i nascituri non concepiti sono istituiti senza determinazione di
quote, l'autorita' giudiziaria puo' attribuire agli altri coeredi
tutti i beni ereditari o parte di essi, secondo le circostanze,
disponendo le opportune cautele nell'interesse dei nascituri.
Art. 716.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))
Art. 717.

(Sospensione della divisione per ordine del giudice).

L'autorita' giudiziaria, su istanza di uno dei coeredi, puo'
sospendere, per un periodo di tempo non eccedente i cinque anni, la
divisione dell'eredita' o di alcuni beni, qualora l'immediata sua
esecuzione possa recare notevole pregiudizio al patrimonio
ereditario.

Art. 718.

(Diritto ai beni in natura).

Ciascun coerede puo' chiedere la sua parte in natura dei beni
mobili e immobili dell'eredita', salve le disposizioni degli articoli
seguenti.

Art. 719.

(Vendita dei beni per il pagamento dei debiti ereditari).

Se i coeredi aventi diritto a piu' della meta' dell'asse concordano
nella necessita' della vendita per il pagamento dei debiti e pesi
ereditari, si procede alla vendita all'incanto dei beni mobili e, se
occorre, di quei beni immobili la cui alienazione rechi minor
pregiudizio agli interessi dei condividenti.

Quando concorre il consenso di tutte le parti, la vendita puo'
seguire tra i soli condividenti e senza pubblicita', salvo che vi sia
opposizione dei legatari o dei creditori.

Art. 720.

(Immobili non divisibili).

Se nell'eredita' vi sono immobili non comodamente divisibili, o il
cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica
economia o dell'igiene, e la divisione dell'intera sostanza non puo'
effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente
essere compresi per intero, con addebito dell'eccedenza, nella
porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o
anche nelle porzioni di piu' coeredi, se questi ne richiedono
congiuntamente l'attribuzione. Se nessuno dei coeredi e' a cio'
disposto, si fa luogo alla vendita all'incanto.

Art. 721.

(Vendita degli immobili).

I patti e le condizioni della vendita degli immobili, qualora non
siano concordati dai condividenti, sono stabiliti dall'autorita'
giudiziaria.

Art. 722.

(Beni indivisibili nell'interesse della produzione nazionale).

In quanto non sia diversamente disposto dalle leggi speciali, le
disposizioni dei due articoli precedenti si applicano anche nel caso
in cui nell'eredita' vi sono beni che la legge dichiara indivisibili
nell'interesse della produzione nazionale.

Art. 723.

(Resa dei conti).

Dopo la vendita, se ha avuto luogo, dei mobili e degli immobili si
procede ai conti che i condividenti si devono rendere, alla
formazione dello stato attivo e passivo dell'eredita' e alla
determinazione delle porzioni ereditarie e dei conguagli o rimborsi
che si devono tra loro i condividenti.

Art. 724.

(Collazione e imputazione).

I coeredi tenuti a collazione, a norma del capo II di questo
titolo, conferiscono tutto cio' che e' stato loro donato.

Ciascun erede deve imputare alla sua quota le somme di cui era
debitore verso il defunto e quelle di cui e' debitore verso i coeredi
in dipendenza dei rapporti di comunione.

Art. 725.

(Prelevamenti).

Se i beni donati non sono conferiti in natura, o se vi sono debiti
da imputare alla quota di un erede a norma del secondo comma
dell'articolo precedente, gli altri eredi prelevano dalla massa
ereditaria beni in proporzione delle loro rispettive quote.

I prelevamenti, per quanto e' possibile, si formano con oggetti
della stessa natura e qualita' di quelli che non sono stati conferiti
in natura.

Art. 726.

(Stima e formazione delle parti).

Fatti i prelevamenti, si provvede alla stima di cio' che rimane
nella massa, secondo il valore venale dei singoli oggetti.

Eseguita la stima, si procede alla formazione di tante porzioni
quanti sono gli eredi o le stirpi condividenti in proporzione delle
quote.

Art. 727.

(Norme per la formazione delle porzioni).

Salvo quanto e' disposto dagli articoli 720 e 722, le porzioni
devono essere formate, previa stima dei beni, comprendendo una
quantita' di mobili, immobili e crediti di eguale natura e qualita',
in proporzione dell'entita' di ciascuna quota.

Si deve tuttavia evitare, per quanto e' possibile, il frazionamento
delle biblioteche, gallerie e collezioni che hanno un'importanza
storica, scientifica o artistica.

Art. 728.

(Conguagli in danaro).

L'ineguaglianza in natura nelle quote ereditarie si compensa con un
equivalente in danaro.

Art. 729.

(Assegnazione o attribuzione delle porzioni).

L'assegnazione delle porzioni eguali e' fatta mediante estrazione a
sorte. Per le porzioni diseguali si procede mediante attribuzione.
Tuttavia, rispetto a beni costituenti frazioni eguali di quote
diseguali, si puo' procedere per estrazione a sorte.

Art. 730.

(Deferimento delle operazioni a un notaio).

Le operazioni indicate negli articoli precedenti possono essere,
col consenso di tutti i coeredi, deferite a un notaio. La nomina di
questo, in mancanza di accordo, e' fatta con decreto dal trbunale del
luogo dell'aperta successione.(111)((112a))

Qualora sorgano contestazioni nel corso delle operazioni, esse sono
riservate e rimesse tutte insieme alla cognizione dell'autorita'
giudiziaria competente, che provvede con unica sentenza.
---------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
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AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 731.

(Suddivisioni tra stirpi).

Le norme sulla divisione dell'intero asse si osservano anche nelle
suddivisioni tra i componenti di ciascuna stirpe.

Art. 732.

(Diritto di prelazione).

Il coerede, che vuole alienare a un estraneo la sua quota o parte
di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il
prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione.
Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi
dall'ultima delle notificazioni. In mancanza della notificazione, i
coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall'acquirente e da
ogni successivo avente causa, finche' dura lo stato di comunione
ereditaria.

Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono
piu', la quota e' assegnata a tutti in parti uguali.

Art. 733.

(Norme date dal testatore per la divisione).

Quando il testatore ha stabilito particolari norme per formare le
porzioni, queste norme sono vincolanti per gli eredi, salvo che
l'effettivo valore dei beni non corrisponda alle quote stabilite dal
testatore.

Il testatore puo' disporre che la divisione si effettui secondo la
stima di persona da lui designata che non sia erede o legatario: la
divisione proposta da questa persona non vincola gli eredi, se
l'autorita' giudiziaria, su istanza di taluno di essi, la riconosce
contraria alla volonta' del testatore o manifestamente iniqua.

Art. 734.

(Divisione fatta dal testatore).

Il testatore puo' dividere i suoi beni tra gli eredi comprendendo
nella divisione anche la parte non disponibile.

Se nella divisione fatta dal testatore non sono compresi tutti i
beni lasciati al tempo della morte, i beni in essa non compresi sono
attribuiti conformemente alla legge, se non risulta una diversa
volonta' del testatore.

Art. 735.

(Preterizione di eredi e lesione di legittima).

La divisione nella quale il testatore non abbia compreso qualcuno
dei legittimari o degli eredi istituiti e' nulla.

Il coerede che e' stato leso nella quota di riserva puo' esercitare
l'azione di riduzione contro gli altri coeredi.

Art. 736.

(Consegna dei documenti).

Compiuta la divisione, si devono rimettere a ciascuno dei
condividenti i documenti relativi ai beni e diritti particolarmente
loro assegnati.

I documenti di una proprieta' che e' stata divisa rimangono a
quello che ne ha la parte maggiore, con l'obbligo di comunicarli agli
altri condividenti che vi hanno interesse, ogni qualvolta se ne
faccia richiesta. Gli stessi documenti, se la proprieta' e' divisa in
parti eguali, e quelli comuni all'intera eredita' si consegnano alla
persona scelta a tal fine da tutti gli interessati, la quale ha
obbligo di comunicarli a ciascuno di essi, a ogni loro domanda. Se vi
e' contrasto nella scelta, la persona e' determinata con decreto dal
tribunale del luogo dell'aperta successione, su ricorso di alcuno
degli interessati, sentiti gli altri.(111)((112a))
--------------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
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AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
CAPO II
Della collazione

Art. 737.

Soggetti tenuti alla collazione.

I figli ((...)) e i loro discendenti ((...)) ed il coniuge che
concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto cio'
che hanno ricevuto dal defunto per donazione direttamente o
indirettamente salvo che il defunto non li abbia da cio'
dispensati.(216)

La dispensa da collazione non produce effetto se non nei limiti
della quota disponibile.
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AGGIORNAMENTO (216)
La L. 10 dicembre 2012, n. 219 ha disposto (con l'art. 1, comma 11)
che "Nel codice civile, le parole: «figli legittimi» e «figli
naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente:
«figli»."
Art. 738.

(( Limiti della collazione per il coniuge. ))

((Non sono soggetti a collazione le donazioni di modico valore
fatte al coniuge)).
Art. 739.

(Donazioni ai discendenti o al coniuge dell'erede. Donazioni a
coniugi).

L'erede non e' tenuto a conferire le donazioni fatte ai suoi
discendenti o al coniuge, ancorche' succedendo a costoro ne abbia
conseguito il vantaggio.

Se le donazioni sono state fatte congiuntamente a coniugi di cui
uno e' discendente del donante, la sola porzione a questo donata e'
soggetta a collazione.

Art. 740.

(( Donazioni fatte all'ascendente dell'erede. ))

((Il discendente che succede per rappresentazione deve conferire
cio' che e' stato donato all'ascendente, anche nel caso in cui abbia
rinunziato all'eredita' di questo)).
Art. 741.

(( Collazione di assegnazioni varie. ))

((E' soggetto a collazione cio' che il defunto ha speso a favore
dei suoi discendenti per assegnazioni fatte a causa di matrimonio,
per avviarli all'esercizio di una attivita' produttiva o
professionale, per soddisfare premi relativi a contratti di
assicurazione sulla vita a loro favore o per pagare i loro debiti)).
Art. 742.

(Spese non soggette a collazione).

Non sono soggette a collazione le spese di mantenimento e di
educazione e quelle sostenute per malattia, ne' quelle ordinarie
fatte per abbigliamento o per nozze.

Le spese per il corredo nuziale e quelle per l'istruzione artistica
o professionale sono soggette a collazione solo per quanto eccedono
notevolmente la misura ordinaria, tenuto conto delle condizioni
economiche del defunto.

Non sono soggette a collazione le liberalita' previste dal secondo
comma dell'art. 770.

Art. 743.

(Societa' contratta con l'erede).

Non e' dovuta collazione di cio' che si e' conseguito per effetto
di societa' contratta senza frode tra il defunto e alcuno dei suoi
eredi, se le condizioni sono state regolate con atto di data certa.

Art. 744.

(Perimento della cosa donata).

Non e' soggetta a collazione la cosa perita per causa non
imputabile al donatario.

Art. 745.

(Frutti e interessi).

I frutti delle cose e gli interessi sulle somme soggette a
collazione non sono dovuti che dal giorno in cui si e' aperta la
successione.

Art. 746.

(Collazione d'immobili).

La collazione di un bene immobile si fa o col rendere il bene in
natura o con l'imputarne il valore alla propria porzione, a scelta di
chi conferisce.

Se l'immobile e' stato alienato o ipotecato, la collazione si fa
soltanto con l'imputazione.

Art. 747.

(Collazione per imputazione).

La collazione per imputazione si fa avuto riguardo al valore
dell'immobile al tempo dell'aperta successione.

Art. 748.

(Miglioramenti, spese e deterioramenti).

In tutti i casi, si deve dedurre a favore del donatario il valore
delle migliorie apportate al fondo nei limiti del loro valore al
tempo dell'aperta successione.

Devono anche computarsi a favore del donatario le spese
straordinarie da lui sostenute per la conservazione della cosa, non
cagionate da sua colpa.

Il donatario dal suo canto e' obbligato per i deterioramenti che,
per sua colpa, hanno diminuito il valore dell'immobile.

Il coerede che conferisce un immobile in natura puo' ritenerne il
possesso sino all'effettivo rimborso delle somme che gli sono dovute
per spese e miglioramenti.

Art. 749.

(Miglioramenti e deterioramenti dell'immobile alienato).

Nel caso in cui l'immobile e' stato alienato dal donatario, i
miglioramenti e i deterioramenti fatti dall'acquirente devono essere
computati a norma dell'articolo precedente.

Art. 750.

(Collazione di mobili).

La collazione dei mobili si fa soltanto per imputazione, sulla base
del valore che essi avevano al tempo dell'aperta successione.

Se si tratta di cose delle quali non si puo' far uso senza
consumarle, e il donatario le ha gia' consumate, si determina il
valore che avrebbero avuto secondo il prezzo corrente al tempo
dell'aperta successione.

Se si tratta di cose che con l'uso si deteriorano, il loro valore
al tempo dell'aperta successione e' stabilito con riguardo allo stato
in cui si trovano.

La determinazione del valore dei titoli dello Stato, degli altri
titoli di credito quotati in borsa e delle derrate e delle merci il
cui prezzo corrente e' stabilito dalle mercuriali, si fa in base ai
listini di borsa e alle mercuriali del tempo dell'aperta successione.

Art. 751.

(Collazione del danaro).

La collazione del danaro donato si fa prendendo una minore
quantita' del danaro che si trova nell'eredita', secondo il valore
legale della specie donata o di quella ad essa legalmente sostituita
all'epoca dell'aperta successione.

Quando tale danaro non basta e il donatario non vuole conferire
altro danaro o titoli dello Stato, sono prelevati mobili o immobili
ereditari, in proporzione delle rispettive quote.

CAPO III
Del pagamento dei debiti

Art. 752.

(Ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi).

I coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi
ereditari in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il
testatore abbia altrimenti disposto.

Art. 753.

(Immobili gravati da rendita redimibile).

Ogni coerede, quando i beni immobili dell'eredita' sono gravati con
ipoteca da una prestazione di rendita redimibile, puo' chiedere che
gli immobili ne siano affrancati e resi liberi prima che si proceda
alla formazione delle quote ereditarie. Se uno dei coeredi si oppone,
decide l'autorita' giudiziaria. Se i coeredi dividono l'eredita'
nello stato in cui si trova, l'immobile gravato deve stimarsi con gli
stessi criteri con cui si stimano gli altri beni immobili, detratto
dal valore di esso il capitale corrispondente alla prestazione,
secondo le norme relative al riscatto della rendita, salvo che esista
un patto speciale intorno al capitale da corrispondersi per
l'affrancazione.

Alla prestazione della rendita e' tenuto solo l'erede, nella cui
quota cade detto immobile, con l'obbligo di garantire i coeredi.

Art. 754.

(Pagamento dei debiti e rivalsa).

Gli eredi sono tenuti verso i creditori al pagamento dei debiti e
pesi ereditari personalmente in proporzione della loro quota
ereditaria e ipotecariamente per l'intero. Il coerede che ha pagato
oltre la parte a lui incombente puo' ripetere dagli altri coeredi
soltanto la parte per cui essi devono contribuire a norma
dell'articolo 752, quantunque si sia fatto surrogare nei diritti dei
creditori.

Il coerede conserva la facolta' di chiedere il pagamento del
credito a lui personale e garantito da ipoteca, non diversamente da
ogni altro creditore, detratta la parte che deve sopportare come
coerede.

Art. 755.

(Quota di debito ipotecario non pagata da un coerede).

In caso d'insolvenza di un coerede, la sua quota di debito
ipotecario e' ripartita in proporzione tra tutti gli altri coeredi.

Art. 756.

(Esenzione del legatario dal pagamento dei debiti).

Il legatario non e' tenuto a pagare i debiti ereditari, salvo ai
creditori l'azione ipotecaria sul fondo legato e l'esercizio del
diritto di separazione; ma il legatario che ha estinto il debito di
cui era gravato il fondo legato subentra nelle ragioni del creditore
contro gli eredi.

CAPO IV
Degli effetti della divisione e della garanzia delle quote

Art. 757.

(Diritto dell'erede sulla propria quota).

Ogni coerede e' reputato solo e immediato successore in tutti i
beni componenti la sua quota o a lui pervenuti dalla successione,
anche per acquisto all'incanto, e si considera come se non avesse mai
avuto la proprieta' degli altri beni ereditari.

Art. 758.

(Garanzia tra coeredi).

I coeredi si devono vicendevole garanzia per le sole molestie ed
evizioni derivanti da causa anteriore alla divisione.

La garanzia non ha luogo, se e' stata esclusa con clausola espressa
nell'atto di divisione, o se il coerede soffre l'evizione per propria
colpa.

Art. 759.

(Evizione subita da un coerede).

Se alcuno dei coeredi subisce evizione, il valore del bene evitto,
calcolato al momento dell'evizione, deve essere ripartito tra tutti i
coeredi ai fini della garanzia stabilita dall'articolo precedente, in
proporzione del valore che i beni attribuiti a ciascuno di essi hanno
al tempo dell'evizione e tenuto conto dello stato in cui si trovano
al tempo della divisione.

Se uno dei coeredi e' insolvente, la parte per cui e' obbligato
deve essere egualmente ripartita tra l'erede che ha sofferto
l'evizione e tutti gli eredi solventi.
Art. 760.

(Inesigibilita' di crediti).

Non e' dovuta garanzia per l'insolvenza del debitore di un credito
assegnato a uno dei coeredi, se l'insolvenza e' sopravvenuta soltanto
dopo che e' stata fatta la divisione.

La garanzia della solvenza del debitore di una rendita e' dovuta
per i cinque anni successivi alla divisione.

CAPO V
Dell'annullamento e della rescissione in materia di divisione

Art. 761.

(Annullamento per violenza o dolo).

La divisione puo' essere annullata quando e' l'effetto di violenza
o di dolo.

L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui e' cessata
la violenza o in cui il dolo e' stato scoperto.

Art. 762.

(Omissione di beni ereditari).

L'omissione di uno o piu' beni dell'eredita' non da' luogo a
nullita' della divisione, ma soltanto a un supplemento della
divisione stessa.

Art. 763.

(Rescissione per lesione).

La divisione puo' essere rescissa quando taluno dei coeredi prova
di essere stato leso oltre il quarto.

La rescissione e' ammessa anche nel caso di divisione fatta dal
testatore, quando il valore dei beni assegnati ad alcuno dei coeredi
e' inferiore di oltre un quarto all'entita' della quota ad esso
spettante.

L'azione si prescrive in due anni dalla divisione.

Art. 764.

(Atti diversi dalla divisione).

L'azione di rescissione e' anche ammessa contro ogni altro atto che
abbia per effetto di far cessare tra i coeredi la comunione dei beni
ereditari.

L'azione non e' ammessa contro la transazione con la quale si e'
posta fine alle questioni insorte a causa della divisione o dell'atto
fatto in luogo della medesima, ancorche' non fosse al riguardo
incominciata alcuna lite.

Art. 765.

(Vendita del diritto ereditario fatta al coerede).

L'azione di rescissione non e' ammessa contro la vendita del
diritto ereditario fatta senza frode a uno dei coeredi, a suo rischio
e pericolo, da parte degli altri coeredi o di uno di essi.

Art. 766.

(Stima dei beni).

Per conoscere se vi e' lesione si procede alla stima dei beni
secondo il loro stato e valore al tempo della divisione.

Art. 767.

(Facolta' del coerede di dare il supplemento).

Il coerede contro il quale e' promossa l'azione di rescissione puo'
troncarne il corso e impedire una nuova divisione, dando il
supplemento della porzione ereditaria, in danaro o in natura,
all'attore e agli altri coeredi che si sono a lui associati.

Art. 768.

(Alienazione della porzione ereditaria).

Il coerede che ha alienato la sua porzione o una parte di essa non
e' piu' ammesso a impugnare la divisione per dolo o violenza, se
l'alienazione e' seguita quando il dolo era stato scoperto o la
violenza era cessata.

Il coerede non perde il diritto di proporre l'impugnazione, se la
vendita e' limitata a oggetti di facile deterioramento o di valore
minimo in rapporto alla quota.
((Capo V-bis))
((Del patto di famiglia))

Art. 768-bis.

(( (Nozione) )).

((E' patto di famiglia il contratto con cui, compatibilmente con le
disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle
differenti tipologie societarie, l'imprenditore trasferisce, in tutto
o in parte, l'azienda, e il titolare di partecipazioni societarie
trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o piu'
discendenti.))
Art. 768-ter.

(( (Forma). ))

((A pena di nullita' il contratto deve essere concluso per atto
pubblico.))
Art. 768-quater.

(( (Partecipazione). ))

((Al contratto devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro
che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la
successione nel patrimonio dell'imprenditore.

Gli assegnatari dell'azienda o delle partecipazioni societarie
devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non
vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma
corrispondente al valore delle quote previste dagli articoli 536 e
seguenti; i contraenti possono convenire che la liquidazione, in
tutto o in parte, avvenga in natura.

I beni assegnati con lo stesso contratto agli altri partecipanti
non assegnatari dell'azienda, secondo il valore attribuito in
contratto, sono imputati alle quote di legittima loro spettanti;
l'assegnazione puo' essere disposta anche con successivo contratto
che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purche' vi
intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo
contratto o coloro che li abbiano sostituiti.

Quanto ricevuto dai contraenti non e' soggetto a collazione o a
riduzione.))
Art. 768-quinquies.

(( (Vizi del consenso). ))

((Il patto puo' essere impugnato dai partecipanti ai sensi degli
articoli 1427 e seguenti.

L'azione si prescrive nel termine di un anno.))
Art. 768-sexies.

(( (Rapporti con i terzi). ))

((All'apertura della successione dell'imprenditore, il coniuge e
gli altri legittimari che non abbiano partecipato al contratto
possono chiedere ai beneficiari del contratto stesso il pagamento
della somma prevista dal secondo comma dell'articolo 768-quater,
aumentata degli interessi legali.

L'inosservanza delle disposizioni del primo comma costituisce
motivo di impugnazione ai sensi dell'articolo 768-quinquies.))
Art. 768-septies.

(( (Scioglimento). ))

((Il contratto puo' essere sciolto o modificato dalle medesime
persone che hanno concluso il patto di famiglia nei modi seguenti:
1) mediante diverso contratto, con le medesime caratteristiche e
i medesimi presupposti di cui al presente capo;
2) mediante recesso, se espressamente previsto nel contratto
stesso e, necessariamente, attraverso dichiarazione agli altri
contraenti certificata da un notaio.))
Art. 768-octies.

(( (Controversie). ))

((Le controversie derivanti dalle disposizioni di cui al presente
capo sono devolute preliminarmente a uno degli organismi di
conciliazione previsti dall'articolo 38 del decreto legislativo 17
gennaio 2003, n. 5)).
TITOLO V
DELLE DONAZIONI
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 769.

(Definizione).

La donazione e' il contratto col quale, per spirito di liberalita',
una parte arricchisce l'altra, disponendo a favore di questa di un
suo diritto o assumendo verso la stessa un'obbligazione.

Art. 770.

(Donazione rimuneratoria).

E' donazione anche la liberalita' fatta per riconoscenza o in
considerazione dei meriti del donatario o per speciale rimunerazione.

Non costituisce donazione la liberalita' che si suole fare in
occasione di servizi resi o comunque in conformita' agli usi.

Art. 771.

(Donazione di beni futuri).

La donazione non puo' comprendere che i beni presenti del donante.
Se comprende beni futuri, e' nulla rispetto a questi, salvo che si
tratti di frutti non ancora separati.

Qualora oggetto della donazione sia un'universalita' di cose e il
donante ne conservi il godimento trattenendola presso di se', si
considerano comprese nella donazione anche le cose che vi si
aggiungono successivamente, salvo che dall'atto risulti una diversa
volonta'.

Art. 772.

(Donazione di prestazioni periodiche).

La donazione che ha per oggetto prestazioni periodiche si estingue
alla morte del donante, salvo che risulti dall'atto una diversa
volonta'.
Art. 773.

(Donazione a piu' donatari).

La donazione fatta congiuntamente a favore di piu' donatari
s'intende fatta per parti uguali, salvo che dall'atto risulti una
diversa volonta'.

E' valida la clausola con cui il donante dispone che, se uno dei
donatari non puo' o non vuole accettare, la sua parte si accresca
agli altri.
CAPO II
Della capacita' di disporre e di ricevere per donazione

Art. 774.

(Capacita' di donare).

Non possono fare donazione coloro che non hanno la piena capacita'
di disporre dei propri beni. E' tuttavia valida la donazione fatta
dal minore e dall'inabilitato nel loro contratto di matrimonio a
norma degli articoli 165 e 166.

Le disposizioni precedenti si applicano anche al minore emancipato
autorizzato all'esercizio di un'impresa commerciale.

Art. 775.

(Donazione fatta da persona incapace d'intendere o di volere).

La donazione fatta da persona che, sebbene non interdetta, si provi
essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace
d'intendere o di volere al momento in cui la donazione e' stata
fatta, puo' essere annullata su istanza del donante, dei suoi eredi o
aventi causa.

L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui la donazione
e' stata fatta.
Art. 776.

(Donazione fatta dall'inabilitato).

La donazione fatta dall'inabilitato, anche se anteriore alla
sentenza d'inabilitazione o alla nomina del curatore provvisorio,
puo' essere annullata se fatta dopo che e' stato promosso il giudizio
d'inabilitazione.

Il curatore dell'inabilitato per prodigalita' puo' chiedere
l'annullamento della donazione, anche se fatta nei sei mesi anteriori
all'inizio del giudizio d'inabilitazione.

Art. 777.

(Donazioni fatte da rappresentanti di persone incapaci).

Il padre e il tutore non possono fare donazioni per la persona
incapace da essi rappresentata.

Sono consentite, con le forme abilitative richieste, le liberalita'
in occasione di nozze a favore dei discendenti dell'interdetto o
dell'inabilitato.
Art. 778.

(Mandato a donare).

E' nullo il mandato con cui si attribuisce ad altri la facolta' di
designare la persona del donatario o di determinare l'oggetto della
donazione.

E' peraltro valida la donazione a favore di persona che un terzo
scegliera' tra piu' persone designate dal donante o appartenenti a
determinate categorie, o a favore di una persona giuridica tra quelle
indicate dal donante stesso.

E' del pari valida la donazione che ha per oggetto una cosa che un
terzo determinera' tra piu' cose indicate dal donante o entro i
limiti di valore dal donante stesso stabiliti.

Art. 779.

(Donazione a favore del tutore o protutore).

E' nulla la donazione a favore di chi e' stato tutore o protutore
del donante, se fatta prima che sia stato approvato il conto o sia
estinta l'azione per il rendimento del conto medesimo.

Si applicano le disposizioni dell'art. 599.

Art. 780.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151))((40))
----------------
AGGIORNAMENTO (40)
La L. 19 maggio 1975, n. 151 ha disposto (con l'art. 239, comma 1)
che "Dall'entrata in vigore della presente legge non puo' essere piu'
pronunziata la nullita' prevista dall'abrogato articolo 780 del
codice civile rispetto agli atti anteriori."
Art. 781.

(Donazione tra coniugi).

I coniugi non possono, durante il matrimonio, farsi l'uno all'altro
alcuna liberalita', salve quelle conformi agli usi.((31))
---------------
AGGIORNAMENTO (31)
La Corte Costituzionale con sentenza 14 - 27 giugno 1973 n. 91 (in
G.U. 1a s.s. 27/06/1973 n. 169) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'articolo 781 del codice civile."
CAPO III
Della forma e degli effetti della donazione

Art. 782.

(Forma della donazione).

La donazione deve essere fatta per atto pubblico, sotto pena di
nullita'. Se ha per oggetto cose mobili, essa non e' valida che per
quelle specificate con indicazione del loro valore nell'atto medesimo
della donazione, ovvero in una nota a parte sottoscritta dal donante,
dal donatario e dal notaio.

L'accettazione puo' essere fatta nell'atto stesso o con atto
pubblico posteriore. In questo caso la donazione non e' perfetta se
non dal momento in cui l'atto di accettazione e' notificato al
donante.

Prima che la donazione sia perfetta, tanto il donante quanto il
donatario possono revocare la loro dichiarazione.

((COMMA ABROGATO DALLA L. 15 MAGGIO 1997, N. 127 COME MODIFICATA
DALLA L. 22 GIUGNO 2000, N. 192)).((123))
---------------
AGGIORNAMENTO (123)
La L. 15 maggio 1997, n. 127 come modificata dalla L. 22 giugno
2000, n. 192 ha disposto (con l'art. 13, comma 2) che "Le
disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle acquisizioni
deliberate o verificatesi in data anteriore a quella di entrata in
vigore della presente legge".
Art. 783.

(Donazioni di modico valore).

La donazione di modico valore che ha per oggetto beni mobili e'
valida anche se manca l'atto pubblico, purche' vi sia stata la
tradizione.

La modicita' deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni
economiche del donante.

Art. 784.

(Donazione a nascituri).

La donazione puo' essere fatta anche a favore di chi e' soltanto
concepito, ovvero a favore dei figli di una determinata persona
vivente al tempo della donazione, benche' non ancora concepiti.

L'accettazione della donazione a favore di nascituri benche' non
concepiti, e' regolata dalle disposizioni degli articoli 320 e 321.

Salvo diversa disposizione del donante, l'amministrazione dei beni
donati spetta al donante o ai suoi eredi, i quali possono essere
obbligati a prestare idonea garanzia. I frutti maturati prima della
nascita sono riservati al donatario se la donazione e' fatta a favore
di un nascituro gia' concepito. Se e' fatta a favore di un non
concepito, i frutti sono riservati al donante sino al momento della
nascita del donatario.
Art. 785.

(Donazione in riguardo di matrimonio).

La donazione fatta in riguardo di un determinato futuro matrimonio,
sia dagli sposi tra loro, sia da altri a favore di uno o di entrambi
gli sposi o dei figli nascituri da questi, si perfeziona senza
bisogno che sia accettata, ma non produce effetto finche' non segua
il matrimonio.

L'annullamento del matrimonio importa la nullita' della donazione.
Restano tuttavia salvi i diritti acquistati dai terzi di buona fede
tra il giorno del matrimonio e il passaggio in giudicato della
sentenza che dichiara la nullita' del matrimonio. Il coniuge di buona
fede non e' tenuto a restituire i frutti percepiti anteriormente alla
domanda di annullamento del matrimonio.

La donazione in favore di figli nascituri rimane efficace per i
figli rispetto ai quali si verificano gli effetti del matrimonio
putativo.

Art. 786.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 15 MAGGIO 1997, N. 127, COME MODIFICATA
DALLA L. 22 GIUGNO 2000, N. 192))((123))
----------------
AGGIORNAMENTO (123)
La L. 15 maggio 1997, n. 127, come modificata dalla L. 22 giugno
2000, n. 192 ha disposto (con l'art. 13, comma 1) che "Le
disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle acquisizioni
deliberate o verificatesi in data anteriore a quella di entrata in
vigore della presente legge".
Art. 787.

(Errore sul motivo della donazione).

La donazione puo' essere impugnata per errore sul motivo, sia esso
di fatto o di diritto, quando il motivo risulta dall'atto ed e' il
solo che ha determinato il donante a compiere la liberalita'.

Art. 788.

(Motivo illecito).

Il motivo illecito rende nulla la donazione quando risulta
dall'atto ed e' il solo che ha determinato il donante alla
liberalita'.

Art. 789.

(Inadempimento o ritardo nell'esecuzione).

Il donante, in caso d'inadempimento o di ritardo nell'eseguire la
donazione, e' responsabile soltanto per dolo o per colpa grave.

Art. 790.

(Riserva di disporre di cose determinate).

Quando il donante si e' riservata la facolta' di disporre di
qualche oggetto compreso nella donazione o di una determinata somma
sui beni donati, e muore senza averne disposto, tale facolta' non
puo' essere esercitata dagli eredi.

Art. 791.

(Condizione di riversibilita').

Il donante puo' stipulare la riversibilita' delle cose donate, sia
per il caso di premorienza del solo donatario, sia per il caso di
premorienza del donatario e dei suoi discendenti.

Nel caso in cui la donazione e' fatta con generica indicazione
della riversibilita', questa riguarda la premorienza, non solo del
donatario, ma anche dei suoi discendenti.

Non si fa luogo a riversibilita' che a beneficio del solo donante.
Il patto a favore di altri si considera non apposto.

Art. 792.

(Effetti della riversibilita').

Il patto di riversibilita' produce l'effetto di risolvere tutte le
alienazioni dei beni donati e di farli ritornare al donante liberi da
ogni peso o ipoteca, ad eccezione dell'ipoteca iscritta a garanzia
della dote o di altre convenzioni matrimoniali, quando gli altri beni
del coniuge donatario non sono sufficienti, e nel caso soltanto in
cui la donazione e' stata fatta con lo stesso contratto matrimoniale
da cui l'ipoteca risulta.

E' valido il patto per cui la riversione non deve pregiudicare la
quota di riserva spettante al coniuge superstite sul patrimonio del
donatario, compresi in esso i beni donati.

Art. 793.

(Donazione modale).

La donazione puo' essere gravata da un onere.

Il donatario e' tenuto all'adempimento dell'onere entro i limiti
del valore della cosa donata.

Per l'adempimento dell'onere puo' agire, oltre il donante,
qualsiasi interessato, anche durante la vita del donante stesso.

La risoluzione per inadempimento dell'onere, se preveduta nell'atto
di donazione, puo' essere domandata dal donante o dai suoi eredi.

Art. 794.

(Onere illecito o impossibile).

L'onere illecito o impossibile si considera non apposto; rende
tuttavia nulla la donazione se ne ha costituito il solo motivo
determinante.

Art. 795.

(Divieto di sostituzione).

Nelle donazioni non sono permesse le sostituzioni se non nei casi e
nei limiti stabiliti per gli atti di ultima volonta'.

La nullita' delle sostituzioni non importa nullita' della
donazione.

Art. 796.

(Riserva di usufrutto).

E' permesso al donante di riservare l'usufrutto dei beni donati a
proprio vantaggio, e dopo di lui a vantaggio di un'altra persona o
anche di piu' persone, ma non successivamente.
Art. 797.

(Garanzia per evizione).

Il donante e' tenuto a garanzia verso il donatario, per l'evizione
che questi puo' soffrire delle cose donate, nei casi seguenti:
1) se ha espressamente promesso la garanzia;
2) se l'evizione dipende dal dolo o dal fatto personale di lui;
3) se si tratta di donazione che impone oneri al donatario, o di
donazione rimuneratoria, nei quali casi la garanzia e' dovuta fino
alla concorrenza dell'ammontare degli oneri o dell'entita' delle
prestazioni ricevute dal donante.
Art. 798.

(Responsabilita' per vizi della cosa).

Salvo patto speciale, la garanzia del donante non si estende ai
vizi della cosa, a meno che il donante sia stato in dolo.

Art. 799.

(Conferma ed esecuzione volontaria di donazioni nulle).

La nullita' della donazione, da qualunque causa dipenda, non puo'
essere fatta valere dagli eredi o aventi causa dal donante che,
conoscendo la causa della nullita', hanno, dopo la morte di lui,
confermato la donazione o vi hanno dato volontaria esecuzione.

CAPO IV
Della revocazione delle donazioni

Art. 800.

(Cause di revocazione).

La donazione puo' essere revocata per ingratitudine o per
sopravvenienza di figli.

Art. 801.

(Revocazione per ingratitudine).

La domanda di revocazione per ingratitudine non puo' essere
proposta che quando il donatario ha commesso uno dei fatti previsti
dai numeri 1, 2 e 3 dell'art. 463, ovvero si e' reso colpevole
d'ingiuria grave verso il donante o ha dolosamente arrecato grave
pregiudizio al patrimonio di lui o gli ha rifiutato indebitamente gli
alimenti dovuti ai sensi degli articoli 433, 435 e 436.

Art. 802.

(Termini e legittimazione ad agire).

La domanda di revocazione per causa d'ingratitudine deve essere
proposta dal donante o dai suoi eredi, contro il donatario o i suoi
eredi, entro l'anno dal giorno in cui il donante e' venuto a
conoscenza del fatto che consente la revocazione.

Se il donatario si e' reso responsabile di omicidio volontario in
persona del donante o gli ha dolosamente impedito di revocare la
donazione, il termine per proporre l'azione e' di un anno dal giorno
in cui gli eredi hanno avuto notizia della causa di revocazione.

Art. 803.

(( Revocazione per sopravvenienza di figli ))

((Le donazioni fatte da chi non aveva o ignorava di avere figli o
discendenti al tempo della donazione, possono essere revocate per la
sopravvenienza o l'esistenza di un figlio o discendente del donante.
Possono inoltre essere revocate per il riconoscimento di un figlio,
salvo che si provi che al tempo della donazione il donante aveva
notizia dell'esistenza del figlio.

La revocazione puo' essere domandata anche se il figlio del donante
era gia' concepito al tempo della donazione.))
-------------
AGGIORNAMENTO (122)
La Corte Costituzionale con sentenza 22 giugno-3 luglio 2000 n. 250
(in G.U. 1a s.s. 05/07/2000 n. 28) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 803, primo comma, del codice civile, nella
parte in cui prevede che - in caso di sopravvenienza di un figlio
naturale - la donazione possa essere revocata solo se il
riconoscimento del figlio sia intervenuto entro due anni dalla
donazione."
Art. 804.

(Termine per l'azione).

L'azione di revocazione per sopravvenienza di figli deve essere
proposta entro cinque anni dal giorno della nascita dell'ultimo
figlio ((nato nel matrimonio)) o discendente ((...)) ovvero della
notizia dell'esistenza del figlio o discendente, ovvero dell'avvenuto
riconoscimento del figlio ((nato fuori del matrimonio)).

Il donante non puo' proporre o proseguire l'azione dopo la morte
del figlio o del discendente.
Art. 805.

(Donazioni irrevocabili).

Non possono revocarsi per causa d'ingratitudine, ne' per
sopravvenienza di figli, le donazioni rimuneratorie e quelle fatte in
riguardo di un determinato matrimonio.

Art. 806.

(Inammissibilita' della rinunzia preventiva).

Non e' valida la rinunzia preventiva alla revocazione della
donazione per ingratitudine o per sopravvenienza di figli.

Art. 807.

(Effetti della revocazione).

Revocata la donazione per ingratitudine o sopravvenienza di figli,
il donatario deve restituire i beni in natura, se essi esistono
ancora, e i frutti relativi, a partire dal giorno della domanda.

Se il donatario ha alienato i beni, deve restituirne il valore,
avuto riguardo al tempo della domanda, e i frutti relativi, a partire
dal giorno della domanda stessa.

Art. 808.

(Effetti nei riguardi dei terzi).

La revocazione per ingratitudine o per sopravvenienza di figli non
pregiudica i terzi che hanno acquistato diritti anteriormente alla
domanda, salvi gli effetti della trascrizione di questa.

Il donatario, che prima della trascrizione della domanda di
revocazione ha costituito sui beni donati diritti reali che ne
diminuiscono il valore, deve indennizzare il donante della
diminuzione di valore sofferta dai beni stessi.

Art. 809.

(Norme sulle donazioni applicabili ad altri atti di liberalita').

Le liberalita', anche se risultano da atti diversi da quelli
previsti dall'art. 769, sono soggette alle stesse norme che regolano
la revocazione delle donazioni per causa d'ingratitudine e per
sopravvenienza di figli, nonche' a quelle sulla riduzione delle
donazioni per integrare la quota dovuta ai legittimari.

Questa disposizione non si applica alle liberalita' previste dal
secondo comma dell'art. 770 e a quelle che a norma dell'art. 742 non
sono soggette a collazione.

LIBRO TERZO
DELLA PROPRIETA'
TITOLO I
DEI BENI
CAPO I
Dei beni in generale

Art. 810.

(Nozione).

Sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti.

Sezione I
Dei beni nell'ordine corporativo

Art. 811.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D. LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N.
287))
Sezione II
Dei beni immobili e mobili

Art. 812.

(Distinzione dei beni).

Sono beni immobili il suolo, le sorgenti e i corsi d'acqua, gli
alberi, gli edifici e le altre costruzioni, anche se unite al suolo a
scopo transitorio, e in genere tutto cio' che naturalmente o
artificialmente e' incorporato al suolo.

Sono reputati immobili i mulini, i bagni e gli altri edifici
galleggianti quando sono saldamente assicurati alla riva o all'alveo
o sono destinati ad esserlo in modo permanente per la loro
utilizzazione.

Sono mobili tutti gli altri beni.

Art. 813.

(Distinzione dei diritti).

Salvo che dalla legge risulti diversamente, le disposizioni
concernenti i beni immobili si applicano anche ai diritti reali che
hanno per oggetto beni immobili e alle azioni relative; le
disposizioni concernenti i beni mobili si applicano a tutti gli altri
diritti.

Art. 814.

(Energie).

Si considerano beni mobili le energie naturali che hanno valore
economico.

Art. 815.

(Beni mobili iscritti in pubblici registri).

I beni mobili iscritti in pubblici registri sono soggetti alle
disposizioni che li riguardano e, in mancanza, elle disposizioni
relative ai beni mobili.

Art. 816.

(Universalita' di mobili).

E' considerata universalita' di mobili la pluralita' di cose che
appartengono alla stessa persona e hanno una destinazione unitaria.

Le singole cose componenti l'universalita' possono formare oggetto
di separati atti e rapporti giuridici.

Art. 817.

(Pertinenze).

Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad
ornamento di un'altra cosa.

La destinazione puo' essere effettuata dal proprietario della cosa
principale o da chi ha un diritto reale sulla medesima.

Art. 818.

(Regime delle pertinenze).

Gli atti e i rapporti giuridici che hanno per oggetto la cosa
principale comprendono anche le pertinenze, se non e' diversamente
disposto.

Le pertinenze possono formare oggetto di separati atti o rapporti
giuridici.

La cessazione della qualita' di pertinenza non e' opponibile ai
terzi i quali abbiano anteriormente acquistato diritti sulla cosa
principale.

Art. 819.

(Diritti dei terzi sulle pertinenze).

La destinazione di una cosa al servizio o all'ornamento di un'altra
non pregiudica i diritti preesistenti su di essa a favore dei terzi.
Tali diritti non possono essere opposti ai terzi di buona fede se non
risultano da scrittura avente data certa anteriore, quando la cosa
principale e' un bene immobile o un bene mobile iscritto in pubblici
registri.

Sezione III
Dei frutti

Art. 820.

(Frutti naturali e frutti civili).

Sono frutti naturali quelli che provengono direttamente dalla cosa,
vi concorra o no l'opera dell'uomo, come i prodotti agricoli, la
legna, i parti degli animali, i prodotti delle miniere, cave e
torbiere.

Finche' non avviene la separazione, i frutti formano parte della
cosa. Si puo' tuttavia disporre di essi come di cosa mobile futura.

Sono frutti civili quelli che si ritraggono dalla cosa come
corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Tali sono gli
interessi dei capitali, i canoni enfiteutici, le rendite vitalizie e
ogni altra rendita, il corrispettivo delle locazioni.

Art. 821.

(Acquisto dei frutti).

I frutti naturali appartengono al proprietario della cosa che li
produce, salvo che la loro proprieta' sia attribuita ad altri. In
quest'ultimo caso la proprieta' si acquista con la separazione.

Chi fa propri i frutti deve, nei limiti del loro valore, rimborsare
colui che abbia fatto spese per la produzione e il raccolto.

I frutti civili si acquistano giorno per giorno, in ragione della
durata del diritto.

CAPO II
Dei beni appartenenti allo Stato, agli enti pubblici e agli enti ecclesiastici

Art. 822.

(Demanio pubblico).

Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido
del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i
laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia; le
opere destinate alla difesa nazionale.

Fanno parimenti parte del demanio pubblico, se appartengono allo
Stato, le strade, le autostrade e le strade ferrate; gli aerodromi;
gli acquedotti; gli immobili riconosciuti d'interesse storico,
archeologico e artistico a norma delle leggi in materia; le raccolte
dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche; e
infine gli altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime
proprio del demanio pubblico.

Art. 823.

(Condizione giuridica del demanio pubblico).

I beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non
possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi
e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano.

Spetta all'autorita' amministrativa la tutela dei beni che fanno
parte del demanio pubblico. Essa ha facolta' sia di procedere in via
amministrativa, sia di valersi dei mezzi ordinari a difesa della
proprieta' e del possesso regolati dal presente codice.

Art. 824.

(Beni delle provincie e dei comuni soggetti al regime dei beni
demaniali).

I beni della specie di quelli indicati dal secondo comma dell'art.
822, se appartengono alle provincie o ai comuni, sono soggetti al
regime del demanio pubblico.

Allo stesso regime sono soggetti i cimiteri e i mercati comunali.
Art. 825.

(Diritti demaniali su beni altrui).

Sono parimenti soggetti al regime del demanio pubblico i diritti
reali che spettano allo Stato, alle provincie e ai comuni su beni
appartenenti ad altri soggetti, quando i diritti stessi sono
costituiti per l'utilita' di alcuno dei beni indicati dagli articoli
precedenti o per il conseguimento di fini di pubblico interesse
corrispondenti a quelli a cui servono i beni medesimi.

Art. 826.

(Patrimonio dello Stato, delle provincie e dei comuni).

I beni appartenenti allo Stato, alle provincie e ai comuni, i quali
non siano della specie di quelli indicati dagli articoli precedenti,
costituiscono il patrimonio dello Stato o, rispettivamente, delle
provincie e dei comuni.

Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato le foreste che
a norma delle leggi in materia costituiscono il demanio forestale
dello Stato, le miniere, le cave e torbiere quando la disponibilita'
ne e' sottratta al proprietario del fondo, le cose d'interesse
storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da
chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo, i beni
costituenti la dotazione della Corona, le caserme, gli armamenti, gli
aeromobili militari e le navi da guerra.

Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato o,
rispettivamente, delle provincie e dei comuni, secondo la loro
appartenenza, gli edifici destinati a sede di uffici pubblici, con i
loro arredi, e gli altri beni destinati a un pubblico servizio.

Art. 827.

(Beni immobili vacanti).

I beni immobili che non sono in proprieta' di alcuno spettano al
patrimonio dello Stato.

Art. 828.

(Condizione giuridica dei beni patrimoniali).

I beni che costituiscono il patrimonio dello Stato, delle provincie
e dei comuni sono soggetti alle regole particolari che li concernono
e, in quanto non e' diversamente disposto, alle regole del presente
codice.

I beni che fanno parte del patrimonio indisponibile non possono
essere sottratti alla loro destinazione, se non nei modi stabiliti
dalle leggi che li riguardano.

Art. 829.

(Passaggio di beni dal demanio al patrimonio).

Il passaggio dei beni dal demanio pubblico al patrimonio dello
Stato dev'essere dichiarato dall'autorita' amministrativa. Dell'atto
deve essere dato annunzio nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Per quanto riguarda i beni delle provincie e dei comuni, il
provvedimento che dichiara il passaggio al patrimonio dev'essere
pubblicato nei modi stabiliti per i regolamenti comunali e
provinciali.

Art. 830.

(Beni degli enti pubblici non territoriali).

I beni appartenenti agli enti pubblici non territoriali sono
soggetti alle regole del presente codice, salve le disposizioni delle
leggi speciali.

Ai beni di tali enti che sono destinati a un pubblico servizio si
applica la disposizione del secondo comma dell'art. 828.

Art. 831.

(Beni degli enti ecclesiastici ed edifici di culto).

I beni degli enti ecclesiastici sono soggetti alle norme del
presente codice, in quanto non e' diversamente disposto dalle leggi
speciali che li riguardano.

Gli edifici destinati all'esercizio pubblico del culto cattolico,
anche se appartengono a privati, non possono essere sottratti alla
loro destinazione neppure per effetto di alienazione, fino a che la
destinazione stessa non sia cessata in conformita' delle leggi che li
riguardano.

TITOLO II
DELLA PROPRIETA'
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 832.

(Contenuto del diritto).

Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo
pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi
stabiliti dall'ordinamento giuridico.

Art. 833.

(Atti d'emulazione).

Il proprietario non puo' fare atti i quali non abbiano altro scopo
che quello di nuocere o recare molestia ad altri.

Art. 834.

(Espropriazione per pubblico interesse).

Nessuno puo' essere privato in tutto o in parte dei beni di sua
proprieta', se non per causa di pubblico interesse, legalmente
dichiarata, e contro il pagamento di una giusta indennita'.

Le norme relative all'espropriazione per causa di pubblico
interesse sono determinate da leggi speciali.

Art. 835.

(Requisizioni).

Quando ricorrono gravi e urgenti necessita' pubbliche, militari o
civili, puo' essere disposta la requisizione dei beni mobili o
immobili. Al proprietario e' dovuta una giusta indennita'.

Le norme relative alle requisizioni sono determinate da leggi
speciali.

Art. 836.

(Vincoli e obblighi temporanei).

Per le cause indicate dall'articolo precedente l'autorita'
amministrativa, nei limiti e con le forme stabiliti da leggi
speciali, puo' sottoporre a particolari vincoli od obblighi di
carattere temporaneo le aziende commerciali e agricole.

Art. 837.

(Ammassi).

Allo scopo di regolare la distribuzione di determinati prodotti
agricoli o industriali nell'interesse della produzione nazionale sono
costituiti gli ammassi.

Le norme per il conferimento dei prodotti negli ammassi sono
contenute in leggi speciali.

Art. 838.

(Espropriazione di beni che interessano la produzione nazionale o di
prevalente interesse pubblico).

Salve le disposizioni delle leggi penali e di polizia, nonche' le
norme dell'ordinamento corporativo e le disposizioni particolari
concernenti beni determinati, quando il proprietario abbandona la
conservazione, la coltivazione o l'esercizio di beni che interessano
la produzione nazionale, in modo da nuocere gravemente alle esigenze
della produzione stessa, puo' farsi luogo all'espropriazione dei beni
da parte dell'autorita' amministrativa, premesso il pagamento di una
giusta indennita'.

La stessa disposizione si applica se il deperimento dei beni ha per
effetto di nuocere gravemente al decoro delle citta' o alle ragioni
dell'arte, della storia o della sanita' pubblica.

Art. 839.

(Beni d'interesse storico e artistico).

Le cose di proprieta' privata, immobili e mobili, che presentano
interesse artistico, storico, archeologico o etnografico, sono
sottoposte alle disposizioni delle leggi speciali.

CAPO II
Della proprieta' fondiaria
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 840.

(Sottosuolo e spazio sovrastante al suolo).

La proprieta' del suolo si estende al sottosuolo, con tutto cio'
che vi si contiene, e il proprietario puo' fare qualsiasi escavazione
od opera che non rechi danno al vicino. Questa disposizione non si
applica a quanto forma oggetto delle leggi sulle miniere, cave e
torbiere. Sono del pari salve le limitazioni derivanti dalle leggi
sulle antichita' e belle arti, sulle acque, sulle opere idrauliche e
da altre leggi speciali.

Il proprietario del suolo non puo' opporsi ad attivita' di terzi
che si svolgano a tale profondita' nel sottosuolo o a tale altezza
nello spazio sovrastante, che egli non abbia interesse ad escluderle.

Art. 841.

(Chiusura del fondo).

Il proprietario puo' chiudere in qualunque tempo il fondo.

Art. 842.

(Caccia e pesca).

Il proprietario di un fondo non puo' impedire che vi si entri per
l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi
stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto
suscettibili di danno.

Egli puo' sempre opporsi a chi non e' munito della licenza
rilasciata dall'autorita'.

Per l'esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario
del fondo.

Art. 843.

(Accesso al fondo).

Il proprietario deve permettere l'accesso e il passaggio nel suo
fondo, sempre che ne venga riconosciuta la necessita', al fine di
costruire o riparare un muro o altra opera propria del vicino oppure
comune.

Se l'accesso cagiona danno, e' dovuta un'adeguata indennita'.

Il proprietario deve parimenti permettere l'accesso a chi vuole
riprendere la cosa sua che vi si trovi accidentalmente o l'animale
che vi si sia riparato sfuggendo alla custodia. Il proprietario puo'
impedire l'accesso consegnando la cosa o l'animale.

Art. 844.

(Immissioni).

Il proprietario di un fondo non puo' impedire le immissioni di fumo
o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili
propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la
normale tollerabilita', avuto anche riguardo alla condizione dei
luoghi.

Nell'applicare questa norma l'autorita' giudiziaria deve
contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della
proprieta'. Puo' tener conto della priorita' di un determinato uso.

Art. 845.

(Regole particolari per scopi di pubblico interesse).

La proprieta' fondiaria e' soggetta a regole particolari per il
conseguimento di scopi di pubblico interesse nei casi previsti dalle
leggi speciali e dalle disposizioni contenute nelle sezioni seguenti.

Sezione II
Del riordinamento della proprieta' rurale

Art. 846.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 18 MAGGIO 2001, N. 228, COME
MODIFICATO DAL D. LGS. 29 MARZO 2004, N. 99))
Art. 847.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 18 MAGGIO 2001, N. 228, COME
MODIFICATO DAL D. LGS. 29 MARZO 2004, N. 99))
Art. 848.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 18 MAGGIO 2001, N. 228, COME
MODIFICATO DAL D. LGS. 29 MARZO 2004, N. 99))
Art. 849.

(Fondi compresi entro maggiori unita' fondiarie).

Indipendentemente dalla formazione del consorzio previsto
dall'articolo seguente, il proprietario di terreni entro i quali sono
compresi appezzamenti appartenenti ad altri, di estensione inferiore
alla minima unita' colturale, puo' domandare che gli sia trasferita
la proprieta' di questi ultimi, pagandone il prezzo, allo scopo di
attuare una migliore sistemazione delle unita' fondiarie. In caso di
contrasto decide l'autorita' giudiziaria, sentite le associazioni
professionali circa la sussistenza delle condizioni che giustificano
la richiesta di trasferimento.

Art. 850.

(Consorzi a scopo di ricomposizione fondiaria).

Quando piu' terreni contigui e inferiori alla minima unita'
colturale appartengono a diversi proprietari, puo', su istanza di
alcuno degli interessati o per iniziativa dell'autorita'
amministrativa, essere costituito un consorzio tra gli stessi
proprietari, allo scopo di provvedere a una ricomposizione fondiaria
idonea alla migliore utilizzazione dei terreni stessi.

Per la costituzione del consorzio si applicano le norme stabilite
per i consorzi di bonifica.

Art. 851.

(Trasferimenti coattivi).

Il consorzio indicato dall'articolo precedente puo' predisporre il
piano di riordinamento.

Per la migliore sistemazione delle unita' fondiarie puo' procedersi
a espropriazioni e a trasferimenti coattivi; puo' anche procedersi a
rettificazioni di confini e ad arrotondamento di fondi.

Art. 852.

(Terreni esclusi dai trasferimenti).

Dai trasferimenti coattivi previsti dall'articolo precedente sono
esclusi:
1) gli appezzamenti forniti di casa di abitazione civile o
colonica;
2) i terreni adiacenti ai fabbricati e costituenti di pendenze
dei medesimi;
3) le aree fabbricabili;
4) gli orti, i giardini, i parchi;
5) i terreni necessari per piazzali o luoghi di deposito di
stabilimenti industriali o commerciali;
6) i terreni soggetti a inondazioni, a scoscendimenti o ad altri
gravi rischi;
7) i terreni che per la loro speciale destinazione, ubicazione o
singolarita' di coltura presentano caratteristiche di spiccata
individualita'.
Art. 853.

(Trasferimento dei diritti reali).

Nei trasferimenti coattivi le servitu' prediali sono abolite,
conservate o create in relazione alle esigenze della nuova
sistemazione.

Gli altri diritti reali di godimento sono trasferiti sui terreni
assegnati in cambio e, qualora non siano costituiti su tutti i
terreni dello stesso proprietario, sono trasferiti soltanto su una
parte determinata del fondo assegnato in cambio, che corrisponda in
valore ai terreni su cui esistevano.

Le ipoteche che non siano costituite su tutti i terreni dello
stesso proprietario sono trasferite sul fondo di nuova assegnazione
per una quota corrispondente in valore ai terreni su cui erano
costituite. In caso di espropriazione forzata dell'immobile gravato
da ipoteca su una quota, l'immobile e' espropriato per intero e il
credito e' collocato, secondo il grado dell'ipoteca, sulla parte del
prezzo corrispondente alla quota soggetta all'ipoteca medesima.
Art. 854.

(Notifica e trascrizione del piano di riordinamento).

Il piano di riordinamento dev'essere preventivamente portato a
cognizione degli interessati, e contro di esso e' ammesso reclamo in
via amministrativa, nelle forme e nei termini stabiliti da leggi
speciali.

Il provvedimento amministrativo di approvazione definitiva del
piano dev'essere trascritto presso l'ufficio dei registri immobiliari
nella cui circoscrizione sono situati i beni.

Art. 855.

(Effetti dell'approvazione del piano di riordinamento).

Con l'approvazione del piano di riordinamento si operano i
trasferimenti di proprieta' e degli altri diritti reali; sono anche
costituite le servitu' imposte nel piano stesso.

Art. 856.

(Competenza dell'autorita' giudiziaria).

Nelle materie indicate dagli articoli 850 e seguenti e' salva la
competenza dell'autorita' giudiziaria ordinaria per la tutela dei
diritti degli interessati. L'autorita' giudiziaria non puo' tuttavia
con le sue decisioni provocare una revisione del piano di
riordinamento, ma puo' procedere alla conversione e liquidazione in
danaro dei diritti da essa accertati.

Il credito relativo e' privilegiato a norma delle leggi speciali.
Sezione III
Della bonifica integrale

Art. 857.

(Terreni soggetti a bonifica).

Per il conseguimento di fini igienici, demografici, economici o di
altri fini sociali possono essere dichiarati soggetti a bonifica i
terreni che si trovano in un comprensorio, in cui sono laghi, stagni,
paludi e terre paludose, ovvero costituito da terreni montani
dissestati nei riguardi idrogeologici e forestali, o da terreni
estensivamente coltivati per gravi cause d'ordine fisico o sociale, i
quali siano suscettibili di una radicale trasformazione
dell'ordinamento produttivo.
Art. 858.

(Comprensorio di bonifica e piano delle opere).

Il comprensorio di bonifica e il piano generale dei lavori e di
attivita' coordinate sono determinati e pubblicati a norma della
legge speciale.
Art. 859.

(Opere di competenza dello Stato).

Il piano generale indicato dall'articolo precedente stabilisce
quali opere di bonifica siano di competenza dello Stato.

Art. 860.

(Concorso dei proprietari nella spesa).

I proprietari dei beni situati entro il perimetro del comprensorio
sono obbligati a contribuire nella spesa necessaria per l'esecuzione,
la manutenzione e l'esercizio delle opere in ragione del beneficio
che traggono dalla bonifica.

Art. 861.

(Opere di competenza dei privati).

I proprietari degli immobili indicati dall'articolo precedente sono
obbligati a eseguire, in conformita' del piano generale di bonifica e
delle connesse direttive di trasformazione agraria, le opere di
competenza privata che siano d'interesse comune a piu' fondi o
d'interesse particolare a taluno di essi.

Art. 862.

(Consorzi di bonifica).

All'esecuzione, alla manutenzione e all'esercizio delle opere di
bonifica puo' provvedersi a mezzo di consorzi tra i proprietari
interessati.

A tali consorzi possono essere anche affidati l'esecuzione, la
manutenzione e l'esercizio delle altre opere d'interesse comune a
piu' fondi o d'interesse particolare a uno di essi.

I consorzi sono costituiti per decreto reale e, in mancanza
dell'iniziativa privata, possono essere formati anche d'ufficio.

Essi sono persone giuridiche pubbliche e svolgono la loro attivita'
secondo le norme dettate dalla legge speciale.

Art. 863.

(Consorzi di miglioramento fondiario).

Nelle forme stabilite per i consorzi di bonifica possono essere
costituiti anche consorzi per l'esecuzione, la manutenzione e
l'esercizio di opere di miglioramento fondiario comuni a piu' fondi e
indipendenti da un piano generale di bonifica.

Essi sono persone giuridiche private. Possono tuttavia assumere il
carattere di persone giuridiche pubbliche quando, per la loro vasta
estensione territoriale o per la particolare importanza delle loro
funzioni ai fini dell'incremento della produzione, sono riconosciuti
d'interesse nazionale con provvedimento dell'autorita'
amministrativa.

Art. 864.

(Contributi consorziali).

I contributi dei proprietari nella spesa di esecuzione,
manutenzione ed esercizio delle opere di bonifica e di miglioramento
fondiario sono esigibili con le norme e i privilegi stabiliti per
l'imposta fondiaria.

Art. 865.

(Espropriazione per inosservanza degli obblighi).

Quando l'inosservanza degli obblighi imposti ai proprietari risulta
tale da compromettere l'attuazione del piano di bonifica, puo' farsi
luogo all'espropriazione parziale o totale del fondo appartenente al
proprietario inadempiente, osservate le disposizioni della legge
speciale.

L'espropriazione ha luogo a favore del consorzio, se questo ne fa
richiesta, o, in mancanza, a favore di altra persona che si obblighi
ad eseguire le opere offrendo opportune garanzie.

Sezione IV
Dei vincoli idrogeologici e delle difese fluviali

Art. 866.

(Vincoli per scopi idrogeologici e per altri scopi).

Anche indipendentemente da un piano di bonifica, i terreni di
qualsiasi natura e destinazione possono essere sottoposti a vincolo
idrogeologico, osservate le forme e le condizioni stabilite dalla
legge speciale, al fine di evitare che possano con danno pubblico
subire denudazioni, perdere la stabilita' o turbare il regime delle
acque.

L'utilizzazione dei terreni e l'eventuale loro trasformazione, la
qualita' delle colture, il governo dei boschi e dei pascoli sono
assoggettati, per effetto del vincolo, alle limitazioni stabilite
dalle leggi in materia.

Parimenti, a norma della legge speciale, possono essere sottoposti
a limitazione nella loro utilizzazione i boschi che per la loro
speciale ubicazione difendono terreni o fabbricati dalla caduta di
valanghe, dal rotolamento dei sassi, dal sorrenamento e dalla furia
dei venti, e quelli ritenuti utili per le condizioni igieniche
locali.
Art. 867.

(Sistemazione e rimboschimento dei terreni vincolati).

Al fine del rimboschimento e del rinsaldamento i terreni vincolati
possono essere assoggettati a espropriazione, a occupazione
temporanea o a sospensione dell'esercizio del pascolo, nei modi e con
le forme stabiliti dalle leggi in materia.

Art. 868.

(Regolamento protettivo dei corsi d'acqua).

I proprietari d'immobili situati in prossimita' di corsi d'acqua
che arrecano o minacciano danni all'agricoltura, ad abitati o a
manufatti d'interesse pubblico sono obbligati, anche
indipendentemente da un piano di bonifica, a contribuire
all'esecuzione delle opere necessarie per il regolamento del corso
d'acqua nelle forme stabilite dalle leggi speciali.

Sezione V
Della proprieta' edilizia

Art. 869.

(Piani regolatori).

I proprietari d'immobili nei comuni dove sono formati piani
regolatori devono osservare le prescrizioni dei piani stessi nelle
costruzioni e nelle riedificazioni o modificazioni delle costruzioni
esistenti.

Art. 870.

(Comparti).

Quando e' prevista la formazione di comparti, costituenti unita'
fabbricabili con speciali modalita' di costruzione e di adattamento,
gli aventi diritto sugli immobili compresi nel comparto devono
regolare i loro reciproci rapporti in modo da rendere possibile
l'attuazione del piano. Possono anche riunirsi in consorzio per
l'esecuzione delle opere. In mancanza di accordo, puo' procedersi
all'espropriazione a norma delle leggi in materia.

Art. 871.

(Norme di edilizia e di ornato pubblico).

Le regole da osservarsi nelle costruzioni sono stabilite dalla
legge speciale e dai regolamenti edilizi comunali.

La legge speciale stabilisce altresi' le regole da osservarsi per
le costruzioni nelle localita' sismiche.

Art. 872.

(Violazione delle norme di edilizia).

Le conseguenze di carattere amministrativo della violazione delle
norme indicate dall'articolo precedente sono stabilite da leggi
speciali.

Colui che per effetto della violazione ha subito danno deve esserne
risarcito, salva la facolta' di chiedere la riduzione in pristino
quando si tratta della violazione delle norme contenute nella sezione
seguente o da questa richiamate.

Sezione VI
Delle distanze nelle costruzioni, piantagioni e scavi, e dei muri, fossi e siepi interposti tra i fondi

Art. 873.

(Distanze nelle costruzioni).

Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti,
devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Nei
regolamenti locali puo' essere stabilita una distanza maggiore.

Art. 874.

(Comunione forzosa del muro sul confine).

Il proprietario di un fondo contiguo al muro altrui puo' chiederne
la comunione per tutta l'altezza o per parte di essa, purche' lo
faccia per tutta l'estensione della sua proprieta'. Per ottenere la
comunione deve pagare la meta' del valore del muro, o della parte di
muro resa comune, e la meta' del valore del suolo su cui il muro e'
costruito. Deve inoltre eseguire le opere che occorrono per non
danneggiare il vicino.

Art. 875.

(Comunione forzosa del muro che non e' sul confine).

Quando il muro si trova a una distanza dal confine minore di un
metro e mezzo ovvero a distanza minore della meta' di quella
stabilita dai regolamenti locali, il vicino puo' chiedere la
comunione del muro soltanto allo scopo di fabbricare contro il muro
stesso, pagando, oltre il valore della meta' del muro, il valore del
suolo da occupare con la nuova fabbrica, salvo che il proprietario
preferisca estendere il suo muro sino al confine.

Il vicino che intende domandare la comunione deve interpellare
preventivamente il proprietario se preferisca di estendere il muro al
confine o di procedere alla sua demolizione. Questi deve manifestare
la propria volonta' entro un termine di giorni quindici e deve
procedere alla costruzione o alla demolizione entro sei mesi dal
giorno in cui ha comunicato la risposta.

Art. 876.

(Innesto nel muro sul confine).

Se il vicino vuole servirsi del muro esistente sul confine solo per
innestarvi un capo del proprio muro, non ha l'obbligo di renderlo
comune a norma dell'art. 874, ma deve pagare un'indennita' per
l'innesto.

Art. 877.

(Costruzioni in aderenza).

Il vicino, senza chiedere la comunione del muro posto sul confine,
puo' costruire sul confine stesso in aderenza, ma senza appoggiare la
sua fabbrica a quella preesistente.

Questa norma si applica anche nel caso previsto dall'art. 875; il
vicino in tal caso deve pagare soltanto il valore del suolo.

Art. 878.

(Muro di cinta).

Il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un'altezza
superiore ai tre metri non e' considerato per il computo della
distanza indicata dall'articolo 873.

Esso, quando e' posto sul confine, puo' essere reso comune anche a
scopo d'appoggio, purche' non preesista al di la' un edificio a
distanza inferiore ai tre metri.

Art. 879.

(Edifici non soggetti all'obbligo delle distanze o a comunione
forzosa).

Alla comunione forzosa non sono soggetti gli edifici appartenenti
al demanio pubblico e quelli soggetti allo stesso regime, ne' gli
edifici che sono riconosciuti di interesse storico, archeologico o
artistico, a norma delle leggi in materia. Il vicino non puo' neppure
usare della facolta' concessa dall'art. 877.

Alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie
pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono
osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano.

Art. 880.

(Presunzione di comunione del muro divisorio).

Il muro che serve di divisione tra edifici si presume comune fino
alla sua sommita' e, in caso di altezze ineguali, fino al punto in
cui uno degli edifici comincia ad essere piu' alto.

Si presume parimenti comune il muro che serve di divisione tra
cortili, giardini e orti o tra recinti nei campi.

Art. 881.

(Presunzione di proprieta' esclusiva del muro divisorio).

Si presume che il muro divisorio tra i campi, cortili, giardini od
orti appartenga al proprietario del fondo verso il quale esiste il
piovente e in ragione del piovente medesimo.

Se esistono sporti, come cornicioni, mensole e simili, o vani che
si addentrano oltre la meta' della grossezza del muro, e gli uni e
gli altri risultano costruiti col muro stesso, si presume che questo
spetti al proprietario dalla cui parte gli sporti o i vani si
presentano, anche se vi sia soltanto qualcuno di tali segni.

Se uno o piu' di essi sono da una parte, e uno o piu' dalla parte
opposta, il muro e' reputato comune: in ogni caso la positura del
piovente prevale su tutti gli altri indizi.

Art. 882.

(Riparazioni del muro comune).

Le riparazioni e le ricostruzioni necessarie del muro comune sono a
carico di tutti quelli che vi hanno diritto e in proporzione del
diritto di ciascuno, salvo che la spesa sia stata cagionata dal fatto
di uno dei partecipanti.

Il comproprietario di un muro comune puo' esimersi dall'obbligo di
contribuire nelle spese di riparazione e ricostruzione, rinunziando
al diritto di comunione, purche' il muro comune non sostenga un
edificio di sua spettanza.

La rinunzia non libera il rinunziante dall'obbligo delle
riparazioni e ricostruzioni a cui abbia dato causa col fatto proprio.

Art. 883.

(Abbattimento di edificio appoggiato al muro comune).

Il proprietario che vuole atterrare un edificio sostenuto da un
muro comune puo' rinunziare alla comunione di questo, ma deve farvi
le riparazioni e le opere che la demolizione rende necessarie per
evitare ogni danno al vicino.

Art. 884.

(Appoggio e immissione di travi e catene nel muro comune).

Il comproprietario di un muro comune puo' fabbricare appoggiandovi
le sue costruzioni e puo' immettervi travi, purche' le mantenga a
distanza di cinque centimetri dalla superficie opposta, salvo il
diritto dell'altro comproprietario di fare accorciare la trave fino
alla meta' del muro, nel caso in cui egli voglia collocare una trave
nello stesso luogo, aprirvi un incavo o appoggiarvi un camino. Il
comproprietario puo' anche attraversare il muro comune con chiavi e
catene di rinforzo, mantenendo la stessa distanza. Egli e' tenuto in
ogni caso a riparare i danni causati dalle opere compiute.

Non puo' fare incavi nel muro comune, ne' eseguirvi altra opera che
ne comprometta la stabilita' o che in altro modo lo danneggi.

Art. 885.

(Innalzamento del muro comune).

Ogni comproprietario puo' alzare il muro comune, ma sono a suo
carico tutte le spese di costruzione e conservazione della parte
sopraedificata. Anche questa puo' dal vicino essere resa comune a
norma dell'articolo 874.

Se il muro non e' atto a sostenere la sopraedificazione, colui che
l'esegue e' tenuto a ricostruirlo o a rinforzarlo a sue spese. Per il
maggiore spessore che sia necessario, il muro deve essere costruito
sul suolo proprio, salvo che esigenze tecniche impongano di
costruirlo su quello del vicino. In entrambi i casi il muro
ricostruito o ingrossato resta di proprieta' comune, e il vicino deve
essere indennizzato di ogni danno prodotto dall'esecuzione delle
opere. Nel secondo caso il vicino ha diritto di conseguire anche il
valore della meta' del suolo occupato per il maggiore spessore.

Qualora il vicino voglia acquistare la comunione della parte
sopraelevata del muro, si tiene conto, nel calcolare il valore di
questa, anche delle spese occorse per la ricostruzione o per il
rafforzamento.

Art. 886.

(Costruzione del muro di cinta).

Ciascuno puo' costringere il vicino a contribuire per meta' nella
spesa di costruzione dei muri di cinta che separano le rispettive
case, i cortili e i giardini posti negli abitati. L'altezza di essi,
se non e' diversamente determinata dai regolamenti locali o dalla
convenzione, deve essere di tre metri.

Art. 887.

(Fondi a dislivello negli abitati).

Se di due fondi posti negli abitati uno e' superiore e l'altro
inferiore, il proprietario del fondo superiore deve sopportare per
intero le spese di costruzione e conservazione del muro dalle
fondamenta all'altezza del proprio suolo, ed entrambi i proprietari
devono contribuire per tutta la restante altezza.

Il muro deve essere costruito per meta' sul terreno del fondo
inferiore e per meta' sul terreno del fondo superiore.

Art. 888.

(Esonero dal contributo nelle spese).

Il vicino si puo' esimere dal contribuire nelle spese di
costruzione del muro di cinta o divisorio, cedendo, senza diritto a
compenso, la meta' del terreno su cui il muro di separazione deve
essere costruito. In tal caso il muro e' di proprieta' di colui che
l'ha costruito, salva la facolta' del vicino di renderlo comune ai
sensi dell'art. 874, senza obbligo pero' di pagare la meta' del
valore del suolo su cui il muro e' stato costruito.

Art. 889.

(Distanze per pozzi, cisterne, fosse e tubi).

Chi vuole aprire pozzi, cisterne, fosse di latrina o di concime
presso il confine, anche se su questo si trova un muro divisorio,
deve osservare la distanza di almeno due metri tra il confine e il
punto piu' vicino del perimetro interno delle opere predette.

Per i tubi d'acqua pura o lurida, per quelli di gas e simili e loro
diramazioni deve osservarsi la distanza di almeno un metro dal
confine.

Sono salve in ogni caso le disposizioni dei regolamenti locali.

Art. 890.

(Distanze per fabbriche e depositi nocivi o pericolosi).

Chi presso il confine, anche se su questo si trova un muro
divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle
e simili, o vuol collocare materie umide o esplodenti o in altro modo
nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali puo' sorgere
pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai
regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi
vicini da ogni danno alla solidita', salubrita' e sicurezza.

Art. 891.

(Distanze per canali e fossi).

Chi vuole scavare fossi o canali presso il confine, se non
dispongono in modo diverso i regolamenti locali, deve osservare una
distanza eguale alla profondita' del fosso o canale. La distanza si
misura dal confine al ciglio della sponda piu' vicina, la quale deve
essere a scarpa naturale ovvero munita di opere di sostegno. Se il
confine si trova in un fosso comune o in una via privata, la distanza
si misura da ciglio a ciglio o dal ciglio al lembo esteriore della
via.

Art. 892.

(Distanze per gli alberi).

Chi vuol piantare alberi presso il confine deve osservare le
distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, dagli usi locali.
Se gli uni e gli altri non dispongono, devono essere osservate le
seguenti distanze dal confine:
1) tre metri per gli alberi di alto fusto. Rispetto alle distanze,
si considerano alberi di alto fusto quelli il cui fusto, semplice o
diviso in rami, sorge ad altezza notevole, come sono i noci, i
castagni, le querce, i pini, i cipressi, gli olmi, i pioppi, i
platani e simili;
2) un metro e mezzo per gli alberi di non alto fusto. Sono reputati
tali quelli il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri,
si diffonde in rami;
3) mezzo metro per le viti, gli arbusti, le siepi vive, le piante
da frutto di altezza non maggiore di due metri e mezzo.

La distanza deve essere pero' di un metro, qualora le siepi siano
di ontano, di castagno o di altre piante simili che si recidono
periodicamente vicino al ceppo, e di due metri per le siepi di
robinie.

La distanza si misura dalla linea del confine alla base esterna del
tronco dell'albero nel tempo della piantagione, o dalla linea stessa
al luogo dove fu fatta la semina.

Le distanze anzidette non si devono osservare se sul confine esiste
un muro divisorio, proprio o comune, purche' le piante siano tenute
ad altezza che non ecceda la sommita' del muro.
Art. 893.

(Alberi presso strade, canali e sul confine di boschi).

Per gli alberi che nascono o si piantano nei boschi, sul confine
con terreni non boschivi, o lungo le strade o le sponde dei canali,
si osservano, trattandosi di boschi, canali e strade di proprieta'
privata, i regolamenti e, in mancanza, gli usi locali. Se gli uni e
gli altri non dispongono, si osservano le distanze prescritte
dall'articolo precedente.
Art. 894.

(Alberi a distanza non legale).

Il vicino puo' esigere che si estirpino gli alberi e le siepi che
sono piantati o nascono a distanza minore di quelle indicate dagli
articoli precedenti.

Art. 895.

(Divieto di ripiantare alberi a distanza non legale).

Se si e' acquistato il diritto di tenere alberi a distanza minore
di quelle sopra indicate, e l'albero muore o viene reciso o
abbattuto, il vicino non puo' sostituirlo, se non osservando la
distanza legale.

La disposizione non si applica quando gli alberi fanno parte di un
filare situato lungo il confine.

Art. 896.

(Recisione di rami protesi e di radici).

Quegli sul cui fondo si protendono i rami degli alberi del vicino
puo' in qualunque tempo costringerlo a tagliarli, e puo' egli stesso
tagliare le radici che si addentrano nel suo fondo, salvi pero' in
ambedue i casi i regolamenti e gli usi locali.

Se gli usi locali non dispongono diversamente, i frutti
naturalmente caduti dai rami protesi sul fondo del vicino
appartengono al proprietario del fondo su cui sono caduti.

Se a norma degli usi locali i frutti appartengono al proprietario
dell'albero, per la raccolta di essi si applica il disposto dell'art.
843.
Art. 896-bis

(( (Distanze minime per gli apiari). ))

((Gli apiari devono essere collocati a non meno di dieci metri da
strade di pubblico transito e a non meno di cinque metri dai confini
di proprieta' pubbliche o private.

Il rispetto delle distanze di cui al primo comma non e'
obbligatorio se tra l'apiario e i luoghi ivi indicati esistono
dislivelli di almeno due metri o se sono interposti, senza soluzioni
di continuita', muri, siepi o altri ripari idonei a non consentire il
passaggio delle api. Tali ripari devono avere una altezza di almeno
due metri. Sono comunque fatti salvi gli accordi tra le parti
interessate.

Nel caso di accertata presenza di impianti industriali saccariferi,
gli apiari devono rispettare una distanza minima di un chilometro dai
suddetti luoghi di produzione)).
Art. 897.

(Comunione di fossi).

Ogni fosso interposto tra due fondi si presume comune.

Si presume che il fosso appartenga al proprietario che se ne serve
per gli scoli delle sue terre, o al proprietario del fondo dalla cui
parte e' il getto della terra o lo spurgo ammucchiatovi da almeno tre
anni.

Se uno o piu' di tali segni sono da una parte e uno o piu' dalla
parte opposta, il fosso si presume comune.

Art. 898.

(Comunione di siepi).

Ogni siepe tra due fondi si presume comune ed e' mantenuta a spese
comuni, salvo che vi sia termine di confine o altra prova in
contrario.

Se uno solo dei fondi e' recinto, si presume che la siepe
appartenga al proprietario del fondo recinto, ovvero di quello dalla
cui parte si trova la siepe stessa in relazione ai termini di confine
esistenti.

Art. 899.

(Comunione di alberi).

Gli alberi sorgenti nella siepe comune sono comuni.

Gli alberi sorgenti sulla linea di confine si presumono comuni,
salvo titolo o prova in contrario.

Gli alberi che servono di limite o che si trovano nella siepe
comune non possono essere tagliati, se non di comune consenso o dopo
che l'autorita' giudiziaria abbia riconosciuto la necessita' o la
convenienza del taglio.

Sezione VII
Delle luci e delle vedute

Art. 900.

(Specie di finestre).

Le finestre o altre aperture sul fondo del vicino sono di due
specie: luci, quando danno passaggio alla luce e all'aria, ma non
permettono di affacciarsi sul fondo del vicino; vedute o prospetti,
quando permettono di affacciarsi e di guardare di fronte,
obliquamente o lateralmente.

Art. 901.

(Luci).

Le luci che si aprono sul fondo del vicino devono:
1) essere munite di un'inferriata idonea a garantire la sicurezza
del vicino e di una grata fissa in metallo le cui maglie non siano
maggiori di tre centimetri quadrati;
2) avere il lato inferiore a un'altezza non minore di due metri e
mezzo dal pavimento o dal suolo del luogo al quale si vuole dare luce
e aria, se esse sono al piano terreno, e non minore di due metri, se
sono ai piani superiori;
3) avere il lato inferiore a un'altezza non minore di due metri e
mezzo dal suolo del fondo vicino, a meno che si tratti di locale che
sia in tutto o in parte a livello inferiore al suolo del vicino e la
condizione dei luoghi non consenta di osservare l'altezza stessa.
Art. 902.

(Apertura priva dei requisiti prescritti per le luci).

L'apertura che non ha i caratteri di veduta o di prospetto e'
considerata come luce, anche se non sono state osservate le
prescrizioni indicate dall'art. 901.

Il vicino ha sempre il diritto di esigere che essa sia resa
conforme alle prescrizioni dell'articolo predetto.

Art. 903.

(Luci nel muro proprio o nel muro comune).

Le luci possono essere aperte dal proprietario del muro contiguo al
fondo altrui.

Se il muro e' comune, nessuno dei proprietari puo' aprire luci
senza il consenso dell'altro; ma chi ha sopraelevato il muro comune
puo' aprirle nella maggiore altezza a cui il vicino non abbia voluto
contribuire.

Art. 904.

(Diritto di chiudere le luci).

La presenza di luci in un muro non impedisce al vicino di
acquistare la comunione del muro medesimo ne' di costruire in
aderenza.

Chi acquista la comunione del muro non puo' chiudere le luci se ad
esso non appoggia il suo edificio.

Art. 905.

(Distanza per l'apertura di vedute dirette e balconi).

Non si possono aprire vedute dirette verso il fondo chiuso o non
chiuso e neppure sopra il tetto del vicino, se tra il fondo di questo
e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non
vi e' la distanza di un metro e mezzo.

Non si possono parimenti costruire balconi o altri sporti,
terrazze, lastrici solari e simili, muniti di parapetto che permetta
di affacciarsi sul fondo del vicino, se non vi e' la distanza di un
metro e mezzo tra questo fondo e la linea esteriore di dette opere.

Il divieto cessa allorquando tra i due fondi vicini vi e' una via
pubblica.

Art. 906.

(Distanza per l'apertura di vedute laterali od oblique).

Non si possono aprire vedute laterali od oblique sul fondo del
vicino se non si osserva la distanza di settantacinque centimetri, la
quale deve misurarsi dal piu' vicino lato della finestra o dal piu'
vicino sporto.

Art. 907.

(Distanza delle costruzioni dalle vedute).

Quando si e' acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il
fondo vicino, il proprietario di questo non puo' fabbricare a
distanza minore di tre metri, misurata a norma dell'art. 905.

Se la veduta diretta forma anche veduta obliqua, la distanza di tre
metri deve pure osservarsi dai lati della finestra da cui la veduta
obliqua si esercita.

Se si vuole appoggiare la nuova costruzione al muro in cui sono le
dette vedute dirette od oblique, essa deve arrestarsi almeno a tre
metri sotto la loro soglia.

Sezione VIII
Dello stillicidio

Art. 908.

(Scarico delle acque piovane).

Il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque
piovane scolino nel suo terreno e non puo' farle cadere nel fondo del
vicino.

Se esistono pubblici colatoi, deve provvedere affinche' le acque
piovane vi siano immesse con gronde o canali. Si osservano in ogni
caso i regolamenti locali e le leggi sulla polizia idraulica.

Sezione IX
Delle acque

Art. 909.

(Diritto sulle acque esistenti nel fondo).

Il proprietario del suolo ha il diritto di utilizzare le acque in
esso esistenti, salve le disposizioni delle leggi speciali per le
acque pubbliche e per le acque sotterranee.

Egli puo' anche disporne a favore d'altri, qualora non osti il
diritto di terzi; ma, dopo essersi servito delle acque, non puo'
divertirle in danno d'altri fondi.

Art. 910.

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.P.R. 18 FEBBRAIO 1999, N. 238))
Art. 911.

(Apertura di nuove sorgenti e altre opere).

Chi vuole aprire sorgenti, stabilire capi o aste di fonte e in
genere eseguire opere per estrarre acque dal sottosuolo o costruire
canali o acquedotti, oppure scavarne, profondarne o allargarne il
letto, aumentarne o diminuirne il pendio o variarne la forma, deve,
oltre le distanze stabilite nell'art. 891, osservare le maggiori
distanze ed eseguire le opere che siano necessarie per non recare
pregiudizio ai fondi altrui, sorgenti, capi o aste di fonte, canali o
acquedotti preesistenti e destinati all'irrigazione dei terreni o
agli usi domestici o industriali.

Art. 912.

(Conciliazione di opposti interessi).

Se sorge controversia tra i proprietari a cui un'acqua non pubblica
puo' essere utile, l'autorita' giudiziaria deve valutare l'interesse
dei singoli proprietari nei loro rapporti e rispetto ai vantaggi che
possono derivare all'agricoltura o all'industria dall'uso a cui
l'acqua e' destinata o si vuol destinare.

L'autorita' giudiziaria puo' assegnare un'indennita' ai proprietari
che sopportino diminuzione del proprio diritto.

In tutti i casi devono osservarsi le disposizioni delle leggi sulle
acque e sulle opere idrauliche.

Art. 913.

(Scolo delle acque).

Il fondo inferiore e' soggetto a ricevere le acque che dal fondo
piu' elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera
dell'uomo.

Il proprietario del fondo inferiore non puo' impedire questo scolo,
ne' il proprietario del fondo superiore puo' renderlo piu' gravoso.

Se per opere di sistemazione agraria dell'uno o dell'altro fondo si
rende necessaria una modificazione del deflusso naturale delle acque,
e' dovuta un'indennita' al proprietario del fondo a cui la
modificazione stessa ha recato pregiudizio.

Art. 914.

(Consorzi per regolare il deflusso delle acque).

Qualora per esigenze della produzione si debba provvedere a opere
di sistemazione degli scoli, di soppressione di ristagni o di
raccolta di acque, l'autorita' amministrativa, su richiesta della
maggioranza degli interessati o anche d'ufficio, puo' costituire un
consorzio tra i proprietari dei fondi che traggono beneficio dalle
opere stesse.

Si applicano a tale consorzio le disposizioni del secondo e del
terzo comma dell'art. 921.

Art. 915.

(Riparazione di sponde e argini).

Qualora le sponde o gli argini che servivano di ritegno alle acque
siano stati in tutto o in parte distrutti o atterrati, ovvero per la
naturale variazione del corso delle acque si renda necessario
costruire nuovi argini o ripari, e il proprietario del fondo non
provveda sollecitamente a ripararli o a costruirli, ciascuno dei
proprietari che hanno sofferto o possono ricevere danno puo'
provvedervi, previa autorizzazione del tribunale, che provvede in via
d'urgenza.(111)((112a))

Le opere devono essere eseguite in modo che il proprietario del
fondo, in cui esse si compiono, non ne subisca danno, eccetto quello
temporaneo causato dall'esecuzione delle opere stesse.
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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
----------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188 ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 916.

(Rimozione degli ingombri).

Le disposizioni dell'articolo precedente si applicano anche quando
si tratta di togliere un ingombro formatosi sulla superficie di un
fondo o in un fosso, rivo, colatoio o altro alveo, a causa di materie
in essi impigliate, in modo che le acque danneggino o minaccino di
danneggiare i fondi vicini.

Art. 917.

(Spese per la riparazione, costruzione o rimozione).

Tutti i proprietari, ai quali torna utile che le sponde e gli
argini siano conservati o costruiti e gli ingombri rimossi, devono
contribuire nella spesa in proporzione del vantaggio che ciascuno ne
ritrae.

Tuttavia, se la distruzione degli argini, la variazione delle acque
o l'ingombro nei loro corsi deriva da colpa di alcuno dei
proprietari, le spese di conservazione, di costruzione o di
riparazione gravano esclusivamente su di lui, salvo in igni caso il
risarcimento dei danni.

Art. 918.

(Consorzi volontari).

Possono costituirsi in consorzio i proprietari di fondi vicini che
vogliano riunire e usare in comune le acque defluenti dal medesimo
bacino di alimentazione o da bacini contigui.

L'adesione degli interessati e il regolamento del consorzio devono
risultare da atto scritto.

Il regolamento del consorzio e' deliberato dalla maggioranza
calcolata in base all'estensione dei terreni a cui serve l'acqua.

Art. 919.

(Scioglimento del consorzio).

Lo scioglimento del consorzio non ha luogo se non quando e'
deliberato da una maggioranza eccedente i tre quarti, o quando,
potendosi la divisione effettuare senza grave danno, essa e'
domandata da uno degli interessati.

Art. 920.

(Norme applicabili).

Salvo quanto e' disposto dagli articoli precedenti, si applicano ai
consorzi volontari ivi indicati le norme stabilite per la comunione.

Art. 921.

(Consorzi coattivi).

Nel caso indicato dall'art. 918, il consorzio puo' anche essere
costituito d'ufficio dall'autorita' amministrativa, allo scopo di
provvedere a una migliore utilizzazione delle acque.

Per le forme di costituzione e il funzionamento si osservano le
norme stabilite per i consorzi di miglioramento fondiario.

Il consorzio puo' anche procedere all'espropriazione dei singoli
diritti, mediante il pagamento delle dovute indennita'.

CAPO III
Dei modi di acquisto della proprieta'

Art. 922.

(Modi di acquisto).

La proprieta' si acquista per occupazione, per invenzione, per
accessione, per specificazione, per unione o commistione, per
usucapione, per effetto di contratti, per successione a causa di
morte e negli altri modi stabiliti dalla legge.

Sezione I
Dell'occupazione e dell'invenzione

Art. 923.

(Cose suscettibili di occupazione).

Le cose mobili che non sono proprieta' di alcuno si acquistano con
l'occupazione.

Tali sono le cose abbandonate e gli animali che formano oggetto di
caccia o di pesca.

Art. 924.

(Sciami di api).

Il proprietario di sciami di api ha diritto d'inseguirli sul fondo
altrui, ma deve indennita' per il danno cagionato al fondo; se non li
ha inseguiti entro due giorni o ha cessato durante due giorni
d'inseguirli, puo' prenderli e ritenerli il proprietario del fondo.

Art. 925.

(Animali mansuefatti).

Gli animali mansuefatti possono essere inseguiti dal proprietario
nel fondo altrui, salvo il diritto del proprietario del fondo a
indennita' per il danno.

Essi appartengono a chi se ne e' impossessato, se non sono
reclamati entro venti giorni da quando il proprietario ha avuto
conoscenza del luogo dove si trovano.

Art. 926.

(Migrazione di colombi, conigli e pesci).

I conigli o pesci che passano ad un'altra conigliera o peschiera si
acquistano dal proprietario di queste, purche' non vi siano stati
attirati con arte o con frode.

La stessa norma si osserva per i colombi che passano ad altra
colombaia, salve le diverse disposizioni di legge sui colombi
viaggiatori.

Art. 927.

(Cose ritrovate).

Chi trova una cosa mobile deve restituirla al proprietario, e, se
non lo conosce, deve consegnarla senza ritardo al podesta' del luogo
in cui l'ha trovata, indicando le circostanze del ritrovamento.

Art. 928.

(Pubblicazione del ritrovamento).

Il podesta' rende nota la consegna per mezzo di pubblicazione
nell'albo pretorio del comune, da farsi per due domeniche successive
e da restare affissa per tre giorni ogni volta.

Art. 929.

(Acquisto di proprieta' della cosa ritrovata).

Trascorso un anno dall'ultimo giorno della pubblicazione senza che
si presenti il proprietario, la cosa oppure il suo prezzo, se le
circostanze ne hanno richiesto la vendita, appartiene a chi l'ha
trovata.

Cosi' il proprietario come il ritrovatore, riprendendo la cosa o
ricevendo il prezzo, devono pagare le spese occorse.

Art. 930.

(Premio dovuto al ritrovatore).

Il proprietario deve pagare a titolo di premio al ritrovatore, se
questi lo richiede, il decimo della somma o del prezzo della cosa
ritrovata.

Se tale somma o prezzo eccede le diecimila lire, il premio per il
sovrappiu' e' solo del ventesimo.

Se la cosa non ha valore commerciale, la misura del premio e'
fissata dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento.

Art. 931.

(Equiparazione del possessore o detentore al proprietario).

Agli effetti delle disposizioni contenute negli articoli 927 e
seguenti, al proprietario sono equiparati, secondo le circostanze, il
possessore e il detentore.

Art. 932.

(Tesoro).

Tesoro e' qualunque cosa mobile di pregio, nascosta o sotterrata,
di cui nessuno puo' provare d'essere proprietario.

Il tesoro appartiene al proprietario del fondo in cui si trova. Se
il tesoro e' trovato nel fondo altrui, purche' sia stato scoperto per
solo effetto del caso, spetta per meta' al proprietario del fondo e
per meta' al ritrovatore. La stessa disposizione si applica se il
tesoro e' scoperto in una cosa mobile altrui.

Per il ritrovamento degli oggetti d'interesse storico,
archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico si osservano
le disposizioni delle leggi speciali.

Art. 933.

(Rigetti del mare e piante sul lido. Relitti aeronautici).

I diritti sopra le cose gettate in mare o sopra quelle che il mare
rigetta e sopra le piante e le erbe che crescono lungo le rive del
mare sono regolati dalle leggi speciali.

Parimenti si osservano le leggi speciali per il ritrovamento di
aeromobili e di relitti di aeromobili.

Sezione II
Dell'accessione, della specificazione, dell'unione e della commistione

Art. 934.

(Opere fatte sopra o sotto il suolo).

Qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o sotto
il suolo appartiene al proprietario di questo, salvo quanto e'
disposto dagli articoli 935, 936, 937 e 938 e salvo che risulti
diversamente dal titolo o dalla legge.

Art. 935.

(Opere fatte dal proprietario del suolo con materiali altrui).

Il proprietario del suolo che ha fatto costruzioni, piantagioni od
opere con materiali altrui deve pagarne il valore, se la separazione
non e' chiesta dal proprietario dei materiali, ovvero non puo' farsi
senza che si rechi grave danno all'opera costruita o senza che
perisca la piantagione. Deve inoltre, anche nel caso che si faccia la
separazione, il risarcimento dei danni, se e' in colpa grave.

In ogni caso la rivendicazione dei materiali non e' ammessa
trascorsi sei mesi dal giorno in cui il proprietario ha avuto notizia
dell'incorporazione.

Art. 936.

(Opere fatte da un terzo con materiali propri).

Quando le piantagioni, costruzioni od opere sono state fatte da un
terzo con suoi materiali, il proprietario del fondo ha diritto di
ritenerle o di obbligare colui che le ha fatte a levarle.

Se il proprietario preferisce di ritenerle, deve pagare a sua
scelta il valore dei materiali e il prezzo della mano d'opera oppure
l'aumento di valore recato al fondo.

Se il proprietario del fondo domanda che siano tolte, esse devono
togliersi a spese di colui che le ha fatte. Questi puo' inoltre
essere condannato al risarcimento dei danni.

Il proprietario non puo' obbligare il terzo a togliere le
piantagioni, costruzioni od opere, quando sono state fatte a sua
scienza e senza opposizione o quando sono state fatte dal terzo in
buona fede.

La rimozione non puo' essere domandata trascorsi sei mesi dal
giorno in cui il proprietario ha avuto notizia dell'incorporazione.

Art. 937.

(Opere fatte da un terzo con materiali altrui).

Se le piantagioni, costruzioni o altre opere sono state fatte da un
terzo con materiali altrui, il proprietario di questi puo'
rivendicarli, previa separazione a spese del terzo, se la separazione
puo' ottenersi senza grave danno delle opere e del fondo.

La rivendicazione non e' ammessa trascorsi sei mesi dal giorno in
cui proprietario ha avuto notizia dell'incorporazione.

Nel caso che la separazione dei materiali non sia richiesta o che i
materiali siano inseparabili, il terzo che ne ha fatto uso e il
proprietario del suolo che sia stato in mala fede sono tenuti in
solido al pagamento di un'indennita' pari al valore dei materiali
stessi. Il proprietario dei materiali puo' anche esigere tale
indennita' dal proprietario del suolo, ancorche' in buona fede,
limitatamente al prezzo che da questo fosse ancora dovuto. Puo'
altresi' chiedere il risarcimento dei danni, tanto nei confronti del
terzo che ne abbia fatto uso senza il suo consenso, quanto nei
confronti del proprietario del suolo che in mala fede abbia
autorizzato l'uso.

Art. 938.

(Occupazione di porzione di fondo attiguo).

Se nella costruzione di un edificio si occupa in buona fede una
porzione del fondo attiguo, e il proprietario di questo non fa
opposizione entro tre mesi dal giorno in cui ebbe inizio la
costruzione, l'autorita' giudiziaria, tenuto conto delle circostanze,
puo' attribuire al costruttore la proprieta' dell'edificio e del
suolo occupato. Il costruttore e' tenuto a pagare al proprietario del
suolo il doppio del valore della superficie occupata, oltre il
risarcimento dei danni.

Art. 939.

(Unione e commistione).

Quando piu' cose appartenenti a diversi proprietari sono state
unite o mescolate in guisa da formare un sol tutto, ma sono
separabili senza notevole deterioramento, ciascuno conserva la
proprieta' della cosa sua e ha diritto di ottenerne la separazione.
In caso diverso, la proprieta' ne diventa comune in proporzione del
valore delle cose spettanti a ciascuno.

Quando pero' una delle cose si puo' riguardare come principale o e'
di molto superiore per valore, ancorche' serva all'altra di
ornamento, il proprietario della cosa principale acquista la
proprieta' del tutto. Egli ha l'obbligo di pagare all'altro il valore
della cosa che vi e' unita o mescolata; ma se l'unione o la
mescolanza e' avvenuta senza il suo consenso ad opera del
proprietario della cosa accessoria, egli non e' obbligato a
corrispondere che la somma minore tra l'aumento di valore apportato
alla cosa principale e il valore della cosa accessoria.

E' inoltre dovuto il risarcimento dei danni in caso di colpa grave.

Art. 940.

(Specificazione).

Se taluno ha adoperato una materia che non gli apparteneva per
formare una nuova cosa, possa o non possa la materia riprendere la
sua prima forma, ne acquista la proprieta' pagando al proprietario il
prezzo della materia, salvo che il valore della materia sorpassi
notevolmente quello della mano d'opera. In quest'ultimo caso la cosa
spetta al proprietario della materia, il quale deve pagare il prezzo
della mano d'opera.

Art. 941.

(Alluvione).

Le unioni di terra e gli incrementi, che si formano successivamente
e impercettibilmente nei fondi posti lungo le rive dei fiumi o
torrenti, appartengono al proprietario del fondo, salvo quanto e'
disposto dalle leggi speciali.

Art. 942.

(( (Terreni abbandonati dalle acque correnti). ))

((I terreni abbandonati dalle acque correnti, che insensibilmente
si ritirano da una delle rive portandosi sull'altra, appartengono al
demanio pubblico, senza che il confinante della riva opposta possa
reclamare il terreno perduto.

Ai sensi del primo comma, si intendono per acque correnti i fiumi,
i torrenti e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in
materia.

Quanto stabilito al primo comma vale anche per i terreni
abbandonati dal mare, dai laghi, dalle lagune e dagli stagni
appartenenti al demanio pubblico)).
Art. 943.

(Laghi e stagni).

Il terreno che l'acqua copre quando essa e' all'altezza dello
sbocco del lago o dello stagno appartiene al proprietario del lago o
dello stagno, ancorche' il volume dell'acqua venga a scemare.

Il proprietario non acquista alcun diritto sopra la terra lungo la
riva che l'acqua ricopre nei casi di piena straordinaria.

Art. 944.

(Avulsione).

Se un fiume o torrente stacca per forza istantanea una parte
considerevole e riconoscibile di un fondo contiguo al suo corso e la
trasporta verso un fondo inferiore o verso l'opposta riva, il
proprietario del fondo al quale si e' unita la parte staccata ne
acquista la proprieta'. Deve pero' pagare all'altro proprietario
un'indennita' nei limiti del maggior valore recato al fondo
dall'avulsione.

Art. 945.

(Isole e unioni di terra).

Le isole e unioni di terra che si formano nel letto dei fiumi o
torrenti appartengono al demanio pubblico.

((COMMA ABROGATO DALLA L. 5 GENNAIO 1994, N. 37)).

((COMMA ABROGATO DALLA L. 5 GENNAIO 1994, N. 37)).
Art. 946.

(( (Alveo abbandonato). ))

((Se un fiume o un torrente si forma un nuovo letto, abbandonando
l'antico, il terreno abbandonato rimane assoggettato al regime
proprio del demanio pubblico)).
Art. 947.

(( (Mutamenti del letto dei fiumi derivanti da regolamento del loro
corso). ))

((Le disposizioni degli articoli 942, 945 e 946 si applicano ai
terreni comunque abbandonati sia a seguito di eventi naturali che per
fatti artificiali indotti dall'attivita' antropica, ivi comprendendo
anche i terreni abbandonati per fenomeni di inalveamento.

La disposizione dell'articolo 941 non si applica nel caso in cui le
alluvioni derivano da regolamento del corso dei fiumi, da bonifiche o
da altri fatti artificiali indotti dall'attivita' antropica.

In ogni caso e' esclusa la sdemanializzazione tacita dei beni del
demanio idrico)).
CAPO IV
Delle azioni a difesa della proprieta'

Art. 948.

(Azione di rivendicazione).

Il proprietario puo' rivendicare la cosa da chiunque la possiede o
detiene e puo' proseguire l'esercizio dell'azione anche se costui,
dopo la domanda, ha cessato, per fatto proprio, di possedere o
detenere la cosa. In tal caso il convenuto e' obbligato a ricuperarla
per l'attore a proprie spese, o, in mancanza, a corrispondergliene il
valore, oltre a risarcirgli il danno.

Il proprietario, se consegue direttamente dal nuovo possessore o
detentore la restituzione della cosa, e' tenuto a restituire al
precedente possessore o detentore la somma ricevuta in luogo di essa.

L'azione di rivendicazione non si prescrive, salvi gli effetti
dell'acquisto della proprieta' da parte di altri per usucapione.
Art. 949.

(Azione negatoria).

Il proprietario puo' agire per far dichiarare l'inesistenza di
diritti affermati da altri sulla cosa, quando ha motivo di temerne
pregiudizio.

Se sussistono anche turbative o molestie, il proprietario puo'
chiedere che se ne ordini la cessazione, oltre la condanna al
risarcimento del danno.

Art. 950.

(Azione di regolamento di confini).

Quando il confine tra due fondi e' incerto, ciascuno dei
proprietari puo' chiedere che sia stabilito giudizialmente.

Ogni mezzo di prova e' ammesso.

In mancanza di altri elementi, il giudice si attiene al confine
delineato dalle mappe catastali.

Art. 951.

(Azione per apposizione di termini).

Se i termini tra fondi contigui mancano o sono diventati
irriconoscibili, ciascuno dei proprietari ha diritto di chiedere che
essi siano apposti o ristabiliti a spese comuni.

TITOLO III
DELLA SUPERFICIE

Art. 952.

(Costituzione del diritto di superficie).

Il proprietario puo' costituire il diritto di fare e mantenere al
disopra del suolo una costruzione a favore di altri, che ne acquista
la proprieta'.

Del pari puo' alienare la proprieta' della costruzione gia'
esistente, separatamente dalla proprieta' del suolo.

Art. 953.

(Costituzione a tempo determinato).

Se la costituzione del diritto e' stata fatta per un tempo
determinato, allo scadere del termine il diritto di superficie si
estingue e il proprietario del suolo diventa proprietario della
costruzione.

Art. 954.

(Estinzione del diritto di superficie).

L'estinzione del diritto di superficie per scadenza del termine
importa l'estinzione dei diritti reali imposti dal superficiario. I
diritti gravanti sul suolo si estendono alla costruzione, salvo, per
le ipoteche, il disposto del primo comma dell'art. 2816.

I contratti di locazione, che hanno per oggetto la costruzione, non
durano se non per l'anno in corso alla scadenza del termine.

Il perimento della costruzione non importa, salvo patto contrario,
l'estinzione del diritto di superficie.

Il diritto di fare la costruzione sul suolo altrui si estingue per
prescrizione per effetto del non uso protratto per venti anni.

Art. 955.

(Costruzioni al disotto del suolo).

Le disposizioni precedenti si applicano anche nel caso in cui e'
concesso il diritto di fare e mantenere costruzioni al disotto del
suolo altrui.

Art. 956.

(Divieto di proprieta' separata delle piantagioni).

Non puo' essere costituita o trasferita la proprieta' delle
piantagioni separatamente dalla proprieta' del suolo.

TITOLO IV
DELL'ENFITEUSI

Art. 957.

(Disposizioni inderogabili).

L'enfiteusi, salvo che il titolo disponga altrimenti, e' regolata
dalle norme contenute negli articoli seguenti.

Il titolo non puo' tuttavia derogare alle norme contenute negli
articoli 958, secondo comma, 961, secondo comma, 962, 965, 968, 971 e
973.

Art. 958.

(Durata).

L'enfiteusi puo' essere perpetua o a tempo.

L'enfiteusi temporanea non puo' essere costituita per una durata
inferiore ai venti anni.

Art. 959.

(Diritti dell'enfiteuta).

L'enfiteuta ha gli stessi diritti che avrebbe il proprietario sui
frutti del fondo, sul tesoro e relativamente alle utilizzazioni del
sottosuolo in conformita' delle disposizioni delle leggi speciali.

Il diritto dell'enfiteuta si estende alle accessioni.

Art. 960.

(Obblighi dell'enfiteuta).

L'enfiteuta ha l'obbligo di migliorare il fondo e di pagare al
concedente un canone periodico. Questo puo' consistere in una somma
di danaro ovvero in una quantita' fissa di prodotti naturali.

L'enfiteuta non puo' pretendere remissione o riduzione del canone
per qualunque insolita sterilita' del fondo o perdita di frutti.

Art. 961.

(Pagamento del canone).

L'obbligo del pagamento del canone grava solidalmente su tutti i
coenfiteuti e sugli eredi dell'enfiteuta finche' dura la comunione.

Nel caso in cui segua la divisione e il fondo venga goduto
separatamente dagli enfiteuti o dagli eredi, ciascuno risponde per
gli obblighi inerenti all'enfiteusi proporzionalmente al valore della
sua porzione.

Art. 962.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 22 LUGLIO 1966, N. 607))
Art. 963.

(Perimento totale o parziale del fondo).

Quando il fondo enfiteutico perisce interamente, l'enfiteusi si
estingue.

Se e' perita una parte notevole del fondo e il canone risulta
sproporzionato al valore della parte residua, l'enfiteuta, secondo le
circostanze, puo' chiedere una congrua riduzione del canone, o
rinunziare al suo diritto, restituendo il fondo al concedente, salvo
il diritto al rimborso dei miglioramenti sulla parte residua.

La domanda di riduzione del canone e la rinunzia al diritto non
sono ammesse, decorso un anno dall'avvenuto perimento.

Qualora il fondo sia assicurato e l'assicurazione sia fatta anche
nell'interesse del concedente, l'indennita' e' ripartita tra il
concedente e l'enfiteuta in proporzione del valore dei rispettivi
diritti.

Nel caso di espropriazione per pubblico interesse, l'indennita' si
ripartisce a norma del comma precedente.

Art. 964.

(Imposte e altri pesi).

Le imposte e gli altri pesi che gravano sul fondo sono a carico
dell'enfiteuta, salve le disposizioni delle leggi speciali.

Se in virtu' del titolo costitutivo sono a carico del concedente,
tale obbligo non puo' eccedere l'ammontare del canone.

Art. 965.

(Disponibilita' del diritto dell'enfiteuta).

L'enfiteuta puo' disporre del proprio diritto, sia per atto tra
vivi, sia per atto di ultima volonta'.

Per l'alienazione del diritto dell'enfiteuta non e' dovuta alcuna
prestazione al concedente.

Nell'atto costitutivo puo' essere vietato all'enfiteuta di disporre
per atto tra vivi, in tutto o in parte, del proprio diritto, per un
tempo non maggiore di venti anni.

Nel caso di alienazione compiuta contro tale divieto, l'enfiteuta
non e' liberato dai suoi obblighi verso il concedente ed e' tenuto a
questi solidalmente con l'acquirente.

Art. 966.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 18 DICEMBRE 1970, N. 1138))
Art. 967.

(Diritti e obblighi dell'enfiteuta e del concedente in caso di
alienazione).

In caso di alienazione, il nuovo enfiteuta e' obbligato
solidalmente col precedente al pagamento dei canoni non soddisfatti.

Il precedente enfiteuta non e' liberato dai suoi obblighi, prima
che sia stato notificato l'atto di acquisto al concedente.

In caso di alienazione del diritto del concedente, l'acquirente non
puo' pretendere l'adempimento degli obblighi dell'enfiteuta prima che
a questo sia stata notificata l'alienazione.

Art. 968.

(Subenfiteusi).

La subenfiteusi non e' ammessa.

Art. 969.

(Ricognizione).

Il concedente puo' richiedere la ricognizione del proprio diritto
da chi si trova nel possesso del fondo enfiteutico, un anno prima del
compimento del ventennio.

Per l'atto di ricognizione non e' dovuta alcuna prestazione. Le
spese dell'atto sono a carico del concedente.

Art. 970.

(Prescrizione del diritto dell'enfiteuta).

Il diritto dell'enfiteuta si prescrive per effetto del non uso
protratto per venti anni.

Art. 971.

(Affrancazione).

((COMMA ABROGATO DALLA L. 18 DICEMBRE 1970, N. 1138)).

((COMMA ABROGATO DALLA L. 18 DICEMBRE 1970, N. 1138)).

((COMMA ABROGATO DALLA L. 18 DICEMBRE 1970, N. 1138)).

Se piu' sono gli enfiteuti, l'affrancazione puo' promuoversi anche
da uno solo di essi, ma per la totalita'. In questo caso
l'affrancante subentra nei diritti del concedente verso gli altri
enfiteuti, salva, a favore di questi, una riduzione proporzionale del
canone.

Se piu' sono i concedenti, l'affrancazione puo' effettuarsi per la
quota che spetta a ciascun concedente.

L'affrancazione si opera mediante il pagamento di una somma
risultante dalla capitalizzazione del canone annuo sulla base
dell'interesse legale. Le modalita' sono stabilite da leggi speciali.
Art. 972.

(Devoluzione).

Il concedente puo' chiedere la devoluzione del fondo enfiteutico:
1) se l'enfiteuta deteriora il fondo o non adempie all'obbligo di
migliorarlo;
2) se l'enfiteuta e' in mora nel pagamento di due annualita' di
canone. La devoluzione non ha luogo se l'enfiteuta ha effettuato il
pagamento dei canoni maturati prima che sia intervenuta nel giudizio
sentenza, ancorche' di primo grado, che abbia accolto la domanda.

La domanda di devoluzione non preclude all'enfiteuta il diritto di
affrancare, sempre che ricorrano le condizioni previste dall'art.
971. ((PERIODO SOPPRESSO DALLA L. 22 LUGLIO 1966, N. 607)).((PERIODO
SOPPRESSO DALLA L. 22 LUGLIO 1966, N. 607)).
Art. 973.

(Clausola risolutiva espressa).

La dichiarazione del concedente di valersi della clausola
risolutiva espressa non impedisce l'esercizio del diritto di
affrancazione, ((...)).
Art. 974.

(Diritti dei creditori dell'enfiteuta).

I creditori dell'enfiteuta possono intervenire nel giudizio di
devoluzione per conservare le loro ragioni, valendosi all'uopo anche
del diritto di affrancazione che spetti all'enfiteuta; possono
offrire il risarcimento dei danni e dare cauzione per l'avvenire.

I creditori, che hanno iscritto ipoteca contro l'enfiteuta
anteriormente alla trascrizione della domanda di devoluzione e ai
quali questa non e' stata notificata in tempo utile per poter
intervenire, conservano il diritto di affrancazione anche dopo
avvenuta la devoluzione.

Art. 975.

(Miglioramenti e addizioni).

Quando cessa l'enfiteusi, all'enfiteuta spetta il rimborso dei
miglioramenti nella misura dell'aumento di valore conseguito dal
fondo per effetto dei miglioramenti stessi, quali sono accertati al
tempo della riconsegna.

Se in giudizio e' stata fornita qualche prova della sussistenza in
genere dei miglioramenti, all'enfiteuta compete la ritenzione del
fondo fino a quando non e' soddisfatto il suo credito.

Per le addizioni fatte dall'enfiteuta, quando possono essere tolte
senza nocumento del fondo, il concedente, se vuole ritenerle, deve
pagarne il valore al tempo della riconsegna. Se le addizioni non sono
separabili senza nocumento e costituiscono miglioramento, si applica
la disposizione del primo comma di questo articolo.

Art. 976.

(Locazioni concluse dall'enfiteuta).

Per le locazioni concluse dall'enfiteuta si applicano le norme
dell'art. 999.

Art. 977.

(Enfiteusi costituite dalle persone giuridiche).

Le disposizioni contenute negli articoli precedenti si applicano
anche alle enfiteusi costituite dalle persone giuridiche, salvo che
sia disposto diversamente dalle leggi speciali.

TITOLO V
DELL'USUFRUTTO, DELL'USO E DELL'ABITAZIONE
CAPO I
Dell'usufrutto
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 978.

(Costituzione).

L'usufrutto e' stabilito dalla legge o dalla volonta' dell'uomo.
Puo' anche acquistarsi per usucapione.

Art. 979.

(Durata).

La durata dell'usufrutto non puo' eccedere la vita
dell'usufruttuario.

L'usufrutto costituito a favore di una persona giuridica non puo'
durare piu' di trent'anni.

Art. 980.

(Cessione dell'usufrutto).

L'usufruttuario puo' cedere il proprio diritto per un certo tempo o
per tutta la sua durata, se cio' non e' vietato dal titolo
costitutivo.

La cessione dev'essere notificata al proprietario; finche' non sia
stata notificata, l'usufruttuario e' solidalmente obbligato con il
cessionario verso il proprietario.

Sezione II
Dei diritti nascenti dall'usufrutto

Art. 981.

(Contenuto del diritto di usufrutto).

L'usufruttuario ha diritto di godere della cosa, ma deve
rispettarne la destinazione economica.

Egli puo' trarre dalla cosa ogni utilita' che questa puo' dare,
fermi i limiti stabiliti in queste capo.

Art. 982.

(Possesso della cosa).

L'usufruttuario ha il diritto di conseguire il possesso della cosa
di cui ha l'usufrutto, salvo quanto e' disposto dall'art. 1002.

Art. 983.

(Accessioni).

L'usufrutto si estende a tutte le accessioni della cosa.

Se il proprietario dopo l'inizio dell'usufrutto, con il consenso
dell'usufruttuario, ha fatto nel fondo costruzioni o piantagioni,
l'usufruttuario e' tenuto a corrispondere gli interessi sulle somme
impiegate. La norma si applica anche nel caso in cui le costruzioni o
piantagioni sono state fatte per disposizione della pubblica
autorita'.

Art. 984.

(Frutti).

I frutti naturali e i frutti civili spettano all'usufruttuario per
la durata del suo diritto.

Se il proprietario e l'usufruttuario si succedono nel godimento
della cosa entro l'anno agrario o nel corso di un periodo produttivo
di maggiore durata, l'insieme di tutti i frutti si ripartisce fra
l'uno e l'altro in proporzione della durata del rispettivo diritto
nel periodo stesso.

Le spese per la produzione e il raccolto sono a carico del
proprietario e dell'usufruttuario nella proporzione indicata dal
comma precedente ed entro i limiti del valore dei frutti.

Art. 985.

(Miglioramenti).

L'usufruttuario ha diritto a un'indennita' per i miglioramenti che
sussistono al momento della restituzione della cosa.

L'indennita' si deve corrispondere nella minor somma tra l'importo
della spesa e l'aumento di valore conseguito dalla cosa per effetto
dei miglioramenti.

L'autorita' giudiziaria, avuto riguardo alle circostanze, puo'
disporre che il pagamento dell'indennita' prevista dai commi
precedenti sia fatto ratealmente, imponendo in questo caso idonea
garanzia.

Art. 986.

(Addizioni).

L'usufruttuario puo' eseguire addizioni che non alterino la
destinazione economica della cosa.

Egli ha diritto di toglierle alla fine dell'usufrutto, qualora cio'
possa farsi senza nocumento della cosa, salvo che il proprietario
preferisca ritenere le addizioni stesse. In questo caso deve essere
corrisposta all'usufruttuario un'indennita' pari alla minor somma tra
l'importo della spesa e il valore delle addizioni al tempo della
riconsegna.

Se le addizioni non possono separarsi senza nocumento della cosa e
costituiscono miglioramento di essa, si applicano le disposizioni
relative ai miglioramenti.

Art. 987.

(Miniere, cave e torbiere).

L'usufruttuario gode delle cave e torbiere gia' aperte e in
esercizio all'inizio dell'usufrutto. Non ha facolta' di aprirne altre
senza il consenso del proprietario.

Per le ricerche e le coltivazioni minerarie, di cui abbia ottenuto
il permesso, l'usufruttuario deve indennizzare il proprietario dei
danni che saranno accertati alla fine dell'usufrutto.

Se il permesso e' stato ottenuto dal proprietario o da un terzo,
questi devono all'usufruttuario un'indennita' corrispondente al
diminuito godimento del fondo durante l'usufrutto.

Art. 988.

(Tesoro).

Il diritto dell'usufruttuario non si estende al tesoro che si
scopra durante l'usufrutto, salve le ragioni che gli possono
competere come ritrovatore.

Art. 989.

(Boschi, filari e alberi sparsi di alto fusto).

Se nell'usufrutto sono compresi boschi o filari cedui ovvero boschi
o filari di alto fusto destinati alla produzione di legna,
l'usufruttuario puo' procedere ai tagli ordinari, curando il
mantenimento dell'originaria consistenza dei boschi o dei filari e
provvedendo, se occorre, alla loro ricostituzione.

Circa il modo, l'estensione, l'ordine e l'epoca dei tagli,
l'usufruttuario e' tenuto a uniformarsi, oltre che alle leggi e ai
regolamenti forestali, alla pratica costante della regione.

Le stesse regole si applicano agli alberi di alto fusto sparsi per
la campagna, destinati ad essere tagliati.

Art. 990.

(Alberi di alto fusto divelti, spezzati o periti).

Gli alberi di alto fusto divelti, spezzati o periti per accidente
spettano al proprietario. L'usufruttuario puo' servirsi di essi
soltanto per le riparazioni che sono a suo carico.

Art. 991.

(Alberi fruttiferi).

Gli alberi fruttiferi che periscono e quelli divelti o spezzati per
accidente appartengono all'usufruttuario, ma questi ha l'obbligo di
sostituirne altri.

Art. 992.

(Pali per vigne e per altre coltivazioni).

L'usufruttuario puo' prendere nei boschi i pali occorrenti per le
vigne e per le altre coltivazioni che ne abbisognano, osservando
sempre la pratica costante della regione.

Art. 993.

(Semenzai).

L'usufruttuario puo' servirsi dei piantoni dei semenzai, ma deve
osservare la pratica costante della regione per il tempo e il modo
dell'estrazione e per la rimessa dei virgulti.

Art. 994.

(Perimento delle mandre o dei greggi).

Se l'usufrutto e' stabilito sopra una mandra o un gregge,
l'usufruttuario e' tenuto a surrogare gli animali periti, fino alla
concorrente quantita' dei nati, dopo che la mandra o il gregge ha
cominciato ad essere mancante del numero primitivo.

Se la mandra o il gregge perisce interamente per causa non
imputabile all'usufruttuario, questi non e' obbligato verso il
proprietario che a rendere conto delle pelli o del loro valore.

Art. 995.

(Cose consumabili).

Se l'usufrutto comprende cose consumabili, l'usufruttuario ha
diritto di servirsene e ha l'obbligo di pagarne il valore al termine
dell'usufrutto secondo la stima convenuta.

Mancando la stima, e' in facolta' dell'usufruttuario di pagare le
cose secondo il valore che hanno al tempo in cui finisce l'usufrutto
o di restituirne altre in eguale qualita' e quantita'.

Art. 996.

(Cose deteriorabili).

Se l'usufrutto comprende cose che, senza consumarsi in un tratto,
si deteriorano a poco a poco, l'usufruttuario ha diritto di
servirsene secondo l'uso al quale sono destinate, e alla fine
dell'usufrutto e' soltanto tenuto a restituirle nello stato in cui si
trovano.

Art. 997.

(Impianti, opifici e macchinari).

Se l'usufrutto comprende impianti, opifici o macchinari che hanno
una destinazione produttiva, l'usufruttuario e' tenuto a riparare e a
sostituire durante l'usufrutto le parti che si logorano, in modo da
assicurare il regolare funzionamento delle cose suddette. Se
l'usufruttuario ha sopportato spese che eccedono quelle delle
ordinarie riparazioni, il proprietario, al termine dell'usufrutto, e'
tenuto a corrispondergli una congrua indennita'.

Art. 998.

(Scorte vive e morte).

Le scorte vive e morte di un fondo devono essere restituite in
eguale quantita' e qualita'. L'eccedenza o la deficienza di esse deve
essere regolata in danaro, secondo il loro valore al termine
dell'usufrutto.

Art. 999.

(Locazioni concluse dall'usufruttuario).

Le locazioni concluse dall'usufruttuario, in corso al tempo della
cessazione dell'usufrutto, purche' constino da atto pubblico o da
scrittura privata di data certa anteriore, continuano per la durata
stabilita, ma non oltre il quinquennio dalla cessazione
dell'usufrutto.

Se la cessazione dell'usufrutto avviene per la scadenza del termine
stabilito, le locazioni non durano in ogni caso se non per l'anno, e,
trattandosi di fondi rustici dei quali il principale raccolto e'
biennale o triennale, se non per il biennio o triennio che si trova
in corso al tempo in cui cessa l'usufrutto.

Art. 1000.

(Riscossione di capitali).

Per la riscossione di somme che rappresentano un capitale gravato
d'usufrutto, e' necessario il concorso del titolare del credito e
dell'usufruttuario. Il pagamento fatto a uno solo di essi non e'
opponibile all'altro, salve in ogni caso le norme relative alla
cessione dei crediti.

Il capitale riscosso dev'essere investito in modo fruttifero e su
di esso si trasferisce l'usufrutto. Se le parti non sono d'accordo
sul modo d'investimento, provvede l'autorita' giudiziaria.

Sezione III
Degli obblighi nascenti dall'usufrutto

Art. 1001.

(Obbligo di restituzione. Misura della diligenza).

L'usufruttuario deve restituire le cose che formano oggetto del suo
diritto, al termine dell'usufrutto, salvo quanto e' disposto
dall'art. 995.

Nel godimento della cosa egli deve usare la diligenza del buon
padre di famiglia.

Art. 1002.

(Inventario e garanzia).

L'usufruttuario prende le cose nello stato in cui si trovano.

Egli e' tenuto a fare a sue spese l'inventario dei beni, previo
avviso al proprietario. Quando l'usufruttuario e' dispensato dal fare
l'inventario, questo puo' essere richiesto dal proprietario a sue
spese.

L'usufruttuario deve inoltre dare idonea garanzia. Dalla
prestazione della garanzia sono dispensati i genitori che hanno
l'usufrutto legale sui beni dei loro figli minori. Sono anche
dispensati il venditore e il donante con riserva d'usufrutto; ma,
qualora questi cedano l'usufrutto, il cessionario e' tenuto a
prestare garanzia.

L'usufruttuario non puo' conseguire il possesso dei beni prima di
avere adempiuto agli obblighi su indicati.

Art. 1003.

(Mancanza o insufficienza della garanzia).

Se l'usufruttuario non presta la garanzia a cui e' tenuto, si
osservano le disposizioni seguenti:
gli immobili sono locati o messi sotto amministrazione, salva la
facolta' all'usufruttuario di farsi assegnare per propria abitazione
una casa compresa nell'usufrutto. L'amministrazione e' affidata, con
il consenso dell'usufruttuario, al proprietario o altrimenti a un
terzo scelto di comune accordo tra proprietario e usufruttuario o, in
mancanza di tale accordo, nominato dall'autorita' giudiziaria;
il danaro e' collocato a interesse;
i titoli al portatore si convertono in nominativi a favore del
proprietario con il vincolo dell'usufrutto, ovvero si depositano
presso una terza persona, scelta dalle parti, o presso un istituto di
credito, la cui designazione, in caso di dissenso, e' fatta
dall'autorita' giudiziaria;
le derrate sono vendute e il loro prezzo e' parimenti collocato a
interesse.

In questi casi appartengono all'usufruttuario gli interessi dei
capitali, le rendite, le pigioni e i fitti.

Se si tratta di mobili i quali si deteriorano con l'uso, il
proprietario puo' chiedere che siano venduti e ne sia impiegato il
prezzo come quello delle derrate. L'usufruttuario puo' nondimeno
domandare che gli siamo lasciati i mobili necessari per il proprio
uso.

Art. 1004.

(Spese a carico dell'usufruttuario).

Le spese e, in genere, gli oneri relativi alla custodia,
amministrazione e manutenzione ordinaria della cosa sono a carico
dell'usufruttuario.

Sono pure a suo carico le riparazioni straordinarie rese necessarie
dall'inadempimento degli obblighi di ordinaria manutenzione.

Art. 1005.

(Riparazioni straordinarie).

Le riparazioni straordinarie sono a carico del proprietario.

Riparazioni straordinarie sono quelle necessarie ad assicurare la
stabilita' dei muri maestri e delle volte, la sostituzione delle
travi, il rinnovamento, per intero o per una parte notevole, dei
tetti, solai, scale, argini, acquedotti, muri di sostegno o di cinta.

L'usufruttuario deve corrispondere al proprietario, durante
l'usufrutto, l'interesse delle somme spese per le riparazioni
straordinarie.

Art. 1006.

(Rifiuto del proprietario alle riparazioni).

Se il proprietario rifiuta di eseguire le riparazioni poste a suo
carico o ne ritarda l'esecuzione senza giusto motivo, e' in facolta'
dell'usufruttuario di farle eseguire a proprie spese. Le spese devono
essere rimborsate alla fine dell'usufrutto senza interesse. A
garanzia del rimborso l'usufruttuario ha diritto di ritenere
l'immobile riparato.

Art. 1007.

(Rovina parziale di edificio accessorio).

Le disposizioni dei due articoli precedenti si applicano anche nel
caso in cui, per vetusta' o caso fortuito, rovini soltanto in parte
l'edificio che formava accessorio necessario del fondo soggetto a
usufrutto.

Art. 1008.

(Imposte e altri pesi a carico dell'usufruttuario).

L'usufruttuario e' tenuto, per la durata del suo diritto, ai
carichi annuali, come le imposte, i canoni, le rendite fondiarie e
gli altri pesi che gravano sul reddito.

Per l'anno in corso al principio e alla fine dell'usufrutto questi
carichi si ripartiscono tra il proprietario e l'usufruttuario in
proporzione della durata del rispettivo diritto.

Art. 1009.

(Imposte e altri pesi a carico del proprietario).

Al pagamento dei carichi imposti sulla proprieta' durante
l'usufrutto, salvo diverse disposizioni di legge, e' tenuto il
proprietario, ma l'usufruttuario gli deve corrispondere l'interesse
della somma pagata.

Se l'usufruttuario ne anticipa il pagamento, ha diritto di essere
rimborsato del capitale alla fine dell'usufrutto.

Art. 1010.

(Passivita' gravanti su eredita' in usufrutto).

L'usufruttuario di un'eredita' o di una quota di eredita' e'
obbligato a pagare per intero, o in proporzione della quota, le
annualita' e gli interessi dei debiti o dei legati da cui l'eredita'
stessa sia gravata.

Per il pagamento del capitale dei debiti o dei legati, che si renda
necessario durante l'usufrutto, e' in facolta' dell'usufruttuario di
fornire la somma occorrente, che gli deve essere rimborsata senza
interesse alla fine dell'usufrutto.

Se l'usufruttuario non puo' o non vuole fare questa anticipazione,
il proprietario puo' pagare tale somma, sulla quale l'usufruttuario
deve corrispondergli l'interesse durante l'usufrutto, o puo' vendere
una porzione dei beni soggetti all'usufrutto fino alla concorrenza
della somma dovuta.

Se per il pagamento dei debiti si rende necessaria la vendita dei
beni, questa e' fatta d'accordo tra proprietario e usufruttuario,
salvo ricorso all'autorita' giudiziaria in caso di dissenso.
L'espropriazione forzata deve seguire contro ambedue.

Art. 1011.

(Ritenzione per le somme anticipate).

Nelle ipotesi contemplate dal secondo comma dell'art. 1009 e dal
secondo comma dell'art. 1010, l'usufruttuario ha diritto di
ritenzione sui beni che sono in suo possesso fino alla concorrenza
della somma a lui dovuta.

Art. 1012.

(Usurpazioni durante l'usufrutto e azioni relative alle servitu').

Se durante l'usufrutto un terzo commette usurpazione sul fondo o
altrimenti offende le ragioni del proprietario, l'usufruttuario e'
tenuto a fargliene denunzia e, omettendola, e' responsabile dei danni
che eventualmente siano derivati al proprietario.

L'usufruttuario puo' far riconoscere l'esistenza delle servitu' a
favore del fondo o l'inesistenza di quelle che si pretende di
esercitare sul fondo medesimo; egli deve in questi casi chiamare in
giudizio il proprietario.

Art. 1013.

(Spese per le liti).

Le spese delle liti che riguardano tanto la proprieta' quanto
l'usufrutto sono sopportate dal proprietario e dall'usufruttuario in
proporzione del rispettivo interesse.

Sezione IV
Estinzione e modificazioni dell'usufrutto

Art. 1014.

(Estinzione dell'usufrutto).

Oltre quanto e' stabilito dall'art. 979, l'usufrutto si estingue:
1) per prescrizione per effetto del non uso durato per venti
anni;
2) per la riunione dell'usufrutto e della proprieta' nella stessa
persona;
3) per il totale perimento della cosa su cui e' costituito.
Art. 1015.

(Abusi dell'usufruttuario).

L'usufrutto puo' anche cessare per l'abuso che faccia
l'usufruttuario del suo diritto alienando i beni o deteriorandoli o
lasciandoli andare in perimento per mancanza di ordinarie
riparazioni.

L'autorita' giudiziaria puo', secondo le circostanze, ordinare che
l'usufruttuario dia garanzia, qualora ne sia esente, o che i beni
siano locati o posti sotto amministrazione a spese di lui, o anche
dati in possesso al proprietario con l'obbligo di pagare annualmente
all'usufruttuario, durante l'usufrutto, una somma determinata.

I creditori dell'usufruttuario possono intervenire nel giudizio per
conservare le loro ragioni, offrire il risarcimento dei danni e dare
garanzia per l'avvenire.

Art. 1016.

(Perimento parziale della cosa).

Se una sola parte della cosa soggetta all'usufrutto perisce,
l'usufrutto si conserva sopra cio' che rimane.

Art. 1017.

(Perimento della cosa per colpa o dolo di terzi).

Se il perimento della cosa non e' conseguenza di caso fortuito,
l'usufrutto si trasferisce sull'indennita' dovuta dal responsabile
del danno.

Art. 1018.

(Perimento dell'edificio).

Se l'usufrutto e' stabilito sopra un fondo, del quale fa parte un
edificio, e questo viene in qualsiasi modo a perire, l'usufruttuario
ha diritto di godere dell'area e dei materiali.

La stessa disposizione si applica se l'usufrutto e' stabilito
soltanto sopra un edificio. In tal caso, pero', il proprietario, se
intende costruire un altro edificio, ha il diritto di occupare l'area
e di valersi dei materiali, pagando all'usufruttuario, durante
l'usufrutto, gli interessi sulla somma corrispondente al valore
dell'area e dei materiali.

Art. 1019.

(Perimento di cosa assicurata dall'usufruttuario).

Se l'usufruttuario ha provveduto all'assicurazione della cosa o al
pagamento dei premi per la cosa gia' assicurata, l'usufrutto si
trasferisce sull'indennita' dovuta dall'assicuratore.

Se e' perito un edificio e il proprietario intende di ricostruirlo
con la somma conseguita come indennita', l'usufruttuario non puo'
opporsi. L'usufrutto in questo caso si trasferisce sull'edificio
ricostruito. Se pero' la somma impiegata nella ricostruzione e'
maggiore di quella spettante in usufrutto, il diritto
dell'usufruttuario sul nuovo edificio e' limitato in proporzione di
quest'ultima.

Art. 1020.

(Requisizione o espropriazione).

Se la cosa e' requisita o espropriata per pubblico interesse,
l'usufrutto si trasferisce sull'indennita' relativa.

CAPO II
Dell'uso e dell'abitazione

Art. 1021.

(Uso).

Chi ha il diritto d'uso di una cosa puo' servirsi di essa e, se e'
fruttifera, puo' raccogliere i frutti per quanto occorre ai bisogni
suoi e della sua famiglia.

I bisogni si devono valutare secondo la condizione sociale del
titolare del diritto.

Art. 1022.

(Abitazione).

Chi ha il diritto di abitazione di una casa puo' abitarla
limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia.

Art. 1023.

(Ambito della famiglia).

Nella famiglia si comprendono anche i figli nati dopo che e'
cominciato il diritto d'uso o d'abitazione, quantunque nel tempo in
cui il diritto e' sorto la persona non avesse contratto matrimonio.
((Si comprendono inoltre i figli adottivi e i figli riconosciuti,
anche se l'adozione o il riconoscimento sono seguiti dopo che il
diritto era gia' sorto.)) Si comprendono infine le persone che
convivono con il titolare del diritto per prestare a lui o alla sua
famiglia i loro servizi.
Art. 1024.

(Divieto di cessione).

I diritti di uso e di abitazione non si possono cedere o dare in
locazione.

Art. 1025.

(Obblighi inerenti all'uso e all'abitazione).

Chi ha l'uso di un fondo e ne raccoglie tutti i frutti o chi ha il
diritto di abitazione e occupa tutta la casa e' tenuto alle spese di
coltura, alle riparazioni ordinarie e al pagamento dei tributi come
l'usufruttuario.

Se non raccoglie che una parte dei frutti o non occupa che una
parte della casa, contribuisce in proporzione di cio' che gode.

Art. 1026.

(Applicabilita' delle norme sull'usufrutto).

Le disposizioni relative all'usufrutto si applicano, in quanto
compatibili, all'uso e all'abitazione.

TITOLO VI
DELLE SERVITU' PREDIALI
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 1027.

(Contenuto del diritto).

La servitu' prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo per
l'utilita' di un altro fondo appartenente a diverso proprietario.

Art. 1028.

(Nozione dell'utilita').

L'utilita' puo' consistere anche nella maggiore comodita' o
amenita' del fondo dominante. Puo' del pari essere inerente alla
destinazione industriale del fondo.

Art. 1029.

(Servitu' per vantaggio futuro).

E' ammessa la costituzione di una servitu' per assicurare a un
fondo un vantaggio futuro.

E' ammessa altresi' a favore o a carico di un edificio da costruire
o di un fondo da acquistare; ma in questo caso la costituzione non ha
effetto se non dal giorno in cui l'edificio e' costruito o il fondo
e' acquistato.

Art. 1030.

(Prestazioni accessorie).

Il proprietario del fondo servente non e' tenuto a compiere alcun
atto per rendere possibile l'esercizio della servitu' da parte del
titolare, salvo che la legge o il titolo disponga altrimenti.

Art. 1031.
(Costituzione delle servitu')

Le servitu' prediali possono essere costituite coattivamente o
volontariamente. Possono anche essere costituite per usucapione o per
destinazione del padre di famiglia.
CAPO II
Delle servitu' coattive

Art. 1032.

(Modi di costituzione).

Quando, in forza di legge, il proprietario di un fondo ha diritto
di ottenere da parte del proprietario di un altro fondo la
costituzione di una servitu', questa, in mancanza di contratto, e'
costituita con sentenza. Puo' anche essere costituita con atto
dell'autorita' amministrativa nei casi specialmente determinati dalla
legge.

La sentenza stabilisce le modalita' della servitu' e determina
l'indennita' dovuta.

Prima del pagamento dell'indennita' il proprietario del fondo
servente puo' opporsi all'esercizio della servitu'.

Sezione I
Dell'acquedotto e dello scarico coattivo

Art. 1033.

(Obbligo di dare passaggio alle acque).

Il proprietario e' tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle
acque di ogni specie che si vogliono condurre da parte di chi ha,
anche solo temporaneamente, il diritto di utilizzarle per i bisogni
della vita o per usi agrari o industriali.

Sono esenti da questa servitu' le case, i cortili, i giardini e le
aie ad esse attinenti.

Art. 1034.

(Apertura di nuovo acquedotto).

Chi ha diritto di condurre acque per il fondo altrui deve costruire
il necessario acquedotto, ma non puo' far defluire le acque negli
acquedotti gia' esistenti e destinati al corso di altre acque.

Il proprietario del fondo soggetto alla servitu' puo' tuttavia
impedire la costruzione, consentendo il passaggio nei propri
acquedotti gia' esistenti, qualora cio' non rechi notevole
pregiudizio alla condotta che si domanda. In tal caso al proprietario
dell'acquedotto e' dovuta un'indennita' da determinarsi avuto
riguardo all'acqua che s'introduce, al valore dell'acquedotto, alle
opere che si rendono necessarie per il nuovo passaggio e alle
maggiori spese di manutenzione.

La facolta' indicata dal comma precedente non e' consentita al
proprietario del fondo servente nei confronti della pubblica
amministrazione.

Art. 1035.

(Attraversamento di acquedotti).

Chi vuol condurre l'acqua per il fondo altrui puo' attraversare al
disopra o al disotto gli acquedotti preesistenti, appartengano essi
al proprietario del fondo o ad altri, purche' esegua le opere
necessarie a impedire ogni danno o alterazione degli acquedotti
stessi.

Art. 1036.

(Attraversamento di fiumi o di strade).

Se per la condotta delle acque occorre attraversare strade
pubbliche o corsi di acque pubbliche, si osservano le leggi e i
regolamenti sulle strade e sulle acque.

Art. 1037.

(Condizioni per la costituzione della servitu').

Chi vuol far passare le acque sul fondo altrui deve dimostrare che
puo' disporre dell'acqua durante il tempo per cui chiede il
passaggio; che la medesima e' sufficiente per l'uso al quale si vuol
destinare; che il passaggio richiesto e' il piu' conveniente e il
meno pregiudizievole al fondo servente, avuto riguardo alle
condizioni dei fondi vicini, al pendio e alle altre condizioni per la
condotta, per il corso e lo sbocco delle acque.

Art. 1038.

(Indennita' per l'imposizione della servitu').

Prima d'imprendere la costruzione dell'acquedotto, chi vuol
condurre acqua per il fondo altrui deve pagare il valore, secondo la
stima, dei terreni da occupare, senza detrazione delle imposte e
degli altri carichi inerenti al fondo, oltre l'indennita' per i
danni, ivi compresi quelli derivanti dalla separazione in due o piu'
parti o da altro deterioramento del fondo da intersecare.

Per i terreni, pero', che sono occupati soltanto per il deposito
delle materie estratte e per il getto dello spurgo non si deve pagare
che la meta' del valore del suolo, e sempre senza detrazione delle
imposte e degli altri carichi inerenti; ma nei terreni medesimi il
proprietario del fondo servente puo' fare piantagioni e rimuovere e
trasportare le materie ammucchiate, purche' tutto segua senza danno
dell'acquedotto, del suo spurgo e della sua riparazione.
Art. 1039.

(Indennita' per il passaggio temporaneo).

Qualora il passaggio delle acque sia domandato per un tempo non
maggiore di nove anni, il pagamento dei valori e delle indennita'
indicati dall'articolo precedente e' ristretto alla sola meta', ma
con l'obbligo, scaduto il termine, di rimettere le cose nel primitivo
stato.

Il passaggio temporaneo puo' essere reso perpetuo prima della
scadenza del termine mediante il pagamento dell'altra meta' con gli
interessi legali dal giorno in cui il passaggio e' stato praticato;
scaduto il termine, non si tiene piu' conto di cio' che e' stato
pagato per la concessione temporanea.

Art. 1040.

(Uso dell'acquedotto).

Chi possiede un acquedotto nel fondo altrui non puo' immettervi
maggiore quantita' d'acqua, se l'acquedotto non ne e' capace o ne
puo' venir danno al fondo servente.

Se l'introduzione di una maggior quantita' d'acqua esige nuove
opere, queste non possono farsi, se prima non se ne determinano la
natura e la qualita' e non si paga la somma dovuta per il suolo da
occupare e per i danni nel modo stabilito dall'art. 1038.

La stessa disposizioni si applica anche quando per il passaggio
attraverso un acquedotto occorre sostituire una tomba a un
ponte-canale o viceversa.

Art. 1041.

(Letto dell'acquedotto).

E' sempre in facolta' del proprietario del fondo servente di far
determinare stabilmente il letto dell'acquedotto con l'apposizione di
capisaldi o soglie da riportarsi a punti fissi. Se pero' di tale
facolta' egli non ha fatto uso al tempo della concessione
dell'acquedotto, deve sopportare la meta' delle spese occorrenti.

Art. 1042.

(Obblighi inerenti all'uso di corsi contigui a fondi altrui).

Se un corso d'acqua impedisce ai proprietari dei fondi contigui
l'accesso ai medesimi, o la continuazione dell'irrigazione o dello
scolo delle acque, coloro che si servono di quel corso sono
obbligati, in proporzione del beneficio che ne ritraggono, a
costruire e a mantenere i ponti e i loro accessi sufficienti per un
comodo e sicuro transito, come pure le botti sotterranee, i
ponti-canali o altre opere simili per continuare l'irrigazione o lo
scolo, salvi i diritti derivanti dal titolo o dall'usucapione.
Art. 1043.

(Scarico coattivo).

Le disposizioni contenute negli articoli precedenti per il
passaggio delle acque si applicano anche se il passaggio e' domandato
al fine di scaricare acque sovrabbondanti che il vicino non consente
di ricevere nel suo fondo.

Lo scarico puo' essere anche domandato per acque impure, purche'
siano adottate le precauzioni atte a evitare qualsiasi pregiudizio o
molestia.

Art. 1044.

(Bonifica).

Ferme le disposizioni delle leggi sulla bonifica e sul vincolo
forestale, il proprietario che intende prosciugare o bonificare le
sue terre con fognature, con colmate o altri mezzi ha diritto,
premesso il pagamento dell'indennita' e col minor danno possibile, di
condurre per fogne o per fossi le acque di scolo attraverso i fondi
che separano le sue terre da un corso d'acqua o da qualunque altro
colatoio.

Se il prosciugamento risulta in contrasto con gli interessi di
coloro che utilizzano le acque provenienti dal fondo paludoso, e se
gli opposti interessi non si possono conciliare con opportune opere
che importino una spesa proporzionata allo scopo, l'autorita'
giudiziaria da' le disposizioni per assicurare l'interesse
prevalente, avuto in ogni caso riguardo alle esigenze generali della
produzione. Se si fa luogo al prosciugamento, puo' essere assegnata
una congrua indennita' a coloro che al prosciugamento si sono
opposti.

Art. 1045.

(Utilizzazione di fogne o di fossi altrui).

I proprietari dei fondi attraversati da fogne o da fossi altrui, o
che altrimenti possono approfittare dei lavori fatti in forza
dell'articolo precedente, hanno facolta' di servirsene per risanare i
loro fondi, a condizione che non ne venga danno ai fondi gia'
risanati e che essi sopportino le nuove spese occorrenti per
modificare le opere gia' eseguite, affinche' queste siano in grado di
servire anche ai fondi attraversati, e inoltre sopportino una parte
proporzionale delle spese gia' fatte e di quelle richieste per il
mantenimento delle opere, le quali divengono comuni.

Art. 1046.

(Norme per l'esecuzione delle opere).

Nell'esecuzione delle opere indicate dagli articoli precedenti sono
applicabili le disposizioni del secondo comma dell'art. 1033 e degli
articoli 1035 e 1036.

Sezione II
Dell'appoggio e dell'infissione di chiusa

Art. 1047.

(Contenuto della servitu').

Chi ha diritto di derivare acque da fiumi, torrenti, rivi, canali,
laghi o serbatoi puo', qualora sia necessario, appoggiare o infiggere
una chiusa alle sponde, con l'obbligo pero' di pagare l'indennita' e
di fare e mantenere le opere atte ad assicurare i fondi da ogni
danno.
Art. 1048.

(Obblighi degli utenti).

Nella derivazione e nell'uso delle acque a norma del precedente
articolo, deve evitarsi tra gli utenti superiori e gli inferiori ogni
vicendevole pregiudizio che possa provenire dallo stagnamento, dal
rigurgito o dalla diversione delle acque medesime.

Sezione III
Della somministrazione coattiva di acqua a un edificio o a un fondo

Art. 1049.

(Somministrazione di acqua a un edificio).

Se a una casa o alle sue dipendenze manca l'acqua necessaria per
l'alimentazione degli uomini o degli animali e per gli altri usi
domestici, e non e' possibile procurarla senza eccessivo dispendio,
il proprietario del fondo vicino deve consentire che sia dedotta
l'acqua di sopravanzo nella misura indispensabile per le necessita'
anzidette.

Prima che siano iniziati i lavori, deve pagarsi il valore
dell'acqua, che si chiede di dedurre, calcolato per un'annualita'. Si
devono altresi' sostenere tutte le spese per le opere di presa e di
derivazione. Si applicano inoltre le disposizioni del primo comma
dell'art. 1038.

In mancanza di convenzione, la sentenza determina le modalita'
della derivazione e l'indennita' dovuta.

Qualora si verifichi un mutamento nelle condizioni originarie, la
derivazione puo' essere soppressa su istanza dell'una o dell'altra
parte.
Art. 1050.

(Somministrazione di acqua a un fondo).

Le norme stabilite dall'articolo precedente si applicano anche se
il proprietario di un fondo non ha acqua per irrigarlo, quando le
acque del fondo vicino consentono una parziale somministrazione, dopo
soddisfatto ogni bisogno domestico, agricolo o industriale.

Le disposizioni di questo articolo e del precedente non si
applicano nel caso in cui delle acque si dispone in forza di
concessione amministrativa.

Sezione IV
Del passaggio coattivo

Art. 1051.

(Passaggio coattivo).

Il proprietario, il cui fondo e' circondato da fondi altrui, e che
non ha uscita sulla via pubblica ne' puo' procurarsela senza
eccessivo dispendio o disagio, ha diritto di ottenere il passaggio
sul fondo vicino per la coltivazione e il conveniente uso del proprio
fondo.

Il passaggio si deve stabilire in quella parte per cui l'accesso
alla via pubblica e' piu' breve e riesce di minore danno al fondo sul
quale e' consentito. Esso puo' essere stabilito anche mediante
sottopassaggio, qualora cio' sia preferibile, avuto riguardo al
vantaggio del fondo dominante e al pregiudizio del fondo servente.

Le stesse disposizioni si applicano nel caso in cui taluno, avendo
un passaggio sul fondo altrui, abbia bisogno ai fini suddetti di
ampliarlo per il transito dei veicoli anche a trazione meccanica.

Sono esenti da questa servitu' le case, i cortili, i giardini e le
aie ad esse attinenti.

Art. 1052.

(Passaggio coattivo a favore di fondo non intercluso).

Le disposizioni dell'articolo precedente si possono applicare anche
se il proprietario del fondo ha un accesso alla via pubblica, ma
questo e' inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non puo'
essere ampliato.

Il passaggio puo' essere concesso dall'autorita' giudiziaria solo
quando questa riconosce che la domanda risponde alle esigenze
dell'agricoltura o dell'industria.((117))
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AGGIORNAMENTO (117)
La Corte Costituzione con sentenza 29 aprile-10 maggio 1999 n. 167
(in G.U. 1a s.s. 19/05/1999 n. 20) ha dichiarato "l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 1052, secondo comma, del codice civile,
nella parte in cui non prevede che il passaggio coattivo di cui al
primo comma possa essere concesso dall'autorita' giudiziaria quando
questa riconosca che la domanda risponde alle esigenze di
accessibilita' - di cui alla legislazione relativa ai portatori di
handicap - degli edifici destinati ad uso abitativo."
Art. 1053.

(Indennita').

Nei casi previsti dai due articoli precedenti e' dovuta
un'indennita' proporzionata al danno cagionato dal passaggio.

Qualora, per attuare il passaggio, sia necessario occupare con
opere stabili o lasciare incolta una zona del fondo servente, il
proprietario che lo domanda deve, prima d'imprendere le opere o
d'iniziare il passaggio, pagare il valore della zona predetta nella
misura stabilita dal primo comma dell'art. 1038.

Art. 1054.

(Interclusione per effetto di alienazione o di divisione).

Se il fondo e' divenuto da ogni parte chiuso per effetto di
alienazione a titolo oneroso, il proprietario ha diritto di ottenere
dall'altro contraente il passaggio senza alcuna indennita'.

La stessa norma si applica in caso di divisione.

Art. 1055.

(Cessazione dell'interclusione).

Se il passaggio cessa di essere necessario, puo' essere soppresso
in qualunque tempo a istanza del proprietario del fondo dominante o
del fondo servente. Quest'ultimo deve restituire il compenso
ricevuto; ma l'autorita' giudiziaria puo' disporre una riduzione
della somma, avuto riguardo alla durata della servitu' e al danno
sofferto. Se l'indennita' fu convenuta in annualita', la prestazione
cessa dall'anno successivo.

Sezione V
Dell'elettrodotto coattivo e del passaggio coattivo di linee teleferiche

Art. 1056.

(Passaggio di condutture elettriche).

Ogni proprietario e' tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle
condutture elettriche, in conformita' delle leggi in materia.

Art. 1057.

(Passaggio di vie funicolari).

Ogni proprietario e' parimenti tenuto a lasciar passare sopra il
suo fondo le gomene di vie funicolari aeree a uso agrario o
industriale e a tollerare sul fondo le opere, i meccanismi e le
occupazioni necessarie a tale scopo, in conformita' delle leggi in
materia.

CAPO III
Delle servitu' volontarie

Art. 1058.

(Modi di costituzione).

Le servitu' prediali possono essere costituite per contratto o per
testamento.

Art. 1059.

(Servitu' concessa da uno dei comproprietari).

La servitu' concessa da uno dei comproprietari di un fondo indiviso
non e' costituita se non quando gli altri l'hanno anch'essi concessa
unitamente o separatamente.

La concessione, pero', fatta da uno dei comproprietari,
indipendentemente dagli altri, obbliga il concedente e i suoi eredi o
aventi causa a non porre impedimento all'esercizio del diritto
concesso.

Art. 1060.

(Servitu' costituite dal nudo proprietario).

Il proprietario puo', senza il consenso dell'usufruttuario, imporre
sul fondo le servitu' che non pregiudicano il diritto di usufrutto.

CAPO IV
Delle servitu' acquistate per usucapione e per destinazione del padre di famiglia

Art. 1061.

(Servitu' non apparenti).

Le servitu' non apparenti non possono acquistarsi per usucapione o
per destinazione del padre di famiglia.

Non apparenti sono le servitu' quando non si hanno opere visibili e
permanenti destinate al loro esercizio.

Art. 1062.

(Destinazione del padre di famiglia).

La destinazione del padre di famiglia ha luogo quanto consta,
mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente
divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi
ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la
servitu'.

Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario,
senza alcuna disposizione relativa alla servitu', questa s'intende
stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei
fondi separati.

CAPO V
Dell'esercizio delle servitu'

Art. 1063.

(Norme regolatrici).

L'estensione e l'esercizio delle servitu' sono regolati dal titolo
e, in mancanza, dalle disposizioni seguenti.

Art. 1064.

(Estensione del diritto di servitu').

Il diritto di servitu' comprende tutto cio' che e' necessario per
usarne.

Se il fondo viene chiuso, il proprietario deve lasciarne libero e
comodo l'ingresso a chi ha un diritto di servitu' che renda
necessario il passaggio per il fondo stesso.

Art. 1065.

(Esercizio conforme al titolo o al possesso).

Colui che ha un diritto di servitu' non puo' usarne se non a norma
del suo titolo o del suo possesso. Nel dubbio circa l'estensione e le
modalita' di esercizio, la servitu' deve ritenersi costituita in
guisa da soddisfare il bisogno del fondo dominante col minor aggravio
del fondo servente.

Art. 1066.

(Possesso delle servitu').

Nelle questioni di possesso delle servitu' si ha riguardo alla
pratica dell'anno antecedente e, se si tratta di servitu' esercitate
a intervalli maggiori di un anno, si ha riguardo alla pratica
dell'ultimo godimento.

Art. 1067.

(Divieto di aggravare o di diminuire l'esercizio della servitu').

Il proprietario del fondo dominante non puo' fare innovazioni che
rendano piu' gravosa la condizione del fondo servente.

Il proprietario del fondo servente non puo' compiere alcuna cosa
che tenda a diminuire l'esercizio della servitu' o a renderlo piu'
incomodo.

Art. 1068.

(Trasferimento della servitu' in luogo diverso).

Il proprietario del fondo servente non puo' trasferire l'esercizio
della servitu' in luogo diverso da quello nel quale e' stata
stabilita originariamente.

Tuttavia, se l'originario esercizio e' divenuto piu' gravoso per il
fondo servente o se impedisce di fare lavori, riparazioni o
miglioramenti, il proprietario del fondo servente puo' offrire al
proprietario dell'altro fondo un luogo egualmente comodo per
l'esercizio dei suoi diritti, e questi non puo' ricusarlo.

Il cambiamento di luogo per l'esercizio della servitu' si puo' del
pari concedere su istanza del proprietario del fondo dominante, se
questi prova che il cambiamento riesce per lui di notevole vantaggio
e non reca danno al fondo servente.

L'autorita' giudiziaria puo' anche disporre che la servitu' sia
trasferita su altro fondo del proprietario del fondo servente o di un
terzo che vi acconsenta, purche' l'esercizio di essa riesca
egualmente agevole al proprietario del fondo dominante.

Art. 1069.

(Opere sul fondo servente).

Il proprietario del fondo dominante, nel fare le opere necessarie
per conservare la servitu', deve scegliere il tempo e il modo che
siano per recare minore incomodo al proprietario del fondo servente.

Egli deve fare le opere a sue spese, salvo che sia diversamente
stabilito dal titolo o dalla legge.

Se pero' le opere giovano anche al fondo servente, le spese sono
sostenute in proporzione dei rispettivi vantaggi.

Art. 1070.

(Abbandono del fondo servente).

Il proprietario del fondo servente, quando e' tenuto in forza del
titolo o della legge alle spese necessarie per l'uso o per la
conservazione della servitu', puo' sempre liberarsene, rinunziando
alla proprieta' del fondo servente a favore del proprietario del
fondo dominante.

Nel caso in cui l'esercizio della servitu' sia limitato a una parte
del fondo, la rinunzia puo' limitarsi alla parte stessa.

Art. 1071.

(Divisione del fondo dominante o del fondo servente).

Se il fondo dominante viene diviso, la servitu' e' dovuta a
ciascuna porzione, senza che pero' si renda piu' gravosa la
condizione del fondo servente.

Se il fondo servente viene diviso e la servitu' ricade su una parte
determinata del fondo stesso, le altre parti sono liberate.

CAPO VI
Dell'estinzione delle servitu'

Art. 1072.

(Estinzione per confusione).

La servitu' si estingue quando in una sola persona si riunisce la
proprieta' del fondo dominante con quella del fondo servente.

Art. 1073.

(Estinzione per prescrizione).

La servitu' si estingue per prescrizione quando non se ne usa per
venti anni.

Il termine decorre dal giorno in cui si e' cessato di esercitarla;
ma, se si tratta di servitu' negativa o di servitu' per il cui
esercizio non e' necessario il fatto dell'uomo, il termine decorre
dal giorno in cui si e' verificato un fatto che ne ha impedito
l'esercizio.

Nelle servitu' che si esercitano a intervalli, il termine decorre
dal giorno in cui la servitu' si sarebbe potuta esercitare e non ne
fu ripreso l'esercizio.

Agli effetti dell'estinzione si computa anche il tempo per il quale
la servitu' non fu esercitata dai precedenti titolari.

Se il fondo dominante appartiene a piu' persone in comune, l'uso
della servitu' fatto da una di esse impedisce l'estinzione riguardo a
tutte.

La sospensione o l'interruzione del non uso a vantaggio di uno dei
comproprietari giova anche agli altri.
Art. 1074.

(Impossibilita' di uso e mancanza di utilita').

L'impossibilita' di fatto di usare della servitu' e il venir meno
dell'utilita' della medesima non fanno estinguere la servitu', se non
e' decorso il termine indicato dall'articolo precedente.

Art. 1075.

(Esercizio limitato della servitu').

La servitu' esercitata in modo da trarne un'utilita' minore di
quella indicata dal titolo si conserva per intero.

Art. 1076.

(Esercizio della servitu' non conforme al titolo o al possesso).

L'esercizio di una servitu' in tempo diverso da quello determinato
dal titolo o dal possesso non ne impedisce l'estinzione per
prescrizione.

Art. 1077.

(Servitu' costituite sul tondo enfiteutico).

Le servitu' costituite dall'enfiteuta sul fondo enfiteutico cessano
quando l'enfiteusi si estingue per decorso del termine, per
prescrizione o per devoluzione.

Art. 1078.

(Servitu' costituite a favore del fondo enfiteutico, dotale o in
usufrutto).

Le servitu' costituite dall'enfiteuta a favore del fondo
enfiteutico non cessano con l'estinguersi dell'enfiteusi. Lo stesso
vale per le servitu' costituite dall'usufruttuario a favore del fondo
di cui ha l'usufrutto o dal marito a favore del fondo dotale.
CAPO VII
Delle azioni a difesa delle servitu'

Art. 1079.

(Accertamento della servitu' e altri provvedimenti di tutela).

Il titolare della servitu' puo' farne riconoscere in giudizio
l'esistenza contro chi ne contesta l'esercizio e puo' far cessare gli
eventuali impedimenti e turbative. Puo' anche chiedere la rimessione
delle cose in pristino, oltre il risarcimento dei danni.

CAPO VIII
Di alcune servitu' in materia di acque
Sezione I
Della servitu' di presa o di derivazione di acqua

Art. 1080.

(Presa d'acqua continua).

Il diritto alla presa d'acqua continua si puo' esercitare in ogni
istante.

Art. 1081.

(Modulo d'acqua).

Nelle servitu' in cui e' convenuta ed espressa una costante
quantita' di acqua, la quantita' deve esprimersi in relazione al
modulo.

Il modulo e' l'unita' di misura dell'acqua corrente.

Esso e' un corpo d'acqua che scorre nella costante quantita' di
cento litri al minuto secondo e si divide in decimi, centesimi e
millesimi.

Art. 1082.

(Forma della bocca e dell'edificio derivatore).

Quando, per la derivazione di una data e costante quantita' di
acqua corrente, e' stata determinata la forma della bocca e
dell'edificio derivatore, le parti non possono chiederne la
modificazione per eccedenza deficienza d'acqua, salvo che l'eccedenza
o la deficienza provenga da variazioni seguite nel canale
dispensatore o nel corso delle acque in esso correnti.

Se la forma non e' stata determinata, ma la bocca e l'edificio
derivatore sono stati costruiti e posseduti per cinque anni, non e'
neppure ammesso dopo tale tempo alcun reclamo delle parti per
eccedenza o deficienza d'acqua, salvo nel caso di variazione seguita
nel canale o nel corso delle acque.

In mancanza di titolo o di possesso, la forma e' determinata
dall'autorita' giudiziaria.

Art. 1083.

(Determinazione della quantita' d'acqua).

Quando la quantita' d'acqua non e' stata determinata, ma la
derivazione e' stata fatta per un dato scopo, s'intende concessa la
quantita' necessaria per lo scopo medesimo, e chi vi ha interesse
puo' in ogni tempo fare stabilire la forma della derivazione in modo
che ne venga assicurato l'uso necessario e impedito l'eccesso.

Se pero' e' stata determinata la forma della bocca e dell'edificio
derivatore, o se, in mancanza di titolo, si e' posseduta per cinque
anni la derivazione in una data forma, non e' ammesso reclamo delle
parti, se non nel caso indicato dall'articolo precedente.

Art. 1084.

(Norme regolatrici della servitu').

Per l'esercizio della servitu' di presa d'acqua, quando non dispone
il titolo o non e' possibile riferirsi al possesso, si osservano gli
usi locali.

In mancanza di tali usi si osservano le disposizioni dei tre
articoli seguenti.

Art. 1085.

(Tempo d'esercizio della servitu').

Il diritto alla presa d'acqua si esercita, per l'acqua estiva,
dall'equinozio di primavera a quello d'autunno; per l'acqua iemale,
dall'equinozio d'autunno a quello di primavera.

La distribuzione d'acqua per giorni e per notti si riferisce al
giorno e alla notte naturali.

L'uso delle acque nei giorni festivi e' regolato dalle feste di
precetto vigenti al tempo in cui l'uso fu convenuto o in cui si e'
incominciato a possedere.

Art. 1086.

(Distribuzione per ruota).

Nelle distribuzioni per ruota il tempo che impiega l'acqua per
giungere alla bocca di derivazione dell'utente si consuma a suo
carico, e la coda dell'acqua appartiene a quello di cui cessa il
turno.

Art. 1087.

(Acque sorgenti o sfuggite).

Nei canali soggetti a distribuzioni per ruota le acque sorgenti o
sfuggite, ma contenute nell'alveo del canale, non possono trattenersi
o derivarsi da un utente che al tempo del suo turno.

Art. 1088.

(Variazione del turno tra gli utenti).

Gli utenti dei medesimi canali possono variare o permutare tra loro
il turno, purche' tale cambiamento non rechi danno agli altri.

Art. 1089.

(Acqua impiegata come forza motrice).

Chi ha diritto di servirsi dell'acqua come forza motrice non puo',
senza espressa disposizione del titolo, impedirne o rallentarne il
corso, procurandone il ribocco o ristagno.

Art. 1090.

(Manutenzione del canale).

Nella servitu' di presa o di condotta d'acqua, quando il titolo non
dispone altrimenti, il proprietario del fondo servente puo' domandare
che il canale sia mantenuto convenientemente spurgato e le sue sponde
siano tenute in stato di buona manutenzione a spese del proprietario
del fondo dominante.

Art. 1091.

(Obblighi del concedente fino al luogo di consegna dell'acqua).

Se il titolo non dispone diversamente, il concedente dell'acqua di
una fonte o di un canale e' tenuto verso gli utenti a eseguire le
opere ordinarie e straordinarie per la derivazione e condotta
dell'acqua fino al punto in cui ne fa la consegna, a mantenere in
buono stato gli edifici, a conservare l'alveo e le sponde della fonte
o del canale, a praticare i consueti spurghi e a usare la dovuta
diligenza, affinche' la derivazione e la regolare condotta dell'acqua
siano in tempi debiti effettuate.

Art. 1092.

(Deficienza dell'acqua).

La deficienza dell'acqua deve essere sopportata da chi ha diritto
di prenderla e di usarla nel tempo in cui la deficienza si verifica.

Tra diversi utenti la deficienza dell'acqua deve essere sopportata
prima da quelli che hanno titolo o possesso piu' recente, e tra
utenti in parita' di condizione dall'ultimo utente.

Tuttavia l'autorita' giudiziaria, con provvedimento in camera di
consiglio, sentiti gli uffici tecnici competenti, puo' modificare o
limitare i turni di utilizzazione e dare le altre disposizioni
necessarie in relazione alla quantita' di acqua disponibile, agli usi
e alle colture a cui l'acqua e' destinata.

Il concedente dell'acqua e' tenuto a una proporzionale diminuzione
del corrispettivo per la deficienza dell'acqua verificatasi per causa
naturale o per fatto altrui. Parimenti si fa luogo alle dovute
indennita' in conseguenza delle modificazioni o limitazioni di turni,
che siano state disposte dall'autorita' giudiziaria.

Art. 1093.

(Riduzione della servitu').

Se la servitu' da' diritto di derivare acqua da un fondo e per
fatti indipendenti dalla volonta' del proprietario si verifica una
diminuzione dell'acqua tale che essa non possa bastare alle esigenze
del fondo servente, il proprietario di questo puo' chiedere una
riduzione della servitu', avuto riguardo ai bisogni di ciascun fondo.
In questo caso e' dovuta una congrua indennita' al proprietario del
fondo dominante.
Sezione II
Della servitu' degli scoli e degli avanzi di acqua

Art. 1094.

(Servitu' attiva degli scoli).

Gli scoli o acque colaticce derivanti dall'altrui fondo possono
costituire oggetto di servitu' a favore del fondo che li riceve,
all'effetto di impedire la loro diversione.

Art. 1095.

(Usucapione della servitu' attiva degli scoli).

Nella servitu' attiva degli scoli il termine per l'usucapione
comincia a decorrere dal giorno in cui il proprietario del fondo
dominante ha fatto sul fondo servente opere visibili e permanenti
destinate a raccogliere e condurre i detti scoli a vantaggio del
proprio fondo.

Quando sul fondo servente e' aperto un cavo destinato a raccogliere
e condurre gli scoli, il regolare spurgo e la manutenzione delle
sponde fanno presumere che il cavo sia opera del proprietario del
fondo dominante, purche' non vi sia titolo, segno o prova in
contrario.

Si reputa segno contrario l'esistenza sul cavo di opere costruite o
mantenute dal proprietario del fondo in cui il cavo e' aperto.

Art. 1096.

(Diritti del proprietario del fondo servente).

La servitu' degli scoli non toglie al proprietario del fondo
servente il diritto di usare liberamente dell'acqua a vantaggio del
suo fondo, di cambiare la coltivazione di questo e di abbandonarne in
tutto o in parte l'irrigazione.

Art. 1097.

(Diritto agli avanzi d'acqua).

Quando l'acqua e' concessa, riservata o posseduta per un
determinato uso, con restituzione al concedente o ad altri di cio'
che ne sopravanza, tale uso non puo' variarsi a danno del fondo a cui
la restituzione e' dovuta.

Art. 1098.

(Divieto di deviare acque di scolo o avanzi d'acqua).

Il proprietario del fondo vincolato alla restituzione degli scoli o
degli avanzi d'acqua non puo' deviarne una parte qualunque adducendo
di avervi introdotto una maggiore quantita' di acqua viva o un
diverso corpo, ma deve lasciarli discendere nella totalita' a favore
del fondo dominante.

Art. 1099.

(Sostituzione di acqua viva).

Il proprietario del fondo soggetto alla servitu' degli scoli o
degli avanzi d'acqua puo' sempre liberarsi da tale servitu' mediante
la concessione e l'assicurazione al fondo dominante di un corpo
d'acqua viva, la cui quantita' e' determinata dall'autorita'
giudiziaria, tenuto conto di tutte le circostanze.

TITOLO VII
DELLA COMUNIONE
CAPO I
Della comunione in generale

Art. 1100.

(Norme regolatrici).

Quando la proprieta' o altro diritto reale spetta in comune a piu'
persone, se il titolo o la legge non dispone diversamente, si
applicano le norme seguenti.

Art. 1101.

(Quote dei partecipanti).

Le quote dei partecipanti alla comunione si presumono eguali.

Il concorso dei partecipanti, tanto nei vantaggi quanto nei pesi
della comunione, e' in proporzione delle rispettive quote.

Art. 1102.

(Uso della cosa comune).

Ciascun partecipante puo' servirsi della cosa comune, purche' non
ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di
farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine puo'
apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior
godimento della cosa.

Il partecipante non puo' estendere il suo diritto sulla cosa comune
in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare
il titolo del suo possesso.

Art. 1103.

(Disposizione della quota).

Ciascun partecipante puo' disporre del suo diritto e cedere ad
altri il godimento della cosa nei limiti della sua quota.

Per le ipoteche costituite da uno dei partecipanti si osservano le
disposizioni contenute nel capo IV del titolo III del libro VI.

Art. 1104.

(Obblighi dei partecipanti).

Ciascun partecipante deve contribuire nelle spese necessarie per la
conservazione e per il godimento della cosa comune e nelle spese
deliberate dalla maggioranza a norma delle disposizioni seguenti,
salva la facolta' di liberarsene con la rinunzia al suo diritto.

La rinunzia non giova al partecipante che abbia anche tacitamente
approvato la spesa.

Il cessionario del partecipante e' tenuto in solido con il cedente
a pagare i contributi da questo dovuti e non versati.

Art. 1105.

(Amministrazione).

Tutti i partecipanti hanno diritto di concorrere
nell'amministrazione della cosa comune.

Per gli atti di ordinaria amministrazione le deliberazioni della
maggioranza dei partecipanti, calcolata secondo il valore delle loro
quote, sono obbligatorie per la minoranza dissenziente.

Per la validita' delle deliberazioni della maggioranza si richiede
che tutti i partecipanti siano stati preventivamente informati
dell'oggetto della deliberazione.

Se non si prendono i provvedimenti necessari per l'amministrazione
della cosa comune o non si forma una maggioranza, ovvero se la
deliberazione adottata non viene eseguita, ciascun partecipante puo'
ricorrere all'autorita' giudiziaria. Questa provvede in camera di
consiglio e puo' anche nominare un amministratore.

Art. 1106.

(Regolamento della comunione e nomina di amministratore).

Con la maggioranza calcolata nel modo indicato dall'articolo
precedente, puo' essere formato un regolamento per l'ordinaria
amministrazione e per il miglior godimento della cosa comune.

Nello stesso modo l'amministrazione puo' essere delegata ad uno o
piu' partecipanti, o anche a un estraneo, determinandosi i poteri e
gli obblighi dell'amministratore.

Art. 1107.

(Impugnazione del regolamento).

Ciascuno dei partecipanti dissenzienti puo' impugnare davanti
all'autorita' giudiziaria il regolamento della comunione entro trenta
giorni dalla deliberazione che lo ha approvato. Per gli assenti il
termine decorre dal giorno in cui e' stata loro comunicata la
deliberazione. L'autorita' giudiziaria decide con unica sentenza
sulle opposizioni proposte.

Decorso il termine indicato dal comma precedente senza che il
regolamento sia stato impugnato, questo ha effetto anche per gli
eredi e gli aventi causa dai singoli partecipanti.

Art. 1108.

(Innovazioni e altri atti eccedenti l'ordinaria amministrazione).

Con deliberazione della maggioranza dei partecipanti che
rappresenti almeno due terzi del valore complessivo della cosa
comune, si possono disporre tutte le innovazioni dirette al
miglioramento della cosa o a renderne piu' comodo o redditizio il
godimento, purche' esse non pregiudichino il godimento di alcuno dei
partecipanti e non importino una spesa eccessivamente gravosa.

Nello stesso modo si possono compiere gli altri atti eccedenti
l'ordinaria amministrazione, sempre che non risultino pregiudizievoli
all'interesse di alcuno dei partecipanti.

E' necessario il consenso di tutti i partecipanti per gli atti di
alienazione o di costituzione di diritti reali sul fondo comune e per
le locazioni di durata superiore a nove anni.

L'ipoteca puo' essere tuttavia consentita dalla maggioranza
indicata dal primo comma, qualora abbia lo scopo di garantire la
restituzione delle somme mutuate per la ricostruzione o per il
miglioramento della cosa comune.

Art. 1109.

(Impugnazione delle deliberazioni).

Ciascuno dei componenti la minoranza dissenziente puo' impugnare
davanti all'autorita' giudiziaria le deliberazioni della maggioranza:
1) nel caso previsto dal secondo comma dell'articolo 1105, se la
deliberazione e' gravemente pregiudizievole alla cosa comune;
2) se non e' stata osservata la disposizione del terzo comma
dell'art. 1105;
3) se la deliberazione relativa a innovazioni o ad altri atti
eccedenti l'ordinaria amministrazione e' in contrasto con le norme
del primo e del secondo comma dell'art. 1108.

L'impugnazione deve essere proposta, sotto pena di decadenza, entro
trenta giorni dalla deliberazione. Per gli assenti il termine decorre
dal giorno in cui e' stata loro comunicata la deliberazione. In
pendenza del giudizio, l'autorita' giudiziaria puo' ordinare la
sospensione del provvedimento deliberato.

Art. 1110.

(Rimborso di spese).

Il partecipante che, in caso di trascuranza degli altri
partecipanti o dell'amministratore, ha sostenuto spese necessarie per
la conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso.

Art. 1111.

(Scioglimento della comunione).

Ciascuno dei partecipanti puo' sempre domandare lo scioglimento
della comunione; l'autorita' giudiziaria puo' stabilire una congrua
dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato
scioglimento puo' pregiudicare gli interessi degli altri.

Il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di
dieci anni e' valido e ha effetto anche per gli aventi causa dai
partecipanti. Se e' stato stipulato per un termine maggiore, questo
si riduce a dieci anni.

Se gravi circostanze lo richiedono, l'autorita' giudiziaria puo'
ordinare lo scioglimento della comunione prima del tempo convenuto.

Art. 1112.

(Cose non soggette a divisione).

Lo scioglimento della comunione non puo' essere chiesto quando si
tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso a cui
sono destinate.

Art. 1113.

(Intervento nella divisione e opposizioni).

I creditori e gli aventi causa da un partecipante possono
intervenire nella divisione a proprie spese, ma non possono impugnare
la divisione gia' eseguita, a meno che abbiano notificato
un'opposizione anteriormente alla divisione stessa e salvo sempre ad
essi l'esperimento dell'azione revocatoria o dell'azione
surrogatoria.

Nella divisione che ha per oggetto beni immobili, l'opposizione,
per l'effetto indicato dal comma precedente, deve essere trascritta
prima della trascrizione dell'atto di divisione e, se si tratta di
divisione giudiziale, prima della trascrizione della relativa
domanda.

Devono essere chiamati a intervenire, perche' la divisione abbia
effetto nei loro confronti, i creditori iscritti e coloro che hanno
acquistato diritti sull'immobile in virtu' di atti soggetti a
trascrizione e trascritti prima della trascrizione dell'atto di
divisione o della trascrizione della domanda di divisione giudiziale.

Nessuna ragione di prelevamento in natura per crediti nascenti
dalla comunione puo' opporsi contro le persone indicate dal comma
precedente, eccetto le ragioni di prelevamento nascenti da titolo
anteriore alla comunione medesima, ovvero da collazione.
Art. 1114.

(Divisione in natura).

La divisione ha luogo in natura, se la cosa puo' essere comodamente
divisa in parti corrispondenti alle quote dei partecipanti.

Art. 1115.

(Obbligazioni solidali dei partecipanti).

Ciascun partecipante puo' esigere che siano estinte le obbligazioni
in solido contratte per la cosa comune, le quali siano scadute o
scadano entro l'anno dalla domanda di divisione.

La somma per estinguere le obbligazioni si preleva dal prezzo di
vendita della cosa comune, e, se la divisione ha luogo in natura, si
procede alla vendita di una congrua frazione della cosa, salvo
diverso accordo tra i condividenti.

Il partecipante che ha pagato il debito in solido e non ha ottenuto
rimborso concorre nella divisione per una maggiore quota
corrispondente al suo diritto verso gli altri condividenti.

Art. 1116.

(Applicabilita' delle norme sulla divisione ereditaria).

Alla divisione delle cose comuni si applicano le norme sulla
divisione dell'eredita', in quanto non siano in contrasto con quelle
sopra stabilite.

CAPO II
Del condominio negli edifici

Art. 1117.

(( (Parti comuni dell'edificio). ))

((Sono oggetto di proprieta' comune dei proprietari delle singole
unita' immobiliari dell'edificio, anche se aventi diritto a godimento
periodico e se non risulta il contrario dal titolo:
1) tutte le parti dell'edificio necessarie all'uso comune, come
il suolo su cui sorge l'edificio, le fondazioni, i muri maestri, i
pilastri e le travi portanti, i tetti e i lastrici solari, le scale,
i portoni di ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili
e le facciate;
2) le aree destinate a parcheggio nonche' i locali per i servizi
in comune, come la portineria, incluso l'alloggio del portiere, la
lavanderia, gli stenditoi e i sottotetti destinati, per le
caratteristiche strutturali e funzionali, all'uso comune;
3) le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere
destinati all'uso comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne,
gli impianti idrici e fognari, i sistemi centralizzati di
distribuzione e di trasmissione per il gas, per l'energia elettrica,
per il riscaldamento ed il condizionamento dell'aria, per la
ricezione radiotelevisiva e per l'accesso a qualunque altro genere di
flusso informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi
collegamenti fino al punto di diramazione ai locali di proprieta'
individuale dei singoli condomini, ovvero, in caso di impianti
unitari, fino al punto di utenza, salvo quanto disposto dalle
normative di settore in materia di reti pubbliche)).
Art. 1117-bis.

(( (Ambito di applicabilita'). ))

((Le disposizioni del presente capo si applicano, in quanto
compatibili, in tutti i casi in cui piu' unita' immobiliari o piu'
edifici ovvero piu' condominii di unita' immobiliari o di edifici
abbiano parti comuni ai sensi dell'articolo 1117.))
Art. 1117-ter.

(( (Modificazioni delle destinazioni d'uso). ))

((Per soddisfare esigenze di interesse condominiale, l'assemblea,
con un numero di voti che rappresenti i quattro quinti dei
partecipanti al condominio e i quattro quinti del valore
dell'edificio, puo' modificare la destinazione d'uso delle parti
comuni.

La convocazione dell'assemblea deve essere affissa per non meno di
trenta giorni consecutivi nei locali di maggior uso comune o negli
spazi a tal fine destinati e deve effettuarsi mediante lettera
raccomandata o equipollenti mezzi telematici, in modo da pervenire
almeno venti giorni prima della data di convocazione.

La convocazione dell'assemblea, a pena di nullita', deve indicare
le parti comuni oggetto della modificazione e la nuova destinazione
d'uso.

La deliberazione deve contenere la dichiarazione espressa che sono
stati effettuati gli adempimenti di cui ai precedenti commi.

Sono vietate le modificazioni delle destinazioni d'uso che possono
recare pregiudizio alla stabilita' o alla sicurezza del fabbricato o
che ne alterano il decoro architettonico. ))
Art. 1117-quater.

(( (Tutela delle destinazioni d'uso). ))

((In caso di attivita' che incidono negativamente e in modo
sostanziale sulle destinazioni d'uso delle parti comuni,
l'amministratore o i condomini, anche singolarmente, possono
diffidare l'esecutore e possono chiedere la convocazione
dell'assemblea per far cessare la violazione, anche mediante azioni
giudiziarie. L'assemblea delibera in merito alla cessazione di tali
attivita' con la maggioranza prevista dal secondo comma dell'articolo
1136)).
Art. 1118.

(( (Diritti dei partecipanti sulle parti comuni). ))

((Il diritto di ciascun condomino sulle parti comuni, salvo che il
titolo non disponga altrimenti, e' proporzionale al valore
dell'unita' immobiliare che gli appartiene.

Il condomino non puo' rinunziare al suo diritto sulle parti comuni.

Il condomino non puo' sottrarsi all'obbligo di contribuire alle
spese per la conservazione delle parti comuni, neanche modificando la
destinazione d'uso della propria unita' immobiliare, salvo quanto
disposto da leggi speciali.

Il condomino puo' rinunciare all'utilizzo dell'impianto
centralizzato di riscaldamento o di condizionamento, se dal suo
distacco non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi
di spesa per gli altri condomini. In tal caso il rinunziante resta
tenuto a concorrere al pagamento delle sole spese per la manutenzione
straordinaria dell'impianto e per la sua conservazione e messa a
norma)).
Art. 1119.

(Indivisibilita').

Le parti comuni dell'edificio non sono soggette a divisione, a meno
che la divisione possa farsi senza rendere piu' incomodo l'uso della
cosa a ciascun condomino ((e con il consenso di tutti i partecipanti
al condominio)).
Art. 1120.

(Innovazioni).

I condomini, con la maggioranza indicata dal quinto comma dell'art.
1136, possono disporre tutte le innovazioni dirette al miglioramento
o all'uso piu' comodo o al maggior rendimento delle cose comuni.

((I condomini, con la maggioranza indicata dal secondo comma
dell'articolo 1136, possono disporre le innovazioni che, nel rispetto
della normativa di settore, hanno ad oggetto:
1) le opere e gli interventi volti a migliorare la sicurezza e la
salubrita' degli edifici e degli impianti;
2) le opere e gli interventi previsti per eliminare le barriere
architettoniche, per il contenimento del consumo energetico degli
edifici e per realizzare parcheggi destinati a servizio delle unita'
immobiliari o dell'edificio, nonche' per la produzione di energia
mediante l'utilizzo di impianti di cogenerazione, fonti eoliche,
solari o comunque rinnovabili da parte del condominio o di terzi che
conseguano a titolo oneroso un diritto reale o personale di godimento
del lastrico solare o di altra idonea superficie comune;
3) l'installazione di impianti centralizzati per la ricezione
radiotelevisiva e per l'accesso a qualunque altro genere di flusso
informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi collegamenti
fino alla diramazione per le singole utenze, ad esclusione degli
impianti che non comportano modifiche in grado di alterare la
destinazione della cosa comune e di impedire agli altri condomini di
farne uso secondo il loro diritto.

L'amministratore e' tenuto a convocare l'assemblea entro trenta
giorni dalla richiesta anche di un solo condomino interessato
all'adozione delle deliberazioni di cui al precedente comma. La
richiesta deve contenere l'indicazione del contenuto specifico e
delle modalita' di esecuzione degli interventi proposti. In mancanza,
l'amministratore deve invitare senza indugio il condomino proponente
a fornire le necessarie integrazioni)).

Sono vietate le innovazioni che possano recare pregiudizio alla
stabilita' o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro
architettonico o che rendano talune parti comuni dell'edificio
inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino. (87)

-------------
AGGIORNAMENTO (87)
La L. 5 agosto 1978, n. 457, come modificata dalla L. 17 febbraio
1992, n. 179 ha disposto (con l'art. 30, comma 2) che "In deroga agli
articoli 1120, 1121 e 1136, quinto comma, del codice civile gli
interventi di recupero relativi ad un unico immobile composto da piu'
unita' immobiliari possono essere disposti dalla maggioranza dei
condomini che comunque rappresenti almeno la meta' del valore
dell'edificio".
Art. 1121.

(Innovazioni gravose o voluttuarie).

Qualora l'innovazione importi una spesa molto gravosa o abbia
carattere voluttuario rispetto alle particolari condizioni e
all'importanza dell'edificio, e consista in opere, impianti o
manufatti suscettibili di utilizzazione separata, i condomini che non
intendono trarne vantaggio sono esonerati da qualsiasi contributo
nella spesa.

Se l'utilizzazione separata non e' possibile, l'innovazione non e'
consentita, salvo che la maggioranza dei condomini che l'ha
deliberata o accettata intenda sopportarne integralmente la spesa.

Nel caso previsto dal primo comma i condomini e i loro eredi o
aventi causa possono tuttavia, in qualunque tempo, partecipare ai
vantaggi dell'innovazione, contribuendo nelle spese di esecuzione e
di manutenzione dell'opera.((87))
----------------
AGGIORNAMENTO (87)
La L. 5 agosto 1978, n. 457, come modificata dalla L. 17 febbraio
1992, n. 179 ha disposto (con l'art. 30, comma 2) che "In deroga agli
articoli 1120, 1121 e 1136, quinto comma, del codice civile gli
interventi di recupero relativi ad un unico immobile composto da piu'
unita' immobiliari possono essere disposti dalla maggioranza dei
condomini che comunque rappresenti almeno la meta' del valore
dell'edificio".
Art. 1122.

(( (Opere su parti di proprieta' o uso individuale). ))

((Nell'unita' immobiliare di sua proprieta' ovvero nelle parti
normalmente destinate all'uso comune, che siano state attribuite in
proprieta' esclusiva o destinate all'uso individuale, il condomino
non puo' eseguire opere che rechino danno alle parti comuni ovvero
determinino pregiudizio alla stabilita', alla sicurezza o al decoro
architettonico dell'edificio.

In ogni caso e' data preventiva notizia all'amministratore che ne
riferisce all'assemblea)).
Art. 1122-bis.

(( (Impianti non centralizzati di ricezione radiotelevisiva e di
produzione di energia da fonti rinnovabili). ))

((Le installazioni di impianti non centralizzati per la ricezione
radiotelevisiva e per l'accesso a qualunque altro genere di flusso
informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi collegamenti
fino al punto di diramazione per le singole utenze sono realizzati in
modo da recare il minor pregiudizio alle parti comuni e alle unita'
immobiliari di proprieta' individuale, preservando in ogni caso il
decoro architettonico dell'edificio, salvo quanto previsto in materia
di reti pubbliche.

E' consentita l'installazione di impianti per la produzione di
energia da fonti rinnovabili destinati al servizio di singole unita'
del condominio sul lastrico solare, su ogni altra idonea superficie
comune e sulle parti di proprieta' individuale dell'interessato.

Qualora si rendano necessarie modificazioni delle parti comuni,
l'interessato ne da' comunicazione all'amministratore indicando il
contenuto specifico e le modalita' di esecuzione degli interventi.
L'assemblea puo' prescrivere, con la maggioranza di cui al quinto
comma dell'articolo 1136, adeguate modalita' alternative di
esecuzione o imporre cautele a salvaguardia della stabilita', della
sicurezza o del decoro architettonico dell'edificio e, ai fini
dell'installazione degli impianti di cui al secondo comma, provvede,
a richiesta degli interessati, a ripartire l'uso del lastrico solare
e delle altre superfici comuni, salvaguardando le diverse forme di
utilizzo previste dal regolamento di condominio o comunque in atto.
L'assemblea, con la medesima maggioranza, puo' altresi' subordinare
l'esecuzione alla prestazione, da parte dell'interessato, di idonea
garanzia per i danni eventuali.

L'accesso alle unita' immobiliari di proprieta' individuale deve
essere consentito ove necessario per la progettazione e per
l'esecuzione delle opere. Non sono soggetti ad autorizzazione gli
impianti destinati alle singole unita' abitative.))
Art. 1122-ter.

(( (Impianti di videosorveglianza sulle parti comuni). ))

((Le deliberazioni concernenti l'installazione sulle parti comuni
dell'edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su
di esse sono approvate dall'assemblea con la maggioranza di cui al
secondo comma dell'articolo 1136)).
Art. 1123.

(Ripartizione delle spese).

Le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle
parti comuni dell'edificio, per la prestazione dei servizi
nell'interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla
maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al
valore della proprieta' di ciascuno, salvo diversa convenzione.

Se si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura
diversa, le spese sono ripartite in proporzione dell'uso che ciascuno
puo' farne.

Qualora un edificio abbia piu' scale, cortili, lastrici solari,
opere o impianti destinati a servire una parte dell'intero
fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico
del gruppo di condomini che ne trae utilita'.

Art. 1124.

((Manutenzione e sostituzione delle scale e degli ascensori))

((Le scale e gli ascensori sono mantenuti e sostituiti dai
proprietari delle unita' immobiliari a cui servono. La spesa relativa
e' ripartita tra essi, per meta' in ragione del valore delle singole
unita' immobiliari e per l'altra meta' esclusivamente in misura
proporzionale all'altezza di ciascun piano dal suolo)).

Al fine del concorso nella meta' della spesa, che e' ripartita in
ragione del valore, si considerano come piani le cantine, i palchi
morti, le soffitte o camere a tetto e i lastrici solari, qualora non
siano di proprieta' comune.
Art. 1125.

(Manutenzione e ricostruzione dei soffitti, delle volte e dei solai).

Le spese per la manutenzione e ricostruzione dei soffitti, delle
volte e dei solai sono sostenute in parti eguali dai proprietari dei
due piani l'uno all'altro sovrastanti, restando a carico del
proprietario del piano superiore la copertura del pavimento e a
carico del proprietario del piano inferiore l'intonaco, la tinta e la
decorazione del soffitto.

Art. 1126.

(Lastrici solari di uso esclusivo).

Quando l'uso dei lastrici solari o di una parte di essi non e'
comune a tutti i condomini, quelli che ne hanno l'uso esclusivo sono
tenuti a contribuire per un terzo nella spesa delle riparazioni o
ricostruzioni del lastrico: gli altri due terzi sono a carico di
tutti i condomini dell'edificio o della parte di questo a cui il
lastrico solare serve, in proporzione del valore del piano o della
porzione di piano di ciascuno.

Art. 1127.

(Costruzione sopra l'ultimo piano dell'edificio).

Il proprietario dell'ultimo piano dell'edificio puo' elevare nuovi
piani o nuove fabbriche, salvo che risulti altrimenti dal titolo. La
stessa facolta' spetta a chi e' proprietario esclusivo del lastrico
solare.

La sopraelevazione non e' ammessa se le condizioni statiche
dell'edificio non la consentono.

I condomini possono altresi' opporsi alla sopraelevazione, se
questa pregiudica l'aspetto architettonico dell'edificio ovvero
diminuisce notevolmente l'aria o la luce dei piani sottostanti.

Chi fa la sopraelevazione deve corrispondere agli altri condomini
un'indennita' pari al valore attuale dell'area da occuparsi con la
nuova fabbrica, diviso per il numero dei piani, ivi compreso quello
da edificare, e detratto l'importo della quota a lui spettante. Egli
e' inoltre tenuto a ricostruire il lastrico solare di cui tutti o
parte dei condomini avevano il diritto di usare.

Art. 1128.

(Perimento totale o parziale dell'edificio).

Se l'edificio perisce interamente o per una parte che rappresenti i
tre quarti del suo valore, ciascuno dei condomini puo' richiedere la
vendita all'asta del suolo e dei materiali, salvo che sia stato
diversamente convenuto.

Nel caso di perimento di una parte minore, l'assemblea dei
condomini delibera circa la ricostruzione delle parti comuni
dell'edificio, e ciascuno e' tenuto a concorrervi in proporzione dei
suoi diritti sulle parti stesse.

L'indennita' corrisposta per l'assicurazione relativa alle parti
comuni e' destinata alla ricostruzione di queste.

Il condomino che non intende partecipare alla ricostruzione
dell'edificio e' tenuto a cedere agli altri condomini i suoi diritti,
anche sulle parti di sua esclusiva proprieta', secondo la stima che
ne sara' fatta, salvo che non preferisca cedere i diritti stessi ad
alcuni soltanto dei condomini.

Art. 1129.

(( (Nomina, revoca ed obblighi dell'amministratore). ))

((Quando i condomini sono piu' di otto, se l'assemblea non vi
provvede, la nomina di un amministratore e' fatta dall'autorita'
giudiziaria su ricorso di uno o piu' condomini o dell'amministratore
dimissionario.

Contestualmente all'accettazione della nomina e ad ogni rinnovo
dell'incarico, l'amministratore comunica i propri dati anagrafici e
professionali, il codice fiscale, o, se si tratta di societa', anche
la sede legale e la denominazione, il locale ove si trovano i
registri di cui ai numeri 6) e 7) dell'articolo 1130, nonche' i
giorni e le ore in cui ogni interessato, previa richiesta
all'amministratore, puo' prenderne gratuitamente visione e ottenere,
previo rimborso della spesa, copia da lui firmata.

L'assemblea puo' subordinare la nomina dell'amministratore alla
presentazione ai condomini di una polizza individuale di
assicurazione per la responsabilita' civile per gli atti compiuti
nell'esercizio del mandato.

L'amministratore e' tenuto altresi' ad adeguare i massimali della
polizza se nel periodo del suo incarico l'assemblea deliberi lavori
straordinari. Tale adeguamento non deve essere inferiore all'importo
di spesa deliberato e deve essere effettuato contestualmente
all'inizio dei lavori. Nel caso in cui l'amministratore sia coperto
da una polizza di assicurazione per la responsabilita' civile
professionale generale per l'intera attivita' da lui svolta, tale
polizza deve essere integrata con una dichiarazione dell'impresa di
assicurazione che garantisca le condizioni previste dal periodo
precedente per lo specifico condominio.

Sul luogo di accesso al condominio o di maggior uso comune,
accessibile anche ai terzi, e' affissa l'indicazione delle
generalita', del domicilio e dei recapiti, anche telefonici,
dell'amministratore.

In mancanza dell'amministratore, sul luogo di accesso al condominio
o di maggior uso comune, accessibile anche ai terzi, e' affissa
l'indicazione delle generalita' e dei recapiti, anche telefonici,
della persona che svolge funzioni analoghe a quelle
dell'amministratore.

L'amministratore e' obbligato a far transitare le somme ricevute a
qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonche' quelle a qualsiasi
titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto
corrente, postale o bancario, intestato al condominio; ciascun
condomino, per il tramite dell'amministratore, puo' chiedere di
prendere visione ed estrarre copia, a proprie spese, della
rendicontazione periodica.

Alla cessazione dell'incarico l'amministratore e' tenuto alla
consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al
condominio e ai singoli condomini e ad eseguire le attivita' urgenti
al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad
ulteriori compensi.

Salvo che sia stato espressamente dispensato dall'assemblea,
l'amministratore e' tenuto ad agire per la riscossione forzosa delle
somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura
dell'esercizio nel quale il credito esigibile e' compreso, anche ai
sensi dell'articolo 63, primo comma, delle disposizioni per
l'attuazione del presente codice.

L'incarico di amministratore ha durata di un anno e si intende
rinnovato per eguale durata. L'assemblea convocata per la revoca o le
dimissioni delibera in ordine alla nomina del nuovo amministratore.

La revoca dell'amministratore puo' essere deliberata in ogni tempo
dall'assemblea, con la maggioranza prevista per la sua nomina oppure
con le modalita' previste dal regolamento di condominio. Puo'
altresi' essere disposta dall'autorita' giudiziaria, su ricorso di
ciascun condomino, nel caso previsto dal quarto comma dell'articolo
1131, se non rende il conto della gestione, ovvero in caso di gravi
irregolarita'. Nei casi in cui siano emerse gravi irregolarita'
fiscali o di non ottemperanza a quanto disposto dal numero 3) del
dodicesimo comma del presente articolo, i condomini, anche
singolarmente, possono chiedere la convocazione dell'assemblea per
far cessare la violazione e revocare il mandato all'amministratore.
In caso di mancata revoca da parte dell'assemblea, ciascun condomino
puo' rivolgersi all'autorita' giudiziaria; in caso di accoglimento
della domanda, il ricorrente, per le spese legali, ha titolo alla
rivalsa nei confronti del condominio, che a sua volta puo' rivalersi
nei confronti dell'amministratore revocato.

Costituiscono, tra le altre, gravi irregolarita':

1) l'omessa convocazione dell'assemblea per l'approvazione del
rendiconto condominiale, il ripetuto rifiuto di convocare l'assemblea
per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri
casi previsti dalla legge;

2) la mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari e
amministrativi, nonche' di deliberazioni dell'assemblea;

3) la mancata apertura ed utilizzazione del conto di cui al settimo
comma;

4) la gestione secondo modalita' che possono generare possibilita'
di confusione tra il patrimonio del condominio e il patrimonio
personale dell'amministratore o di altri condomini;

5) l'aver acconsentito, per un credito insoddisfatto, alla
cancellazione delle formalita' eseguite nei registri immobiliari a
tutela dei diritti del condominio;

6) qualora sia stata promossa azione giudiziaria per la riscossione
delle somme dovute al condominio, l'aver omesso di curare
diligentemente l'azione e la conseguente esecuzione coattiva;

7) l'inottemperanza agli obblighi di cui all'articolo 1130, numeri
6), 7) e 9);

8) l'omessa, incompleta o inesatta comunicazione dei dati di cui al
secondo comma del presente articolo.

In caso di revoca da parte dell'autorita' giudiziaria, l'assemblea
non puo' nominare nuovamente l'amministratore revocato.

L'amministratore, all'atto dell'accettazione della nomina e del suo
rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullita' della
nomina stessa, l'importo dovuto a titolo di compenso per l'attivita'
svolta.

Per quanto non disciplinato dal presente articolo si applicano le
disposizioni di cui alla sezione I del capo IX del titolo III del
libro IV.

Il presente articolo si applica anche agli edifici di alloggi di
edilizia popolare ed economica, realizzati o recuperati da enti
pubblici a totale partecipazione pubblica o con il concorso dello
Stato, delle regioni, delle province o dei comuni, nonche' a quelli
realizzati da enti pubblici non economici o societa' private senza
scopo di lucro con finalita' sociali proprie dell'edilizia
residenziale pubblica)).
Art. 1130.

(Attribuzioni dell'amministratore).

L'amministratore, oltre a quanto previsto dall'articolo 1129 e
dalle vigenti disposizioni di legge, deve:
1) eseguire le deliberazioni dell'assemblea, convocarla
annualmente per l'approvazione del rendiconto condominiale di cui
all'articolo 1130-bis e curare l'osservanza del regolamento di
condominio;
2) disciplinare l'uso delle cose comuni e la fruizione dei
servizi nell'interesse comune, in modo che ne sia assicurato il
miglior godimento a ciascuno dei condomini;
3) riscuotere i contributi ed erogare le spese occorrenti per la
manutenzione ordinaria delle parti comuni dell'edificio e per
l'esercizio dei servizi comuni;
4) compiere gli atti conservativi relativi alle parti comuni
dell'edificio;
5) eseguire gli adempimenti fiscali;
6) curare la tenuta del registro di anagrafe condominiale
contenente le generalita' dei singoli proprietari e dei titolari di
diritti reali e di diritti personali di godimento, comprensive del
codice fiscale e della residenza o domicilio, i dati catastali di
ciascuna unita' immobiliare, nonche' ogni dato relativo alle
condizioni di sicurezza ((delle parti comuni dell'edificio)). Ogni
variazione dei dati deve essere comunicata all'amministratore in
forma scritta entro sessanta giorni. L'amministratore, in caso di
inerzia, mancanza o incompletezza delle comunicazioni, richiede con
lettera raccomandata le informazioni necessarie alla tenuta del
registro di anagrafe. Decorsi trenta giorni, in caso di omessa o
incompleta risposta, l'amministratore acquisisce le informazioni
necessarie, addebitandone il costo ai responsabili;
7) curare la tenuta del registro dei verbali delle assemblee, del
registro di nomina e revoca dell'amministratore e del registro di
contabilita'. Nel registro dei verbali delle assemblee sono altresi'
annotate: le eventuali mancate costituzioni dell'assemblea, le
deliberazioni nonche' le brevi dichiarazioni rese dai condomini che
ne hanno fatto richiesta; allo stesso registro e' allegato il
regolamento di condominio, ove adottato. Nel registro di nomina e
revoca dell'amministratore sono annotate, in ordine cronologico, le
date della nomina e della revoca di ciascun amministratore del
condominio, nonche' gli estremi del decreto in caso di provvedimento
giudiziale. Nel registro di contabilita' sono annotati in ordine
cronologico, entro trenta giorni da quello dell'effettuazione, i
singoli movimenti in entrata ed in uscita. Tale registro puo' tenersi
anche con modalita' informatizzate;
8) conservare tutta la documentazione inerente alla propria
gestione riferibile sia al rapporto con i condomini sia allo stato
tecnico-amministrativo dell'edificio e del condominio;
9) fornire al condomino che ne faccia richiesta attestazione
relativa allo stato dei pagamenti degli oneri condominiali e delle
eventuali liti in corso;
10) redigere il rendiconto condominiale annuale della gestione e
convocare l'assemblea per la relativa approvazione entro centottanta
giorni.
Art. 1130-bis.
(( (Rendiconto condominiale). ))

((Il rendiconto condominiale contiene le voci di entrata e di
uscita ed ogni altro dato inerente alla situazione patrimoniale del
condominio, ai fondi disponibili ed alle eventuali riserve, che
devono essere espressi in modo da consentire l'immediata verifica. Si
compone di un registro di contabilita', di un riepilogo finanziario,
nonche' di una nota sintetica esplicativa della gestione con
l'indicazione anche dei rapporti in corso e delle questioni pendenti.
L'assemblea condominiale puo', in qualsiasi momento o per piu'
annualita' specificamente identificate, nominare un revisore che
verifichi la contabilita' del condominio. La deliberazione e' assunta
con la maggioranza prevista per la nomina dell'amministratore e la
relativa spesa e' ripartita fra tutti i condomini sulla base dei
millesimi di proprieta'. I condomini e i titolari di diritti reali o
di godimento sulle unita' immobiliari possono prendere visione dei
documenti giustificativi di spesa in ogni tempo ed estrarne copia a
proprie spese. Le scritture e i documenti giustificativi devono
essere conservati per dieci anni dalla data della relativa
registrazione.

L'assemblea puo' anche nominare, oltre all'amministratore, un
consiglio di condominio composto da almeno tre condomini negli
edifici di almeno dodici unita' immobiliari. Il consiglio ha funzioni
consultive e di controllo)).
Art. 1131.

(Rappresentanza).

Nei limiti delle attribuzioni stabilite ((dall'articolo 1130)) o
dei maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o
dall'assemblea, l'amministratore ha la rappresentanza dei
partecipanti e puo' agire in giudizio sia contro i condomini sia
contro i terzi.

Puo' essere convenuto in giudizio per qualunque azione concernente
le parti comuni dell'edificio; a lui sono notificati i provvedimenti
dell'autorita' amministrativa che si riferiscono allo stesso oggetto.

Qualora la citazione o il provvedimento abbia un contenuto che
esorbita dalle attribuzioni dell'amministratore, questi e' tenuto a
darne senza indugio notizia all'assemblea dei condomini.

L'amministratore che non adempie a quest'obbligo puo' essere
revocato ed e' tenuto al risarcimento dei danni.
Art. 1132.

(Dissenso dei condomini rispetto alle liti).

Qualora l'assemblea dei condomini abbia deliberato di promuovere
una lite o di resistere a una domanda, il condomino dissenziente, con
atto notificato all'amministratore, puo' separare la propria
responsabilita' in ordine alle conseguenze della lite per il caso di
soccombenza. L'atto deve essere notificato entro trenta giorni da
quello in cui il condomino ha avuto notizia della deliberazione.

Il condomino dissenziente ha diritto di rivalsa per cio' che abbia
dovuto pagare alla parte vittoriosa.

Se l'esito della lite e' stato favorevole al condominio, il
condomino dissenziente che ne abbia tratto vantaggio e' tenuto a
concorrere nelle spese del giudizio che non sia stato possibile
ripetere dalla parte soccombente.

Art. 1133.

(Provvedimenti presi dall'amministratore).

I provvedimenti presi dall'amministratore nell'ambito dei suoi
poteri sono obbligatori per i condomini. Contro i provvedimenti
dell'amministratore e' ammesso ricorso all'assemblea, senza
pregiudizio del ricorso all'autorita' giudiziaria nei casi e nel
termine previsti dall'art. 1137.

Art. 1134.

(( (Gestione di iniziativa individuale). ))

((Il condomino che ha assunto la gestione delle parti comuni senza
autorizzazione dell'amministratore o dell'assemblea non ha diritto al
rimborso, salvo che si tratti di spesa urgente)).
Art. 1135.

(Attribuzioni dell'assemblea dei condomini).

Oltre a quanto e' stabilito dagli articoli precedenti, l'assemblea
dei condomini provvede:
1) alla conferma dell'amministratore e all'eventuale sua
retribuzione;
2) all'approvazione del preventivo delle spese occorrenti durante
l'anno e alla relativa ripartizione tra i condomini;
3) all'approvazione del rendiconto annuale dell'amministratore e
all'impiego del residuo attivo della gestione;
4) alle opere di manutenzione straordinaria e alle innovazioni,
costituendo obbligatoriamente un fondo speciale di importo pari
all'ammontare dei lavori ((; se i lavori devono essere eseguiti in
base a un contratto che ne prevede il pagamento graduale in funzione
del loro progressivo stato di avanzamento, il fondo puo' essere
costituito in relazione ai singoli pagamenti dovuti)).

L'amministratore non puo' ordinare lavori di manutenzione
straordinaria, salvo che rivestano carattere urgente, ma in questo
caso deve riferirne nella prima assemblea.

L'assemblea puo' autorizzare l'amministratore a partecipare e
collaborare a progetti, programmi e iniziative territoriali promossi
dalle istituzioni locali o da soggetti privati qualificati, anche
mediante opere di risanamento di parti comuni degli immobili nonche'
di demolizione, ricostruzione e messa in sicurezza statica, al fine
di favorire il recupero del patrimonio edilizio esistente, la
vivibilita' urbana, la sicurezza e la sostenibilita' ambientale della
zona in cui il condominio e' ubicato.
Art. 1136.

(( (Costituzione dell'assemblea e validita' delle deliberazioni). ))

((L'assemblea in prima convocazione e' regolarmente costituita con
l'intervento di tanti condomini che rappresentino i due terzi del
valore dell'intero edificio e la maggioranza dei partecipanti al
condominio.

Sono valide le deliberazioni approvate con un numero di voti che
rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la meta' del
valore dell'edificio.

Se l'assemblea in prima convocazione non puo' deliberare per
mancanza di numero legale, l'assemblea in seconda convocazione
delibera in un giorno successivo a quello della prima e, in ogni
caso, non oltre dieci giorni dalla medesima. L'assemblea in seconda
convocazione e' regolarmente costituita con l'intervento di tanti
condomini che rappresentino almeno un terzo del valore dell'intero
edificio e un terzo dei partecipanti al condominio. La deliberazione
e' valida se approvata dalla maggioranza degli intervenuti con un
numero di voti che rappresenti almeno un terzo del valore
dell'edificio.

Le deliberazioni che concernono la nomina e la revoca
dell'amministratore o le liti attive e passive relative a materie che
esorbitano dalle attribuzioni dell'amministratore medesimo, le
deliberazioni che concernono la ricostruzione dell'edificio o
riparazioni straordinarie di notevole entita' e le deliberazioni di
cui agli articoli 1117-quater, 1120, secondo comma, 1122-ter nonche'
1135, terzo comma, devono essere sempre approvate con la maggioranza
stabilita dal secondo comma del presente articolo.

Le deliberazioni di cui all'articolo 1120, primo comma, e
all'articolo 1122-bis, terzo comma, devono essere approvate
dall'assemblea con un numero di voti che rappresenti la maggioranza
degli intervenuti ed almeno i due terzi del valore dell'edificio.

L'assemblea non puo' deliberare, se non consta che tutti gli aventi
diritto sono stati regolarmente convocati.

Delle riunioni dell'assemblea si redige processo verbale da
trascrivere nel registro tenuto dall'amministratore)).

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AGGIORNAMENTO (87)
La L. 5 agosto 1978, n. 457, come modificata dalla L. 17 febbraio
1992, n. 179 ha disposto (con l'art. 30, comma 2) che "In deroga agli
articoli 1120, 1121 e 1136, quinto comma, del codice civile gli
interventi di recupero relativi ad un unico immobile composto da piu'
unita' immobiliari possono essere disposti dalla maggioranza dei
condomini che comunque rappresenti almeno la meta' del valore
dell'edificio".
Art. 1137.

(( (Impugnazione delle deliberazioni dell'assemblea). ))

((Le deliberazioni prese dall'assemblea a norma degli articoli
precedenti sono obbligatorie per tutti i condomini.

Contro le deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di
condominio ogni condomino assente, dissenziente o astenuto puo' adire
l'autorita' giudiziaria chiedendone l'annullamento nel termine
perentorio di trenta giorni, che decorre dalla data della
deliberazione per i dissenzienti o astenuti e dalla data di
comunicazione della deliberazione per gli assenti.

L'azione di annullamento non sospende l'esecuzione della
deliberazione, salvo che la sospensione sia ordinata dall'autorita'
giudiziaria.

L'istanza per ottenere la sospensione proposta prima dell'inizio
della causa di merito non sospende ne' interrompe il termine per la
proposizione dell'impugnazione della deliberazione. Per quanto non
espressamente previsto, la sospensione e' disciplinata dalle norme di
cui al libro IV, titolo I, capo III, sezione I, con l'esclusione
dell'articolo 669-octies, sesto comma, del codice di procedura
civile)).
Art. 1138.

(Regolamento di condominio).

Quando in un edificio il numero dei condomini e' superiore a dieci,
deve essere formato un regolamento, il quale contenga le norme circa
l'uso delle cose comuni e la ripartizione delle spese, secondo i
diritti e gli obblighi spettanti a ciascun condomino, nonche' le
norme per la tutela del decoro dell'edificio e quelle relative
all'amministrazione.

Ciascun condomino puo' prendere l'iniziativa per la formazione del
regolamento di condominio o per la revisione di quello esistente.

((Il regolamento deve essere approvato dall'assemblea con la
maggioranza stabilita dal secondo comma dell'articolo 1136 ed
allegato al registro indicato dal numero 7) dell'articolo 1130. Esso
puo' essere impugnato a norma dell'articolo 1107)).

Le norme del regolamento non possono in alcun modo menomare i
diritti di ciascun condomino, quali risultano dagli atti di acquisto
e dalle convenzioni, e in nessun caso possono derogare alle
disposizioni degli articoli 1118, secondo comma, 1119, 1120, 1129,
1131, 1132, 1136 e 1137.

((Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o
detenere animali domestici)).
Art. 1139.

(Rinvio alle norme sulla comunione).

Per quanto non e' espressamente previsto da questo capo si
osservano le norme sulla comunione in generale.

TITOLO VIII
DEL POSSESSO
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 1140.

(Possesso).

Il possesso e' il potere sulla cosa che si manifesta in
un'attivita' corrispondente all'esercizio della proprieta' o di altro
diritto reale.

Si puo' possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha
la detenzione della cosa.

Art. 1141.

(Mutamento della detenzione in possesso).

Si presume il possesso in colui che esercita il potere di fatto,
quando non si prova che ha cominciato a esercitarlo semplicemente
come detenzione.

Se alcuno ha cominciato ad avere la detenzione, non puo' acquistare
il possesso finche' il titolo non venga a essere mutato per causa
proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro
il possessore. Cio' vale anche per i successori a titolo universale.

Art. 1142.

(Presunzione di possesso intermedio).

Il possessore attuale che ha posseduto in tempo piu' remoto si
presume che abbia posseduto anche nel tempo intermedio.

Art. 1143.

(Presunzione di possesso anteriore).

Il possesso attuale non fa presumere il possesso anteriore, salvo
che il possessore abbia un titolo a fondamento del suo possesso; in
questo caso si presume che egli abbia posseduto dalla data del
titolo.

Art. 1144.

(Atti di tolleranza).

Gli atti compiuti con l'altrui tolleranza non possono servire di
fondamento all'acquisto del possesso.

Art. 1145.

(Possesso di cose fuori commercio).

Il possesso delle cose di cui non si puo' acquistare la proprieta'
e' senza effetto.

Tuttavia nei rapporti tra privati e' concessa l'azione di spoglio
rispetto ai beni appartenenti al pubblico demanio e ai beni delle
provincie e dei comuni soggetti al regime proprio del demanio
pubblico.

Se trattasi di esercizio di facolta', le quali possono formare
oggetto di concessione da parte della pubblica amministrazione, e'
data altresi' l'azione di manutenzione.

Art. 1146.

(Successione nel possesso. Accessione del possesso).

Il possesso continua nell'erede con effetto dall'apertura della
successione.

Il successore a titolo particolare puo' unire al proprio possesso
quello del suo autore per goderne gli effetti.

Art. 1147.

(Possesso di buona fede).

E' possessore di buona fede chi possiede ignorando di ledere
l'altrui diritto.

La buona fede non giova se l'ignoranza dipende da colpa grave.

La buona fede e' presunta e basta che vi sia stata al tempo
dell'acquisto.

CAPO II
Degli effetti del possesso
Sezione I
Dei diritti e degli obblighi del possessore nella restituzione della cosa

Art. 1148.

(Acquisto dei frutti).

Il possessore di buona fede fa suoi i frutti naturali separati fino
al giorno della domanda giudiziale e i frutti civili maturati fino
allo stesso giorno. Egli, fino alla restituzione della cosa, risponde
verso il rivendicante dei frutti percepiti dopo la domanda giudiziale
e di quelli che avrebbe potuto percepire dopo tale data, usando la
diligenza di un buon padre di famiglia.

Art. 1149.

(Rimborso delle spese per la produzione e il raccolto dei frutti).

Il possessore che e' tenuto a restituire i frutti indebitamente
percepiti ha diritto al rimborso delle spese a norma del secondo
comma dell'art. 821.

Art. 1150.

(Riparazioni, miglioramenti e addizioni).

Il possessore, anche se di mala fede, ha diritto al rimborso delle
spese fatte per le riparazioni straordinarie.

Ha anche diritto a indennita' per i miglioramenti recati alla cosa,
purche' sussistano al tempo della restituzione.

L'indennita' si deve corrispondere nella misura dell'aumento di
valore conseguito dalla cosa per effetto dei miglioramenti, se il
possessore e' di buona fede, se il possessore e' di mala fede, nella
minor somma tra l'importo della spesa e l'aumento di valore.

Se il possessore e' tenuto alla restituzione dei frutti, gli spetta
anche il rimborso delle spese fatte per le riparazioni ordinarie,
limitatamente al tempo per il quale la restituzione e' dovuta.

Per le addizioni fatte dal possessore sulla cosa si applica il
disposto dell'art. 936. Tuttavia, se le addizioni costituiscono
miglioramento e il possessore e' di buona fede, e' dovuta
un'indennita' nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla
cosa.

Art. 1151.

(Pagamento delle indennita').

L'autorita' giudiziaria, avuto riguardo alle circostanze, puo'
disporre che il pagamento delle indennita' previste dall'articolo
precedente sia fatto ratealmente, ordinando, in questo caso, le
opportune garanzie.

Art. 1152.

(Ritenzione a favore del possessore di buona fede).

Il possessore di buona fede puo' ritenere la cosa finche' non gli
siano corrisposte le indennita' dovute, purche' queste siano state
domandate nel corso del giudizio di rivendicazione e sia stata
fornita una prova generica della sussistenza delle riparazioni e dei
miglioramenti.

Egli ha lo stesso diritto finche' non siano prestate le garanzie
ordinate dall'autorita' giudiziaria nel caso previsto dall'articolo
precedente.

Sezione II
Del possesso di buona fede di beni mobili

Art. 1153.

(Effetti dell'acquisto del possesso).

Colui al quale sono alienati beni mobili da parte di chi non ne e'
proprietario, ne acquista la proprieta' mediante il possesso, purche'
sia in buona fede al momento della consegna e sussista un titolo
idoneo al trasferimento della proprieta'.

La proprieta' si acquista libera da diritti altrui sulla cosa, se
questi non risultano dal titolo e vi e' la buona fede
dell'acquirente.

Nello stesso modo si acquistano i diritti di usufrutto, di uso e di
pegno.

Art. 1154.

(Conoscenza dell'illegittima provenienza della cosa).

A colui che ha acquistato conoscendo l'illegittima provenienza
della cosa non giova l'erronea credenza che il suo autore o un
precedente possessore ne sia divenuto proprietario.

Art. 1155.

(Acquisto di buona fede e precedente alienazione ad altri).

Se taluno con successivi contratti aliena a piu' persone un bene
mobile, quella tra esse che ne ha acquistato in buona fede il
possesso e' preferita alle altre, anche se il suo titolo e' di data
posteriore.

Art. 1156.

(Universalita' di mobili e mobili iscritti in pubblici registri).

Le disposizioni degli articoli precedenti non si applicano alle
universalita' di mobili e ai beni mobili iscritti in pubblici
registri.

Art. 1157.

(Possesso di titoli di credito).

Gli effetti del possesso di buona fede dei titoli di credito sono
regolati dal titolo V del libro IV.

Sezione III
Dell'usucapione

Art. 1158.

(Usucapione dei beni immobili e dei diritti reali immobiliari).

La proprieta' dei beni immobili e gli altri diritti reali di
godimento sui beni medesimi si acquistano in virtu' del possesso
continuato per venti anni.

Art. 1159.

(Usucapione decennale).

Colui che acquista in buona fede da chi non e' proprietario un
immobile, in forza di un titolo che sia idoneo a trasferire la
proprieta' e che sia stato debitamente trascritto, ne compie
l'usucapione in suo favore col decorso di dieci anni dalla data della
trascrizione.

La stessa disposizione si applica nel caso di acquisto degli altri
diritti reali di godimento sopra un immobile.
Art. 1159.

Usucapione speciale per la piccola proprieta' rurale.

La proprieta' dei fondi rustici con annessi fabbricati situati in
comuni classificati montani dalla legge si acquista in virtu' del
possesso continuato per quindici anni.

Colui che acquista in buona fede da chi non e' proprietario, in
forza di un titolo che sia idoneo a trasferire la proprieta' e che
sia debitamente trascritto, un fondo rustico con annessi fabbricati,
situati in comuni classificati montani dalla legge, ne compie
l'usucapione in suo favore col decorso di cinque anni dalla data di
trascrizione.

La legge speciale stabilisce la procedura, le modalita' e le
agevolazioni per la regolarizzazione del titolo di proprieta'.

Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche ai
fondi rustici con annessi fabbricati, situati in comuni non
classificati montani dalla legge, aventi un reddito non superiore ai
limiti fissati dalla legge speciale.(43)((96))
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AGGIORNAMENTO (43)
La L. 10 maggio 1976, n. 346 ha disposto (con l'art. 2, comma 1)
che "Le disposizioni dell'articolo 1159-bis del codice civile si
applicano ai fondi rustici con annessi fabbricati situati in comuni
classificati montani ai sensi della legge 3 dicembre 1971, n. 1102,
qualunque siano la loro estensione ed il loro reddito, nonche' ai
fondi rustici con annessi fabbricati situati in comuni non
classificati montani, quando il loro reddito dominicale iscritto in
catasto ai sensi del regio decreto-legge 4 aprile 1939, n. 589,
convertito nella legge 29 giugno 1939, n. 976, non supera
complessivamente le lire cinquemila."
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AGGIORNAMENTO (96)
La L. 10 maggio 1976, n. 346, come modificata dalla L. 31 gennaio
1994, n. 97 ha disposto (con l'art. 2, comma 1) che "Le disposizioni
dell'articolo 1159-bis del codice civile si applicano ai fondi
rustici con annessi fabbricati situati in comuni classificati montani
ai sensi della legge 3 dicembre 1971, n. 1102, qualunque siano la
loro estensione ed il loro reddito, nonche' ai fondi rustici con
annessi fabbricati situati in comuni non classificati montani, quando
il loro reddito dominicale iscritto in catasto ai sensi del regio
decreto-legge 4 aprile 1939, n. 589, convertito nella legge 29 giugno
1939, n. 976, non supera complessivamente le lire 350.000".
Art. 1160.

(Usucapione delle universalita' di mobili).

L'usucapione di un'universalita' di mobili o di diritti reali di
godimento sopra la medesima si compie in virtu' del possesso
continuato per venti anni.

Nel caso di acquisto in buona fede da chi non e' proprietario, in
forza di titolo idoneo, l'usucapione si compie con il decorso di
dieci anni.

Art. 1161.

(Usucapione dei beni mobili).

In mancanza di titolo idoneo, la proprieta' dei beni mobili e gli
altri diritti reali di godimento sui beni medesimi si acquistano in
virtu' del possesso continuato per dieci anni, qualora il possesso
sia stato acquistato in buona fede.

Se il possessore e' di mala fede, l'usucapione si compie con il
decorso di venti anni.
Art. 1162.

(Usucapione di beni mobili iscritti in pubblici registri).

Colui che acquista in buona fede da chi non e' proprietario un bene
mobile iscritto in pubblici registri, in forza di un titolo che sia
idoneo a trasferire la proprieta' e che sia stato debitamente
trascritto, ne compie in suo favore l'usucapione col decorso di tre
anni dalla data della trascrizione.

Se non concorrono le condizioni previste dal comma precedente,
l'usucapione si compie col decorso di dieci anni.

Le stesse disposizioni si applicano nel caso di acquisto degli
altri diritti reali di godimento.

Art. 1163.

(Vizi del possesso).

Il possesso acquistato in modo violento o clandestino non giova per
l'usucapione se non dal momento in cui la violenza o la
clandestinita' e' cessata.

Art. 1164.

(Interversione del possesso).

Chi ha il possesso corrispondente all'esercizio di un diritto reale
su cosa altrui non puo' usucapire la proprieta' della cosa stessa, se
il titolo del suo possesso non e' mutato per causa proveniente da un
terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il diritto del
proprietario. Il tempo necessario per l'usucapione decorre dalla data
in cui il titolo del possesso e' stato mutato.

Art. 1165.

(Applicazione di norme sulla prescrizione).

Le disposizioni generali sulla prescrizione, quelle relative alle
cause di sospensione e d'interruzione e al computo dei termini si
osservano, in quanto applicabili, rispetto all'usucapione.

Art. 1166.

(Inefficacia delle cause d'impedimento e di sospensione rispetto al
terzo possessore).

Nell'usucapione ventennale non hanno luogo, riguardo al terzo
possessore di un immobile o di un diritto reale sopra un immobile,
ne' l'impedimento derivante da condizione o da termine, ne' le cause
di sospensione indicate dall'art. 2942.

L'impedimento derivante da condizione o da termine e le cause di
sospensione menzionate nel detto articolo non sono nemmeno opponibili
al terzo possessore nella prescrizione per non uso dei diritti reali
sui beni da lui posseduti.

Art. 1167.

(Interruzione dell'usucapione per perdita di possesso).

L'usucapione e' interrotta quando il possessore e' stato privato
del possesso per oltre un anno.

L'interruzione si ha come non avvenuta se e' stata proposta
l'azione diretta a ricuperare il possesso e questo e' stato
ricuperato.

CAPO III
Delle azioni a difesa del possesso

Art. 1168.

(Azione di reintegrazione).

Chi e' stato violentemente od occultamente spogliato del possesso
puo', entro l'anno dal sofferto spoglio, chiedere contro l'autore di
esso la reintegrazione del possesso medesimo.

L'azione e' concessa altresi' a chi ha la detenzione della cosa,
tranne il caso che l'abbia per ragioni di servizio o di ospitalita'.

Se lo spoglio e' clandestino, il termine per chiedere la
reintegrazione decorre dal giorno della scoperta dello spoglio.

La reintegrazione deve ordinarsi dal giudice sulla semplice
notorieta' del fatto, senza dilazione.

Art. 1169.

(Reintegrazione contro l'acquirente consapevole dello spoglio).

La reintegrazione si puo' domandare anche contro chi e' nel
possesso in virtu' di un acquisto a titolo particolare, fatto con la
conoscenza dell'avvenuto spoglio.

Art. 1170.

(Azione di manutenzione).

Chi e' stato molestato nel possesso di un immobile, di un diritto
reale sopra un immobile o di un'universalita' di mobili puo', entro
l'anno dalla turbativa, chiedere la manutenzione del possesso
medesimo.

L'azione e' data se il possesso dura da oltre un anno, continuo e
non interrotto, e non e' stato acquistato violentemente o
clandestinamente. Qualora il possesso sia stato acquistato in modo
violento o clandestino, l'azione puo' nondimeno esercitarsi, decorso
un anno dal giorno in cui la violenza o la clandestinita' e' cessata.

Anche colui che ha subito uno spoglio non violento o clandestino
puo' chiedere di essere rimesso nel possesso, se ricorrono le
condizioni indicate dal comma precedente.

TITOLO IX
DELLA DENUNZIA DI NUOVA OPERA E DI DANNO TEMUTO

Art. 1171.

(Denunzia di nuova opera).

Il proprietario, il titolare di altro diritto reale di godimento o
il possessore, il quale ha ragione di temere che da una nuova opera,
da altri intrapresa sul proprio come sull'altrui fondo, sia per
derivare danno alla cosa che forma l'oggetto del suo diritto o del
suo possesso, puo' denunziare all'autorita' giudiziaria la nuova
opera, purche' questa non sia terminata e non sia trascorso un anno
dal suo inizio.

L'autorita' giudiziaria, presa sommaria cognizione del fatto, puo'
vietare la continuazione dell'opera, ovvero permetterla, ordinando le
opportune cautele: nel primo caso, per il risarcimento del danno
prodotto dalla sospensione dell'opera, qualora le opposizioni al suo
proseguimento risultino infondate nella decisione del merito; nel
secondo caso, per la demolizione o riduzione dell'opera e per il
risarcimento del danno che possa soffrirne il denunziante, se questi
ottiene sentenza favorevole, nonostante la permessa continuazione.

Art. 1172.

(Denunzia di danno temuto).

Il proprietario, il titolare di altro diritto reale di godimento o
il possessore, il quale ha ragione di temere che da qualsiasi
edificio, albero o altra cosa sovrasti pericolo di un danno grave e
prossimo alla cosa che forma l'oggetto del suo diritto o del suo
possesso, puo' denunziare il fatto all'autorita' giudiziaria e
ottenere, secondo le circostanze, che si provveda per ovviare al
pericolo.

L'autorita' giudiziaria, qualora ne sia il caso, dispone idonea
garanzia per i danni eventuali.

LIBRO QUARTO
DELLE OBBLIGAZIONI
TITOLO I
DELLE OBBLIGAZIONI IN GENERALE
CAPO I
Disposizioni preliminari

Art. 1173.

(Fonti delle obbligazioni).

Le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito, o da ogni
altro atto o fatto idoneo a produrle in conformita' dell'ordinamento
giuridico.

Art. 1174.

(Carattere patrimoniale della prestazione).

La prestazione che forma oggetto dell'obbligazione deve essere
suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere a un
interesse, anche non patrimoniale, del creditore.

Art. 1175.

(Comportamento secondo correttezza).

Il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole
della correttezza, ((...)).
CAPO II
Dell'adempimento delle obbligazioni
Sezione I
Dell'adempimento in generale

Art. 1176.

(Diligenza nell'adempimento).

Nell'adempiere l'obbligazione il debitore deve usare la diligenza
del buon padre di famiglia.

Nell'adempimento delle obbligazioni inerenti all'esercizio di
un'attivita' professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo
alla natura dell'attivita' esercitata.

Art. 1177.

(Obbligazione di custodire).

L'obbligazione di consegnare una cosa determinata include quella di
custodirla fino alla consegna.

Art. 1178.

(Obbligazione generica).

Quando l'obbligazione ha per oggetto la prestazione di cose
determinate soltanto nel genere, il debitore deve prestare cose di
qualita' non inferiore alla media.

Art. 1179.

(Obbligo di garanzia).

Chi e' tenuto a dare una garanzia, senza che ne siano determinati
il modo e la forma, puo' prestare a sua scelta un'idonea garanzia
reale o personale, ovvero altra sufficiente cautela.

Art. 1180.

(Adempimento del terzo).

L'obbligazione puo' essere adempiuta da un terzo, anche contro la
volonta' del creditore, se questi non ha interesse a che il debitore
esegua personalmente la prestazione.

Tuttavia il creditore puo' rifiutare l'adempimento offertogli dal
terzo, se il debitore gli ha manifestato la sua opposizione.

Art. 1181.

(Adempimento parziale).

Il creditore puo' rifiutare un adempimento parziale anche se la
prestazione e' divisibile, salvo che la legge o gli usi dispongano
diversamente.

Art. 1182.

(Luogo dell'adempimento).

Se il luogo nel quale la prestazione deve essere eseguita non e'
determinato dalla convenzione o dagli usi e non puo' desumersi dalla
natura della prestazione o da altre circostanze, si osservano le
norme che seguono.

L'obbligazione di consegnare una cosa certa e determinata deve
essere adempiuta nel luogo in cui si trovava la cosa quando
l'obbligazione e' sorta.

L'obbligazione avente per oggetto una somma di danaro deve essere
adempiuta al domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza.
Se tale domicilio e' diverso da quello che il creditore aveva quando
e' sorta l'obbligazione e cio' rende piu' gravoso l'adempimento, il
debitore, previa dichiarazione al creditore, ha diritto di eseguire
il pagamento al proprio domicilio.

Negli altri casi l'obbligazione deve essere adempiuta al domicilio
che il debitore ha al tempo della scadenza.

Art. 1183.

(Tempo dell'adempimento).

Se non e' determinato il tempo in cui la prestazione deve essere
eseguita, il creditore puo' esigerla immediatamente. Qualora
tuttavia, in virtu' degli usi o per la natura della prestazione
ovvero per il modo o il luogo dell'esecuzione, sia necessario un
termine, questo, in mancanza di accordo delle parti, e' stabilito dal
giudice.

Se il termine per l'adempimento e' rimesso alla volonta' del
debitore, spetta ugualmente al giudice di stabilirlo secondo le
circostanze; se e' rimesso alla volonta' del creditore, il termine
puo' essere fissato su istanza del debitore che intende liberarsi.

Art. 1184.

(Termine).

Se per l'adempimento e' fissato un termine, questo si presume a
favore del debitore, qualora non risulti stabilito a favore del
creditore o di entrambi.

Art. 1185.

(Pendenza del termine).

Il creditore non puo' esigere la prestazione prima della scadenza,
salvo che il termine sia stabilito esclusivamente a suo favore.

Tuttavia il debitore non puo' ripetere cio' che ha pagato
anticipatamente, anche se ignorava l'esistenza del termine. In questo
caso pero' egli puo' ripetere, nei limiti della perdita subita, cio'
di cui il creditore si e' arricchito per effetto del pagamento
anticipato.

Art. 1186.

(Decadenza dal termine).

Quantunque il termine sia stabilito a favore del debitore, il
creditore puo' esigere immediatamente la prestazione se il debitore
e' divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie
che aveva date o non ha dato le garanzie che aveva promesse.

Art. 1187.

(Computo del termine).

Il termine fissato per l'adempimento delle obbligazioni e'
computato secondo le disposizioni dell'art. 2963.

La disposizione relativa alla proroga del termine che scade in
giorno festivo si osserva se non vi sono usi diversi.

E' salva in ogni caso una diversa pattuizione.

Art. 1188.

(Destinatario del pagamento).

Il pagamento deve essere fatto al creditore o al suo
rappresentante, ovvero alla persona indicata dal creditore o
autorizzata dalla legge o dal giudice a riceverlo.

Il pagamento fatto a chi non era legittimato a riceverlo libera il
debitore, se il creditore lo ratifica o se ne ha approfittato.

Art. 1189.

(Pagamento al creditore apparente).

Il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a
riceverlo in base a circostanze univoche, e' liberato se prova di
essere stato in buona fede.

Chi ha ricevuto il pagamento e' tenuto alla restituzione verso il
vero creditore, secondo le regole stabilite per la ripetizione
dell'indebito.

Art. 1190.

(Pagamento al creditore incapace).

Il pagamento fatto al creditore incapace di riceverlo non libera il
debitore, se questi non prova che cio' che fu pagato e' stato rivolto
a vantaggio dell'incapace.

Art. 1191.

(Pagamento eseguito da un incapace).

Il debitore che ha eseguito la prestazione dovuta non puo'
impugnare il pagamento a causa della propria incapacita'.

Art. 1192.

(Pagamento eseguito con cose altrui).

Il debitore non puo' impugnare il pagamento eseguito con cose di
cui non poteva disporre, salvo che offra di eseguire la prestazione
dovuta con cose di cui puo' disporre.

Il creditore che ha ricevuto il pagamento in buona fede puo'
impugnarlo, salvo il diritto al risarcimento del danno.

Art. 1193.

(Imputazione del pagamento).

Chi ha piu' debiti della medesima specie verso la stessa persona
puo' dichiarare, quando paga, quale debito intende soddisfare.

In mancanza di tale dichiarazione, il pagamento deve essere
imputato al debito scaduto; tra piu' debiti scaduti, a quello meno
garantito; tra piu' debiti ugualmente garantiti, al piu' oneroso per
il debitore; tra piu' debiti ugualmente onerosi, al piu' antico. Se
tali criteri non soccorrono, l'imputazione e' fatta proporzionalmente
ai vari debiti.

Art. 1194.

(Imputazione del pagamento agli interessi).

Il debitore non puo' imputare il pagamento al capitale, piuttosto
che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore.

Il pagamento fatto in conto di capitale e d'interessi deve essere
imputato prima agli interessi.

Art. 1195.

(Quietanza con imputazione).

Chi, avendo piu' debiti, accetta una quietanza nella quale il
creditore ha dichiarato di imputare il pagamento a uno di essi, non
puo' pretendere un'imputazione diversa, se non vi e' stato dolo o
sorpresa da parte del creditore.

Art. 1196.

(Spese del pagamento).

Le spese del pagamento sono a carico del debitore.

Art. 1197.

(Prestazione in luogo dell'adempimento).

Il debitore non puo' liberarsi eseguendo una prestazione diversa da
quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il
creditore consenta. In questo caso l'obbligazione si estingue quando
la diversa prestazione e' eseguita.

Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprieta' o di
un altro diritto, il debitore e' tenuto alla garanzia per l'evizione
e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita, salvo che il
creditore preferisca esigere la prestazione originaria e il
risarcimento del danno.

In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi.

Art. 1198.

(Cessione di un credito in luogo dell'adempimento).

Quando in luogo dell'adempimento e' ceduto un credito,
l'obbligazione si estingue con la riscossione del credito, se non
risulta una diversa volonta' delle parti.

E' salvo quanto e' disposto dal secondo comma dell'art. 1267.

Art. 1199.

(Diritto del debitore alla quietanza).

Il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta e a spese
del debitore, rilasciare quietanza e farne annotazione sul titolo, se
questo non e' restituito al debitore.

Il rilascio di una quietanza per il capitale fa presumere il
pagamento degli interessi.

Art. 1200.

(Liberazione dalle garanzie).

Il creditore che ha ricevuto il pagamento deve consentire la
liberazione dei beni dalle garanzie reali date per il credito e da
ogni altro vincolo che comunque ne limiti la disponibilita'.

Sezione II
Del pagamento con surrogazione

Art. 1201.

(Surrogazione per volonta' del creditore).

Il creditore, ricevendo il pagamento da un terzo, puo' surrogarlo
nei propri diritti. La surrogazione deve essere fatta in modo
espresso e contemporaneamente al pagamento.

Art. 1202.

(Surrogazione per volonta' del debitore).

Il debitore, che prende a mutuo una somma di danaro o altra cosa
fungibile al fine di pagare il debito, puo' surrogare il mutuante nei
diritti del creditore, anche senza il consenso di questo.

La surrogazione ha effetto quando concorrono le seguenti
condizioni:
1) che il mutuo e la quietanza risultino da atto avente data
certa;
2) che nell'atto di mutuo sia indicata espressamente la specifica
destinazione della somma mutuata;
3) che nella quietanza si menzioni la dichiarazione del debitore
circa la provenienza della somma impiegata nel pagamento. Sulla
richiesta del debitore, il creditore non puo' rifiutarsi di inserire
nella quietanza tale dichiarazione.
Art. 1203.

(Surrogazione legale).

La surrogazione ha luogo di diritto nei seguenti casi:
1) a vantaggio di chi, essendo creditore, ancorche'
chirografario, paga un altro creditore che ha diritto di essergli
preferito in ragione dei suoi privilegi, del suo pegno o delle sue
ipoteche;
2) a vantaggio dell'acquirente di un immobile che, fino alla
concorrenza del prezzo di acquisto, paga uno o piu' creditori a
favore dei quali l'immobile e' ipotecato;
3) a vantaggio di colui che, essendo tenuto con altri o per altri
al pagamento del debito, aveva interesse di soddisfarlo;
4) a vantaggio dell'erede con beneficio d'inventario, che paga
con danaro proprio i debiti ereditari;
5) negli altri casi stabiliti dalla legge.
Art. 1204.

(Terzi garanti).

La surrogazione contemplata nei precedenti articoli ha effetto
anche contro i terzi che hanno prestato garanzia per il debitore.

Se il credito e' garantito da pegno, si osserva la disposizione del
secondo comma dell'art. 1263.

Art. 1205.

(Surrogazione parziale).

Se il pagamento e' parziale, il terzo surrogato e il creditore
concorrono nei confronti del debitore in proporzione di quanto e'
loro dovuto, salvo patto contrario.

Sezione III
Della mora del creditore

Art. 1206.

(Condizioni).

Il creditore e' in mora quando, senza motivo legittimo, non riceve
il pagamento offertogli nei modi indicati dagli articoli seguenti o
non compie quanto e' necessario affinche' il debitore possa adempiere
l'obbligazione.

Art. 1207.

(Effetti).

Quando il creditore e' in mora, e' a suo carico l'impossibilita'
della prestazione sopravvenuta per causa non imputabile al debitore.
Non sono piu' dovuti gli interessi ne' i frutti della cosa che non
siano stati percepiti dal debitore.

Il creditore e' pure tenuto a risarcire i danni derivati dalla sua
mora e a sostenere le spese per la custodia e la conservazione della
cosa dovuta.

Gli effetti della mora si verificano dal giorno dell'offerta, se
questa e' successivamente dichiarata valida con sentenza passata in
giudicato o se e' accettata dal creditore.

Art. 1208.

(Requisiti per la validita' dell'offerta).

Affinche' l'offerta sia valida e' necessario:
1) che sia fatta al creditore capace di ricevere o a chi ha la
facolta' di ricevere per lui;
2) che sia fatta da persona che puo' validamente adempiere;
3) che comprenda la totalita' della somma o delle cose dovute,
dei frutti o degli interessi e delle spese liquide, e una somma per
le spese non liquide, con riserva di un supplemento, se e'
necessario;
4) che il termine sia scaduto, se stipulato in favore del
creditore;
5) che si sia verificata la condizione dalla quale dipende
l'obbligazione;
6) che l'offerta sia fatta alla persona del creditore o nel suo
domicilio;
7) che l'offerta sia fatta da un ufficiale pubblico a cio'
autorizzato.

Il debitore puo' subordinare l'offerta al consenso del creditore
necessario per liberare i beni dalle garanzie reali o da altri
vincoli che comunque ne limitino la disponibilita'.
Art. 1209.

(Offerta reale e offerta per intimazione).

Se l'obbligazione ha per oggetto danaro, titoli di credito, ovvero
cose mobili da consegnare al domicilio del creditore, l'offerta deve
essere reale.

Se si tratta invece di cose mobili da consegnare in luogo diverso,
l'offerta consiste nell'intimazione al creditore di riceverle, fatta
mediante atto a lui notificato nelle forme prescritte per gli atti di
citazione.

Art. 1210.

(Facolta' di deposito e suoi effetti liberatori).

Se il creditore rifiuta di accettare l'offerta reale o non si
presenta per ricevere le cose offertegli mediante intimazione, il
debitore puo' eseguire il deposito.

Eseguito il deposito, quando questo e' accettato dal creditore o e'
dichiarato valido con sentenza passata in giudicato, il debitore non
puo' piu' ritirarlo ed e' liberato dalla sua obbligazione.

Art. 1211.

(Cose deperibili o di dispendiosa custodia).

Se le cose non possono essere conservate o sono deteriorabili,
oppure se le spese della loro custodia sono eccessive, il debitore,
dopo l'offerta reale o l'intimazione di ritirarle, puo' farsi
autorizzare dal tribunale a venderle nei modi stabiliti per le cose
pignorate e a depositarne il prezzo. (111) ((112a))

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AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
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AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188, ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 1212.

(Requisiti del deposito).

Per la validita' del deposito e' necessario:
1) che sia stato preceduto da un'intimazione notificata al
creditore e contenente l'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo
in cui la cosa offerta sara' depositata;
2) che il debitore abbia consegnato la cosa, con gli interessi e
i frutti dovuti fino al giorno dell'offerta, nel luogo indicato dalla
legge o, in mancanza, dal giudice;
3) che sia redatto dal pubblico ufficiale un processo verbale da
cui risulti la natura delle cose offerte, il rifiuto di riceverle da
parte del creditore o la sua mancata comparizione, e infine il fatto
del deposito;
4) che, in caso di non comparizione del creditore, il processo
verbale di deposito gli sia notificato con l'invito a ritirare la
cosa depositata.

Il deposito che ha per oggetto somme di danaro puo' eseguirsi anche
presso un istituto di credito.

Art. 1213.

(Ritiro del deposito).

Il deposito non produce effetto se il debitore lo ritira prima che
sia stato accettato dal creditore o prima che sia stato riconosciuto
valido con sentenza passata in giudicato.

Se, dopo l'accettazione del deposito o il passaggio in giudicato
della sentenza che lo dichiara valido, il creditore consente che il
debitore ritiri il deposito, egli non puo' piu' rivolgersi contro i
condebitori e i fideiussori, ne' valersi dei privilegi, del pegno e
delle ipoteche che garantivano il credito.

Art. 1214.

(Offerta secondo gli usi e deposito).

Se il debitore ha offerto la cosa dovuta nelle forme d'uso anziche'
in quelle prescritte dagli articoli 1208 e 1209, gli effetti della
mora si verificano dal giorno in cui egli esegue il deposito a norma
dell'art. 1212, se questo e' accettato dal creditore o e' dichiarato
valido con sentenza passata in giudicato.

Art. 1215.

(Spese).

Quando l'offerta reale e il deposito sono validi, le spese occorse
sono a carico del creditore.

Art. 1216.

(Intimazione di ricevere la consegna di un immobile).

Se deve essere consegnato un immobile, l'offerta consiste
nell'intimazione al creditore di prenderne possesso. L'intimazione
deve essere fatta nella forma prescritta dal secondo comma dell'art.
1209.

Il debitore, dopo l'intimazione al creditore, puo' ottenere dal
giudice la nomina di un sequestratario. In questo caso egli e'
liberato dal momento in cui ha consegnato al sequestratario la cosa
dovuta.

Art. 1217.

(Obbligazioni di fare).

Se la prestazione consiste in un fare, il creditore e' costituito
in mora mediante l'intimazione di ricevere la prestazione o di
compiere gli atti che sono da parte sua necessari per renderla
possibile.

L'intimazione puo' essere fatta nelle forme d'uso.

CAPO III
Dell'inadempimento delle obbligazioni

Art. 1218.

(Responsabilita' del debitore).

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta e'
tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o
il ritardo e' stato determinato da impossibilita' della prestazione
derivante da causa a lui non imputabile.

Art. 1219.

(Costituzione in mora).

Il debitore e' costituito in mora mediante intimazione o richiesta
fatta per iscritto.

Non e' necessaria la costituzione in mora:
1) quando il debito deriva da fatto illecito;
2) quando il debitore ha dichiarato per iscritto di non volere
eseguire l'obbligazione;
3) quando e' scaduto il termine, se la prestazione deve essere
eseguita al domicilio del creditore. Se il termine scade dopo la
morte del debitore, gli eredi non sono costituiti in mora che
mediante intimazione o richiesta fatta per iscritto, e decorsi otto
giorni dall'intimazione o dalla richiesta.
Art. 1220.

(Offerta non formale).

Il debitore non puo' essere considerato in mora, se tempestivamente
ha fatto offerta della prestazione dovuta, anche senza osservare le
forme indicate nella sezione III del precedente capo, a meno che il
creditore l'abbia rifiutata per un motivo legittimo.

Art. 1221.

(Effetti della mora sul rischio).

Il debitore che e' in mora non e' liberato per la sopravvenuta
impossibilita' della prestazione derivante da causa a lui non
imputabile, se non prova che l'oggetto della prestazione sarebbe
ugualmente perito presso il creditore.

In qualunque modo sia perita o smarrita una cosa illecitamente
sottratta, la perdita di essa non libera chi l'ha sottratta
dall'obbligo di restituirne il valore.

Art. 1222.

(Inadempimento di obbligazioni negative).

Le disposizioni sulla mora non si applicano alle obbligazioni di
non fare; ogni fatto compiuto in violazione di queste costituisce di
per se' inadempimento.

Art. 1223.

(Risarcimento del danno).

Il risarcimento del danno per l'inadempimento o per il ritardo deve
comprendere cosi' la perdita subita dal creditore come il mancato
guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta.

Art. 1224.

(Danni nelle obbligazioni pecuniarie).

Nelle obbligazioni che hanno per oggetto una somma di danaro, sono
dovuti dal giorno della mora gli interessi legali, anche se non erano
dovuti precedentemente e anche se il creditore non prova di aver
sofferto alcun danno. Se prima della mora erano dovuti interessi in
misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti
nella stessa misura.

Al creditore che dimostra di aver subito un danno maggiore spetta
l'ulteriore risarcimento. Questo non e' dovuto se e' stata convenuta
la misura degli interessi moratori.

Art. 1225.

(Prevedibilita' del danno).

Se l'inadempimento o il ritardo non dipende da dolo del debitore,
il risarcimento e' limitato al danno che poteva prevedersi nel tempo
in cui e' sorta l'obbligazione.

Art. 1226.

(Valutazione equitativa del danno).

Se il danno non puo' essere provato nel suo preciso ammontare, e'
liquidato dal giudice con valutazione equitativa.

Art. 1227.

(Concorso del fatto colposo del creditore).

Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno,
il risarcimento e' diminuito secondo la gravita' della colpa e
l'entita' delle conseguenze che ne sono derivate.

Il risarcimento non e' dovuto per i danni che il creditore avrebbe
potuto evitare usando l'ordinaria diligenza.

Art. 1228.

(Responsabilita' per fatto degli ausiliari).

Salva diversa volonta' delle parti, il debitore che
nell'adempimento dell'obbligazione si vale dell'opera di terzi,
risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.

Art. 1229.

(Clausole di esonero da responsabilita').

E' nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la
responsabilita' del debitore per dolo o per colpa grave.

E' nullo altresi' qualsiasi patto preventivo di esonero o di
limitazione di responsabilita' per i casi in cui il fatto del
debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di obblighi
derivanti da norme di ordine pubblico.

CAPO IV
Dei modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall'adempimento
Sezione I
Della novazione

Art. 1230.

(Novazione oggettiva).

L'obbligazione si estingue quando le parti sostituiscono
all'obbligazione originaria una nuova obbligazione con oggetto o
titolo diverso.

La volonta' di estinguere l'obbligazione precedente deve risultare
in modo non equivoco.
Art. 1231.

(Modalita' che non importano novazione).

Il rilascio di un documento o la sua rinnovazione, l'apposizione o
l'eliminazione di un termine e ogni altra modificazione accessoria
dell'obbligazione non producono novazione.

Art. 1232.

(Privilegi, pegno e ipoteche).

I privilegi, il pegno e le ipoteche del credito originario si
estinguono, se le parti non convengono espressamente di mantenerli
per il nuovo credito.

Art. 1233.

(Riserva delle garanzie nelle obbligazioni solidali).

Se la novazione si effettua tra il creditore e uno dei debitori in
solido con effetto liberatorio per tutti, i privilegi, il pegno e le
ipoteche del credito anteriore possono essere riservati soltanto sui
beni del debitore che fa la novazione.

Art. 1234.

(Inefficacia della novazione).

La novazione e' senza effetto, se non esisteva l'obbligazione
originaria.

Qualora l'obbligazione originaria derivi da un titolo annullabile,
la novazione e' valida se il debitore ha assunto validamente il nuovo
debito conoscendo il vizio del titolo originario.

Art. 1235.

(Novazione soggettiva).

Quando un nuovo debitore e' sostituito a quello originario che
viene liberato, si osservano le norme contenute nel capo VI di questo
titolo.

Sezione II
Della remissione

Art. 1236.

(Dichiarazione di remissione del debito).

La dichiarazione del creditore di rimettere il debito estingue
l'obbligazione quando e' comunicata al debitore, salvo che questi
dichiari in un congruo termine di non volerne profittare.

Art. 1237.

(Restituzioni volontaria del titolo).

La restituzione volontaria del titolo originale del credito, fatta
dal creditore al debitore, costituisce prova della liberazione anche
rispetto ai condebitori in solido.

Se il titolo del credito e' in forma pubblica, la consegna
volontaria della copia spedita in forma esecutiva fa presumere la
liberazione, salva la prova contraria.

Art. 1238.

(Rinunzia alle garanzie).

La rinunzia alle garanzie dell'obbligazione non fa presumere la
remissione del debito.

Art. 1239.

(Fideiussori).

La remissione accordata al debitore principale libera i
fideiussori.

La remissione accordata a uno dei fideiussori non libera gli altri
che per la parte del fideiussore liberato. Tuttavia se gli altri
fideiussori hanno consentito la liberazione, essi rimangono obbligati
per l'intero.

Art. 1240.

(Rinunzia a una garanzia verso corrispettivo).

Il creditore che ha rinunziato, verso corrispettivo, alla garanzia
prestata da un terzo deve imputare al debito principale quanto ha
ricevuto, a beneficio del debitore e di coloro che hanno prestato
garanzia per l'adempimento dell'obbligazione.

Sezione III
Della compensazione

Art. 1241.

(Estinzione per compensazione).

Quando due persone sono obbligate l'una verso l'altra, i due debiti
si estinguono per le quantita' corrispondenti, secondo le norme degli
articoli che seguono.

Art. 1242.

(Effetti della compensazione).

La compensazione estingue i due debiti dal giorno della loro
coesistenza. Il giudice non puo' rilevarla d'ufficio.

La prescrizione non impedisce la compensazione, se non era compiuta
quando si e' verificata la coesistenza dei due debiti.

Art. 1243.

(Compensazione legale e giudiziale).

La compensazione si verifica solo tra due debiti che hanno per
oggetto una somma di danaro o una quantita' di cose fungibili dello
stesso genere e che sono ugualmente liquidi ed esigibili.

Se il debito opposto in compensazione non e' liquido ma e' di
facile e pronta liquidazione, il giudice puo' dichiarare la
compensazione per la parte del debito che riconosce esistente, e puo'
anche sospendere la condanna per il credito liquido fino
all'accertamento del credito opposto in compensazione.

Art. 1244.

(Dilazione).

La dilazione concessa gratuitamente dal creditore non e' di
ostacolo alla compensazione.

Art. 1245.

(Debiti non pagabili nello stesso luogo).

Quando i due debiti non sono pagabili nello stesso luogo, si devono
computare le spese del trasporto al luogo del pagamento.

Art. 1246.

(Casi in cui la compensazione non si verifica).

La compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell'uno o
dell'altro debito, eccettuati i casi:
1) di credito per la restituzione di cose di cui il proprietario
sia stato ingiustamente spogliato;
2) di credito per la restituzione di cose depositate o date in
comodato;
3) di credito dichiarato impignorabile;
4) di rinunzia alla compensazione fatta preventivamente dal
debitore;
5) di divieto stabilito dalla legge.
Art. 1247.

(Compensazione opposta da terzi garanti).

Il fideiussore puo' opporre in compensazione il debito che il
creditore ha verso il debitore principale.

Lo stesso diritto spetta al terzo che ha costituito un'ipoteca o un
pegno.

Art. 1248.

(Inopponibilita' della compensazione).

Il debitore, se ha accettato puramente e semplicemente la cessione
che il creditore ha fatta delle sue ragioni a un terzo, non puo'
opporre al cessionario la compensazione che avrebbe potuto opporre al
cedente.

La cessione non accettata dal debitore, ma a questo notificata,
impedisce la compensazione dei crediti sorti posteriormente alla
notificazione.

Art. 1249.

(Compensazione di piu' debiti).

Quando una persona ha verso un'altra piu' debiti compensabili, si
osservano per la compensazione le disposizioni del secondo comma
dell'art. 1193.

Art. 1250.

(Compensazione rispetto ai terzi).

La compensazione non si verifica in pregiudizio dei terzi che hanno
acquistato diritti di usufrutto o di pegno su uno dei crediti.

Art. 1251.

(Garanzie annesse al credito).

Chi ha pagato un debito mentre poteva invocare la compensazione non
puo' piu' valersi, in pregiudizio dei terzi, dei privilegi e delle
garanzie a favore del suo credito, salvo che abbia ignorato
l'esistenza di questo per giusti motivi.

Art. 1252.

(Compensazione volontaria).

Per volonta' delle parti puo' aver luogo compensazione anche se non
ricorrono le condizioni previste dagli articoli precedenti.

Le parti possono anche stabilire preventivamente le condizioni di
tale compensazione.
Sezione IV
Della confusione

Art. 1253.

(Effetti della confusione).

Quando le qualita' di creditore e di debitore si riuniscono nella
stessa persona, l'obbligazione si estingue, e i terzi che hanno
prestato garanzia per il debitore sono liberati.

Art. 1254.

(Confusione rispetto ai terzi).

La confusione non opera in pregiudizio dei terzi che hanno
acquistato diritti di usufrutto o di pegno sul credito.

Art. 1255.

(Riunione delle qualita' di fideiussore e di debitore).

Se nella medesima persona si riuniscono le qualita' di fideiussore
e di debitore principale, la fideiussione resta in vita, purche' il
creditore vi abbia interesse.

Sezione V
Dell'impossibilita' sopravvenuta per causa non imputabile al debitore

Art. 1256.

(Impossibilita' definitiva e impossibilita' temporanea).

L'obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al
debitore, la prestazione diventa impossibile.

Se l'impossibilita' e' solo temporanea, il debitore, finche' essa
perdura, non e' responsabile del ritardo nell'adempimento. Tuttavia
l'obbligazione si estingue se l'impossibilita' perdura fino a quando,
in relazione al titolo dell'obbligazione o alla natura dell'oggetto,
il debitore non puo' piu' essere ritenuto obbligato a eseguire la
prestazione ovvero il creditore non ha piu' interesse a conseguirla.

Art. 1257.

(Smarrimento di cosa determinata).

La prestazione che ha per oggetto una cosa determinata si considera
divenuta impossibile anche quando la cosa e' smarrita senza che possa
esserne provato il perimento.

In caso di successivo ritrovamento della cosa, si applicano le
disposizioni del secondo comma dell'articolo precedente.

Art. 1258.

(Impossibilita' parziale).

Se la prestazione e' divenuta impossibile solo in parte, il
debitore si libera dall'obbligazione eseguendo la prestazione per la
parte che e' rimasta possibile.

La stessa disposizione si applica quando, essendo dovuta una cosa
determinata, questa ha subito un deterioramento, o quando residua
alcunche' dal perimento totale della cosa.

Art. 1259.

(Subingresso del creditore nei diritti del debitore).

Se la prestazione che ha per oggetto una cosa determinata e'
divenuta impossibile, in tutto o in parte, il creditore subentra nei
diritti spettanti al debitore in dipendenza del fatto che ha causato
l'impossibilita', e puo' esigere dal debitore la prestazione di
quanto questi abbia conseguito a titolo di risarcimento.

CAPO V
Della cessione dei crediti

Art. 1260.

(Cedibilita' dei crediti).

Il creditore puo' trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo
credito, anche senza il consenso del debitore, purche' il credito non
abbia carattere strettamente personale o il trasferimento non sia
vietato dalla legge.

Le parti possono escludere la cedibilita' del credito; ma il patto
non e' opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo
conosceva al tempo della cessione.

Art. 1261.

(Divieti di cessione).

I magistrati dell'ordine giudiziario, i funzionari delle
cancellerie e segreterie giudiziarie, gli ufficiali giudiziari, gli
avvocati, i procuratori, i patrocinatori e i notai non possono,
neppure per interposta persona, rendersi cessionari di diritti sui
quali e' sorta contestazione davanti l'autorita' giudiziaria di cui
fanno parte o nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni,
sotto pena di nullita' e dei danni.

La disposizione del comma precedente non si applica alle cessioni
di azioni ereditarie tra coeredi, ne' a quelle fatte in pagamento di
debiti o per difesa di beni posseduti dal cessionario.

Art. 1262.

(Documenti probatori del credito).

Il cedente deve consegnare al cessionario i documenti probatori del
credito che sono in suo possesso.

Se e' stata ceduta solo una parte del credito, il cedente e' tenuto
a dare al cessionario una copia autentica dei documenti.

Art. 1263.

(Accessori del credito).

Per effetto della cessione, il credito e' trasferito al cessionario
con i privilegi, con le garanzie personali e reali e con gli altri
accessori.

Il cedente non puo' trasferire al cessionario, senza il consenso
del costituente, il possesso della cosa ricevuta in pegno; in caso di
dissenso, il cedente rimane custode del pegno.

Salvo patto contrario, la cessione non comprende i frutti scaduti.

Art. 1264.

(Efficacia della cessione riguardo al debitore ceduto).

La cessione ha effetto nei confronti del debitore ceduto quando
questi l'ha accettata o quando gli e' stata notificata.

Tuttavia, anche prima della notificazione, il debitore che paga al
cedente non e' liberato, se il cessionario prova che il debitore
medesimo era a conoscenza dell'avvenuta cessione.

Art. 1265.

(Efficacia della cessione riguardo ai terzi).

Se il medesimo credito ha formato oggetto di piu' cessioni a
persone diverse, prevale la cessione notificata per prima al
debitore, o quella che e' stata prima accettata dal debitore con atto
di data certa, ancorche' essa sia di data posteriore.

La stessa norma si osserva quando il credito ha formato oggetto di
costituzione di usufrutto o di pegno.

Art. 1266.

(Obbligo di garanzia del cedente).

Quando la cessione e' a titolo oneroso, il cedente e' tenuto a
garantire l'esistenza del credito al tempo della cessione. La
garanzia puo' essere esclusa per patto, ma il cedente resta sempre
obbligato per il fatto proprio.

Se la cessione e' a titolo gratuito, la garanzia e' dovuta solo nei
casi e nei limiti in cui la legge pone a carico del donante la
garanzia per l'evizione.

Art. 1267.

(Garanzia della solvenza del debitore).

Il cedente non risponde della solvenza del debitore, salvo che ne
abbia assunto la garanzia. In questo caso egli risponde nei limiti di
quanto ha ricevuto; deve inoltre corrispondere gli interessi,
rimborsare le spese della cessione e quelle che il cessionario abbia
sopportate per escutere il debitore, e risarcire il danno. Ogni patto
diretto ad aggravare la responsabilita' del cedente e' senza effetto.

Quando il cedente ha garantito la solvenza del debitore, la
garanzia cessa, se la mancata realizzazione del credito per
insolvenza del debitore e' dipesa da negligenza del cessionario
nell'iniziare o nel proseguire le istanze contro il debitore stesso.
CAPO VI
Della delegazione, dell'espromissione e dell'accollo

Art. 1268.

(Delegazione cumulativa).

Se il debitore assegna al creditore un nuovo debitore, il quale si
obbliga verso il creditore, il debitore originario non e' liberato
dalla sua obbligazione, salva che il creditore dichiari espressamente
di liberarlo.

Tuttavia il creditore che ha accettato l'obbligazione del terzo non
puo' rivolgersi al delegante, se prima non ha richiesto al delegato
l'adempimento.

Art. 1269.

(Delegazione di pagamento).

Se il debitore per eseguire il pagamento ha delegate un terzo,
questi puo' obbligarsi verso il creditore, salvo che il debitore
l'abbia vietato.

Il terzo delegato per eseguire il pagamento non e' tenuto ad
accettare l'incarico, ancorche' sia debitore del delegante. Sono
salvi gli usi diversi.
Art. 1270.

(Estinzione della delegazione).

Il delegante puo' revocare la delegazione, fino a quando il
delegato non abbia assunto l'obbligazione in confronto del
delegatario o non abbia eseguito il pagamento a favore di questo.

Il delegato puo' assumere l'obbligazione o eseguire il pagamento a
favore del delegatario anche dopo la morte o la sopravvenuta
incapacita' del delegante.

Art. 1271.

(Eccezioni opponibili dal delegato).

Il delegato puo' opporre al delegatario le eccezion relative ai
suoi rapporti con questo.

Se le parti non hanno diversamente pattuito, il delegato non puo'
opporre al delegatario, benche' questi ne fosse stato a conoscenza,
le eccezioni che avrebbe opporre al creditore le eccezioni relative
ai suoi rapporto tra delegante e delegatario.

Il delegato non puo' neppure opporre le eccezioni relative al
rapporto tra il delegante e il delegatario, se ad esso le parti non
hanno fatto espresso riferimento.

Art. 1272.

(Espromissione).

Il terzo che, senza delegazione del debitore, ne assume verso il
creditore il debito, e' obbligato in solido col debitore originario,
se il creditore non dichiara espressamente di liberare quest'ultimo.

Se non si e' convenuto diversamente, il terzo non puo' opporre al
creditore le eccezioni relative ai suoi rapporti col debitore
originario.

Puo' opporgli invece le eccezioni che al creditore avrebbe potuto
opporre il debitore originario, se non sono personali a quest'ultimo
e non derivano da fatti successivi all'espromissione. Non puo'
opporgli la compensazione che avrebbe potuto opporre il debitore
originario, quantunque si sia verificata prima dell'espromissione.

Art. 1273.

(Accollo).

Se il debitore e un terzo convengono che questi assuma il debito
dell'altro, il creditore puo' aderire alla convenzione, rendendo
irrevocabile la stipulazione a suo favore.

L'adesione del creditore importa liberazione del debitore
originario solo se cio' costituisce condizione espressa della
stipulazione o se il creditore dichiara espressamente di liberarlo.

Se non vi e' liberazione del debitore, questi rimane obbligato in
solido col terzo.

In ogni caso il terzo e' obbligato verso il creditore che ha
aderito alla stipulazione nei limiti in cui ha assunto il debito, e
puo' opporre al creditore le eccezioni fondate sul contratto in base
al quale l'assunzione e' avvenuta.

Art. 1274.

(Insolvenza del nuovo debitore).

Il creditore che, in seguito a delegazione, ha liberato il debitore
originario, non ha azione contro di lui se il delegato diviene
insolvente, salvo che ne abbia fatto espressa riserva.

Tuttavia, se il delegato era insolvente al tempo in cui assunse il
debito in confronto del creditore, il debitore originario non e'
liberato.

Le medesime disposizioni si osservano quando il creditore ha
aderito all'accollo stipulato a suo favore e la liberazione del
debitore originario era condizione espressa della stipulazione.

Art. 1275.

(Estinzione delle garanzie).

In tutti i casi nei quali il creditore libera il debitore
originario, si estinguono le garanzie annesse al credito, se colui
che le ha prestate non consente espressamente a mantenerle.

Art. 1276.

(Invalidita' della nuova obbligazione).

Se l'obbligazione assunta dal nuovo debitore verso il creditore, e'
dichiarata nulla o annullata, e il creditore aveva liberato il
debitore originario, l'obbligazione di questo rivive, ma il creditore
non puo' valersi delle garanzie prestate da terzi.

CAPO VII
Di alcune specie di obbligazioni
Sezione I
Delle obbligazioni pecuniarie

Art. 1277.

(Debito di somma di danaro).

I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale
nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.

Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha piu'
corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta
legale ragguagliata per valore alla prima.
Art. 1278.

(Debito di somma di monete non aventi corso legale).

Se la somma dovuta e' determinata in una moneta non avente corso
legale nello Stato, il debitore ha facolta' di pagare in moneta
legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo
stabilito per il pagamento.

Art. 1279.

(Clausola di pagamento effettivo in monete non aventi corso legale).

La disposizione dell'articolo precedente non si applica, se la
moneta non avente corso legale nello Stato e' indicata con la
clausola «effettivo» o altra equivalente, salvo che alla scadenza
dell'obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta.
Art. 1280.

(Debito di specie monetaria avente valore intrinseco).

Il pagamento deve farsi con una specie di moneta avente valore
intrinseco, se cosi' e' stabilito dal titolo costitutivo del debito,
sempreche' la moneta avesse corso legale al tempo in cui
l'obbligazione fu assunta.

Se pero' la moneta non e' reperibile, o non ha piu' corso, o ne e'
alterato il valore intrinseco, il pagamento si effettua con moneta
corrente che rappresenti il valore intrinseco che la specie monetaria
dovuta aveva al tempo in cui l'obbligazione fu assunta.

Art. 1281.

(Leggi speciali).

Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in
contrasto con i principi derivanti da leggi speciali.

Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da
farsi fuori del territorio dello Stato.

Art. 1282.

(Interessi nelle obbligazioni pecunarie).

I crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono
interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo
stabiliscano diversamente.

Salvo patto contrario, i crediti per fitti e pigioni non producono
interessi se non dalla costituzione in mora.

Se il credito ha per oggetto rimborso di spese fatte per cose da
restituire, non decorrono interessi per il periodo di tempo in cui
chi ha fatto le spese abbia goduto della cosa senza corrispettivo e
senza essere tenuto a render conto del godimento.

Art. 1283.

(Anatocismo).

In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre
interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di
convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di
interessi dovuti almeno per sei mesi.

Art. 1284.

(Saggio degli interessi).

Il saggio degli interessi legali e' determinato in misura pari al 5
per cento in ragione d'anno. Il Ministro del tesoro, con proprio
decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana
non oltre il 15 dicembre dell'anno precedente a quello cui il saggio
si riferisce, puo' modificarne annualmente la misura, sulla base del
rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non
superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione
registrato nell'anno. Qualora entro il 15 dicembre non sia fissata
una nuova misura del saggio, questo rimane invariato per l'anno
successivo.(141a) (190a) (193a) (238a) ((261))

Allo stesso saggio si computano gli interessi convenzionali, se le
parti non ne hanno determinato la misura.

Gli interessi superiori alla misura legale devono essere
determinati per iscritto; altrimenti sono dovuti nella misura legale.

Se le parti non ne hanno determinato la misura, dal momento in cui
e' proposta domanda giudiziale il saggio degli interessi legali e'
pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai
ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. (225)

La disposizione del quarto comma si applica anche all'atto con cui
si promuove il procedimento arbitrale. (225) (245a) (253a)

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AGGIORNAMENTO (141a)
Il Decreto 11 dicembre 2000, (in G.U. 15/12/2000, n. 292), ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'art. 1284 del codice civile e' fissata al
3,5 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1o gennaio 2001".
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AGGIORNAMENTO (190a)
Il Decreto 4 dicembre 2009, (in G.U. 15/12/2009, n. 291), ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'art. 1284 del codice civile e' fissata
all'1% in ragione d'anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2010".
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AGGIORNAMENTO (193a)
Il Decreto 4 dicembre 2009, (in G.U. 15/12/2010, n. 292), ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'articolo 1284 del codice civile e'
fissata all'1,5% in ragione d'anno, con decorrenza dal 1° gennaio
2011".
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AGGIORNAMENTO (225)
Il D.L. 12 settembre 2014, n. 132 convertito con modificazioni
dalla L. 10 novembre 2014, n. 162 ha disposto (con l'art. 17, comma
2) che le presenti modifiche producono effetti rispetto ai
procedimenti iniziati a decorrere dal trentesimo giorno successivo
all'entrata in vigore della legge di conversione del decreto
medesimo.
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AGGIORNAMENTO (238a)
Il Decreto 12 dicembre 2013 (in G.U. 12/12/2013, n. 292) ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'articolo 1284 del codice civile e'
fissata all'1 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1°
gennaio 2014".
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AGGIORNAMENTO (245a)
Il Decreto 11 dicembre 2014 (in G.U. 15/12/2014, n. 290) ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'articolo 1284 del codice civile e'
fissata allo 0,5 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1°
gennaio 2015".
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AGGIORNAMENTO (253a)
Il Decreto 11 dicembre 2015 (in G.U. 15/12/2015, n. 291) ha
disposto (con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli
interessi legali di cui all'articolo 1284 del codice civile e'
fissata allo 0,2 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1°
gennaio 2016".
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AGGIORNAMENTO (261)
Il Decreto 7 dicembre 2016 (in G.U. 14/12/2016, n. 291) ha disposto
(con l'art. 1, comma 1) che "La misura del saggio degli interessi
legali di cui all'art. 1284 del codice civile e' fissata allo 0,1 per
cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2017".
Sezione II
Delle obbligazioni alternative

Art. 1285.

(Obbligazione alternativa).

Il debitore di un'obbligazione alternativa si libera eseguendo una
delle due prestazioni dedotte in obbligazione, ma non puo'
costringere il creditore a ricevere parte dell'una e parte
dell'altra.

Art. 1286.

(Facolta' di scelta).

La scelta spetta al debitore, se non e' stata attribuita al
creditore o ad un terzo.

La scelta diviene irrevocabile con l'esecuzione di una delle due
prestazioni, ovvero con la dichiarazione di scelta, comunicata
all'altra parte, o ad entrambe se la scelta e' fatta da un terzo.

Se la scelta deve essere fatta da piu' persone, il giudice puo'
fissare loro un termine. Se la scelta non e' fatta nel termine
stabilito, essa e' fatta dal giudice.

Art. 1287.

(Decadenza dalla facolta' di scelta).

Quando il debitore, condannato alternativamente a due prestazioni,
non ne esegue alcuna nel termine assegnatogli dal giudice, la scelta
spetta al creditore.

Se la facolta' di scelta spetta al creditore e questi non
l'esercita nel termine stabilito o in quello fissatogli dal debitore,
la scelta passa a quest'ultimo.

Se la scelta e' rimessa a un terzo e questi non la fa nel termine
assegnatogli, essa e' fatta dal giudice.

Art. 1288.

(Impossibilita' di una delle prestazioni).

L'obbligazione alternativa si considera semplice, se una delle due
prestazioni non poteva formare oggetto di obbligazione o se e'
divenuta impossibile per causa non imputabile ad alcuna delle parti.

Art. 1289.

(Impossibilita' colposa di una delle prestazioni).

Quando la scelta spetta al debitore, l'obbligazione alternativa
diviene semplice, se una delle due prestazioni diventa impossibile
anche per causa a lui imputabile. Se una delle due prestazioni
diviene impossibile per colpa del creditore, il debitore e' liberato
dall'obbligazione, qualora non preferisca eseguire l'altra
prestazione e chiedere il risarcimento dei danni.

Quando la scelta spetta al creditore, il debitore e' liberato
dall'obbligazione, se una delle due prestazioni diviene impossibile
per colpa del creditore, salvo che questi preferisca esigere l'altra
prestazione e risarcire il danno. Se dell'impossibilita' deve
rispondere il debitore, il creditore puo' scegliere l'altra
prestazione o esigere il risarcimento del danno.

Art. 1290.

(Impossibilita' sopravvenuta di entrambe le prestazioni).

Qualora entrambe le prestazioni siano divenute impossibili e il
debitore debba rispondere riguardo a una di esse, egli deve pagare
l'equivalente di quella che e' divenuta impossibile per l'ultima, se
la scelta spettava a lui. Se la scelta spettava al creditore, questi
puo' domandare l'equivalente dell'una o dell'altra.

Art. 1291.

(Obbligazione con alternativa multipla).

Le regole stabilite in questa sezione si osservano anche quando le
prestazioni dedotte in obbligazione sono piu' di due.

Sezione III
Delle obbligazioni in solido

Art. 1292.

(Nozione della solidarieta').

L'obbligazione e' in solido quando piu' debitori sono obbligati
tutti per la medesima prestazione, in modo che ciascuno puo' essere
costretto all'adempimento per la totalita' e l'adempimento da parte
di uno libera gli altri; oppure quando tra piu' creditori ciascuno ha
diritto di chiedere l'adempimento dell'intera obbligazione e
l'adempimento conseguito da uno di essi libera il debitore verso
tutti i creditori.

Art. 1293.

(Modalita' varie dei singoli rapporti).

La solidarieta' non e' esclusa dal fatto che i singoli debitori
siano tenuti ciascuno con modalita' diverse, o il debitore comune sia
tenuto con modalita' diverse di fronte ai singoli creditori.

Art. 1294.

(Solidarieta' tra condebitori).

I condebitori sono tenuti in solido, se dalla legge o dal titolo
non risulta diversamente.

Art. 1295.

(Divisibilita' tra gli eredi).

Salvo patto contrario, l'obbligazione si divide tra gli eredi di
uno dei condebitori o di uno dei creditori in solido, in proporzione
delle rispettive quote.

Art. 1296.

(Scelta del creditore per il pagamento).

Il debitore ha la scelta di pagare all'uno o all'altro dei
creditori in solido, quando non e' stato prevenuto da uno di essi con
domanda giudiziale.

Art. 1297.

(Eccezioni personali).

Uno dei debitori in solido non puo' opporre al creditore le
eccezioni personali agli altri debitori.

A uno dei creditori in solido il debitore non puo' opporre le
eccezioni personali agli altri creditori.

Art. 1298.

(Rapporti interni tra debitori o creditori solidali).

Nei rapporti interni l'obbligazione in solido si divide tra i
diversi debitori o tra i diversi creditori, salvo che sia stata
contratta nell'interesse esclusivo di alcuno di essi.

Le parti di ciascuno si presumono uguali, se non risulta
diversamente.
Art. 1299.

(Regresso tra condebitori).

Il debitore in solido che ha pagato l'intero debito puo' ripetere
dai condebitori soltanto la parte di ciascuno di essi.

Se uno di questi e' insolvente, la perdita si ripartisce per
contributo tra gli altri condebitori, compreso quello che ha fatto il
pagamento.

La stessa norma si applica qualora sia insolvente il condebitore
nel cui esclusivo interesse l'obbligazione era stata assunta.

Art. 1300.

(Novazione).

La novazione tra il creditore e uno dei debitori in solido libera
gli altri debitori. Qualora pero' si sia voluto limitare la novazione
a uno solo dei debitori, gli altri non sono liberati che per la parte
di quest'ultimo.

Se convenuta tra uno dei creditori in solido e il debitore, la
novazione ha effetto verso gli altri creditori solo per la parte del
primo.
Art. 1301.

(Remissione).

La remissione a favore di uno dei debitori in solido libera anche
gli altri debitori, salvo che il creditore abbia riservato il suo
diritto verso gli altri, nel qual caso il creditore non puo' esigere
il credito da questi, se non detratta la parte del debitore a favore
del quale ha consentito la remissione.

Se la remissione e' fatta da uno dei creditori in solido, essa
libera il debitore verso gli altri creditori solo per la parte
spettante al primo.

Art. 1302.

(Compensazione).

Ciascuno dei debitori in solido puo' opporre in compensazione il
credito di un condebitore solo fino alla concorrenza della parte di
quest'ultimo.

A uno dei creditori in solido il debitore puo' opporre in
compensazione cio' che gli e' dovuto da un altro dei creditori, ma
solo per la parte di questo.

Art. 1303.

(Confusione).

Se nella medesima persona si riuniscono le qualita' di creditore e
di debitore in solido, l'obbligazione degli altri debitori si
estingue per la parte di quel condebitore.

Se nella medesima persona si riuniscono le qualita' di debitore e
di creditore in solido, l'obbligazione si estingue per la parte di
questo.

Art. 1304.

(Transazione).

La transazione fatta dal creditore con uno dei debitori in solido
non produce effetto nei confronti degli altri, se questi non
dichiarano di volerne profittare.

Parimenti, se e' intervenuta tra uno dei creditori in solido e il
debitore, la transazione non ha effetto nei confronti degli altri
creditori, se questi non dichiarano di volerne profittare.

Art. 1305.

(Giuramento).

Il giuramento sul debito e non sul vincolo solidale, deferito da
uno dei debitori in solido al creditore o da uno dei creditori in
solido al debitore, ovvero dal creditore a uno dei debitori in solido
o dal debitore a uno dei creditori in solido, produce gli effetti
seguenti:
il giuramento ricusato dal creditore o dal debitore, ovvero
prestato dal condebitore o dal concreditore in solido, giova agli
altri condebitori o concreditori;
il giuramento prestato dal creditore o dal debitore, ovvero
ricusato dal condebitore o dal concreditore in solido, nuoce solo a
chi lo ha deferito o a colui al quale e' stato deferito.
Art. 1306.

(Sentenza).

La sentenza pronunziata tra il creditore e uno dei debitori in
solido, o tra il debitore e uno dei creditori in solido, non ha
effetto contro gli altri debitori o contro gli altri creditori.

Gli altri debitori possono opporla al creditore, salvo che sia
fondata sopra ragioni personali al condebitore; gli altri creditori
possono farla valere contro il debitore, salve le eccezioni personali
che questi puo' opporre a ciascuno di essi.
Art. 1307.

(Inadempimento).

Se l'adempimento dell'obbligazione e' divenuto impossibile per
causa imputabile a uno o piu' condebitori, gli altri condebitori non
sono liberati dall'obbligo solidale di corrispondere il valore della
prestazione dovuta. Il creditore puo' chiedere il risarcimento del
danno ulteriore al condebitore o a ciascuno dei condebitori
inadempienti.

Art. 1308.

(Costituzione in mora).

La costituzione in mora di uno dei debitori in solido non ha
effetto riguardo agli altri, salvo il disposto dell'art. 1310.

La costituzione in mora del debitore da parte di uno dei creditori
in solido giova agli altri.

Art. 1309.

(Riconoscimento del debito).

Il riconoscimento del debito fatto da uno dei debitori in solido
non ha effetto riguardo agli altri; se e' fatto dal debitore nei
confronti di uno dei creditori in solido, giova agli altri.

Art. 1310.

(Prescrizione).

Gli atti con i quali il creditore interrompe la prescrizione contro
uno dei debitori in solido, oppure uno dei creditori in solido
interrompe la prescrizione contro il comune debitore, hanno effetto
riguardo agli altri debitori o agli altri creditori.

La sospensione della prescrizione nei rapporti di uno dei debitori
o di uno dei creditori in solido non ha effetto riguardo agli altri.
Tuttavia il debitore che sia stato costretto a pagare ha regresso
contro i condebitori liberati in conseguenza della prescrizione.

La rinunzia alla prescrizione fatta da uno dei debitori in solido
non ha effetto riguardo agli altri; fatta in confronto di uno dei
creditori in solido, giova agli altri. Il condebitore che ha
rinunziato alla prescrizione non ha regresso verso gli altri debitori
liberati in conseguenza della prescrizione medesima.

Art. 1311.

(Rinunzia alla solidarieta').

Il creditore che rinunzia alla solidarieta' a favore di uno dei
debitori conserva l'azione in solido contro gli altri.

Rinunzia alla solidarieta':
1) il creditore che rilascia a uno dei debitori quietanza per la
parte di lui senza alcuna riserva;
2) il creditore che ha agito giudizialmente contro uno dei
debitori per la parte di lui, se questi ha aderito alla domanda, o se
e' stata pronunciata una sentenza di condanna.
Art. 1312.

(Pagamento separato dei frutti o degli interessi).

Il creditore che riceve, separatamente e senza riserva, la parte
dei frutti o degli interessi che e' a carico di uno dei debitori
perde contro di lui l'azione in solido per i frutti o per gli
interessi scaduti, ma la conserva per quelli futuri.

Art. 1313.

(Insolvenza di un condebitore in caso di
rinunzia alla solidarieta').


Nel caso di rinunzia del creditore alla solidarieta' verso alcuno
dei debitori, se uno degli altri e' insolvente, la sua parte di
debito e' ripartita per contributo tra tutti i condebitori, compreso
quello che era stato liberato dalla solidarieta'.
Sezione IV
Delle obbligazioni divisibili e indivisibili

Art. 1314.

(Obbligazioni divisibili).

Se piu' sono i debitori o i creditori di una prestazione divisibile
e l'obbligazione non e' solidale, ciascuno dei creditori non puo'
domandare il soddisfacimento del credito che per la sua parte, e
ciascuno dei debitori non e' tenuto a pagare il debito che per la sua
parte.

Art. 1315.

(Limiti alla divisibilita' tra gli eredi del debitore).

Il beneficio della divisione non puo' essere opposto da quello tra
gli eredi del debitore, che e' stato incaricato di eseguire la
prestazione o che e' in possesso della cosa dovuta, se questa e'
certa e determinata.

Art. 1316.

(Obbligazioni indivisibili).

L'obbligazione e' indivisibile, quando la prestazione ha per
oggetto una cosa o un fatto che non e' suscettibile di divisione per
sua natura o per il modo in cui e' stato considerato dalle parti
contraenti.

Art. 1317.

(Disciplina delle obbligazioni indivisibili).

Le obbligazioni indivisibili sono regolate dalle norme relative
alle obbligazioni solidali, in quanto applicabili, salvo quanto e'
disposto dagli articoli seguenti.

Art. 1318.

(Indivisibilita' nei confronti con gli eredi).

L'indivisibilita' opera anche nei confronti degli eredi del
debitore o di quelli del creditore.

Art. 1319.

(Diritto di esigere l'intero).

Ciascuno dei creditori puo' esigere l'esecuzione dell'intera
prestazione indivisibile. Tuttavia l'erede del creditore, che agisce
per il soddisfacimento dell'intero credito, deve dare cauzione a
garanzia dei coeredi.

Art. 1320.

(Estinzione parziale).

Se uno dei creditori ha fatto remissione del debito o ha consentito
a ricevere un'altra prestazione in luogo di quella dovuta, il
debitore non e' liberato verso gli altri creditori. Questi tuttavia
non possono domandare la prestazione indivisibile se non
addebitandosi ovvero rimborsando il valore della parte di colui che
ha fatto la remissione o che ha ricevuto la prestazione diversa.

La medesima disposizione si applica in caso di transazione,
novazione, compensazione e confusione.

TITOLO II
DEI CONTRATTI IN GENERALE
CAPO I
Disposizioni preliminari

Art. 1321.

(Nozione).

Il contratto e' l'accordo di due o piu' parti per costituire,
regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale.

Art. 1322.

(Autonomia contrattuale).

Le parti possono liberamente determinare il contenuto del contratto
nei limiti imposti dalla legge e dalle norme corporative.

Le parti possono anche concludere contratti che non appartengano ai
tipi aventi una disciplina particolare, purche' siano diretti a
realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l'ordinamento
giuridico.

Art. 1323.

(Norme regolatrici dei contratti).

Tutti i contratti, ancorche' non appartengano ai tipi che hanno una
disciplina particolare, sono sottoposti alle norme generali contenute
in questo titolo.

Art. 1324.

(Norme applicabili agli atti unilaterali).

Salvo diverse disposizioni di legge, le norme che regolano i
contratti si osservano, in quanto compatibili, per gli atti
unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale.

CAPO II
Dei requisiti del contratto

Art. 1325.

(Indicazione dei requisiti).

I requisiti del contratto sono:
1) l'accordo delle parti;
2) la causa;
3) l'oggetto;
4) la forma, quando risulta che e' prescritta dalla legge sotto
pena di nullita'.
Sezione I
Dell'accordo delle parti

Art. 1326.

(Conclusione del contratto).

Il contratto e' concluso nel momento in cui chi ha fatto la
proposta ha conoscenza dell'accettazione dell'altra parte.

L'accettazione deve giungere al proponente nel termine da lui
stabilito o in quello ordinariamente necessario secondo la natura
dell'affare o secondo gli usi.

Il proponente puo' ritenere efficace l'accettazione tardiva,
purche' ne dia immediatamente avviso all'altra parte.

Qualora il proponente richieda per l'accettazione una forma
determinata, l'accettazione non ha effetto se e' data in forma
diversa.

Un'accettazione non conforme alla proposta equivale a nuova
proposta.

Art. 1327.

(Esecuzione prima della risposta dell'accettante).

Qualora, su richiesta del proponente o per la natura dell'affare o
secondo gli usi, la prestazione debba eseguirsi senza una preventiva
risposta, il contratto e' concluso nel tempo e nel luogo in cui ha
avuto inizio l'esecuzione.

L'accettante deve dare prontamente avviso all'altra parte
dell'iniziata esecuzione e, in mancanza, e' tenuto al risarcimento
del danno.

Art. 1328.

(Revoca della proposta e dell'accettazione).

La proposta puo' essere revocata finche' il contratto non sia
concluso. Tuttavia, se l'accettante ne ha intrapreso in buona fede
l'esecuzione prima di avere notizia della revoca, il proponente e'
tenuto a indennizzarlo delle spese e delle perdite subite per
l'iniziata esecuzione del contratto.

L'accettazione puo' essere revocata, purche' la revoca giunga a
conoscenza del proponente prima dell'accettazione.

Art. 1329.

(Proposta irrevocabile).

Se il proponente si e' obbligato a mantenere ferma la proposta per
un certo tempo, la revoca e' senza effetto.

Nell'ipotesi prevista dal comma precedente, la morte o la
sopravvenuta incapacita' del proponente non toglie efficacia alla
proposta, salvo che la natura dell'affare o altre circostanze
escludano tale efficacia.

Art. 1330.

(Morte o incapacita' dell'imprenditore).

La proposta o l'accettazione, quando e' fatta dall'imprenditore
nell'esercizio della sua impresa, non perde efficacia se
l'imprenditore muore o diviene incapace prima della conclusione del
contratto, salvo che si tratti di piccoli imprenditori o che
diversamente risulti dalla natura dell'affare o da altre circostanze.

Art. 1331.

(Opzione).

Quando le parti convengono che una di esse rimanga vincolata alla
propria dichiarazione e l'altra abbia facolta' di accettarla o meno,
la dichiarazione della prima si considera quale proposta irrevocabile
per gli effetti previsti dall'art. 1329.

Se per l'accettazione non e' stato fissato un termine, questo puo'
essere stabilito dal giudice.

Art. 1332.

(Adesione di altre parti al contratto).

Se ad un contratto possono aderire altre parti e non sono
determinate le modalita' dell'adesione, questa deve essere diretta
all'organo che sia stato costituito per l'attuazione del contratto o,
in mancanza di esso, a tutti i contraenti originari.

Art. 1333.

(Contratto con obbligazioni del solo proponente).

La proposta diretta a concludere un contratto da cui derivino
obbligazioni solo per il proponente e' irrevocabile appena giunge a
conoscenza della parte alla quale e' destinata.

Il destinatario puo' rifiutare la proposta nel termine richiesto
dalla natura dell'affare o dagli usi. In mancanza di tale rifiuto il
contratto e' concluso.

Art. 1334.

(Efficacia degli atti unilaterali).

Gli atti unilaterali producono effetto dal momento in cui
pervengono a conoscenza della persona alla quale sono destinati.

Art. 1335.

(Presunzione di conoscenza).

La proposta, l'accettazione, la loro revoca e ogni altra
dichiarazione diretta a una determinata persona si reputano
conosciute nel momento in cui giungono all'indirizzo del
destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa,
nell'impossibilita' di averne notizia.

Art. 1336.

(Offerta al pubblico).

L'offerta al pubblico, quando contiene gli estremi essenziali del
contratto alla cui conclusione e' diretta, vale come proposta, salvo
che risulti diversamente dalle circostanze o dagli usi.

La revoca dell'offerta, se e' fatta nella stessa forma dell'offerta
o in forma equipollente, e' efficace anche in confronto di chi non ne
ha avuto notizia.

Art. 1337.

(Trattative e responsabilita' precontrattuale).

Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del
contratto, devono comportarsi secondo buona fede.

Art. 1338.

(Conoscenza delle cause d'invalidita').

La parte che, conoscendo o dovendo conoscere l'esistenza di una
causa d'invalidita' del contratto, non ne ha dato notizia all'altra
parte e' tenuta a risarcire il danno da questa risentito per avere
confidato, senza sua colpa, nella validita' del contratto.

Art. 1339.

(Inserzione automatica di clausole).

Le clausole, i prezzi di beni o di servizi, imposti dalla legge o
da norme corporative, sono di diritto inseriti nel contratto, anche
in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti.

Art. 1340.

(Clausole d'uso).

Le clausole d'uso s'intendono inserite nel contratto, se non
risulta che non sono state volute dalle parti.

Art. 1341.

(Condizioni generali di contratto).

Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei
contraenti sono efficaci nei confronti dell'altro, se al momento
della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe
dovuto conoscerle usando l'ordinaria diligenza.

In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente
approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di
colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilita', facolta'
di recedere dal contratto o di sospenderne l'esecuzione, ovvero
sanciscono a carico dell'altro contraente decadenze, limitazioni alla
facolta' di opporre eccezioni, restrizioni alla liberta' contrattuale
nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto,
clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell'autorita'
giudiziaria.

Art. 1342.

(Contratto concluso mediante moduli o formulari).

Nei contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o
formulari, predisposti per disciplinare in maniera uniforme
determinati rapporti contrattuali, le clausole aggiunte al modulo o
al formulario prevalgono su quelle del modulo o del formulario
qualora siano incompatibili con esse, anche se queste ultime non sono
state cancellate.

Si osserva inoltre la disposizione del secondo comma dell'articolo
precedente.

Sezione II
Della causa del contratto

Art. 1343.

(Causa illecita).

La causa e' illecita quando e' contraria a norme imperative,
all'ordine pubblico o al buon costume.

Art. 1344.

(Contratto in frode alla legge).

Si reputa altresi' illecita la causa quando il contratto
costituisce il mezzo per eludere l'applicazione di una norma
imperativa.

Art. 1345.

(Motivo illecito).

Il contratto e' illecito quando le parti si sono determinate a
concluderlo esclusivamente per un motivo illecito comune ad entrambe.

Sezione III
Dell'oggetto del contratto

Art. 1346.

(Requisiti).

L'oggetto del contratto deve essere possibile, lecito, determinato
o determinabile.

Art. 1347.

(Possibilita' sopravvenuta dell'oggetto).

Il contratto sottoposto a condizione sospensiva o a termine e'
valido, se la prestazione inizialmente impossibile diviene possibile
prima dell'avveramento della condizione o della scadenza del termine.

Art. 1348.

(Cose future).

La prestazione di cose future puo' essere dedotta in contratto,
salvi i particolari divieti della legge.

Art. 1349.

(Determinazione dell'oggetto).

Se la determinazione della prestazione dedotta in contratto e'
deferita a un terzo e non risulta che le parti vollero rimettersi al
suo mero arbitrio, il terzo deve procedere con equo apprezzamento. Se
manca la determinazione del terzo o se questa e' manifestamente
iniqua o erronea, la determinazione e' fatta dal giudice.

La determinazione rimessa al mero arbitrio del terzo non si puo'
impugnare se non provando la sua mala fede. Se manca la
determinazione del terzo e le parti non si accordano per sostituirlo,
il contratto e' nullo.

Nel determinare la prestazione il terzo deve tener conto anche
delle condizioni generali della produzione a cui il contratto
eventualmente abbia riferimento.
Sezione IV
Della forma del contratto

Art. 1350.

(Atti che devono farsi per iscritto).

Devono farsi per atto pubblico o per scrittura privata, sotto pena
di nullita':
1) i contratti che trasferiscono la proprieta' di beni immobili;
2) i contratti che costituiscono, modificano o trasferiscono il
diritto di usufrutto su beni immobili, il diritto di superficie, il
diritto del concedente e dell'enfiteuta;
3) i contratti che costituiscono la comunione di diritti indicati
dai numeri precedenti;
4) i contratti che costituiscono o modificano le servitu'
prediali, il diritto di uso su beni immobili e il diritto di
abitazione;
5) gli atti di rinunzia ai diritti indicati dai numeri
precedenti;
6) i contratti di affrancazione del fondo enfiteutico;
7) i contratti di anticresi;
8) i contratti di locazione di beni immobili per una durata
superiore a nove anni;
9) i contratti di societa' o di associazione con i quali si
conferisce il godimento di beni immobili o di altri diritti reali
immobiliari per un tempo eccedente i nove anni o per un tempo
indeterminato;
10) gli atti che costituiscono rendite perpetue o vitalizie,
salve le disposizioni relative alle rendite dello Stato;
11) gli atti di divisione di beni immobili e di altri diritti
reali immobiliari;
12) le transazioni che hanno per oggetto controversie relative ai
rapporti giuridici menzionati nei numeri precedenti;
13) gli altri atti specialmente indicati dalla legge.
Art. 1351.

(Contratto preliminare).

Il contratto preliminare e' nullo, se non e' fatto nella stessa
forma che la legge prescrive per il contratto definitivo.

Art. 1352.

(Forme convenzionali).

Se le parti hanno convenuto per iscritto di adottare una
determinata forma per la futura conclusione di un contratto, si
presume che la forma sia stata voluta per la validita' di questo.

CAPO III
Della condizione nel contratto

Art. 1353.

(Contratto condizionale).

Le parti possono subordinare l'efficacia o la risoluzione del
contratto o di un singolo patto a un avvenimento futuro e incerto.

Art. 1354.

(Condizioni illecite o impossibili).

E' nullo il contratto al quale e' apposta una condizione,
sospensiva o risolutiva, contraria a norme imperative, all'ordine
pubblico o al buon costume.

La condizione impossibile rende nullo il contratto se e'
sospensiva; se e' risolutiva, si ha come non apposta.

Se la condizione illecita o impossibile e' apposta a un patto
singolo del contratto, si osservano, riguardo all'efficacia del
patto, le disposizioni dei commi precedenti, fermo quanto e' disposto
dall'art. 1419.

Art. 1355.

(Condizione meramente potestativa).

E' nulla l'alienazione di un diritto o l'assunzione di un obbligo
subordinata a una condizione sospensiva che la faccia dipendere dalla
mera volonta' dell'alienante o, rispettivamente, da quella del
debitore.

Art. 1356.

(Pendenza della condizione).

In pendenza della condizione sospensiva l'acquirente di un diritto
puo' compiere atti conservativi.

L'acquirente di un diritto sotto condizione risolutiva puo', in
pendenza di questa, esercitarlo, ma l'altro contraente puo' compiere
atti conservativi.

Art. 1357.

(Atti di disposizione in pendenza della condizione).

Chi ha un diritto subordinato a condizione sospensiva o risolutiva
puo' disporne in pendenza di questa; ma gli effetti di ogni atto di
disposizione sono subordinati alla stessa condizione.

Art. 1358.

(Comportamento delle parti nello stato di pendenza).

Colui che si e' obbligato o che ha alienato un diritto sotto
condizione sospensiva, ovvero lo ha acquistato sotto condizione
risolutiva, deve, in pendenza della condizione, comportarsi secondo
buona fede per conservare integre le ragioni dell'altra parte.

Art. 1359.

(Avveramento della condizione).

La condizione si considera avverata qualora sia mancata per causa
imputabile alla parte che aveva interesse contrario all'avveramento
di essa.

Art. 1360.

(Retroattivita' della condizione).

Gli effetti dell'avveramento della condizione retroagiscono al
tempo in cui e' stato concluso il contratto, salvo che, per volonta'
delle parti o per la natura del rapporto, gli effetti del contratto o
della risoluzione debbano essere riportati a un momento diverso.

Se pero' la condizione risolutiva e' apposta a un contratto ad
esecuzione continuata o periodica, l'avveramento di essa, in mancanza
di patto contrario, non ha effetto riguardo alle prestazioni gia'
eseguite.

Art. 1361.

(Atti di amministrazione).

L'avveramento della condizione non pregiudica la validita' degli
atti di amministrazione compiuti dalla parte a cui, in pendenza della
condizione stessa, spettava l'esercizio del diritto.

Salvo diverse disposizioni di legge o diversa pattuizione, i frutti
percepiti sono dovuti dal giorno in cui la condizione si e' avverata.

CAPO IV
Dell'interpretazione del contratto

Art. 1362.

(Intenzione dei contraenti).

Nell'interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la
comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale
delle parole.

Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare
il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione
del contratto.

Art. 1363.

(Interpretazione complessiva delle clausole).

Le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle
altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso
dell'atto.

Art. 1364.

(Espressioni generali).

Per quanto generali siano le espressioni usate nel contratto,
questo non comprende che gli oggetti sui quali le parti si sono
proposte di contrattare.

Art. 1365.

(Indicazioni esemplificative).

Quando in un contratto si e' espresso un caso al fine di spiegare
un patto, non si presumono esclusi i casi non espressi, ai quali,
secondo ragione, puo' estendersi lo stesso patto.

Art. 1366.

(Interpretazione di buona fede).

Il contratto deve essere interpretato secondo buona fede.

Art. 1367.

(Conservazione del contratto).

Nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi
nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziche' in quello
secondo cui non ne avrebbero alcuno.

Art. 1368.

(Pratiche generali interpretative).

Le clausole ambigue s'interpretano secondo cio' che si pratica
generalmente nel luogo in cui il contratto e' stato concluso.

Nei contratti in cui una delle parti e' un imprenditore, le
clausole ambigue s'interpretano secondo cio' che si pratica
generalmente nel luogo in cui e' la sede dell'impresa.

Art. 1369.

(Espressioni con piu' sensi).

Le espressioni che possono avere piu' sensi devono, nel dubbio,
essere intese nel senso piu' conveniente alla natura e all'oggetto
del contratto.

Art. 1370.

(Interpretazione contro l'autore della clausola).

Le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in
moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s'interpretano,
nel dubbio, a favore dell'altro.

Art. 1371.

(Regole finali).

Qualora, nonostante l'applicazione delle norme contenute in questo
capo, il contratto rimanga oscuro, esso deve essere inteso nel senso
meno gravoso per l'obbligato, se e' a titolo gratuito, e nel senso
che realizzi l'equo contemperamento degli interessi delle parti, se
e' a titolo oneroso.

((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. LUOGOTENENZIALE 14 SETTEMBRE 1944, N.
287)).
CAPO V
Degli effetti del contratto
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 1372.

(Efficacia del contratto).

Il contratto ha forza di legge tra le parti. Non puo' essere
sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge.

Il contratto non produce effetto rispetto ai terzi che nei casi
previsti dalla legge.

Art. 1373.

(Recesso unilaterale).

Se a una delle parti e' attribuita la facolta' di recedere dal
contratto, tale facolta' puo' essere esercitata finche' il contratto
non abbia avuto un principio di esecuzione.

Nei contratti a esecuzione continuata o periodica, tale facolta'
puo' essere esercitata anche successivamente, ma il recesso non ha
effetto per le prestazioni gia' eseguite o in corso di esecuzione.

Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per
il recesso, questo ha effetto quando la prestazione e' eseguita.

E' salvo in ogni caso il patto contrario.

Art. 1374.

(Integrazione del contratto).

Il contratto obbliga le parti non solo a quanto e' nel medesimo
espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la
legge, o, in mancanza, secondo gli usi e l'equita'.

Art. 1375.

(Esecuzione di buona fede).

Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede.

Art. 1376.

(Contratto con effetti reali).

Nei contratti che hanno per oggetto il trasferimento della
proprieta' di una cosa determinata, la costituzione o il
trasferimento di un diritto reale ovvero il trasferimento di un altro
diritto, la proprieta' o il diritto si trasmettono e si acquistano
per effetto del consenso delle parti legittimamente manifestato.

Art. 1377.

(Trasferimento di una massa di cose).

Quando oggetto del trasferimento e' una determinata massa di cose,
anche se omogenee, si applica la disposizione dell'articolo
precedente, ancorche', per determinati effetti, le cose debbano
essere numerate, pesate o misurate.

Art. 1378.

(Trasferimento di cosa determinata solo nel genere).

Nei contratti che hanno per oggetto il trasferimento di cose
determinate solo nel genere, la proprieta' si trasmette con
l'individuazione fatta d'accordo tra le parti o nei modi da esse
stabiliti. Trattandosi di cose che devono essere trasportate da un
luogo a un altro, l'individuazione avviene anche mediante la consegna
al vettore o allo spedizioniere.

Art. 1379.

(Divieto di alienazione).

Il divieto di alienare stabilito per contratto ha effetto solo tra
le parti, e non e' valido se non e' contenuto entro convenienti
limiti di tempo e se non risponde a un apprezzabile interesse di una
delle parti.

Art. 1380.

(Conflitto tra piu' diritti personali di godimento).

Se, con successivi contratti, una persona concede a diversi
contraenti un diritto personale di godimento relativo alla stessa
cosa, il godimento spetta al contraente che per primo lo ha
conseguito.

Se nessuno dei contraenti ha conseguito il godimento, e' preferito
quello che ha il titolo di data certa anteriore.

Sono salve le norme relative agli effetti della trascrizione.

Art. 1381.

(Promessa dell'obbligazione o del fatto del terzo).

Colui che ha promesso l'obbligazione o il fatto di un terzo e'
tenuto a indennizzare l'altro contraente, se il terzo rifiuta di
obbligarsi o non compie il fatto promesso.

Sezione II
Della clausola penale e della caparra

Art. 1382.

(Effetti della clausola penale).

La clausola, con cui si conviene che, in caso d'inadempimento o di
ritardo nell'adempimento, uno dei contraenti e' tenuto a una
determinata prestazione, ha l'effetto di limitare il risarcimento
alla prestazione promessa, se non e' stata convenuta la
risarcibilita' del danno ulteriore.

La penale e' dovuta indipendentemente dalla prova del danno.

Art. 1383.

(Divieto di cumulo).

Il creditore non puo' domandare insieme la prestazione principale e
la penale, se questa non e' stata stipulata per il semplice ritardo.

Art. 1384.

(Riduzione della penale).

La penale puo' essere diminuita equamente dal giudice, se
l'obbligazione principale e' stata eseguita in parte ovvero se
l'ammontare della penale e' manifestamente eccessivo, avuto sempre
riguardo all'interesse che il creditore aveva all'adempimento.

Art. 1385.

(Caparra confirmatoria).

Se al momento della conclusione del contratto una parte da'
all'altra, a titolo di caparra, una somma di danaro o una quantita'
di altre cose fungibili, la caparra, in caso di adempimento, deve
essere restituita o imputata alla prestazione dovuta.

Se la parte che ha dato la caparra e' inadempiente, l'altra puo'
recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se inadempiente e'
invece la parte che l'ha ricevuta, l'altra puo' recedere dal
contratto ed esigere il doppio della caparra.

Se pero' la parte che non e' inadempiente preferisce domandare
l'esecuzione o la risoluzione del contratto, il risarcimento del
danno e' regolato dalle norme generali.

Art. 1386.

(Caparra penitenziale).

Se nel contratto e' stipulato il diritto di recesso per una o per
entrambe le parti, la caparra ha la sola funzione di corrispettivo
del recesso.

In questo caso, il recedente perde la caparra data o deve
restituire il doppio di quella che ha ricevuta.

CAPO VI
Della rappresentanza

Art. 1387.

(Fonti della rappresentanza).

Il potere di rappresentanza e' conferito dalla legge ovvero
dall'interessato.

Art. 1388.

(Contratto concluso dal rappresentante).

Il contratto concluso dal rappresentante in nome e nell'interesse
del rappresentato, nei limiti delle facolta' conferitegli, produce
direttamente effetto nei confronti del rappresentato.

Art. 1389.

(Capacita' del rappresentante e del rappresentato).

Quando la rappresentanza e' conferita dall'interessato, per la
validita' del contratto concluso dal rappresentante basta che questi
abbia la capacita' di intendere e di volere, avuto riguardo alla
natura e al contenuto del contratto stesso, sempre che sia legalmente
capace il rappresentato.

In ogni caso, per la validita' del contratto concluso dal
rappresentante e' necessario che il contratto non sia vietato al
rappresentato.

Art. 1390.

(Vizi della volonta').

Il contratto e' annullabile se e' viziata la volonta' del
rappresentante. Quando pero' il vizio riguarda elementi
predeterminati dal rappresentato, il contratto e' annullabile solo se
era viziata la volonta' di questo.

Art. 1391.

(Stati soggettivi rilevanti).

Nei casi in cui e' rilevante lo stato di buona o di mala fede, di
scienza o d'ignoranza di determinate circostanze, si ha riguardo alla
persona del rappresentante, salvo che si tratti di elementi
predeterminati dal rappresentato.

In nessun caso il rappresentato che e' in mala fede puo' giovarsi
dello stato d'ignoranza o di buona fede del rappresentante.

Art. 1392.

(Forma della procura).

La procura non ha effetto se non e' conferita con le forme
prescritte per il contratto che il rappresentante deve concludere.

Art. 1393.

(Giustificazione dei poteri del rappresentante).

Il terzo che contratta col rappresentante puo' sempre esigere che
questi giustifichi i suoi poteri e, se la rappresentanza risulta da
un atto scritto, che gliene dia una copia da lui firmata.

Art. 1394.

(Conflitto d'interessi).

Il contratto concluso dal rappresentante in conflitto d'interessi
col rappresentato puo' essere annullato su domanda del rappresentato,
se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

Art. 1395.

(Contratto con se stesso).

E' annullabile il contratto che il rappresentante conclude con se
stesso, in proprio o come rappresentante di un'altra parte, a meno
che il rappresentato lo abbia autorizzato specificatamente ovvero il
contenuto del contratto sia determinato in modo da escludere la
possibilita' di conflitto d'interessi.

L'impugnazione puo' essere proposta soltanto dal rappresentato.

Art. 1396.

(Modificazione ed estinzione della procura).

Le modificazioni e la revoca della procura devono essere portate a
conoscenza dei terzi con mezzi idonei. In mancanza, esse non sono
opponibili ai terzi, se non si prova che questi le conoscevano al
momento della conclusione del contratto.

Le altre cause di estinzione del potere di rappresentanza conferito
dall'interessato non sono opponibili ai terzi che le hanno senza
colpa ignorate.

Art. 1397.

(Restituzione del documento della rappresentanza).

Il rappresentante e' tenuto a restituire il documento dal quale
risultano i suoi poteri, quando questi sono cessati.

Art. 1398.

(Rappresentanza senza potere).

Colui che ha contrattato come rappresentante senza averne i poteri
o eccedendo i limiti delle facolta' conferitegli, e' responsabile del
danno che il terzo contraente ha sofferto per avere confidato senza
sua colpa nella validita' del contratto.

Art. 1399.

(Ratifica).

Nell'ipotesi prevista dall'articolo precedente, il contratto puo'
essere ratificato dall'interessato, con l'osservanza delle forme
prescritte per la conclusione di esso.

La ratifica ha effetto retroattivo, ma sono salvi i diritti dei
terzi.

Il terzo e colui che ha contrattato come rappresentante possono
d'accordo sciogliere il contratto prima della ratifica.

Il terzo contraente puo' invitare l'interessato a pronunziarsi
sulla ratifica assegnandogli un termine, scaduto il quale, nel
silenzio, la ratifica s'intende negata.

La facolta' di ratifica si trasmette agli eredi.

Art. 1400.

(Speciali forme di rappresentanza).

Le speciali forme di rappresentanza nelle imprese agricole e
commerciali sono regolate dal libro V.

CAPO VII
Del contratto per persona da nominare

Art. 1401.

(Riserva di nomina del contraente).

Nel momento della conclusione del contratto una parte puo'
riservarsi la facolta' di nominare successivamente la persona che
deve acquistare i diritti e assumere gli obblighi nascenti dal
contratto stesso.

Art. 1402.

(Termine e modalita' della dichiarazione di nomina).

La dichiarazione di nomina deve essere comunicata all'altra parte
nel termine di tre giorni dalla stipulazione del contratto, se le
parti non hanno stabilito un termine diverso.

La dichiarazione non ha effetto se non e' accompagnata
dall'accettazione della persona nominata o se non esiste una procura
anteriore al contratto.

Art. 1403.

(Forme e pubblicita').

La dichiarazione di nomina e la procura o l'accettazione della
persona nominata non hanno effetto se non rivestono la stessa forma
che le parti hanno usata per il contratto, anche se non prescritta
dalla legge.

Se per il contratto e' richiesta a determinati effetti una forma di
pubblicita', deve agli stessi effetti essere resa pubblica anche la
dichiarazione di nomina, con l'indicazione dell'atto di procura o
dell'accettazione della persona nominata.

Art. 1404.

(Effetti della dichiarazione di nomina).

Quando la dichiarazione di nomina e' stata validamente fatta, la
persona nominata acquista i diritti e assume gli obblighi derivanti
dal contratto con effetto dal momento in cui questo fu stipulato.

Art. 1405.

(Effetti della mancata dichiarazione di nomina).

Se la dichiarazione di nomina non e' fatta validamente nel termine
stabilito dalla legge o dalle parti, il contratto produce i suoi
effetti fra i contraenti originari.

CAPO VIII
Della cessione del contratto

Art. 1406.

(Nozione).

Ciascuna parte puo' sostituire a se' un terzo nei rapporti
derivanti da un contratto con prestazioni corrispettive, se queste
non sono state ancora eseguite, purche' l'altra parte vi consenta.

Art. 1407.

(Forma).

Se una parte ha consentito preventivamente che l'altra sostituisca
a se' un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, la sostituzione
e' efficace nei suoi confronti dal momento in cui le e' stata
notificata o in cui essa l'ha accettata.

Se tutti gli elementi del contratto risultano da un documento nel
quale e' inserita la clausola «all'ordine» o altra equivalente, la
girata del documento produce la sostituzione del giratario nella
posizione del girante.

Art. 1408.

(Rapporti fra contraente ceduto e cedente).

Il cedente e' liberato dalle sue obbligazioni verso il contraente
ceduto dal momento in cui la sostituzione diviene efficace nei
confronti di questo.

Tuttavia il contraente ceduto, se ha dichiarato di non liberare il
cedente, puo' agire contro di lui qualora il cessionario non adempia
le obbligazioni assunte.

Nel caso previsto dal comma precedente, il contraente ceduto deve
dare notizia al cedente dell'inadempimento del cessionario, entro
quindici giorni da quello in cui l'inadempimento si e' verificato; in
mancanza e' tenuto al risarcimento del danno.

Art. 1409.

(Rapporti fra contraente ceduto e cessionario).

Il contraente ceduto puo' opporre al cessionario tutte le eccezioni
derivanti dal contratto, ma non quelle fondate su altri rapporti col
cedente, salvo che ne abbia fatto espressa riserva al momento in cui
ha consentito alla sostituzione.

Art. 1410.

(Rapporti fra cedente e cessionario).

Il cedente e' tenuto a garantire la validita' del contratto.

Se il cedente assume la garanzia dell'adempimento del contratto,
egli risponde come un fideiussore per le obbligazioni del contraente
ceduto.

CAPO IX
Del contratto a favore di terzi

Art. 1411.

(Contratto a favore di terzi).

E' valida la stipulazione a favore di un terzo, qualora lo
stipulante vi abbia interesse.

Salvo patto contrario, il terzo acquista il diritto contro il
promittente per effetto della stipulazione. Questa pero' puo' essere
revocata o modificata dallo stipulante, finche' il terzo non abbia
dichiarato, anche in confronto del promittente, di volerne
profittare.

In caso di revoca della stipulazione o di rifiuto del terzo di
profittarne, la prestazione rimane a beneficio dello stipulante,
salvo che diversamente risulti dalla volonta' delle parti o dalla
natura del contratto.
Art. 1412.

(Prestazione al terzo dopo la morte dello stipulante).

Se la prestazione deve essere fatta al terzo dopo la morte dello
stipulante, questi puo' revocare il beneficio anche con una
disposizione testamentaria e quantunque il terzo abbia dichiarato di
volerne profittare, salvo che, in quest'ultimo caso, lo stipulante
abbia rinunciato per iscritto al potere di revoca.

La prestazione deve essere eseguita a favore degli eredi del terzo
se questi premuore allo stipulante, purche' il beneficio non sia
stato revocato o lo stipulante non abbia disposto diversamente.
Art. 1413.

(Eccezioni opponibili dal promittente al terzo).

Il promittente puo' opporre al terzo le eccezioni fondate sul
contratto dal quale il terzo deriva il suo diritto, ma non quelle
fondate su altri rapporti tra promittente e stipulante.

CAPO X
Della simulazione

Art. 1414.

(Effetti della simulazione tra le parti).

Il contratto simulato non produce effetto tra le parti.

Se le parti hanno voluto concludere un contratto diverso da quello
apparente, ha effetto tra esse il contratto dissimulato, purche' ne
sussistano i requisiti di sostanza e di forma.

Le precedenti disposizioni si applicano anche agli atti unilaterali
destinati a una persona determinata, che siano simulati per accordo
tra il dichiarante e il destinatario.

Art. 1415.

(Effetti della simulazione rispetto ai terzi).

La simulazione non puo' essere opposta ne' dalle parti contraenti,
ne' dagli aventi causa o dai creditori del simulato alienante, ai
terzi che in buona fede hanno acquistato diritti dal titolare
apparente, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di
simulazione.

I terzi possono far valere la simulazione in confronto delle parti,
quando essa pregiudica i loro diritti.

Art. 1416.

(Rapporti con i creditori).

La simulazione non puo' essere opposta dai contraenti ai creditori
del titolare apparente che in buona fede hanno compiuto atti di
esecuzione sui beni che furono oggetto del contratto simulato.

I creditori del simulato alienante possono far valere la
simulazione che pregiudica i loro diritti, e, nel conflitto con i
creditori chirografari del simulato acquirente, sono preferiti a
questi, se il loro credito e' anteriore all'atto simulato.

Art. 1417.

(Prova della simulazione).

La prova per testimoni della simulazione e' ammissibile senza
limiti, se la domanda e' proposta da creditori o da terzi e, qualora
sia diretta a far valere l'illiceita' del contratto dissimulato,
anche se e' proposta dalle parti.

CAPO XI
Della nullita' del contratto

Art. 1418.

(Cause di nullita' del contratto).

Il contratto e' nullo quando e' contrario a norme imperative, salvo
che la legge disponga diversamente.

Producono nullita' del contratto la mancanza di uno dei requisiti
indicati dall'art. 1325, l'illiceita' della causa, l'illiceita' dei
motivi nel caso indicato dall'art. 1345 e la mancanza nell'oggetto
dei requisiti stabiliti dall'art. 1346.

Il contratto e' altresi' nullo negli altri casi stabiliti dalla
legge.

Art. 1419.

(Nullita' parziale).

La nullita' parziale di un contratto o la nullita' di singole
clausole importa la nullita' dell'intero contratto, se risulta che i
contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo
contenuto che e' colpita dalla nullita'.

La nullita' di singole clausole non importa la nullita' del
contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da
norme imperative.

Art. 1420.

(Nullita' nel contratto plurilaterale).

Nei contratti con piu' di due parti, in cui le prestazioni di
ciascuna sono dirette al conseguimento di uno scopo comune, la
nullita' che colpisce il vincolo di una sola delle parti non importa
nullita' del contratto, salvo che la partecipazione di essa debba,
secondo le circostanze, considerarsi essenziale.

Art. 1421.

(Legittimazione all'azione di nullita').

Salvo diverse disposizioni di legge, la nullita' puo' essere fatta
valere da chiunque vi ha interesse e puo' essere rilevata d'ufficio
dal giudice.

Art. 1422.

(Imprescrittibilita' dell'azione di nullita').

L'azione per far dichiarare la nullita' non e' soggetta a
prescrizione, salvi gli effetti dell'usucapione e della prescrizione
delle azioni di ripetizione.

Art. 1423.

(Inammissibilita' della convalida).

Il contratto nullo non puo' essere convalidato, se la legge non
dispone diversamente.

Art. 1424.

(Conversione del contratto nullo).

Il contratto nullo puo' produrre gli effetti di un contratto
diverso, del quale contenga i requisiti di sostanza e di forma,
qualora, avuto riguardo allo scopo perseguito dalle parti, debba
ritenersi che esse lo avrebbero voluto se avessero conosciuto la
nullita'.

CAPO XII
Dell'annullabilita' del contratto
Sezione I
Dell'incapacita'

Art. 1425.

(Incapacita' delle parti).

Il contratto e' annullabile se una delle parti era legalmente
incapace di contrattare.

E' parimenti annullabile, quando ricorrono le condizioni stabilite
dall'art. 428, il contratto stipulato da persona incapace d'intendere
o di volere.

Art. 1426.

(Raggiri usati dal minore).

Il contratto non e' annullabile, se il minore ha con raggiri
occultato la sua minore eta'; ma la semplice dichiarazione da lui
fatta di essere maggiorenne non e' di ostacolo all'impugnazione del
contratto.

Sezione II
Dei vizi del consenso

Art. 1427.

(Errore, violenza e dolo).

Il contraente, il cui consenso fu dato per errore, estorto con
violenza o carpito con dolo, puo' chiedere l'annullamento del
contratto secondo le disposizioni seguenti.

Art. 1428.

(Rilevanza dell'errore).

L'errore e' causa di annullamento del contratto quando e'
essenziale ed e' riconoscibile dall'altro contraente.

Art. 1429.

(Errore essenziale).

L'errore e' essenziale:
1) quando cade sulla natura o sull'oggetto del contratto;
2) quando cade sull'identita' dell'oggetto della prestazione
ovvero sopra una qualita' dello stesso che, secondo il comune
apprezzamento o in relazione alle circostanze, deve ritenersi
determinante del consenso;
3) quando cade sull'identita' o sulle qualita' della persona
dell'altro contraente, sempre che l'una o le altre siano state
determinanti del consenso;
4) quando, trattandosi di errore di diritto, e' stato la ragione
unica o principale del contratto.
Art. 1430.

(Errore di calcolo).

L'errore di calcolo non da' luogo ad annullamento del contratto, ma
solo a rettifica, tranne che, concretandosi in errore sulla
quantita', sia stato determinante del consenso.

Art. 1431.

(Errore riconoscibile).

L'errore si considera riconoscibile quando, in relazione al
contenuto, alle circostanze del contratto ovvero alla qualita' dei
contraenti, una persona di normale diligenza avrebbe potuto
rilevarlo.

Art. 1432.

(Mantenimento del contratto rettificato).

La parte in errore non puo' domandare l'annullamento del contratto
se, prima che ad essa possa derivarne pregiudizio, l'altra offre di
eseguirlo in modo conforme al contenuto e alle modalita' del
contratto che quella intendeva concludere.

Art. 1433.

(Errore nella dichiarazione o nella sua trasmissione).

Le disposizioni degli articoli precedenti si applicano anche al
caso in cui l'errore cade sulla dichiarazione, o in cui la
dichiarazione e' stata inesattamente trasmessa dalla persona o
dall'ufficio che ne era stato incaricato.

Art. 1434.

(Violenza).

La violenza e' causa di annullamento del contratto, anche se
esercitata da un terzo.

Art. 1435.

(Caratteri della violenza).

La violenza deve essere di tal natura da fare impressione sopra una
persona sensata e da farle temere di esporre se' o i suoi beni a un
male ingiusto e notevole. Si ha riguardo, in questa materia,
all'eta', al sesso e alla condizione delle persone.

Art. 1436.

(Violenza diretta contro terzi).

La violenza e' causa di annullamento del contratto anche quando il
male minacciato riguarda la persona o i beni del coniuge del
contraente o di un discendente o ascendente di lui.

Se il male minacciato riguarda altre persone, l'annullamento del
contratto e' rimesso alla prudente valutazione delle circostanze da
parte del giudice.

Art. 1437.

(Timore riverenziale).

Il solo timore riverenziale non e' causa di annullamento del
contratto.

Art. 1438.

(Minaccia di far valere un diritto).

La minaccia di far valere un diritto puo' essere causa di
annullamento del contratto solo quando e' diretta a conseguire
vantaggi ingiusti.

Art. 1439.

(Dolo).

Il dolo e' causa di annullamento del contratto quando i raggiri
usati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi,
l'altra parte non avrebbe contrattato.

Quando i raggiri sono stati usati da un terzo, il contratto e'
annullabile se essi erano noti al contraente che ne ha tratto
vantaggio.

Art. 1440.

(Dolo incidente).

Se i raggiri non sono stati tali da determinare il consenso, il
contratto e' valido, benche' senza di essi sarebbe stato concluso a
condizioni diverse; ma il contraente in mala fede risponde dei danni.

Sezione III
Dell'azione di annullamento

Art. 1441.

(Legittimazione).

L'annullamento del contratto puo' essere domandato solo dalla parte
nel cui interesse e' stabilito dalla legge.

L'incapacita' del condannato in istato di interdizione legale puo'
essere fatta valere da chiunque vi ha interesse.

Art. 1442.

(Prescrizione).

L'azione di annullamento si prescrive in cinque anni.

Quando l'annullabilita' dipende da vizio del consenso o da
incapacita' legale, il termine decorre dal giorno in cui e' cessata
la violenza, e' stato scoperto l'errore o il dolo, e' cessato lo
stato d'interdizione o d'inabilitazione, ovvero il minore ha
raggiunto la maggiore eta'.

Negli altri casi il termine decorre dal giorno della conclusione
del contratto.

L'annullabilita' puo' essere opposta dalla parte convenuta per
l'esecuzione del contratto, anche se e' prescritta l'azione per farla
valere.
((2))
--------------
AGGIORNAMENTO (2)
Il Regio D.L. 20 gennaio 1944, n. 26, ha disposto (con l'art. 14,
comma 1) che "Per tutti i contratti di alienazione di beni immobili,
sia a titolo gratuito che oneroso, pei quali vi sia la prova
incontestabile che il cittadino colpito dalle leggi razziali
s'indusse all'alienazione per sottrarsi all'applicazione delle leggi
stesse con la riduzione della propria quota di disponibilita' degli
immobili, lo stesso avra' diritto di esercitare, nel termine di un
anno dalla conclusione della pace, la relativa azione di
annullamento. La prova di cui sopra puo' risultare da scritture
private anche non registrate. La registrazione avverra' con la tassa
fissa di L. 20 (venti). Il termine suindicato e' stabilito in deroga
all'art. 1442 Codice civile."
Art. 1443.

(Ripetizione contro il contraente incapace).

Se il contratto e' annullato per incapacita' di uno dei contraenti,
questi non e' tenuto a restituire all'altro la prestazione ricevuta
se non nei limiti in cui e' stata rivolta a suo vantaggio.

Art. 1444.

(Convalida).

Il contratto annullabile puo' essere convalidato dal contraente al
quale spetta l'azione di annullamento, mediante un atto che contenga
la menzione del contratto e del motivo di annullabilita', e la
dichiarazione che s'intende convalidarlo.

Il contratto e' pure convalidato, se il contraente al quale
spettava l'azione di annullamento vi ha dato volontariamente
esecuzione conoscendo il motivo di annullabilita'.

La convalida non ha effetto, se chi l'esegue non e' in condizione
di concludere validamente il contratto.

Art. 1445.

(Effetti dell'annullamento nei confronti dei terzi).

L'annullamento che non dipende da incapacita' legale non pregiudica
i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi
gli effetti della trascrizione della domanda di annullamento.

Art. 1446.

(Annullabilita' nel contratto plurilaterale).

Nei contratti indicati dall'art. 1420 l'annullabilita' che riguarda
il vincolo di una sola delle parti non importa annullamento del
contratto, salvo che la partecipazione di questa debba, secondo le
circostanze, considerarsi essenziale.

CAPO XIII
Della rescissione del contratto

Art. 1447.

(Contratto concluso in stato di pericolo).

Il contratto con cui una parte ha assunto obbligazioni a condizioni
inique, per la necessita', nota alla controparte, di salvare se' o
altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, puo'
essere rescisso sulla domanda della parte che si e' obbligata.

Il giudice nel pronunciare la rescissione, puo', secondo le
circostanze, assegnare un equo compenso all'altra parte per l'opera
prestata.

Art. 1448.

(Azione generale di rescissione per lesione).

Se vi e' sproporzione tra la prestazione di una parte e quella
dell'altra, e la sproporzione e' dipesa dallo stato di bisogno di una
parte, del quale l'altra ha approfittato per trarne vantaggio, la
parte danneggiata puo' domandare la rescissione del contratto.

L'azione non e' ammissibile se la lesione non eccede la meta' del
valore che la prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata
aveva al tempo del contratto.

La lesione deve perdurare fino al tempo in cui la domanda e'
proposta.

Non possono essere rescissi per causa di lesione i contratti
aleatori.

Sono salve le disposizioni relative alla rescissione della
divisione.

Art. 1449.

(Prescrizione).

L'azione di rescissione si prescrive in un anno dalla conclusione
del contratto; ma se il fatto costituisce reato, si applica l'ultimo
comma dell'art. 2947.

La rescindibilita' del contratto non puo' essere opposta in via di
eccezione quando l'azione e' prescritta.

Art. 1450.

(Offerta di modificazione del contratto).

Il contraente contro il quale e' domandata la rescissione puo'
evitarla offrendo una modificazione del contratto sufficiente per
ricondurlo ad equita'.

Art. 1451.

(Inammissibilita' della convalida).

Il contratto rescindibile non puo' essere convalidato.

Art. 1452.

(Effetti della rescissione rispetto ai terzi).

La rescissione del contratto non pregiudica i diritti acquistati
dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di
rescissione.

CAPO XIV
Della risoluzione del contratto
Sezione I
Della risoluzione per inadempimento

Art. 1453.

(Risolubilita' del contratto per inadempimento).

Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei
contraenti non adempie le sue obbligazioni, l'altro puo' a sua scelta
chiedere l'adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni
caso, il risarcimento del danno.

La risoluzione puo' essere domandata anche quando il giudizio e'
stato promosso per ottenere l'adempimento; ma non puo' piu' chiedersi
l'adempimento quando e' stata domandata la risoluzione.

Dalla data della domanda di risoluzione l'inadempiente non puo'
piu' adempiere la propria obbligazione.

Art. 1454.

(Diffida ad adempiere).

Alla parte inadempiente l'altra puo' intimare per iscritto di
adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso
inutilmente detto termine, il contratto s'intendera' senz'altro
risoluto.

Il termine non puo' essere inferiore a quindici giorni, salvo
diversa pattuizione delle parti o salvo che, per la natura del
contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore.

Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto,
questo e' risoluto di diritto.

Art. 1455.

(Importanza dell'inadempimento).

Il contratto non si puo' risolvere se l'inadempimento di una delle
parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all'interesse dell'altra.

Art. 1456.

(Clausola risolutiva espressa).

I contraenti possono convenire espressamente che il contratto si
risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta
secondo le modalita' stabilite.

In questo caso, la risoluzione si verifica di diritto quando la
parte interessata dichiara all'altra che intende valersi della
clausola risolutiva.

Art. 1457.

(Termine essenziale per una delle parti).

Se il termine fissato per la prestazione di una delle parti deve
considerarsi essenziale nell'interesse dell'altra, questa, salvo
patto o uso contrario, se vuole esigerne l'esecuzione nonostante la
scadenza del termine, deve darne notizia all'altra parte entro tre
giorni.

In mancanza, il contratto s'intende risoluto di diritto anche se
non e' stata espressamente pattuita la risoluzione.

Art. 1458.

(Effetti della risoluzione).

La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto
retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione
continuata o periodica, riguardo ai quali l'effetto della risoluzione
non si estende alle prestazioni gia' eseguite.

La risoluzione, anche se e' stata espressamente pattuita, non
pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della
trascrizione della domanda di risoluzione.

Art. 1459.

(Risoluzione nel contratto plurilaterale).

Nei contratti indicati dall'art. 1420 l'inadempimento di una delle
parti non importa la risoluzione del contratto rispetto alle altre,
salvo che la prestazione mancata debba, secondo le circostanze,
considerarsi essenziale.

Art. 1460.

(Eccezione d'inadempimento).

Nei contratti con prestazioni corrispettive, ciascuno dei
contraenti puo' rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se
l'altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la
propria, salvo che termini diversi per l'adempimento siano stati
stabiliti dalle parti o risultino dalla natura del contratto.

Tuttavia non puo' rifiutarsi l'esecuzione se, avuto riguardo alle
circostanze, il rifiuto e' contrario alla buona fede.

Art. 1461.

(Mutamento nelle condizioni patrimoniali dei contraenti).

Ciascun contraente puo' sospendere l'esecuzione della prestazione
da lui dovuta, se le condizioni patrimoniali dell'altro sono divenute
tali da porre in evidente pericolo il conseguimento della
controprestazione, salvo che sia prestata idonea garanzia.

Art. 1462.

(Clausola limitativa della proponibilita' di eccezioni).

La clausola con cui si stabilisce che una delle parti non puo'
opporre eccezioni al fine di evitare o ritardare la prestazione
dovuta, non ha effetto per le eccezioni di nullita', di
annullabilita' e di rescissione del contratto.

Nei casi in cui la clausola e' efficace, il giudice, se riconosce
che concorrono gravi motivi, puo' tuttavia sospendere la condanna,
imponendo, se del caso, una cauzione.

Sezione II
Dell'impossibilita' sopravvenuta

Art. 1463.

(Impossibilita' totale).

Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per
la sopravvenuta impossibilita' della prestazione dovuta non puo'
chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia
gia' ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione
dell'indebito.

Art. 1464.

(Impossibilita' parziale).

Quando la prestazione di una parte e' divenuta solo parzialmente
impossibile, l'altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione
della prestazione da essa dovuta, e puo' anche recedere dal contratto
qualora non abbia un interesse apprezzabile all'adempimento parziale.

Art. 1465.

(Contratto con effetti traslativi o costitutivi).

Nei contratti che trasferiscono la proprieta' di una cosa
determinata ovvero costituiscono o trasferiscono diritti reali, il
perimento della cosa per una causa non imputabile all'alienante non
libera l'acquirente dall'obbligo di eseguire la controprestazione,
ancorche' la cosa non gli sia stata consegnata.

La stessa disposizione si applica nel caso in cui l'effetto
traslativo o costitutivo sia differito fino allo scadere di un
termine.

Qualora oggetto del trasferimento sia una cosa determinata solo nel
genere, l'acquirente non e' liberato dall'obbligo di eseguire la
controprestazione, se l'alienante ha fatto la consegna o se la cosa
e' stata individuata.

L'acquirente e' in ogni caso liberato dalla sua obbligazione, se il
trasferimento era sottoposto a condizione sospensiva e
l'impossibilita' e' sopravvenuta prima che si verifichi la
condizione.

Art. 1466.

(Impossibilita' nel contratto plurilaterale).

Nei contratti indicati dall'art. 1420 l'impossibilita' della
prestazione di una delle parti non importa scioglimento del contratto
rispetto alle altre, salvo che la prestazione mancata debba, secondo
le circostanze, considerarsi essenziale.

Sezione III
Dell'eccessiva onerosita'

Art. 1467.

(Contratto con prestazioni corrispettive).

Nei contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a
esecuzione differita, se la prestazione di una delle parti e'
divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti
straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione puo'
domandare la risoluzione del contratto, con gli effetti stabiliti
dall'art. 1458.

La risoluzione non puo' essere domandata se la sopravvenuta
onerosita' rientra nell'alea normale del contratto.

La parte contro la quale e' domandata la risoluzione puo' evitarla
offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto.

Art. 1468.

(Contratto con obbligazioni di una sola parte).

Nell'ipotesi prevista dall'articolo precedente, se si tratta di un
contratto nel quale una sola delle parti ha assunto obbligazioni,
questa puo' chiedere una riduzione della sua prestazione ovvero una
modificazione nelle modalita' di esecuzione, sufficienti per
ricondurla ad equita'.

Art. 1469.

(Contratto aleatorio).

Le norme degli articoli precedenti non si applicano ai contratti
aleatori per loro natura o per volonta' delle parti.
((CAPO XIV-BIS))
((Dei contratti del consumatore))

Art. 1469-bis.

((Contratti del consumatore))

((Le disposizioni del presente titolo si applicano ai contratti del
consumatore, ove non derogate dal codice del consumo o da altre
disposizioni piu' favorevoli per il consumatore.))
Art. 1469-ter.

((Il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 ha disposto (con l'art. 142,
comma 1) che il presente articolo e' sostituito dall'attuale art.
1469-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 262)).
Art. 1469-quater.

((Il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 ha disposto (con l'art. 142,
comma 1) che il presente articolo e' sostituito dall'attuale art.
1469-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 262)).
Art. 1469-quinquies.

((Il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 ha disposto (con l'art. 142,
comma 1) che il presente articolo e' sostituito dall'attuale art.
1469-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 262)).
Art. 1469-sexies.

((Il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 ha disposto (con l'art. 142,
comma 1) che il presente articolo e' sostituito dall'attuale art.
1469-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 262)).
TITOLO III
DEI SINGOLI CONTRATTI
CAPO I
Della vendita
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 1470.

(Nozione).

La vendita e' il contratto che ha per oggetto il trasferimento
della proprieta' di una cosa o il trasferimento di un altro diritto
verso il corrispettivo di un prezzo.

Art. 1471.

(Divieti speciali di comprare).

Non possono essere compratori nemmeno all'asta pubblica, ne'
direttamente ne' per interposta persona:
1) gli amministratori dei beni dello Stato, dei comuni, delle
provincie o degli altri enti pubblici, rispetto ai beni affidati alla
loro cura;
2) gli ufficiali pubblici, rispetto ai beni che sono venduti per
loro ministero;
3) coloro che per legge o per atto della pubblica autorita'
amministrano beni altrui, rispetto ai beni medesimi;
4) i mandatari, rispetto ai beni che sono stati incaricati di
vendere, salvo il disposto dell'art. 1395.

Nei primi due casi l'acquisto e' nullo; negli altri e' annullabile.

Art. 1472.

(Vendita di cose future).

Nella vendita che ha per oggetto una cosa futura, l'acquisto della
proprieta' si verifica non appena la cosa viene ad esistenza. Se
oggetto della vendita sono gli alberi o i frutti di un fondo, la
proprieta' si acquista quando gli alberi sono tagliati o i frutti
sono separati.

Qualora le parti non abbiano voluto concludere un contratto
aleatorio, la vendita e' nulla, se la cosa non viene ad esistenza.

Art. 1473.

(Determinazione del prezzo affidata a un terzo).

Le parti possono affidare la determinazione del prezzo a un terzo,
eletto nel contratto o da eleggere posteriormente.

Se il terzo non vuole o non puo' accettare l'incarico, ovvero le
parti non si accordano per la sua nomina o per la sua sostituzione,
la nomina, su richiesta di una delle parti, e' fatta dal presidente
del tribunale del luogo in cui e' stato concluso il contratto.

Art. 1474.

(Mancanza di determinazione espressa del prezzo).

Se il contratto ha per oggetto cose che il venditore vende
abitualmente e le parti non hanno determinato il prezzo, ne' hanno
convenuto il modo di determinarlo, ne' esso e' stabilito per atto
della pubblica autorita' o da norme corporative, si presume che le
parti abbiano voluto riferirsi al prezzo normalmente praticato dal
venditore.

Se si tratta di cose aventi un prezzo di borsa o di mercato, il
prezzo si desume dai listini o dalle mercuriali del luogo in cui deve
essere eseguita la consegna, o da quelli della piazza piu' vicina.

Qualora le parti abbiano inteso riferirsi al giusto prezzo, si
applicano le disposizioni dei commi precedenti; e, quando non
ricorrono i casi da essi previsti, il prezzo, in mancanza di accordo,
e' determinato da un terzo, nominato a norma del secondo comma
dell'articolo precedente.

Art. 1475.

(Spese della vendita).

Le spese del contratto di vendita e le altre accessorie sono a
carico del compratore, se non e' stato pattuito diversamente.

§ 1
Delle obbligazioni del venditore

Art. 1476.

(Obbligazioni principali del venditore).

Le obbligazioni principali del venditore sono:
1) quella di consegnare la cosa al compratore;
2) quella di fargli acquistare la proprieta' della cosa o il
diritto, se l'acquisto non e' effetto immediato del contratto;
3) quella di garantire il compratore dall'evizione e dai vizi
della cosa.
Art. 1477.

(Consegna della cosa).

La cosa deve essere consegnata nello stato in cui si trovava al
momento della vendita.

Salvo diversa volonta' delle parti, la cosa deve essere consegnata
insieme con gli accessori, le pertinenze e i frutti dal giorno della
vendita.

Il venditore deve pure consegnare i titoli e i documenti relativi
alla proprieta' a all'uso della cosa venduta.

Art. 1478.

(Vendita di cosa altrui).

Se al momento del contratto la cosa venduta non era di proprieta'
del venditore, questi e' obbligato a procurarne l'acquisto al
compratore.

Il compratore diventa proprietario nel momento in cui il venditore
acquista la proprieta' dal titolare di essa.

Art. 1479.

(Buona fede del compratore).

Il compratore puo' chiedere la risoluzione del contratto, se,
quando l'ha concluso, ignorava che la cosa non era di proprieta' del
venditore, e se frattanto il venditore non gliene ha fatto acquistare
la proprieta'.

Salvo il disposto dell'art. 1223, il venditore e' tenuto a
restituire all'acquirente il prezzo pagato, anche se la cosa e'
diminuita di valore o e' deteriorata; deve inoltre rimborsargli le
spese e i pagamenti legittimamente fatti per il contratto. Se la
diminuzione di valore o il deterioramento derivano da un fatto del
compratore, dall'ammontare suddetto si deve detrarre l'utile che il
compratore ne ha ricavato.

Il venditore e' inoltre tenuto a rimborsare al compratore le spese
necessarie e utili fatte per la cosa, e, se era in mala fede, anche
quelle voluttuarie.

Art. 1480.

(Vendita di cosa parzialmente di altri).

Se la cosa che il compratore riteneva di proprieta' del venditore
era solo in parte di proprieta' altrui, il compratore puo' chiedere
la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno a norma
dell'articolo precedente, quando deve ritenersi, secondo le
circostanze, che non avrebbe acquistato la cosa senza quella parte di
cui non e' divenuto proprietario; altrimenti puo' solo ottenere una
riduzione del prezzo, oltre al risarcimento del danno.

Art. 1481.

(Pericolo di rivendica).

Il compratore puo' sospendere il pagamento del prezzo, quando ha
ragione di temere che la cosa o una parte di essa possa essere
rivendicata da terzi, salvo che il venditore presti idonea garanzia.

Il pagamento non puo' essere sospeso se il pericolo era noto al
compratore al tempo della vendita.

Art. 1482.

(Cosa gravata da garanzie reali o da altri vincoli).

Il compratore puo' altresi' sospendere il pagamento del prezzo, se
la cosa venduta risulta gravata da garanzie reali o da vincoli
derivanti da pignoramento o da sequestro, non dichiarati dal
venditore e dal compratore stesso ignorati.

Egli puo' inoltre far fissare dal giudice un termine, alla scadenza
del quale, se la cosa non e' liberata, il contratto e' risoluto con
obbligo del venditore di risarcire il danno ai sensi dell'art. 1479.

Se l'esistenza delle garanzie reali o dei vincoli sopra indicati
era nota al compratore, questi non puo' chiedere la risoluzione del
contratto, e il venditore e' tenuto verso di lui solo per il caso di
evizione.

Art. 1483.

(Evizione totale della cosa).

Se il compratore subisce l'evizione totale della cosa per effetto
di diritti che un terzo ha fatti valere su di essa, il venditore e'
tenuto a risarcirlo del danno a norma dell'art. 1479.

Egli deve inoltre corrispondere al compratore il valore dei frutti
che questi sia tenuto a restituire a colui dal quale e' evitto, le
spese che egli abbia fatte per la denunzia della lite e quelle che
abbia dovuto rimborsare all'attore.

Art. 1484.

(Evizione parziale).

In caso di evizione parziale della cosa, si osservano le
disposizioni dell'art. 1480 e quella del secondo comma dell'articolo
precedente.

Art. 1485.

(Chiamata in causa del venditore).

Il compratore convenuto da un terzo che pretende di avere diritti
sulla cosa venduta, deve chiamare in causa il venditore. Qualora non
lo faccia e sia condannato con sentenza passata in giudicato, perde
il diritto alla garanzia, se il venditore prova che esistevano
ragioni sufficienti per far respingere la domanda.

Il compratore che ha spontaneamente riconosciuto il diritto del
terzo perde il diritto alla garanzia, se non prova che non esistevano
ragioni sufficienti per impedire l'evizione.

Art. 1486.

(Responsabilita' limitata del venditore).

Se il compratore ha evitato l'evizione della cosa mediante il
pagamento di una somma di danaro, il venditore puo' liberarsi da
tutte le conseguenze della garanzia col rimborso della somma pagata,
degli interessi e di tutte le spese.

Art. 1487.

(Modificazione o esclusione convenzionale della garanzia).

I contraenti possono aumentare o diminuire gli effetti della
garanzia e possono altresi' pattuire che il venditore non sia
soggetto a garanzia alcuna.

Quantunque sia pattuita l'esclusione della garanzia, il venditore
e' sempre tenuto per l'evizione derivante da un fatto suo proprio. E'
nullo ogni patto contrario.

Art. 1488.

(Effetti dell'esclusione della garanzia).

Quando e' esclusa la garanzia, non si applicano le disposizioni
degli articoli 1479 e 1480; se si verifica l'evizione, il compratore
puo' pretendere dal venditore soltanto la restituzione del prezzo
pagato e il rimborso delle spese.

Il venditore e' esente anche da quest'obbligo quando la vendita e'
stata convenuta a rischio e pericolo del compratore.

Art. 1489.

(Cosa gravata da oneri o da diritti di godimento di terzi).

Se la cosa venduta e' gravata da oneri o da diritti reali o
personali non apparenti che ne diminuiscono il libero godimento e non
sono stati dichiarati nel contratto, il compratore che non ne abbia
avuto conoscenza puo' domandare la risoluzione del contratto oppure
una riduzione del prezzo secondo la disposizione dell'art. 1480.

Si osservano inoltre, in quanto applicabili, le disposizioni degli
articoli 1481, 1485, 1486, 1487 e 1488.
Art. 1490.

(Garanzia per i vizi della cosa venduta).

Il venditore e' tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune
da vizi che la rendano inidonea all'uso a cui e' destinata o ne
diminuiscano in modo apprezzabile il valore.

Il patto con cui si esclude o si limita la garanzia non ha effetto,
se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della
cosa.

Art. 1491.

(Esclusione della garanzia).

Non e' dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore
conosceva i vizi della cosa; parimenti non e' dovuta, se i vizi erano
facilmente riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore
abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.

Art. 1492.

(Effetti della garanzia).

Nei casi indicati dall'art. 1490 il compratore puo' domandare a sua
scelta la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo,
salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione.

La scelta e' irrevocabile quando e' fatta con la domanda
giudiziale.

Se la cosa consegnata e' perita in conseguenza dei vizi, il
compratore ha diritto alla risoluzione del contratto; se invece e'
perita per caso fortuito o per colpa del compratore, o se questi l'ha
alienata o trasformata, egli non puo' domandare che la riduzione del
prezzo.

Art. 1493.

(Effetti della risoluzione del contratto).

In caso di risoluzione del contratto il venditore deve restituire
il prezzo e rimborsare al compratore le spese e i pagamenti
legittimamente fatti per la vendita.

Il compratore deve restituire la cosa, se questa non e' perita in
conseguenza dei vizi.

Art. 1494.

(Risarcimento del danno).

In ogni caso il venditore e' tenuto verso il compratore al
risarcimento del danno, se non prova di avere ignorato senza colpa i
vizi della cosa.

Il venditore deve altresi' risarcire al compratore i danni derivati
dai vizi della cosa.

Art. 1495.

(Termini e condizioni per l'azione).

Il compratore decade dal diritto alla garanzia, se non denunzia i
vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta, salvo il diverso
termine stabilito dalle parti o dalla legge.

La denunzia non e' necessaria se il venditore ha riconosciuto
l'esistenza del vizio o l'ha occultato.

L'azione si prescrive, in ogni caso, in un anno dalla consegna; ma
il compratore, che sia convenuto per l'esecuzione del contratto, puo'
sempre far valere la garanzia, purche' il vizio della cosa sia stato
denunziato entro otto giorni dalla scoperta e prima del decorso
dell'anno dalla consegna.

Art. 1496.

(Vendita di animali).

Nella vendita di animali la garanzia per i vizi e' regolata dalle
leggi speciali o, in mancanza, dagli usi locali. Se neppure questi
dispongono, si osservano le norme che precedono.

Art. 1497.

(Mancanza di qualita').

Quando la cosa venduta non ha le qualita' promesse ovvero quelle
essenziali per l'uso a cui e' destinata, il compratore ha diritto di
ottenere la risoluzione del contratto secondo le disposizioni
generali sulla risoluzione per inadempimento, purche' il difetto di
qualita' ecceda i limiti di tolleranza stabiliti dagli usi.

Tuttavia il diritto di ottenere la risoluzione e' soggetto alla
decadenza e alla prescrizione stabilite dall'art. 1495.

§ 2
Delle obbligazioni del compratore

Art. 1498.

(Pagamento del prezzo).

Il compratore e' tenuto a pagare il prezzo nel termine e nel luogo
fissati dal contratto.

In mancanza di pattuizione e salvi gli usi diversi, il pagamento
deve avvenire al momento della consegna e nel luogo dove questa si
esegue.

Se il prezzo non si deve pagare al momento della consegna, il
pagamento si fa al domicilio del venditore.

Art. 1499.

(Interessi compensativi sul prezzo).

Salvo diversa pattuizione, qualora la cosa venduta e consegnata al
compratore produca frutti o altri proventi, decorrono gli interessi
sul prezzo, anche se questo non e' ancora esigibile.

§ 3
Del riscatto convenzionale

Art. 1500.

(Patto di riscatto).

Il venditore puo' riservarsi il diritto di riavere la proprieta'
della cosa venduta mediante la restituzione del prezzo e i rimborsi
stabiliti dalle disposizioni che seguono.

Il patto di restituire un prezzo superiore a quello stipulato per
la vendita e' nullo per l'eccedenza.

Art. 1501.

(Termini).

Il termine per il riscatto non puo' essere maggiore di due anni
nella vendita di beni mobili e di cinque anni in quella di beni
immobili. Se le parti stabiliscono un termine maggiore, esso si
riduce a quello legale.

Il termine stabilito dalla legge e' perentorio e non si puo'
prorogare.

Art. 1502.

(Obblighi del riscattante).

Il venditore che esercita il diritto di riscatto e' tenuto a
rimborsare al compratore il prezzo, le spese e ogni altro pagamento
legittimamente fatto per la vendita, le spese per le riparazioni
necessarie e, nei limiti dell'aumento, quelle che hanno aumentato il
valore della cosa.

Fino al rimborso delle spese necessarie e utili, il compratore ha
diritto di ritenere la cosa. Il giudice tuttavia, per il rimborso
delle spese utili, puo' accordare una dilazione disponendo, se
occorrono, le opportune cautele.

Art. 1503.

(Esercizio del riscatto).

Il venditore decade dal diritto di riscatto, se entro il termine
fissato non comunica al compratore la dichiarazione di riscatto e non
gli corrisponde le somme liquide dovute per il rimborso del prezzo,
delle spese e di ogni altro pagamento legittimamente fatto per la
vendita.

Se il compratore rifiuta di ricevere il pagamento di tali rimborsi,
il venditore decade dal diritto di riscatto, qualora non ne faccia
offerta reale entro otto giorni dalla scadenza del termine.

Nella vendita di beni immobili la dichiarazione di riscatto deve
essere fatta per iscritto, sotto pena di nullita'.

Art. 1504.

(Effetti del riscatto rispetto ai subacquirenti).

Il venditore che ha legittimamente esercitato il diritto di
riscatto nei confronti del compratore puo' ottenere il rilascio della
cosa anche dai successivi acquirenti, purche' il patto sia ad essi
opponibile.

Se l'alienazione e' stata notificata al venditore, il riscatto deve
essere esercitato in confronto del terzo acquirente.

Art. 1505.

(Diritti costituiti dal compratore sulla cosa).

Il venditore che ha esercitato il diritto di riscatto riprende la
cosa esente dai pesi e dalle ipoteche da cui sia stata gravata; ma e'
tenuto a mantenere le locazioni fatte senza frode, purche' abbiano
data certa e siano state convenute per un tempo non superiore ai tre
anni.

Art. 1506.

(Riscatto di parte indivisa).

In caso di vendita con patto di riscatto di una parte indivisa di
una cosa, il comproprietario che chiede la divisione deve proporre la
domanda anche in confronto del venditore.

Se la cosa non e' comodamente divisibile e si fa luogo all'incanto,
il venditore che non ha esercitato il riscatto anteriormente
all'aggiudicazione decade da tale diritto, anche se aggiudicatario
sia lo stesso compratore.

Art. 1507.

(Vendita congiuntiva di cosa indivisa).

Se piu' persone hanno venduto congiuntamente, mediante un solo
contratto, una cosa indivisa, ciascuna puo' esercitare il diritto di
riscatto solo sopra la quota che le spettava.

La medesima disposizione si osserva se il venditore ha lasciato
piu' eredi.

Il compratore, nei casi sopra espressi, puo' esigere che tutti i
venditori o tutti i coeredi esercitino congiuntamente il diritto di
riscatto dell'intera cosa; se essi non si accordano, il riscatto puo'
esercitarsi soltanto da parte di colui o di coloro che offrono di
riscattare la cosa per intero.

Art. 1508.

(Vendita separata di cosa indivisa).

Se i comproprietari di una cosa non l'hanno venduta congiuntamente
e per intero, ma ciascuno ha venduto la sola sua quota, essi possono
separatamente esercitare il diritto di riscatto sopra la quota che
loro spettava, e il compratore non puo' valersi della facolta'
prevista dall'ultimo comma dell'articolo precedente.

Art. 1509.

(Riscatto contro gli eredi del compratore).

Qualora il compratore abbia lasciato piu' eredi, il diritto di
riscatto si puo' esercitare contro ciascuno di essi solo per la parte
che gli spetta, anche quando la cosa venduta e' tuttora indivisa.

Se l'eredita' e' stata divisa e la cosa venduta e' stata assegnata
a uno degli eredi, il diritto di riscatto non puo' esercitarsi contro
di lui che per la totalita'.

Sezione II
Della vendita di cose mobili
§ 1
Disposizioni generali

Art. 1510.

(Luogo della consegna).

In mancanza di patto o di uso contrario, la consegna della cosa
deve avvenire nel luogo dove questa si trovava al tempo della
vendita, se le parti ne erano a conoscenza, ovvero nel luogo dove il
venditore aveva il suo domicilio o la sede dell'impresa.

Salvo patto o uso contrario, se la cosa venduta deve essere
trasportata da un luogo all'altro, il venditore si libera
dall'obbligo della consegna rimettendo la cosa al vettore o allo
spedizioniere; le spese del trasporto sono a carico del compratore.

Art. 1511.

(Denunzia nella vendita di cose da trasportare).

Nella vendita di cose da trasportare da un luogo a un altro, il
termine per la denunzia dei vizi e dei difetti di qualita' apparenti
decorre dal giorno del ricevimento.

Art. 1512.

(Garanzia di buon funzionamento).

Se il venditore ha garantito per un tempo determinato il buon
funzionamento della cosa venduta, il compratore, salvo patto
contrario, deve denunziare al venditore il difetto di funzionamento
entro trenta giorni dalla scoperta, sotto pena di decadenza. L'azione
si prescrive in sei mesi dalla scoperta.

Il giudice, secondo le circostanze, puo' assegnare al venditore un
termine per sostituire o riparare la cosa in modo da assicurarne il
buon funzionamento, salvo il risarcimento dei danni.

Sono salvi gli usi i quali stabiliscono che la garanzia di buon
funzionamento e' dovuta anche in mancanza di patto espresso.
Art. 1513.

(Accertamento dei difetti).

In caso di divergenza sulla qualita' o condizione della cosa, il
venditore o il compratore possono chiederne la verifica nei modi
stabiliti dall'art. 696 del codice di procedura civile. Il giudice,
su istanza della parte interessata, puo' ordinare il deposito o il
sequestro della cosa stessa, nonche' la vendita per conto di chi
spetta, determinandone le condizioni.

La parte che non ha chiesto la verifica della cosa, deve, in caso
di contestazione, provarne rigorosamente l'identita' e lo stato.

Art. 1514.

(Deposito della cosa venduta).

Se il compratore non si presenta per ricevere la cosa acquistata,
il venditore puo' depositarla, per conto e a spese del compratore
medesimo, in un locale di pubblico deposito, oppure in altro locale
idoneo determinato dal tribunale del luogo in cui la consegna doveva
essere fatta. (111) ((112a))

Il venditore deve dare al compratore pronta notizia del deposito
eseguito.

-----------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
---------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188, ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 1515.

(Esecuzione coattiva per inadempimento del compratore).

Se il compratore non adempie l'obbligazione di pagare il prezzo, il
venditore puo' far vendere senza ritardo la cosa per conto e a spese
di lui.

La vendita e' fatta all'incanto a mezzo di una persona autorizzata
a tali atti o, in mancanza di essa nel luogo in cui la vendita deve
essere eseguita, a mezzo di un ufficiale giudiziario. Il venditore
deve dare tempestiva notizia al compratore del giorno, del luogo e
dell'ora in cui la vendita sara' eseguita.

Se la cosa ha un prezzo corrente, stabilito per atto della pubblica
autorita' o da norme corporative, ovvero risultante da listini di
borsa o da mercuriali, la vendita puo' essere fatta senza incanto, al
prezzo corrente, a mezzo delle persone indicate nel comma precedente
o di un commissario nominato dal tribunale. In tal caso il venditore
deve dare al compratore pronta notizia della vendita. (111) ((112a))

Il venditore ha diritto alla differenza tra il prezzo convenuto e
il ricavo netto della vendita, oltre al risarcimento del maggior
danno.
-----------
AGGIORNAMENTO (111)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, ha disposto (con l'art. 247,
comma 1) che "Il presente decreto legislativo entra in vigore il
giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica italiana e diventa efficace decorso il termine
stabilito dall'articolo 1, comma 1, lettera r), della legge 16 luglio
1997, n. 254, fatta eccezione per le disposizioni previste dagli
articoli 17, 33, comma 1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
---------------
AGGIORNAMENTO (112a)
Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla L. 16
giugno 1998, n. 188, ha disposto (con l'art. 247, comma 1) che "Il
presente decreto legislativo entra in vigore il giorno successivo
alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana e diventa efficace a decorrere dal 2 giugno 1999, fatta
eccezione per le disposizioni previste dagli articoli 17, 33, comma
1, 38, comma 1 e 40, commi 1 e 3."
Art. 1516.

(Esecuzione coattiva per inadempimento del venditore).

Se la vendita ha per oggetto cose fungibili che hanno un prezzo
corrente a norma del terzo comma dell'articolo precedente, e il
venditore non adempie la sua obbligazione, il compratore puo' fare
acquistare senza ritardo le cose, a spese del venditore, a mezzo di
una delle persone indicate nel secondo e terzo comma dell'articolo
precedente. Dell'acquisto il compratore deve dare pronta notizia al
venditore.

Il compratore ha diritto alla differenza tra l'ammontare della
spesa occorsa per l'acquisto e il prezzo convenuto, oltre al
risarcimento del maggior danno.

Art. 1517.

(Risoluzione di diritto).

La risoluzione ha luogo di diritto a favore del contraente che,
prima della scadenza del termine stabilito, abbia offerto all'altro,
nelle forme di uso, la consegna della cosa o il pagamento del prezzo,
se l'altra parte non adempie la propria obbligazione.

La risoluzione di diritto ha luogo pure a favore del venditore, se,
alla scadenza del termine stabilito per la consegna, il compratore,
la cui obbligazione di pagare il prezzo non sia scaduta, non si
presenta per ricevere la cosa preventivamente offerta, ovvero non
l'accetta.

Il contraente che intende valersi della risoluzione disposta dal
presente articolo deve darne comunicazione all'altra parte entro otto
giorni dalla scadenza del termine; in mancanza di tale comunicazione,
si osservano le disposizioni generali sulla risoluzione per
inadempimento.

Art. 1518.

(Normale determinazione del risarcimento).

Se la vendita ha per oggetto una cosa che ha un prezzo corrente a
norma del terzo comma dell'art. 1515, e il contratto si risolve per
l'inadempimento di una delle parti, il risarcimento e' costituito
dalla differenza tra il prezzo convenuto e quello corrente nel luogo
e nel giorno in cui si doveva fare la consegna, salva la prova di un
maggior danno.

Nella vendita a esecuzione periodica, la liquidazione del danno si
determina sulla base dei prezzi correnti nel luogo e nel giorno
fissati per le singole consegne.

Art. 1519.

(Restituzione di cose non pagate).

Se la vendita e' stata fatta senza dilazione per il pagamento del
prezzo, il venditore, in mancanza di pagamento, puo' riprendere il
possesso delle cose vendute, finche' queste si trovano presso il
compratore, purche' la domanda sia proposta entro quindici giorni
dalla consegna e le cose si trovino nello stato in cui erano al tempo
della consegna stessa.

Il diritto di riprendere il possesso delle cose non si puo'
esercitare in pregiudizio dei privilegi previsti dagli articoli 2764
e 2765, salvo che si provi che il creditore, al tempo della
introduzione di esse nella casa o nel fondo locato ovvero nel fondo
concesso a mezzadria o a colonia, conosceva che il prezzo era ancora
dovuto.

La disposizione del comma precedente si applica anche a favore dei
creditori del compratore che abbiano sequestrato o pignorato le cose,
a meno che si provi che essi, al momento del sequestro o del
pignoramento, conoscevano che il prezzo era ancora dovuto.
((§ 1 bis
Della vendita dei beni di consumo))

Art. 1519-bis

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-ter

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-quater

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-quinquies

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-sexies

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-septies

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-octies

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
Art. 1519-nonies

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2005, N. 206))
§ 2
Della vendita con riserva di gradimento, a prova, a campione

Art. 1520.

(Vendita con riserva di gradimento).

Quando si vendono cose con riserva di gradimento da parte del
compratore, la vendita non si perfeziona fino a che il gradimento non
sia comunicato al venditore.

Se l'esame della cosa deve farsi presso il venditore, questi e'
liberato, qualora il compratore non vi proceda nel termine stabilito
dal contratto o dagli usi, o, in mancanza, in un termine congruo
fissato dal venditore.

Se la cosa si trova presso il compratore e questi non si pronunzia
nel termine sopra indicato, la cosa si considera di suo gradimento.

Art. 1521.

(Vendita a prova).

La vendita a prova si presume fatta sotto la condizione sospensiva
che la cosa abbia le qualita' pattuite o sia idonea all'uso a cui e'
destinata.

La prova si deve eseguire nel termine e secondo le modalita'
stabiliti dal contratto o dagli usi.

Art. 1522.

(Vendita su campione e su tipo di campione).

Se la vendita e' fatta su campione, s'intende che questo deve
servire come esclusivo paragone per la qualita' della merce, e in tal
caso qualsiasi difformita' attribuisce al compratore il diritto alla
risoluzioni del contratto.

Qualora, pero', dalla convenzione o dagli usi risulti che il
campione deve servire unicamente a indicare in modo approssimativo la
qualita', si puo' domandare la risoluzione soltanto se la difformita'
dal campione sia notevole.

In ogni caso l'azione e' soggetta alla decadenza alla prescrizione
stabilite dall'art. 1495.

§ 3
Della vendita con riserva della proprieta'

Art. 1523.

(Passaggio della proprieta' e dei rischi).

Nella vendita a rate con riserva della proprieta', il compratore
acquista la proprieta' della cosa col pagamento dell'ultima rata di
prezzo, ma assume i rischi dal momento della consegna.

Art. 1524.

(Opponibilita' della riserva di proprieta' nei confronti di terzi).

La riserva della proprieta' e' opponibile ai creditori del
compratore, solo se risulta da atto scritto avente data certa
anteriore al pignoramento.

Se la vendita ha per oggetto macchine e il prezzo e' superiore alle
lire trentamila, la riserva della proprieta' e' opponibile anche al
terzo acquirente, purche' il patto di riservato dominio sia
trascritto in apposito registro tenuto nella cancelleria del
tribunale nella giurisdizione del quale e' collocata la macchina, e
questa, quando e' acquistata dal terzo, si trovi ancora nel luogo
dove la trascrizione e' stata eseguita.

Sono salve le disposizioni relative ai beni mobili iscritti in
pubblici registri.

Art. 1525.

(Inadempimento del compratore).

Nonostante patto contrario, il mancato pagamento di una sola rata,
che non superi l'ottava parte del prezzo, non da' luogo alla
risoluzione del contratto, e il compratore conserva il beneficio del
termine relativamente alle rate successive.

Art. 1526.

(Risoluzione del contratto).

Se la risoluzione del contratto ha luogo per l'inadempimento del
compratore, il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il
diritto a un equo compenso per l'uso della cosa, oltre al
risarcimento del danno.

Qualora si sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al
venditore a titolo d'indennita', il giudice, secondo le circostanze,
puo' ridurre l'indennita' convenuta.

La stessa disposizione si applica nel caso in cui il contratto sia
configurato come locazione, e sia convenuto che, al termine di esso,
la proprieta' della cosa sia acquisita al conduttore per effetto del
pagamento dei canoni pattuiti.

§ 4
Della vendita su documenti e con pagamento contro documenti

Art. 1527.

(Consegna).

Nella vendita su documenti, il venditore si libera dall'obbligo
della consegna rimettendo al compratore il titolo rappresentativo
della merce e gli altri documenti stabiliti dal contratto o, in
mancanza, dagli usi.

Art. 1528.

(Pagamento del prezzo).

Salvo patto o usi contrari, il pagamento del prezzo e degli
accessori deve eseguirsi nel momento e nel luogo in cui avviene la
consegna dei documenti indicati dall'articolo precedente.

Quando i documenti sono regolari, il compratore non puo' rifiutare
il pagamento del prezzo adducendo eccezioni relative alla qualita' e
allo stato delle cose, a meno che queste risultino gia' dimostrate.

Art. 1529.

(Rischi).

Se la vendita ha per oggetto cose in viaggio, e tra i documenti
consegnati al compratore e' compresa la polizza di assicurazione per
i rischi del trasporto, sono a carico del compratore i rischi a cui
si trova esposta la merce dal momento della consegna al vettore.

Questa disposizione non si applica se il venditore al tempo del
contratto era a conoscenza della perdita o dell'avaria della merce, e
le ha in mala fede taciute al compratore.

Art. 1530.

(Pagamento contro documenti a mezzo di banca).

Quando il pagamento del prezzo deve avvenire a mezzo di una banca,
il venditore non puo' rivolgersi al compratore se non dopo il rifiuto
opposto dalla banca stessa e constatato all'atto della presentazione
dei documenti nelle forme stabilite dagli usi.

La banca che ha confermato il credito al venditore puo' opporgli
solo le eccezioni derivanti dall'incompletezza o irregolarita' dei
documenti e quelle relative al rapporto di conferma del credito.

§ 5
Della vendita a termine di titoli di credito

Art. 1531.

(Interessi, dividendi e diritto di voto).

Nella vendita a termine di titoli di credito, gli interessi e i
dividendi esigibili dopo la conclusione del contratto e prima della
scadenza del termine, se riscossi dal venditore, sono accreditati al
compratore.

Qualora la vendita abbia per oggetto titoli azionari, il diritto di
voto spetta al venditore fino al momento della consegna.

Art. 1532.

(Diritto di opzione).

Il diritto di opzione inerente ai titoli venduti a termine spetta
al compratore.

Il venditore, qualora il compratore gliene faccia richiesta in
tempo utile, deve mettere il compratore in grado di esercitare il
diritto di opzione, oppure deve esercitarlo per conto del compratore,
se questi gli ha fornito i fondi necessari.

In mancanza di richiesta da parte del compratore, il venditore deve
curare la vendita dei diritti di opzione per conto del compratore, a
mezzo di un agente di cambio o di un istituto di credito.
Art. 1533.

(Estrazione per premi o rimborsi).

Se i titoli venduti a termine sono soggetti a estrazione per premi
o rimborsi, i diritti e gli oneri derivanti dall'estrazione spettano
al compratore, qualora la conclusione del contratto sia anteriore al
giorno stabilito per l'inizio dell'estrazione.

Il venditore, al solo effetto indicato dal comma precedente, deve
comunicare per iscritto al compratore una distinta numerica dei
titoli almeno un giorno prima dell'inizio dell'estrazione.

In mancanza di tale comunicazione, il compratore ha facolta' di
acquistare, a spese del venditore, i diritti spettanti a una
quantita' corrispondente di titoli, dandone comunicazione al
venditore prima dell'inizio dell'estrazione.

Art. 1534.

(Versamenti richiesti sui titoli).

Il compratore deve fornire al venditore, almeno due giorni prima
della scadenza, le somme necessarie per eseguire i versamenti
richiesti sui titoli non liberati.

Art. 1535.

(Proroga dei contratti a termine).

Se alla scadenza del termine le parti convengono di prorogare
l'esecuzione del contratto, e' dovuta la differenza tra il prezzo
originario e quello corrente nel giorno della scadenza, salva
l'osservanza degli usi diversi.

Art. 1536.

(Inadempimento).

In caso d'inadempimento della vendita a termine di titoli, si
osservano le norme degli articoli 1515 e 1516, salva, per i contratti
di borsa, l'applicazione delle leggi speciali.

Sezione III
Della vendita di cose immobili

Art. 1537.

(Vendita a misura).

Quando un determinato immobile e' venduto con l'indicazione della
sua misura e per un prezzo stabilito in ragione di un tanto per ogni
unita' di misura, il compratore ha diritto a una riduzione, se la
misura effettiva dell'immobile e' inferiore a quella indicata nel
contratto.

Se la misura risulta superiore a quella indicata nel contratto, il
compratore deve corrispondere il supplemento del prezzo, ma ha
facolta' di recedere dal contratto qualora l'eccedenza oltrepassi la
ventesima parte della misura dichiarata.

Art. 1538.

(Vendita a corpo).

Nei casi in cui il prezzo e' determinato in relazione al corpo
dell'immobile e non alla sua misura, sebbene questa sia stata
indicata, non si fa luogo a diminuzione o a supplemento di prezzo,
salvo che la misura reale sia inferiore o superiore di un ventesimo
rispetto a quella indicata nel contratto.

Nel caso in cui dovrebbe pagarsi un supplemento di prezzo, il
compratore ha la scelta di recedere dal contratto o di corrispondere
il supplemento.

Art. 1539.

(Recesso dal contratto).

Quando il compratore esercita il diritto di recesso, il venditore
e' tenuto a restituire il prezzo e a rimborsare le spese del
contratto.

Art. 1540.

(Vendita cumulativa di piu' immobili).

Se due o piu' immobili sono stati venduti con lo stesso contratto
per un solo e medesimo prezzo, con l'indicazione della misura di
ciascuno di essi, e si trova che la quantita' e' minore nell'uno e
maggiore nell'altro, se ne fa la compensazione fino alla debita
concorrenza; il diritto al supplemento o alla diminuzione del prezzo
spetta in conformita' delle disposizioni sopra stabilite.

Art. 1541.

(Prescrizione).

Il diritto del venditore al supplemento e quello del compratore
alla diminuzione del prezzo o al recesso dal contratto si prescrivono
in un anno dalla consegna dell'immobile.

Sezione IV
Della vendita di eredita'

Art. 1542.

(Garanzia).

Chi vende un'eredita' senza specificarne gli oggetti non e' tenuto
a garantire che la propria qualita' di erede.

Art. 1543.

(Forme).

La vendita di un'eredita' deve farsi per atto scritto, sotto pena
di nullita'.

Il venditore e' tenuto a prestarsi agli atti che sono necessari da
parte sua per rendere efficace, di fronte ai terzi, la trasmissione
di ciascuno dei diritti compresi nell'eredita'.

Art. 1544.

(Obblighi del venditore).

Se il venditore ha percepito i frutti di qualche bene o riscosso
qualche credito ereditario, ovvero ha venduto qualche bene
dell'eredita', e' tenuto a rimborsarne il compratore, salvo patto
contrario.

Art. 1545.

(Obblighi del compratore).

Il compratore deve rimborsare il venditore di quanto questi ha
pagato per debiti e pesi dell'eredita', e deve corrispondergli quanto
gli sarebbe dovuto dall'eredita' medesima, salvo che sia convenuto
diversamente.

Art. 1546.

(Responsabilita' per debiti ereditari).

Il compratore, se non vi e' patto contrario, e' obbligato in solido
col venditore a pagare i debiti ereditari.

Art. 1547.

(Altre forme di alienazione di eredita').

Le disposizioni precedenti si applicano alle altre forme di
alienazione di un'eredita' a titolo oneroso.

Nelle alienazioni a titolo gratuito la garanzia e' regolata
dall'art. 797.

CAPO II
Del riporto

Art. 1548.

(Nozione).

Il riporto e' il contratto per il quale il riportato trasferisce in
proprieta' al riportatore titoli di credito di una data specie per un
determinato prezzo, e il riportatore assume l'obbligo di trasferire
al riportato, alla scadenza del termine stabilito, la proprieta' di
altrettanti titoli della stessa specie, verso rimborso del prezzo,
che puo' essere aumentato o diminuito nella misura convenuta.

Art. 1549.

(Perfezione del contratto).

Il contratto si perfeziona con la consegna dei titoli.

Art. 1550.

(Diritti accessori e obblighi inerenti ai titoli).

I diritti accessori e gli obblighi inerenti ai titoli dati a
riporto spettano al riportato. Si applicano le disposizioni degli
articoli 1531, 1532, 1533 e 1534.

Il diritto di voto, salvo patto contrario, spetta al riportatore.
Art. 1551.

(Inadempimento).

In caso di inadempimento di una delle parti, si osservano le
disposizioni degli articoli 1515 e 1516, salva per i contratti di
borsa l'applicazione delle leggi speciali.

Se entrambe le parti non adempiono le proprie obbligazioni nel
termine stabilito, il riporto cessa di avere effetto, e ciascuna
parte ritiene cio' che ha ricevuto al tempo della stipulazione del
contratto.

CAPO III
Della permuta

Art. 1552.

(Nozione).

La permuta e' il contratto che ha per oggetto il reciproco
trasferimento della proprieta' di cose, o di altri diritti, da un
contraente all'altro.

Art. 1553.

(Evizione).

Il permutante, se ha sofferto l'evizione e non intende riavere la
cosa data, ha diritto al valore della cosa evitta, secondo le norme
stabilite per la vendita, salvo in ogni caso il risarcimento del
danno.

Art. 1554.

(Spese della permuta).

Salvo patto contrario, le spese della permuta e le altre accessorie
sono a carico di entrambi i contraenti in parti uguali.

Art. 1555.

(Applicabilita' delle norme sulla vendita).

Le norme stabilite per la vendita si applicano alla permuta, in
quanto siano con questa compatibili.

CAPO IV
Del contratto estimatorio

Art. 1556.

(Nozione).

Con il contratto estimatorio una parte consegna una o piu' cose
mobili all'altra e questa si obbliga a pagare il prezzo, salvo che
restituisca le cose nel termine stabilito.

Art. 1557.

(Impossibilita' di restituzione).

Chi ha ricevuto le cose non e' liberato dall'obbligo di pagarne il
prezzo, se la restituzione di esse nella loro integrita' e' divenuta
impossibile per causa a lui non imputabile.

Art. 1558.

(Disponibilita' delle cose).

Sono validi gli atti di disposizione compiuti da chi ha ricevuto le
cose; ma i suoi creditori non possono sottoporle a pignoramento o a
sequestro finche' non ne sia stato pagato il prezzo.

Colui che ha consegnato le cose non puo' disporne fino a che non
gli siano restituite.

CAPO V
Della somministrazione

Art. 1559.

(Nozione).

La somministrazione e' il contratto con il quale una parte si
obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, a eseguire, a favore
dell'altra, prestazioni periodiche o continuative di cose.

Art. 1560.

(Entita' della somministrazione).

Qualora non sia determinata l'entita' della somministrazione,
s'intende pattuita quella corrispondente al normale fabbisogno della
parte che vi ha diritto, avuto riguardo al tempo della conclusione
del contratto.

Se le parti hanno stabilito soltanto il limite massimo e quello
minimo per l'intera somministrazione o per le singole prestazioni,
spetta all'avente diritto alla somministrazione di stabilire, entro i
limiti suddetti, il quantitativo dovuto.

Se l'entita' della somministrazione deve determinarsi in relazione
al fabbisogno, ed e' stabilito un quantitativo minimo, l'avente
diritto alla somministrazione e' tenuto per la quantita'
corrispondente al fabbisogno se questo supera il minimo stesso.
Art. 1561.

(Determinazione del prezzo).

Nella somministrazione a carattere periodico, se il prezzo deve
essere determinato secondo le norme dell'art. 1474, si ha riguardo al
tempo della scadenza delle singole prestazioni e al luogo in cui
queste devono essere eseguite.

Art. 1562.

(Pagamento del prezzo).

Nella somministrazione a carattere periodico il prezzo e'
corrisposto all'atto delle singole prestazioni e in proporzione di
ciascuna di esse.

Nella somministrazione a carattere continuativo il prezzo e' pagato
secondo le scadenze d'uso.

Art. 1563.

(Scadenza delle singole prestazioni).

Il termine stabilito per le singole prestazioni si presume pattuito
nell'interesse di entrambe le parti.

Se l'avente diritto alla somministrazione ha la facolta' di fissare
la scadenza delle singole prestazioni, egli deve comunicarne la data
al somministrante con un congruo preavviso.

Art. 1564.

(Risoluzione del contratto).

In caso d'inadempimento di una delle parti relativo a singole
prestazioni, l'altra puo' chiedere la risoluzione del contratto, se
l'inadempimento ha una notevole importanza ed e' tale da menomare la
fiducia nell'esattezza dei successivi adempimenti.

Art. 1565.

(Sospensione della somministrazione).

Se la parte che ha diritto alla somministrazione e' inadempiente e
l'inadempimento e' di lieve entita', il somministrante non puo'
sospendere l'esecuzione del contratto senza dare congruo preavviso.

Art. 1566.

(Patto di preferenza).

Il patto con cui l'avente diritto alla somministrazione si obbliga
a dare la preferenza al somministrante nella stipulazione di un
successivo contratto per lo stesso oggetto, e' valido purche' la
durata dell'obbligo non ecceda il termine di cinque anni. Se e'
convenuto un termine maggiore, questo si riduce a cinque anni.

L'avente diritto alla somministrazione deve comunicare al
somministrante le condizioni propostegli da terzi e il somministrante
deve dichiarare, sotto pena di decadenza, nel termine stabilito o, in
mancanza, in quello richiesto dalle circostanze o dagli usi, se
intende valersi del diritto di preferenza.

Art. 1567.

(Esclusiva a favore del somministrante).

Se nel contratto e' pattuita la clausola di esclusiva a favore del
somministrante, l'altra parte non puo' ricevere da terzi prestazioni
della stessa natura, ne', salvo patto contrario, puo' provvedere con
mezzi propri alla produzione delle cose che formano oggetto del
contratto.

Art. 1568.

(Esclusiva a favore dell'avente diritto alla somministrazione).

Se la clausola di esclusiva e' pattuita a favore dell'avente
diritto alla somministrazione, il somministrante non puo' compiere
nella zona per cui l'esclusiva e' concessa e per la durata del
contratto, ne' direttamente ne' indirettamente, prestazioni della
stessa natura di quelle che formano oggetto del contratto.

L'avente diritto alla somministrazione, che assume l'obbligo di
promuovere, nella zona assegnatagli, la vendita delle cose di cui ha
l'esclusiva, risponde dei danni in caso di inadempimento a tale
obbligo, anche se ha eseguito il contratto rispetto al quantitativo
minimo che sia stato fissato.

Art. 1569.

(Contratto a tempo indeterminato).

Se la durata della somministrazione non e' stabilita, ciascuna
delle parti puo' recedere dal contratto, dando preavviso nel termine
pattuito o in quello stabilito dagli usi o, in mancanza, in un
termine congruo avuto riguardo alla natura della somministrazione.

Art. 1570.

(Rinvio).

Si applicano alla somministrazione, in quanto compatibili con le
disposizioni che precedono, anche le regole che disciplinano il
contratto a cui corrispondono le singole prestazioni.

CAPO VI
Della locazione
Sezione I
Disposizioni generali

Art. 1571.

(Nozione).

La locazione e' il contratto col quale una parte si obbliga a far
godere all'altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo, verso
un determinato corrispettivo.

Art. 1572.

(Locazioni e anticipazioni eccedenti l'ordinaria amministrazione).

Il contratto di locazione per una durata superiore a nove anni e'
atto eccedente l'ordinaria amministrazione.

Sono altresi' atti eccedenti l'ordinaria amministrazione le
anticipazioni del corrispettivo della locazione per una durata
superiore a un anno.

Art. 1573.

(Durata della locazione).

Salvo diverse norme di legge, la locazione non puo' stipularsi per
un tempo eccedente i trenta anni. Se stipulata per un periodo piu'
lungo o in perpetuo, e' ridotta al termine suddetto.

Art. 1574.

(Locazione senza determinazione di tempo).

Quando le parti non hanno determinato la durata della locazione,
questa s'intende convenuta:
1) se si tratta di case senza arredamento di mobili o di locali
per l'esercizio di una professione, di un'industria o di un
commercio, per la durata di un anno, salvi gli usi locali;
2) se si tratta di camere o di appartamenti mobiliati, per la
durata corrispondente all'unita' di tempo a cui e' commisurata la
pigione;
3) se si tratta di cose mobili, per la durata corrispondente
all'unita' di tempo a cui e' commisurato il corrispettivo;
4) se si tratta di mobili forniti dal locatore per l'arredamento
di un fondo urbano, per la durata della locazione del fondo stesso.
Art. 1575.

(Obbligazioni principali del locatore).

Il locatore deve:
1) consegnare al conduttore la cosa locata in buono stato di
manutenzione;
2) mantenerla in stato da servire all'uso convenuto;
3) garantirne il pacifico godimento durante la locazione.
Art. 1576.

(Mantenimento della cosa in buono stato locativo).

Il locatore deve eseguire, durante la locazione, tutte le
riparazioni necessarie, eccettuate quelle di piccola manutenzione che
sono a carico del conduttore.

Se si tratta di cose mobili, le spese di conservazione e di
ordinaria manutenzione sono, salvo patto contrario, a carico del
conduttore.

Art. 1577.

(Necessita' di riparazioni).

Quando la cosa locata abbisogna di riparazioni che non sono a
carico del conduttore, questi e' tenuto a darne avviso al locatore.

Se si tratta di riparazioni urgenti, il conduttore puo' eseguirle
direttamente, salvo rimborso, purche' ne dia contemporaneamente
avviso al locatore.

Art. 1578.

(Vizi della cosa locata).

Se al momento della consegna la cosa locata e' affetta da vizi che
ne diminuiscono in modo apprezzabile l'idoneita' all'uso pattuito, il
conduttore puo' domandare la risoluzione del contratto o una
riduzione del corrispettivo, salvo che si tratti di vizi da lui
conosciuti o facilmente riconoscibili.

Il locatore e' tenuto a risarcire al conduttore i danni derivati da
vizi della cosa, se non prova di avere senza colpa ignorato i vizi
stessi al momento della consegna.

Art. 1579.

(Limitazioni convenzionali della responsabilita').

Il patto con cui si esclude o si limita la responsabilita' del
locatore per i vizi della cosa non ha effetto se il locatore li ha in
mala fede taciuti al conduttore oppure se i vizi sono tali da rendere
impossibile il godimento della cosa.

Art. 1580.

(Cose pericolose per la salute).

Se i vizi della cosa o di parte notevole di essa espongono a serio
pericolo la salute del conduttore o dei suoi familiari o dipendenti,
il conduttore puo' ottenere la risoluzione del contratto, anche se i
vizi gli erano noti, nonostante qualunque rinunzia.

Art. 1581.

(Vizi sopravvenuti).

Le disposizioni degli articoli precedenti si osservano, in quanto
applicabili, anche nel caso di vizi della cosa sopravvenuti nel corso
della locazione.

Art. 1582.

(Divieto d'innovazione).

Il locatore non puo' compiere sulla cosa innovazioni che
diminuiscano il godimento da parte del conduttore.

Art. 1583.

(Mancato godimento per riparazioni urgenti).

Se nel corso della locazione la cosa abbisogna di riparazioni che
non possono differirsi fino al termine del contratto, il conduttore
deve tollerarle anche quando importano privazione del godimento di
parte della cosa locata.

Art. 1584.

(Diritti del conduttore in caso di riparazioni).

Se l'esecuzione delle riparazioni si protrae per oltre un sesto
della durata della locazione e, in ogni caso, per oltre venti giorni,
il conduttore ha diritto a una riduzione del corrispettivo,
proporzionata all'intera durata delle riparazioni stesse e
all'entita' del mancato godimento.

Indipendentemente dalla sua durata, se l'esecuzione delle
riparazioni rende inabitabile quella parte della cosa che e'
necessaria per l'alloggio del conduttore e della sua famiglia, il
conduttore puo' ottenere, secondo le circostanze, lo scioglimento del
contratto.

Art. 1585.

(Garanzia per molestie).

Il locatore e' tenuto a garantire il conduttore dalle molestie che
diminuiscono l'uso o il godimento della cosa, arrecate da terzi che
pretendono di avere diritti sulla cosa medesima.

Non e' tenuto a garantirlo dalle molestie di terzi che non
pretendono di avere diritti, salva al conduttore la facolta' di agire
contro di essi in nome proprio.

Art. 1586.

(Pretese da parte di terzi).

Se i terzi che arrecano le molestie pretendono di avere diritti
sulla cosa locata, il conduttore e' tenuto a darne pronto avviso al
locatore, sotto pena del risarcimento dei danni.

Se i terzi agiscono in via giudiziale, il locatore e' tenuto ad
assumere la lite, qualora sia chiamato nel processo. Il conduttore
deve esserne estromesso con la semplice indicazione del locatore, se
non ha interesse a rimanervi.

Art. 1587.

(Obbligazioni principali del conduttore).

Il conduttore deve:
1) prendere in consegna la cosa e osservare la diligenza del buon
padre di famiglia nel servirsene per l'uso determinato nel contratto
o per l'uso che puo' altrimenti presumersi dalle circostanze;
2) dare il corrispettivo nei termini convenuti.
Art. 1588.

(Perdita e deterioramento della cosa locata).

Il conduttore risponde della perdita e del deterioramento della
cosa che avvengono nel corso della locazione, anche se derivanti da
incendio, qualora non provi che siano accaduti per causa a lui non
imputabile.

E' pure responsabile della perdita e del deterioramento cagionati
da persone che egli ha ammesse, anche temporaneamente, all'uso o al
godimento della cosa.

Art. 1589.

(Incendio di cosa assicurata).

Se la cosa distrutta o deteriorata per incendio era stata
assicurata dal locatore o per conto di questo, la responsabilita' del
conduttore verso il locatore e' limitata alla differenza tra
l'indennizzo corrisposto dall'assicuratore e il danno effettivo.

Quando si tratta di cosa mobile stimata e l'assicurazione e' stata
fatta per valore uguale alla stima, cessa ogni responsabilita' del
conduttore in confronto del locatore, se questi e' indennizzato
dall'assicuratore.

Sono salve in ogni caso le norme concernenti il diritto di
surrogazione dell'assicuratore.

Art. 1590.

(Restituzione della cosa locata).

Il conduttore deve restituire la cosa al locatore nello stato
medesimo in cui l'ha ricevuta, in conformita' della descrizione che
ne sia stata fatta dalle parti, salvo il deterioramento o il consumo
risultante dall'uso della cosa in conformita' del contratto.

In mancanza di descrizione, si presume che il conduttore abbia
ricevuto la cosa in buono stato di manutenzione.

Il conduttore non risponde del perimento o del deterioramento
dovuti a vetusta'.

Le cose mobili si devono restituire nel luogo dove sono state
consegnate.

Art. 1591.

(Danni per ritardata restituzione).

Il conduttore in mora a restituire la cosa e' tenuto a dare al
locatore il corrispettivo convenuto fino alla riconsegna, salvo
l'obbligo di risarcire il maggior danno.

Art. 1592.

(Miglioramenti).

Salvo disposizioni particolari della legge o degli usi, il
conduttore non ha diritto a indennita' per i miglioramenti apportati
alla cosa locata. Se pero' vi e' stato il consenso del locatore,
questi e' tenuto a pagare un'indennita' corrispondente alla minor
somma tra l'importo della spesa e il valore del risultato utile al
tempo della riconsegna.

Anche nel caso in cui il conduttore non ha diritto a indennita', il
valore dei miglioramenti puo' compensare i deterioramenti che si sono
verificati senza colpa grave del conduttore.

Art. 1593.

(Addizioni).

Il conduttore che ha eseguito addizioni sulla cosa locata ha
diritto di toglierle alla fine della locazione qualora cio' possa
avvenire senza nocumento della cosa, salvo che il proprietario
preferisca ritenere le addizioni stesse. In tal caso questi deve
pagare al conduttore un'indennita' pari alla minor somma tra
l'importo della spesa e il valore delle addizioni al tempo della
riconsegna.

Se le addizioni non sono separabili senza nocumento della cosa e ne
costituiscono un miglioramento, si osservano le norme dell'articolo
precedente.

Art. 1594.

(Sublocazione o cessione della locazione).

Il conduttore, salvo patto contrario, ha facolta' di sublocare la
cosa locatagli, ma non puo' cedere il contratto senza il consenso del
locatore.

Trattandosi di cosa mobile, la sublocazione deve essere autorizzata
dal locatore o consentita dagli usi.
Art. 1595.

(Rapporti tra il locatore e il subconduttore).

Il locatore, senza pregiudizio dei suoi diritti verso il
conduttore, ha azione diretta contro il subconduttore per esigere il
prezzo della sublocazione, di cui questi sia ancora debitore al
momento della domanda giudiziale, e per costringerlo ad adempiere
tutte le altre obbligazioni derivanti dal contratto di sublocazione.

Il subconduttore non puo' opporgli pagamenti anticipati, salvo che
siano stati fatti secondo gli usi locali.

Senza pregiudizio delle ragioni del subconduttore verso il
sublocatore, la nullita' o la risoluzione del contratto di locazione
ha effetto anche nei confronti del subconduttore, e la sentenza
pronunciata tra locatore e conduttore ha effetto anche contro di lui.

Art. 1596.

(Fine della locazione per lo spirare del termine).

La locazione per un tempo determinato dalle parti cessa con lo
spirare del termine, senza che sia necessaria la disdetta.

La locazione senza determinazione di tempo non cessa, se prima
della scadenza stabilita a norma dell'art. 1574 una delle parti non
comunica all'altra disdetta nel termine fissato dalle norme
corporative o, in mancanza, in quello determinato dalle parti o dagli
usi.

Art. 1597.

(Rinnovazione tacita del contratto).

La locazione si ha per rinnovata se, scaduto il termine di essa, il
conduttore rimane ed e' lasciato nella detenzione della cosa locata o
se, trattandosi di locazione a tempo indeterminato, non e' stata
comunicata la disdetta a norma dell'articolo precedente.

La nuova locazione e' regolata dalle stesse condizioni della
precedente, ma la sua durata e' quella stabilita per le locazioni a
tempo indeterminato.

Se e' stata data licenza, il conduttore non puo' opporre la tacita
rinnovazione, salvo che consti la volonta' del locatore di rinnovare
il contratto.

Art. 1598.

(Garanzie della locazione).

Le garanzie prestate da terzi non si estendono alle obbligazioni
derivanti da proroghe della durata del contratto.

Art. 1599.

(Trasferimento a titolo particolare della cosa locata).

Il contratto di locazione e' opponibile al terzo acquirente, se ha
data certa anteriore all'alienazione della cosa.

La disposizione del comma precedente non si applica alla locazione
di beni mobili non iscritti in pubblici registri, se l'acquirente ne
ha conseguito il possesso in buona fede.

Le locazioni di beni immobili non trascritte non sono opponibili al
terzo acquirente, se non nei limiti di un novennio dall'inizio della
locazione.

L'acquirente e' in ogni caso tenuto a rispettare la locazione, se
ne ha assunto l'obbligo verso l'alienante.

Art. 1600.

(Detenzione anteriore al trasferimento).

Se la locazione non ha data certa, ma la detenzione del conduttore
e' anteriore al trasferimento, l'acquirente non e' tenuto a
rispettare la locazione che per una durata corrispondente a quella
stabilita per le locazioni a tempo indeterminato.

Art. 1601.

(Risarcimento del danno al conduttore licenziato).

Se il conduttore e' stato licenziato dall'acquirente perche' il
contratto di locazione non aveva data certa anteriore al
trasferimento, il locatore e' tenuto a risarcirgli il danno.

Art. 1602.

(Effetti dell'opponibilita' della locazione al terzo acquirente).

Il terzo acquirente tenuto a rispettare la locazione subentra, dal
giorno del suo acquisto, nei diritti e nelle obbligazioni derivanti
dal contratto di locazione.

Art. 1603.

(Clausola di scioglimento del contratto in caso di alienazione).

Se si e' convenuto che il contratto possa sciogliersi in caso di
alienazione della cosa locata, l'acquirente che vuole valersi di tale
facolta' deve dare licenza al conduttore rispettando il termine di
preavviso stabilito dal secondo comma dell'art. 1596. In tal caso al
conduttore licenziato non spetta il risarcimento dei danni, salvo
patto contrario.

Art. 1604.

(Vendita della cosa locata con patto di riscatto).

Il compratore con patto di riscatto non puo' esercitare la facolta'
di licenziare il conduttore fino a che il suo acquisto non sia
divenuto irrevocabile con la scadenza del termine fissato per il
riscatto.

Art. 1605.

(Liberazione o cessione del corrispettivo della locazione).

La liberazione o la cessione del corrispettivo della locazione non
ancora scaduto non puo' opporsi al terzo acquirente della cosa
locata, se non risulta da atto scritto avente data certa anteriore al
trasferimento. Si puo' in ogni caso opporre il pagamento anticipato
eseguito in conformita' degli usi locali.

Se la liberazione o la cessione e' stata fatta per un periodo
eccedente i tre anni e non e' stata trascritta, puo' essere opposta
solo entro i limiti di un triennio; se il triennio e' gia' trascorso,
puo' essere opposta solo nei limiti dell'anno in corso nel giorno del
trasferimento.

Art. 1606.

(Estinzione del diritto del locatore).

Nei casi in cui il diritto del locatore sulla cosa locata si
estingue con effetto retroattivo, le locazioni da lui concluse aventi
data certa sono mantenute, purche' siano state fatte senza frode e
non eccedano il triennio.

Sono salve le diverse disposizioni di legge.

Sezione II
Della locazione di fondi urbani

Art. 1607.

(Durata massima della locazione di case).

La locazione di una casa per abitazione puo' essere convenuta per
tutta la durata della vita dell'inquilino e per due anni successivi
alla sua morte.

Art. 1608.

(Garanzie per il pagamento della pigione).

Nelle locazioni di case non mobiliate l'inquilino puo' essere
licenziato se non fornisce la casa di mobili sufficienti o non presta
altre garanzie idonee ad assicurare il pagamento della pigione.

Art. 1609.

(Piccole riparazioni a carico dell'inquilino).

Le riparazioni di piccola manutenzione, che a norma dell'art. 1576
devono essere eseguite dall'inquilino a sue spese, sono quelle
dipendenti da deterioramenti prodotti dall'uso, e non quelle
dipendenti da vetusta' o da caso fortuito.

Le suddette riparazioni, in mancanza di patto, sono determinate
dagli usi locali.

Art. 1610.

(Spurgo di pozzi e di latrine).

Lo spurgo dei pozzi e delle latrine e' a carico del locatore.

Art. 1611.

(Incendio di casa abitata da piu' inquilini).

Se si tratta di casa occupata da piu' inquilini, tutti sono
responsabili verso il locatore del danno prodotto dall'incendio,
proporzionatamente al valore della parte occupata. Se nella casa
abita anche il locatore, si detrae dalla somma dovuta una quota
corrispondente alla parte da lui occupata.

La disposizione del comma precedente non si applica se si prova che
l'incendio e' cominciato dall'abitazione di uno degli inquilini,
ovvero se alcuno di questi prova che l'incendio non e' potuto
cominciare nella sua abitazione.

Art. 1612.

(Recesso convenzionale del locatore).

Il locatore che si e' riservata la facolta' di recedere dal
contratto per abitare egli stesso nella casa locata deve dare licenza
motivata nel termine stabilito dagli usi locali.

Art. 1613.

(Facolta' di recesso degli impiegati pubblici).

Gli impiegati delle pubbliche amministrazioni possono, nonostante
patto contrario, recedere dal contratto nel caso di trasferimento,
purche' questo non sia stato disposto su loro domanda.

Tale facolta' si esercita mediante disdetta motivata, e il recesso
ha effetto dal secondo mese successivo a quello in corso alla data
della disdetta.

Art. 1614.

(Morte dell'inquilino).

Nel caso di morte dell'inquilino, se la locazione deve ancora
durare per piu' di un anno ed e' stata vietata la sublocazione, gli
eredi possono recedere dal contratto entro tre mesi dalla morte.

Il recesso si deve esercitare mediante disdetta comunicata con
preavviso non inferiore a tre mesi.

Sezione III
Dell'affitto
§ 1
Disposizioni generali

Art. 1615.

(Gestione e godimento della cosa produttiva).

Quando la locazione ha per oggetto il godimento di una cosa
produttiva, mobile o immobile, l'affittuario deve curarne la gestione
in conformita' della destinazione economica della cosa e
dell'interesse della produzione. A lui spettano i frutti e le altre
utilita' della cosa.

Art. 1616.

(Affitto senza determinazione di tempo).

Se le parti non hanno determinato la durata dell'affitto, ciascuna
di esse puo' recedere dal contratto dando all'altra un congruo
preavviso.

Sono salve le norme corporative e gli usi che dispongano
diversamente.

Art. 1617.

(Obblighi del locatore).

Il locatore e' tenuto a consegnare la cosa, con i suoi accessori e
le sue pertinenze, in istato da servire all'uso e alla produzione a
cui e' destinata.
Art. 1618.

(Inadempimenti dell'affittuario).

Il locatore puo' chiedere la risoluzione del contratto, se
l'affittuario non destina al servizio della cosa i mezzi necessari
per la gestione di essa, se non osserva le regole della buona
tecnica, ovvero se muta stabilmente la destinazione economica della
cosa.

Art. 1619.

(Diritto di controllo).

Il locatore puo' accertare in ogni tempo, anche con accesso in
luogo, se l'affittuario osserva gli obblighi che gli incombono.

Art. 1620.

(Incremento della produttivita' della cosa).

L'affittuario puo' prendere le iniziative atte a produrre un
aumento di reddito della cosa, purche' esse non importino obblighi
per il locatore o non gli arrechino pregiudizio, e siano conformi
all'interesse della produzione.

Art. 1621.

(Riparazioni).

Il locatore e' tenuto ad eseguire a sue spese, durante l'affitto,
le riparazioni straordinarie. Le altre sono a carico
dell'affittuario.
Art. 1622.

(Perdite determinate da riparazioni).

Se l'esecuzione delle riparazioni che sono a carico del locatore
determina per l'affittuario una perdita superiore al quinto del
reddito annuale o, nel caso di affitto non superiore a un anno, al
quinto del reddito complessivo, l'affittuario puo' domandare una
riduzione del fitto in ragione della diminuzione del reddito oppure,
secondo le circostanze, lo scioglimento del contratto.

Art. 1623.

(Modificazioni sopravvenute del rapporto contrattuale).

Se, in conseguenza di una disposizione di legge, di una norma
corporativa o di un provvedimento dell'autorita' riguardanti la
gestione produttiva, il rapporto contrattuale risulta notevolmente
modificato in modo che le parti ne risentano rispettivamente una
perdita e un vantaggio, puo' essere richiesto un aumento o una
diminuzione del fitto ovvero, secondo le circostanze, lo scioglimento
del contratto.

Sono salve le diverse disposizioni della legge, della norma
corporativa o del provvedimento dell'autorita'.

Art. 1624.

(Divieto di subaffitto. Cessione dell'affitto).

L'affittuario non puo' subaffittare la cosa senza consenso del
locatore.

La facolta' di cedere l'affitto comprende quella di subaffittare;
la facolta' di subaffittare non comprende quella di cedere l'affitto.

Art. 1625.

(Clausola di scioglimento del contratto in caso di alienazione).

Se si e' convenuto che l'affitto possa sciogliersi in caso di
alienazione, l'acquirente che voglia dare licenza all'affittuario
deve osservare la disposizione dell'articolo 1616.

Quando l'affitto ha per oggetto un fondo rustico, la licenza deve
essere data col preavviso di sei mesi e ha effetto per la fine
dell'anno agrario in corso alla scadenza del termine di preavviso.

Art. 1626.

(Incapacita' o insolvenza dell'affittuario).

L'affitto si scioglie per l'interdizione, l'inabilitazione o
l'insolvenza dell'affittuario, salvo che al locatore sia prestata
idonea garanzia per l'esatto adempimento degli obblighi
dell'affittuario.
Art. 1627.

(Morte dell'affittuario).

Nel caso di morte dell'affittuario, il locatore e gli eredi
dell'affittuario possono, entro tre mesi dalla morte, recedere dal
contratto mediante disdetta comunicata all'altra parte con preavviso
di sei mesi.

Se l'affitto ha per oggetto un fondo rustico, la disdetta ha
effetto per la fine dell'anno agrario in corso alla scadenza del
termine di preavviso.

§ 2
Dell'affitto di fondi rustici

Art. 1628.

(Durata minima dell'affitto).

Se le norme corporative stabiliscono un periodo minimo di durata
del contratto, l'affitto di un fondo rustico stipulato per una durata
inferiore si estende al periodo minimo cosi' stabilito.

Art. 1629.

(Fondi destinati al rimboschimento).

L'affitto di fondi rustici destinati al rimboschimento puo' essere
stipulato per un termine massimo di novantanove anni.

Art. 1630.

(Affitto senza determinazione di tempo).

L'affitto a tempo indeterminato di un fondo soggetto a rotazione di
colture si reputa stipulato per il tempo necessario affinche'
l'affittuario possa svolgere e portare a compimento il normale ciclo
di avvicendamento delle colture praticate nel fondo.

Se il fondo non e' soggetto ad avvicendamento di colture, l'affitto
si reputa fatto per il tempo necessario alla raccolta dei frutti.

L'affitto non cessa se prima della scadenza una delle parti non ha
dato disdetta con preavviso di sei mesi.

Sono salve le diverse disposizioni delle norme corporative.

Art. 1631.

(Estensione del fondo).

Per l'affitto a misura, oppure a corpo con indicazione della
misura, nel caso di eccesso o di difetto dell'estensione del fondo
rispetto alla misura indicata, i diritti e le obbligazioni delle
parti sono determinati secondo le norme contenute nel capo della
vendita.

Art. 1632.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 11 FEBBRAIO 1971, N. 11))
Art. 1633.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 11 FEBBRAIO 1971, N. 11))
Art. 1634.

(Inderogabilita').

Le disposizioni dei due articoli precedenti sono inderogabili.

Art. 1635.

(Perdita fortuita dei frutti negli affitti pluriennali).

Se, durante l'affitto convenuto per piu' anni, almeno la meta' dei
frutti di un anno non ancora separati perisce per caso fortuito,
l'affittuario puo' domandare una riduzione del fitto, salvo che la
perdita trovi compenso nei precedenti raccolti. ((5a))

Qualora la perdita non trovi compenso nei precedenti raccolti, la
riduzione e' determinata alla fine dell'affitto, eseguito il
conguaglio con i frutti raccolti in tutti gli anni decorsi. Il
giudice puo' dispensare provvisoriamente l'affittuario dal pagamento
di una parte del fitto in proporzione della perdita sofferta. ((5a))

La riduzione non puo' mai eccedere la meta' del fitto. ((5a))

In ogni caso si deve tener conto degli indennizzi che l'affittuario
abbia conseguiti o possa conseguire in relazione alla perdita
sofferta.

Al perimento e' equiparata la mancata produzione dei frutti.

-------------
AGGIORNAMENTO (5a)
La L. 12 giugno 1962, n. 567, ha disposto (con l'art. 12, comma 1)
che "La riduzione del canone di cui agli articoli 1635, comma primo,
secondo e terzo, e 1636 del Codice civile, e' ammessa in relazione a
ciascuna annata agraria a favore dell'affittuario, qualora per caso
fortuito si verifichi perimento di frutti non ancora separati o
mancata produzione di essi, in misura non inferiore al terzo della
normale produzione".
Art. 1636.

(Perdita fortuita dei frutti negli affitti annuali).

Se l'affitto ha la durata di un solo anno, e si e' verificata la
perdita per caso fortuito di almeno la meta' dei frutti,
l'affittuario puo' essere esonerato dal pagamento di una parte del
fitto, in misura non superiore alla meta'.
((5a))

-------------
AGGIORNAMENTO (5a)
La L. 12 giugno 1962, n. 567, ha disposto (con l'art. 12, comma 1)
che "La riduzione del canone di cui agli articoli 1635, comma primo,
secondo e terzo, e 1636 del Codice civile, e' ammessa in relazione a
ciascuna annata agraria a favore dell'affittuario, qualora per caso
fortuito si verifichi perimento di frutti non ancora separati o
mancata produzione di essi, in misura non inferiore al terzo della
normale produzione".
Art. 1637.

(Accollo di casi fortuiti).

L'affittuario puo', con patto espresso, assumere il rischio dei
casi fortuiti ordinari. Sono reputati tali i fortuiti che, avuto
riguardo ai luoghi e a ogni altra circostanza, le parti potevano
ragionevolmente ritenere probabili.

E' nullo il patto col quale l'affittuario si assoggetta ai casi
fortuiti straordinari.
Art. 1638.

(Espropriazione per pubblico interesse).

In caso di espropriazione per pubblico interesse o di occupazione
temporanea del fondo locato, l'affittuario ha diritto di ottenere dal
locatore la parte d'indennita' a questo corrisposta per i frutti non
percepiti o per il mancato raccolto.

Art. 1639.

(Canone di affitto).

Il fitto puo' consistere anche in una quota ovvero in una quantita'
fissa o variabile dei frutti del fondo locato.

Art. 1640.

(Scorte morte).

Le scorte morte costituenti la dotazione del fondo, che sono state
consegnate all'affittuario all'inizio dell'affitto, con
determinazione della specie, qualita' e quantita', devono, anche se
stimate, essere restituite al locatore alla fine dell'affitto, nella
stessa specie, qualita' e quantita' e, se si tratta di scorte fisse,
come macchinari e attrezzi, nello stesso stato d'uso. L'eccedenza o
la deficienza deve essere regolata in danaro, secondo il valore
corrente al tempo della riconsegna. La dotazione necessaria non puo'
essere distratta e deve essere mantenuta secondo le esigenze delle
colture e la pratica dei luoghi.

La disposizione del comma precedente si applica anche se,
all'inizio dell'affitto, l'affittuario ha depositato la somma che
rappresenti il valore delle scorte presso il locatore, salvo
l'obbligo di questo di restituirla al tempo della riconsegna delle
scorte.

Se le scorte sono state consegnate con la sola indicazione del
valore, l'affittuario ne acquista la proprieta', e, alla fine
dell'affitto, deve restituire il valore ricevuto o scorte in natura
per un corrispondente valore, determinato secondo il prezzo corrente,
al tempo della riconsegna, ovvero parte dell'uno e parte delle altre.

Sono salve le diverse disposizioni delle norme corporative o le
diverse pattuizioni delle parti.
Art. 1641.

(Scorte vive).

Quando il bestiame da lavoro o da allevamento, costituente la
dotazione del fondo, e' stato in tutto o in parte fornito dal
locatore, si osservano le disposizioni degli articoli seguenti, salve
le norme corporative o i patti diversi.
Art. 1642.

(Proprieta' del bestiame consegnato).

Qualora il bestiame consegnato all'affittuario sia stato
determinato con indicazione della specie, del numero, del sesso,
della qualita', dell'eta' e del peso, anche se ne e' stata fatta
stima, la proprieta' di esso rimane al locatore. Tuttavia
l'affittuario puo' disporre dei singoli capi, ma deve mantenere nel
fondo la dotazione necessaria.

Art. 1643.

(Rischio della perdita del bestiame).

Il rischio della perdita del bestiame e' a carico dell'affittuario
dal momento in cui questi lo ha ricevuto, se non e' stato
diversamente pattuito.

Art. 1644.

(Accrescimenti e frutti del bestiame).

L'affittuario fa suoi i parti e gli altri frutti del bestiame,
l'accrescimento e ogni altro provento che ne deriva.

Il letame pero' deve essere impiegato esclusivamente nella
coltivazione del fondo.

Art. 1645.

(Riconsegna del bestiame).

Nel caso previsto dall'art. 1642, al termine del contratto
l'affittuario deve restituire bestiame corrispondente per specie,
numero, sesso, qualita', eta' e peso a quello ricevuto. Se vi sono
differenze di qualita' o di quantita' contenute nei limiti in cui
esse possano ammettersi avuto riguardo ai bisogni della coltivazione
del fondo, l'affittuario deve restituire bestiame di uguale valore.
Se vi e' eccedenza o deficienza nel valore del bestiame, ne e' fatto
conguaglio in danaro tra le parti, secondo il valore al tempo della
riconsegna.

La disposizione del comma precedente si applica anche se,
all'inizio dell'affitto, l'affittuario ha depositato presso il
locatore la somma che rappresenta il valore del bestiame.

Si applica altresi' la disposizione del terzo comma dell'art. 1640.

Sono salve le disposizioni delle norme corporative e i patti
diversi.

Art. 1646.

(Rapporti fra gli affittuari uscente e subentrante).

L'affittuario uscente deve mettere a disposizione di chi gli
subentra nella coltivazione i locali opportuni e gli altri comodi
occorrenti per i lavori dell'anno seguente; il nuovo affittuario deve
lasciare al precedente i locali opportuni e gli altri comodi
occorrenti per il consumo dei foraggi e per le raccolte che restano
da fare.

Per l'ulteriore determinazione dei rapporti tra l'affittuario
uscente e l'affittuario subentrante si osservano le disposizioni
delle norme corporative e, in mancanza, gli usi locali.

§ 3
Dell'affitto a coltivatore diretto

Art. 1647.

(Nozione).

Quando l'affitto ha per oggetto un fondo che l'affittuario coltiva
col lavoro prevalentemente proprio o di persone della sua famiglia,
si applicano le norme che seguono, sempre che il fondo non superi i
limiti di estensione che, per singole zone e colture, possono essere
determinati dalle norme corporative.

Art. 1648.

(Casi fortuiti ordinari).

Il giudice, con riguardo alle condizioni economiche
dell'affittuario, puo' disporre il pagamento rateale del fitto se per
un caso fortuito ordinario, le cui conseguenze l'affittuario ha
assunte a suo carico, si verifica la perdita di almeno la meta' dei
frutti del fondo.

Art. 1649.

(Subaffitto).

Se il locatore consente il subaffitto, questo e' considerato come
locazione diretta tra il locatore e il nuovo affittuario.

Art. 1650.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 11 FEBBRAIO 1971, N. 11))
Art. 1651.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 11 FEBBRAIO 1971, N. 11))
Art. 1652.

(Anticipazioni all'affittuario).

Qualora l'affittuario non possa provvedere altrimenti, il locatore
e' tenuto ad anticipargli le sementi e le materie fertilizzanti e
antiparassitarie necessarie per la coltivazione del fondo.

Il credito del locatore produce interessi in misura corrispondente
al saggio legale.

Art. 1653.

((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 11 FEBBRAIO 1971, N. 11))
Art. 1654.

(Inderogabilita').

Le disposizioni che precedono sono inderogabili.

CAPO VII
Dell'appalto

Art. 1655.

(Nozione).

L'appalto e' il contratto col quale una parte assume, con
organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio,
il compimento di un'opera o di un servizio verso un corrispettivo in
danaro.

Art. 1656.

(Subappalto).

L'appaltatore non puo' dare in subappalto l'esecuzione dell'opera o
del servizio, se non e' stato autorizzato dal committente.

Art. 1657.

(Determinazione del corrispettivo).

Se le parti non hanno determinato la misura del corrispettivo ne'
hanno stabilito il modo di determinarla, essa e' calcolata con
riferimento alle tariffe esistenti o agli usi; in mancanza, e'
determinata dal giudice.

Art. 1658.

(Fornitura della materia).

La materia necessaria a compiere l'opera deve essere fornita
dall'appaltatore, se non e' diversamente stabilito dalla convenzione
o dagli usi.

Art. 1659.

(Variazioni concordate del progetto).

L'appaltatore non puo' apportare variazioni alle modalita'
convenute dell'opera se il committente non le ha autorizzate.

L'autorizzazione si deve provare per iscritto.

Anche quando le modificazioni sono state autorizzate,
l'appaltatore, se il prezzo dell'intera opera e' stato determinato
globalmente, non ha diritto a compenso per le variazioni o per le
aggiunte, salvo diversa pattuizione.

Art. 1660.

(Variazioni necessarie del progetto).

Se per l'esecuzione dell'opera a regola d'arte e' necessario
apportare variazioni al progetto e le parti non si accordano, spetta
al giudice di determinare le variazioni da introdurre e le
correlative variazioni del prezzo.

Se l'importo delle variazioni supera il sesto del prezzo
complessivo convenuto, l'appaltatore puo' recedere dal contratto e
puo' ottenere, secondo le circostanze, un'equa indennita'.

Se le variazioni sono di notevole entita', il committente puo'
recedere dal contratto ed e' tenuto a corrispondere un equo
indennizzo.
Art. 1661.

(Variazioni ordinate dal committente).

Il committente puo' apportare variazioni al progetto, purche' il
loro ammontare non superi il sesto del prezzo complessivo convenuto.
L'appaltatore ha diritto al compenso per i maggiori lavori eseguiti,
anche se il prezzo dell'opera era stato determinato globalmente.

La disposizione del comma precedente non si applica quando le
variazioni, pur essendo contenute nei limiti suddetti, importano
notevoli modificazioni della natura dell'opera o dei quantitativi
nelle singole categorie di lavori previste nel contratto per
l'esecuzione dell'opera medesima.

Art. 1662.

(Verifica nel corso di esecuzione dell'opera).

Il committente ha diritto di controllare lo svolgimento dei lavori
e di verificarne a proprie spese lo stato.

Quando, nel corso dell'opera, si accerta che la sua esecuzione non
procede secondo le condizioni stabilite dal contratto e a regola
d'arte, il committente puo' fissare un congruo termine entro il quale
l'appaltatore si deve conformare a tali condizioni; trascorso
inutilmente il termine stabilito, il contratto e' risoluto, salvo il
diritto del committente al risarcimento del danno.

Art. 1663.

(Denuncia dei difetti della materia).

L'appaltatore e' tenuto a dare pronto avviso al committente dei
difetti della materia da questo fornita, se si scoprono nel corso
dell'opera e possono comprometterne la regolare esecuzione.

Art. 1664.

(Onerosita' o difficolta' dell'esecuzione).

Qualora per effetto di circostanze imprevedibili si siano
verificati aumenti o diminuzioni nel costo dei materiali o della mano
d'opera, tali da determinare un aumento o una diminuzione superiori
al decimo del prezzo complessivo convenuto, l'appaltatore o il
committente possono chiedere una revisione del prezzo medesimo. La
revisione puo' esser accordata solo per quella differenza che eccede
il decimo.

Se nel corso dell'opera si manifestano difficolta' di esecuzione
derivanti da cause geologiche, idriche e simili, non previste dalle
parti, che rendano notevolmente piu' onerosa la prestazione
dell'appaltatore, questi ha diritto a un equo compenso.

Art. 1665.

(Verifica e pagamento dell'opera).

Il committente, prima di ricevere la consegna, ha diritto di
verificare l'opera compiuta.

La verifica deve essere fatta dal committente appena l'appaltatore
lo mette in condizione di poterla eseguire.

Se, nonostante l'invito fattogli dall'appaltatore, il committente
tralascia di procedere alla verifica senza giusti motivi, ovvero non
ne comunica il risultato entro un breve termine, l'opera si considera
accettata.

Se il committente riceve senza riserve la consegna dell'opera,
questa si considera accettata ancorche' non si sia proceduto alla
verifica.

Salvo diversa pattuizione o uso contrario, l'appaltatore ha diritto
al pagamento del corrispettivo quando l'opera e' accettata dal
committente.

Art. 1666.

(Verifica e pagamento di singole partite).

Se si tratta di opera da eseguire per partite, ciascuno dei
contraenti puo' chiedere che la verifica avvenga per le singole
partite. In tal caso l'appaltatore puo' domandare il pagamento in
proporzione dell'opera eseguita.

Il pagamento fa presumere l'accettazione della parte di opera
pagata; non produce questo effetto il versamento di semplici acconti.

Art. 1667.

(Difformita' e vizi dell'opera).

L'appaltatore e' tenuto alla garanzia per le difformita' e i vizi
dell'opera. La garanzia non e' dovuta se il committente ha accettato
l'opera e le difformita' o i vizi erano da lui conosciuti o erano
riconoscibili, purche', in questo caso, non siano stati in mala fede
taciuti dall'appaltatore.

Il committente deve, a pena di decadenza, denunziare
all'appaltatore le difformita' o i vizi entro sessanta giorni dalla
scoperta. La denunzia non e' necessaria se l'appaltatore ha
riconosciuto le difformita' o i vizi o se li ha occultati.

L'azione contro l'appaltatore si prescrive in due anni dal giorno
della consegna dell'opera. Il committente convenuto per il pagamento
puo' sempre far valere la garanzia, purche' le difformita' o i vizi
siano stati denunziati entro sessanta giorni dalla scoperta e prima
che siano decorsi i due anni dalla consegna.

Art. 1668.

(Contenuto della garanzia per difetti dell'opera).

Il committente puo' chiedere che le difformita' o i vizi siano
eliminati a spese dell'appaltatore, oppure che il prezzo sia
proporzionalmente diminuito, salvo il risarcimento del danno nel caso
di colpa dell'appaltatore.

Se pero' le difformita' o i vizi dell'opera sono tali da renderla
del tutto inadatta alla sua destinazione, il committente puo'
chiedere la risoluzione del contratto.

Art. 1669.

(Rovina e difetti di cose immobili).

Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per
loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal
compimento, l'opera, per vizio del suolo o per difetto della
costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente
pericolo di rovina o gravi difetti, l'appaltatore e' responsabile nei
confronti del committente e dei suoi aventi causa, purche' sia fatta
la denunzia entro un anno dalla scoperta.

Il diritto del committente si prescrive in un anno dalla denunzia.

Art. 1670.

(Responsabilita' dei subappaltatori).

L'appaltatore, per agire in regresso nei confronti dei
subappaltatori, deve, sotto pena di decadenza, comunicare ad essi la
denunzia entro sessanta giorni dal ricevimento.

Art. 1671.

(Recesso unilaterale dal contratto).

Il committente puo' recedere dal contratto, anche se e' stata
iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio,
purche' tenga indenne l'appaltatore delle spese sostenute, dei lavori
eseguiti e del mancato guadagno.

Art. 1672.

(Impossibilita' di esecuzione dell'opera).

Se il contratto si scioglie perche' l'esecuzione dell'opera e'
divenuta impossibile in conseguenza di una causa non imputabile ad
alcuna delle parti, il committente deve pagare la parte dell'opera
gia' compiuta, nei limiti in cui e' per lui utile, in proporzione del
prezzo pattuito per l'opera intera.

Art. 1673.

(Perimento o deterioramento della cosa).

Se, per causa non imputabile ad alcuna delle parti, l'opera perisce
o e' deteriorata prima che sia accettata dal committente o prima che
il committente sia in mora a verificarla, il perimento o il
deterioramento e' a carico dell'appaltatore, qualora questi abbia
fornito la materia.

Se la materia e' stata fornita in tutto o in parte dal committente,
il perimento o il deterioramento dell'opera e' a suo carico per
quanto riguarda la materia da lui fornita, e per il resto e' a carico
dell'appaltatore.

Art. 1674.

(Morte dell'appaltatore).

Il contratto di appalto non si scioglie per la morte
dell'appaltatore, salvo che la considerazione della sua persona sia
stata motivo determinante del contratto. Il committente puo' sempre
recedere dal contratto, se gli eredi dell'appaltatore non danno
affidamento per la buona esecuzione dell'opera o del servizio.

Art. 1675.

(Diritti e obblighi degli eredi dell'appaltatore).

Nel caso di scioglimento del contratto per morte dell'appaltatore,
il committente e' tenuto a pagare agli eredi il valore delle opere
eseguite, in ragione del prezzo pattuito, e a rimborsare le spese
sostenute per l'esecuzione del rimanente, ma solo nei limiti in cui
le opere eseguite e le spese sostenute gli sono utili.

Il committente ha diritto di domandare la consegna, verso una
congrua indennita', dei materiali preparati e dei piani in via di
esecuzione, salve le norme che proteggono le opere dell'ingegno.

Art. 1676.

(Diritti degli ausiliari dell'ap